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lunedì 29 aprile 2019

UNO - Cevolani - Inghes

UNO
Cevolani - Inghes
- autoproduzione - 2019

È il ticchettio persistente di un orologio ad introdurci al primo lavoro composto, suonato, registrato, arrangiato e prodotto da Mario Inghes con la fattiva collaborazione della rediviva Valeria Cevolani. Un incontro a suo modo imprevedibile tra due anime che, verosimilmente, ad un certo punto delle proprie esistenze devono aver compreso come entro un certo limite la limpidezza della forma canzone rischiava di diventare caotica sciatteria e la melodia sciocca banalità. Muovendosi con macchine analogiche tra post punk e alternative rock, tra elettronica e dark wave, il duo apre il proprio vissuto ai dolori, ma soprattutto alle speranze della storia contemporanea avvalendosi di una proprietà di scrittura e composizione utile per correggere e sostituire quell'apparente impressione di facilità - altrove inopportunamente tanto in voga - con una elaborazione fine e ragionata, alla base di uno stile peculiare capace di aprirsi ad un possibile ascolto europeo. Se l'ambiziosa fantasia plurilinguista di Andromeda è infatti il primo vero episodio musicale dopo l'iniziale minuto di assestamento che risulterebbe senz'altro caro ai Deproducers di PLANETARIO, il pieno assorbimento delle energie di UNO si traduce nella linearità dilatata delle chitarre di Secouez Moi, nel vivido codice synthetico di Etere, capace di fondere Socrate, Kraftwerk e Talking Heads, e nell'eleganza futurista di Volevo Dirti, plasmabile materia pop, via di mezzo tra Nine Inch Nails e Deasonika coi CCCP-Fedeli alla Linea ben vivi nel cuore. Nel moto perpetuo delle sonorità liquide che si sviluppano lungo tutto l'EP nulla viene lasciato al caso: attraverso la trasformazione di ciò che è immediatamente percepito affiora il segno di un nuovo ordinamento, si delineano le categorie fondamentali della ricerca, trova compimento l'impronta originale della propria personalità.

venerdì 26 aprile 2019

MIRA BOULEVARD - Mira Boulevard

MIRA BOULEVARD
Mira Boulevard
- autoproduzione - 2019

Quando la creatività è libera da vincoli e costrizioni di qualsivoglia natura ci si può tranquillamente imbattere in progetti artistici che pur partendo in sordina avrebbero tutte le carte in regola per ambire a riconoscimenti di prestigio. È il caso del collettivo Mira Boulevard  studiato, pensato e progettato dal poliedrico Lory Muratti, nome ben spendibile nel circuito musicale varesino da oltre un decennio, che individuati i giusti spiriti affini ha saputo sviluppare il margine individuale d'azione in maniera misurata e priva di frenesia per ottenere una amalgama di spessore. Il passare in rassegna con metodo i dieci episodi musicali che compongono l'esordio digitale della band pone l'ascoltatore non solo nella classica condizione di fruitore esterno, tutto teso a decifrare nella fattispecie il messaggio/racconto di Stefano Miramonti, l'autore prescelto per sviluppare le liriche, ma più ancora consente di integrarsi per osmosi a tal punto da divenire soggetto principe della narrazione e oggetto ultimo delle riflessioni che ne conseguono. Guidati dalla calda voce di Davide Gammon e da quella ugualmente suggestiva di Jade Hoffman Canali ci incamminiamo lungo un percorso che porta diritto al confronto tra l'io interiore e il mondo che ci circonda, non senza esserci resi conto che solo all'apparenza le due realtà divergono; fin dall'inquietante calma illusoria che pervade Dal Tetto Di Un Palazzo la bellezza compositiva è il solo tramite in grado di superare crisi e rigetti, frenesie e nevrosi, così da ritagliarci un piccolo spazio vitale che non anticiperà una nuova età dell'oro, ma renderà la ciclicità delle cose assai più sopportabile e comprensibile. Nel tentativo di scandagliare il nostro subconscio con onestà intellettuale anche quando è scomodo e difficile rivelare quanto si è visto MIRA BOULEVARD è "il racconto di uno che sa cosa fa perché fa quello che deve", ne è il percorso condiviso e la parabola vitale. L'ultimo baluardo solitario affinché il dubbio non mini la nostra essenza dalle fondamenta.

giovedì 25 dicembre 2014

...SI ASPETTA L'INVERNO...

...SI ASPETTA L'INVERNO...
ManzOni
- autoproduzione - 2014

Ho capito che questo è il tempo dei commiati. Non una lacrima deve scendere; solo il cuore potrà liberamente piangere. Ma più avanti, in un altro momento. Gli spiriti affini che non hanno una provenienza geografica comune né tantomeno secondi fini, si intendono con poche parole e pochi sguardi. Sanno cogliere nel dettaglio l'essenza dell'universalità. Si capiscono e si rispettano. Non si curano delle apparenze, ma badano al sodo. Osservano. Si interrogano. Riflettono. E restano affascinati dalla vita. Sempre. Qualunque cosa essa riservi. ...SI ASPETTA L'INVERNO... non è una resa. È anzi l'ennesima risposta veemente ad un bisogno naturale di guardare oltre l'orizzonte sensibile. È il grido forse non così rabbioso come un tempo, ma incommensurabilmente più forte e diretto. È la sete di verità che brucia la gola. Chi si ferma troppo è perduto; per questo noi siamo sempre in viaggio. Più passano i giorni, i mesi, gli anni, più nostro malgrado diventiamo i protagonisti del tempo che fugge. Lentamente intorno a noi scompaiono sorrisi cari e volti familiari. Dopo pochi giri di ruota ci ritroviamo in prima fila, soldati scelti di una guerra persa in partenza come tutti coloro che ci hanno semplicemente preceduto nel viaggio. È allora che ci inganniamo. Quando crediamo di combattere il Nulla riscaldandoci di fronte a un buon bicchiere di vino in compagnia; nei racconti con gli amici dopo essere andati per funghi; nell'animosità delle discussioni politiche e delle diatribe religiose; di fronte alla bellezza di un amore, eterno solo fino a quando non morirà. È questa la vita già immaginata tanto tempo fa da tutti. Non siamo impreparati: semplicemente, lottiamo nell'illusione di un finale diverso che non verrà. Più strumentale rispetto alle precedenti uscite il terzo album manzOniano racconta la vita nel suo aspetto più crudo e umano insieme, travolgente nel canto che non soccombe alla distorsione delle chitarre, ma che sa adeguarsi alle circostanze sparendo se e quando necessario. L'assenza di Ummer Freguia si sente, ma è una sorta di ritorno al passato, funzionale come sempre alla buona riuscita del lavoro finale della band. Una band che concede emozioni e stupisce anche quando butta le ultime fertili sementi. Il palloncino rosso che tanto ci aveva fatto sognare è ormai un punto lontano nel cielo terso di questa pungente giornata dicembrina infatti; la leggerezza del suo stato non è più parte di noi. Un brivido mi assale alla lettura dello scarno comunicato stampa che accompagna questo ...SI ASPETTA L'INVERNO.... Mentre le note e le parole di Vittorio accompagnano immagini d'altri tempi aggiustiamo la respirazione dopo un'ultima scarpinata fatta a pieni polmoni su nel bosco. È il regalo di Natale. E il saluto definitivo di una grande band. Si resta sempre così, senza parole davanti a quelle passionali di Tenca e rispetto a quanto espresso visceralmente dai ManzOni. In loro c'è tutto quello che va ricercato nella Musica. Quella vera, schietta e sincera. Alta, ma vicina agli strati più bassi e concreti dell'uomo; universale nella sua quotidianità. Brividi, brividi, brividi. Non possono essere gli ultimi. Anche per noi che non ci saremo.

venerdì 11 ottobre 2013

IL BIANCO DEL MIGLIO VERDE

IL BIANCO DEL MIGLIO VERDE
L'Antica Fattoria dei Circuiti
- Som Non-Label - 2013

IL BIANCO DEL MIGLIO VERDE è l'album d'esordio de L'Antica Fattoria dei Circuiti, progetto solista di ambient-drone sviluppato da Samuele Palazzolo, multi-strumentista lombardo già noto agli esperti del settore per il suo passato (e presente) negli ELF, oggi deciso a far emergere dalla sua abituale tavolozza di colori sintetico-analogici tutte le sfumature del suo attuale stato di forma. Abbandonata ogni deriva di forma cantata, più nelle corde del progetto comunque sperimentale promosso in compagnia di Michele Colosio e Massimo Panella e sviluppato tra sottili melodie e accentuata psichedelia, Palazzolo abita qui un nuovo spazio, ampio e privo di confini fisici. Già Pioggia Nel Bosco, primo singolo estratto dall'album registrato in solitaria nella propria stanza sfruttando le potenzialità di un synth, un basso e un paio di chitarre, evidenzia la totale mancanza di vincoli e restrizioni, avvicinando l'ascoltatore a quello che sulla carta risulta essere una mancata colonna sonora a The Green Mile, film che nel 1999 si garantì ben quattro nomination agli Academy Awards di quell'anno rivelando al mondo intero le ottime capacità recitative di Michael Clarke Duncan, indimenticabile gigante buono, dentro e fuori il regno di celluloide, purtroppo recentemente scomparso. Chi seppe amare la versione cinematografica curata da Frank Darabont, e chi lesse avidamente l'ancora più completo plot narrativo del romanzo di Stephen King da cui il film è tratto e adattato, scoprirà nel disco del riccioluto polistrumentista atmosfere e luccicanze che si sposano perfettamente con il mood generale della storia. Sulla falsariga di quanto già viene messo in pratica con coraggio e gusto dall'Enrico Ruggeri di MUSTERI HINNA FÖLLNU STEINA, con cui Palazzolo deve essere per forza di cose in contatto, pochissime sono le sovraincisioni usate per ottenere ciò che arriva alle nostre orecchie. Non esiste del resto una formula matematica esatta che sappia ancora stabilire con precisione cosa merita di essere conservato e cosa no. È più semplicemente l'ispirazione che arriva dal silenzio, che non teme la solitudine, ma anzi la cerca e trova in lei moti creativi e suggestioni; è semplicemente la propria anima che si fa musica mentre noi ci lasciamo condurre per mano. Così l'attraversamento degli angoli più bui e oscuri della memoria nostra, di quella de Il Bianco Del Miglio Verde e di quella speculare de Il Nero Del Miglio Verde ci fa meno paura perché il ricordo del passato è vivo davanti ai nostri occhi, ma incapace di provocare angoscia reale mentre un inspiegabile senso di guarigione universale cade dall'alto. Nel luna park sospeso e sinistro gestito da Palazzolo c'è dunque un riscatto finale che rifugge le regole della vita e supera il confine della morte. È la luce fioca e pulsante verso cui tendiamo lentamente tutti, anche senza rendercene conto; è la luce sempre più forte che ci accecherà fino a farci precipitare in una spirale di condivisione e oblio. Con una sola finalità: Migliorare.
 
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sabato 13 aprile 2013

BLOOM

BLOOM
LU-PO
- AEF/Radio France International - 2013

Votato al minimalismo della Terra, Gianluca Porcu, titolare nonché deus ex machina del progetto LU-PO, festeggia i dieci anni di attività discografica rilasciando in digitale, con la sinergia di quella AEF già in orbita Radio France Internationale e a soli cinque mesi dal precedente racconto notturno STENDERE LA NOTTE, questo ottimo BLOOM che poco ha a che spartire, musicalmente parlando, con il suo predecessore se non fosse per quell'evocativo astrattismo strumentale e l'indubbia capacità tecnica del suo esecutore che ne contraddistinguono la trama. Sono cambiati infatti gli scenari sonori così come le modalità di esecuzione hanno seguito il nuovo mood dal quale si è originato questo prodotto dal taglio internazionale. Mentre cinque mesi fa la collaborazione con archi e ottoni aveva partorito una sintesi fra genio umano e meccanica elettronica, qui tutto è ridotto e riconducibile all'intelligenza delle macchine che, partendo da uno spunto sonoro caldo come può esserlo un arpeggio di chitarra, prendono il sopravvento per disegnare un landscape maggiormente algido ed etereo. Didascalica in tal senso è l'introduttiva Angel in cui, oltre a rimandare emotivamente ad una dimensione ultraterrena, viene testimoniata la crescita artistica del musicista sardo. Registrato tra Cagliari e Torino, BLOOM mette infatti a frutto una ricerca musicale matura, basata sulla elaborazione del suono che si piega alle esigenze di synth e tastiere anche quando concepito su una strumentazione più tradizionale. Uno slancio capace di bilanciare le aspettative di quanti sono più legati alla tradizione di suoni acustici e quanti amano perdersi invece nelle derive moderne dell'elettronica intelligente che sa dare concretezza a immaginifiche cattedrali del pensiero. Quanto LU-PO produce e successivamente trasmette alle nostre orecchie è anche una ricerca interiore, meditativa ed emotivamente delicata che tende alla descrizione oggettiva e analitica della realtà. Anche se parziale e mai del tutto rivelata. È un continuo scavare in profondità, alla perenne ricerca di un qualcosa di indefinito e indefinibile. La liquida Guilty Guitar, il gorgo che pare inghiottire Autumn, la felpata Bloom, la percussività di Tree, il tranquillo paesaggio d'acqua dolce tratteggiato in Lake, l'insospettabile crepuscolarità crepitante di Daylight, il moto ciclico delle mare esercitato da Moon e Moon II sondano il campo e si addentrano, mai invasive, nei misteri della Natura, mutando ed evolvendosi in una sequenza di stati d'animo e sensazioni (il più delle volte malinconiche) sperimentabili dall'individuo nel corso della propria esistenza umana. Uno sguardo riflesso nella sospensione infinita tra astratto e concreto. Giocando con le unità di tempo, luogo e spazio senza paura dell'Infinito.

giovedì 21 febbraio 2013

IN FONDO AL CUORE
Francesco-C
- Novelune - 2013

In fondo al cuore di ogni essere umano cosa c'è? Probabilmente il desiderio di lasciare una traccia di sé capace di durare per l'eternità. Forse la tensione verso l'Infinito, irraggiungibile, e per questo ardentemente desiderato. Oppure ancora è in quello spazio che cresce e si sviluppa la volontà di inseguire i propri ideali per poter dire alla fine del viaggio di aver realmente vissuto. Tutto questo (e molto altro) affiora da quelli che una volta si sarebbero definiti solchi del vinile, ma che oggi nell'era dell'hi-tech esasperato sono riconducibili al ben noto algoritmo di compressione alla base degli mp3 che compongono il nuovo lavoro di Francesco-C. Chi dovesse andare infatti alla ricerca di una copia fisica di questo nuovo, annunciato, capitolo discografico dell'artista aostano purtroppo resterà con un palmo di naso dato che l'ep in questione ha fatto la sua comparsa nel giorno di San Valentino esclusivamente in digitale; date le difficoltà di un mercato discografico che langue si è preferito tentare la sola distribuzione online, dando fiducia alla rete e rinnovando la propria attenzione alla tecnologia applicata all'arte. Ma del resto ce lo aveva già annunciato sul finire di gennaio dello scorso anno lo stesso Cieri quando, dopo oltre un lustro e mezzo di assenza, ricomparve un po' in sordina con l'affascinante singolo Il Cielo Oggi, ballad liquida e lunare, delicata e minimalista, prodotta dalla new entry Federico Malandrino, nel solco della sua miglior tradizione; cresciuto nell'epoca in cui era il 45 giri a spopolare nelle vendite, Cieri si dichiarò restio a sviluppare nell'immediato un nuovo album come si è soliti intenderlo, preferendo ad esso uscite centellinate, mirate, magari con scadenze comunque elastiche, capaci di diffondersi capillarmente senza mai saturare l'attenzione dell'ascoltatore. Less is more dunque. Così, poco tempo dopo, ecco comparire un secondo brano, altrettanto ipnotico e onirico, la vibrante Oltre Al Limite che, disidratata dalle coloriture elettro-rock presenti nella quasi gemella Tornando Da Un Sogno contenuta in ULTERIORMENTE, mette a nudo una volta ancora quella che all'epoca individuammo come "evidente (...) facilità di scrittura testuale e musicale di Francesco", cantautore sui generis, sempre in bilico tra ponderata concretezza manageriale e lucida follia punk. A quest'ultimo filone si ispira certamente per attitudine la nuovissima Animo Ribelle, moderna protest song di urgente ribellione, rivestita da un luminoso manto elettronico tessuto con i colorati suoni degli anni '80 uniti a quelli più asettici del nuovo millennio. Spetta infine al pianoforte di Amaci chiudere il cerchio dell'ep, scandagliando su un rallentato tappeto trip hop le declinazioni dell'amore moderno, bilanciando la rarefazione del sentimento con la sua stessa profondità. Quattro brani; poco meno di un quarto d'ora che lascia il segno e pone nuovamente l'accento su un progetto discografico oggi più che mai consapevole e maturo. Fonte di ispirazione per molti. Che poi, in fondo, 13 minuti cosa vuoi che siano a fronte di una attesa durata anni? Una folgore, un fulmine a ciel sereno. Il pianeta vada pure a dormire; io finalmente comincio a respirare.
 
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martedì 18 settembre 2012

2 NOVEMBRE
Fanali di Scorta
- autoproduzione - 2012

Il Re del freak'n'roll è tornato!
 
Il leader dei Fanali di Scorta, Daniele Chiarella, è un artista poliedrico a proprio agio tra le note musicali così come tra le parole, siano esse musicate piuttosto che rese racconto; come scrive nel suo Leon e Isabelle, "...ad ogni fine c’è un nuovo inizio...", così il freak'n'roll (nato con l'omonimo album del 2006) si rigenera in suoni nuovi in questo ep (2 NOVEMBRE è composto di soli 4 brani) rimanendo fedele al suo spirito nativo: "Il freak'n'roll è 'una via di mezzo tra maschile e femminile', 'tra singolare e plurale', ironicamente apostrofato da testi canzonatori e intimistici, ma nato fondamentalmente dalla loro anima rock'n'roll che si è evoluta nel tessuto metropolitano di una Torino sempre più multietnica."
 
A Daniele Chiarella non interessa scalare le classifiche, ma coinvolgere, divertirsi e divertire con il geniale freak'n'roll, sia esso travolgente, come accaduto in passato con Il Cacio Sui Maccheroni e il low-fi di Sunambiac, o psichedelico, come con l'attuale e fresca 2 Novembre.
 
Il f'n'r in questo extended play gioca con le parole più desuete (El Maruken) attorcigliandole fra loro in modo da produrre suoni che ne fan melodia....

... Conciatori di pellicce, loschi mutandai,
urlatori di fregnacce, fumano i vinai
Buste gonfie rotolanti sopra il grasso ciottolato
Faccendieri assai ciarlieri con aromi forestieri ...

... ma cresce anche con la splendida Hey Mama che, proprio quando la canzone sembra terminare, si riaccende fino alla chiusura accompagnata dallo splendido sax di Anna Frati.
 
Ci sono poi gli ultimi due pezzi (Il Palo e 2 Novembre) che rendono il f'n'r una sorta di blues metropolitano con una coda psichedelica da brividi in collaborazione con la chitarra e i synth di Luciano "Lusio" Triglia e la batteria affidata a Ettore "Ector" Sardano!
 
Purtroppo questo nuovo lavoro dei Fanali di Scorta ha un paio di grossi difetti: è troppo corto e troppo digitale; per chi, come il sottoscritto, è un collezionista (...e questo album dei Fanali, band di successo dell'indie Torinese, è un potenziale pezzo da collezione) il non poter archiviare una copia originale in plastica e cartoncino è un vero peccato...
 
Ma noi abbiamo pazienza e aspettiamo al varco il prossimo album di Mr. Chiarella e soci che, siamo sicuri, saprà stupirci con un ennesimo cambio di rotta pur rimanendo fedele all'anima rock'n'roll metropolitana del suo leader.
 
un link al seguente post è presente qui: http://www.fanalidiscorta.com/home.asp e qui: http://www.facebook.com/FanaliDiScorta  

sabato 21 luglio 2012

NERVI

NERVI
Alessandro Bono
- / - 2011

Nel settembre del 1994 sarebbe dovuto uscire il nuovo disco di Alessandro Bono. A febbraio dello stesso anno quel ragazzo biondo, un po' guascone un po' no, che il grande pubblico aveva avuto modo di conoscere e apprezzare solo due anni prima in duetto con Andrea Mingardi al Festival di Sanremo, era salito per la terza volta nella sua breve e promettente carriera sul palco della kermesse ligure (la prima fu nel lontano 1987), questa volta in una forma fisica ahimé irrimediabilmente precaria, ma finalmente tra i cosiddetti Campioni, con una canzone interessante eppure non fortunata con le giurie come Oppure No. Tre mesi dopo il rutilante bailamme dell'Ariston, Alessandro se ne era andato, all'alba di un mattino di un giorno di primavera, sopraffatto da un tumore ai polmoni aggravatosi a causa delle complicanze dell'AIDS. Con sé portava un carattere buono anche se a volte difficile, privo di egoismi e facile all'amicizia disinteressata. Un ragazzo grintoso e semplice; pieno di voglia di vivere certo, pur tuttavia fragile e vittima di umane debolezze che l'hanno sottratto a neanche trent'anni all'affetto della piccola Vittoria. È il 2011 quando nella rete appaiono un poco a sorpresa ben sette suoi inediti, alcuni sicuramente destinati al disco in lavorazione in quei primi mesi di diciassette anni prima, altri già eseguiti in precedenza, ma mai pubblicati. La raccolta di demo scaricabile gratuitamente dal sito internet del cantautore viene ribattezzata NERVI e regala un Alessandro Bono in ottima forma. Dato il carattere carbonaro delle registrazioni, non ci si soffermerà troppo a disquisire sull'ovvia perfettibilità dell'opera, ma piacerà far di necessità virtù, approfittando di queste versioni stripped down per ascoltare da vicino il mondo interiore che l'autore ha saputo e voluto esprimere, con tutte le sfumature del caso. Quel che colpisce è infatti la voce di Alessandro, così cruda e spogliata dagli arrangiamenti definitivi, fino a quel momento curati da Mario Lavezzi, scaraventata al centro dell'attenzione, protagonista assoluta mentre canta di dolori e occasioni sprecate, di errori e speranze, con quel sorriso solare di chi affronta la vita non per sfida, ma con curiosità, come una scoperta continua, e che alla fine si ritrova però vittima di un meccanismo più grande di lui. Si parte con l'elegante pop rock di Lacrime Salate, episodio di per sé già compiuto e ben definito, malinconico, ma al tempo stesso capace di quel riscatto provvidenziale, autentico colpo di coda capace di rimetterci in carreggiata. Accompagnata esclusivamente da un piano come nella miglior tradizione cantautorale romana anni '70, Baby è dichiarazione di intenti: spregiudicata e spensierata, a voler rispecchiare la natura irrequieta di Bono. Irrequieta come la scattante Nervi, sincero ritratto di un non vincente. Con Traffico la discesa nei gironi infernali conduce nuovamente dritti al dramma della droga, tra illusioni e menzogne. Da brividi la crescente tensione emotiva di Stretto Fra Morse, urlo mostruoso e disperato che sale alto in cielo, alla ricerca di una soluzione definitiva per una indicibile quanto insopportabile forma di sofferenza. Patisce la veste di provino la sola Doppio Gioco, ma con la conclusiva e nera Bambina il livello qualitativo cresce per un'ultima volta. Il crudo vissuto impressionista di vita tossica e morte testimonia, se mai ce ne fosse ancora bisogno, le grandi doti di comunicatore di Alessandro, pittore della parola concentrato a ritrarre il battito vitale del cuore, in ultima analisi mai soppraffatto dalle miserie umane. Del resto "ogni giorno che va via è un quadro che appendo. Mi piace vivere." Grande Alessandro. In anticipo su tutti e su tutto. Anche sulla morte.

domenica 8 gennaio 2012

MASKS

MASKS
Mingle
- Tannen Records - 2012

È un malinconico pianoforte ad aprire il secondo album di Mingle, al secolo Andrea Gastaldello, già chitarra e appunto piano per i veronesi De Curtis ed eterno appassionato di musica sperimentale nonché elettronica. Eppure  a colpire l'ascoltatore sono i rimandi classici di Three Tired Trees, evidenti, innegabili e anzi, scheletro portante su cui poggia un brano ugualmente imbevuto di elettronica tanto quanto lo sono di rugiada le foglie delle piante sul far del giorno. Un giorno di pallido sole autunnale, presto avvolto dal grigiore delle nubi portatrici di nuova pioggia come evidenzia lo stillicidio inarrestabile di Sept Song. Quelle stesse gocce che bagnano e rigano i volti; quelle stesse gocce che restano per qualche istante sul pavimento mentre proviamo ad evadere dalla camera iperbarica nella quale abbiamo tentato di riossigenarsi dopo una intensa giornata di lavoro (Cubical). Tempi lenti quelli per l'ascolto di questo MASKS, ma di innegabile fascino e umorale palpitazione. La mente corre a esperimenti sonori intrapresi nel recente passato da Trent Reznor in collaborazione con Atticus Ross e sotto la supervisione di Alan Moulder. Sempre al moniker Nine Inch Nails appartengono infatti le eteree ombre dello strumentale GHOSTS I-IV che qualcuno ricorderà muoversi multiformi e sintetiche lungo la durata di ben due cd. Là Reznor affermava si trattasse del risultato di un lavoro compiuto a partire da una prospettiva estremamente visuale, tentando di dare vita a luoghi e scenari della mente con suono e struttura, quasi si trattasse di una autentica "colonna sonora per sogni ad occhi aperti". In questo caso invece Mingle riduce, anzi circoscrive addirittura i punti di osservazione e, appoggiandosi ad Eraldo Bernocchi parimenti a quanto fatto da Reznor con Moulder, focalizza la sua attenzione partendo dalle sensazioni evocate dal precedente lavoro MOVEMENTS, concependo un viaggio del tutto introspettivo, fortemente malinconico, ripiegato su sé stesso, dove anche la natura circostante è avversa o, nella migliore delle ipotesi, del tutto indifferente. Si prendano ad esempio Sun Part 1 e la speculare Sun Part 3: una unica statica landa desolata attraversa, ricoprendolo, il cuore dell'ascoltatore, impersonale e meccanica, asettica e opaca. La mente corre verso ricordi di vite già vissute altrove (There's Only Ten Left). Sospesi nell'infinito per tutto un Monday Morning sprofondiamo nel subconscio con l'eccessivo trip hop di X_S e con il stevereichiano movimento di precisione scaturito da Nur il cui ticchettio è conto alla rovescia in vista della conclusiva B_W, lotta/commistione fra tasti bianchi e tasti neri prima del silenzio finale. Time Is Passing Over. Le città invisibili dell'Io interiore vengono edificate quindi sgretolate. Non-music che ingloba Aphex Twin e Massive Attack, Brian Eno ed Art Of Noise, KID A e AMNESIAC, li destruttura ulteriormente, ne conserva l'essenza algida e la ingloba nelle visioni interiori del suo autore. Questo è MASKS; con Mingle che, spirito affine al Thom York  più intimo, trova una via personale, ma altrettanto universale per scomparire completamente dal tessuto sociale, con consapevolezza e colta accettazione.

giovedì 22 settembre 2011

THE VISIBLE SPECTRUM
Cyber Society
- Tannen Records - 2011

Francesco Beltramini e Tiziano Zattera hanno unito le loro forze. Glaciali landscapes sonori, umorali sinfonie elettroniche, suoni sintetici. Un incubo. Un sogno. Visionario. Concreto. Le parole stanno a zero. Il viaggio è mentale. È l'immaginazione del duo a dettare le regole di ingaggio per l'ascolto. All'ascoltatore viene concessa una sola illusoria scappatoia: adeguarsi. Non c'è possibilità di intervento esterno infatti in Another World. Le macchine hanno il sopravvento. E si respira desolazione blu dalle parti di C12H17N2O4P, allucinogeno composto da requiem eterno che in un baleno cambia però le carte in tavola. Con martellante disagio, la tecnologia applicata alla musica dal duo italiano partorisce un tanto inquietante quanto sontuoso Free Tibet. Tentare la fuga tra le frequenze e i megahertz di questa originale avventura mistico-ambient pare quasi semplice quando si avvicinano le sonorità verosimilmente più calde de Il Primo Volo. Ma è pia illusione. Già la seconda sezione del brano pare stabilire che la fuga, o un suo ventilato progetto, sia in realtà unicamente apparente e anch'essa frutto di una costruzione mentale. Per nulla consolatoria. Addirittura ciclica. Dunque, senza possibilità di avanzamento. Intrappolati come in un incubo gelatinoso nel preludio della Sinfonia che segue, intravediamo di scorcio migliaia di finestrelle che potrebbero aprirci gli occhi su nuovi mondi paralleli, cristallizzati dal crescendo jazzato, a suo modo decadente, della sua seconda e conclusiva parte. Il downtempo manifestatosi fin qui in tutto l'album raggiunge il suo climax all'interno di una avventurosa composizione virata al free jazz quale risulta essere Trismegisto, ma cede ben presto il passo al drum'n'bass ipnotico del singolo Hermes. Il pellegrinaggio in questa landa desolata, terra di nessuno, tutta ripiegata su se stessa, è un continuo susseguirsi di spazi vuoti in cui sono le soluzioni sonore a irradiarsi e ad espandersi, regalando continuo stupore alle orecchie di noi viandanti. C'è tutto il tempo per una meditazione contemplativa. Inspiriamo ossigeno. Brevemente. Musicogeny è definitiva summa di trip hop, dubstep, electro, ambient, chill out: tutto si fonde, si propaga, si riflette, senza dispersione. Soffia un vento proveniente da nord. Tentiamo di tenere lontano il freddo e le radiazioni. Infine, solo ora, rialzando gli occhi e guardando l'orizzonte, vediamo sorgere rapidamente un enorme sole di giallo pallido che si staglia alto nel cielo incolore, in questa ennesima, algida, mattinata post atomica. Aprile 2031.

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