Visualizzazione post con etichetta Enrico Pasini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Enrico Pasini. Mostra tutti i post

giovedì 19 maggio 2016

DI PADRI E ALTRE STORIE

DI PADRI E ALTRE STORIE
ERO
- Joe Black Production - 2016

Beh, che fossero tenaci non avevamo alcun dubbio. Che non si arrendessero di fronte alla scarsa attenzione di pubblico e media di settore era quasi scontato. Che poi volessero alzare la posta in palio per dare un seguito degno di nota al fulminante esordio FERMOIMMAGINE era quanto di più naturale e coerente potessero fare. Tra le realtà verosimilmente più promettenti dello Stivale gli emiliani ERO sfornano un secondo album che cresce ascolto dopo ascolto. Merito senza dubbio della naturalezza di un songwriting raramente autoreferenziale a cui il frontman Simone Magnani ci ha da tempo abituati e di una scelta sonora nuova, sempre dal taglio spigoloso, ma a tratti quasi pop, rotondo e allettante. Meno eterogeno del suo predecessore DI PADRI E ALTRE STORIE non limita il campo d'azione del sestetto carpigiano, ma semplicemente ne (re)indirizza il percorso spingendo su caratteristiche peculiari ed empatiche che si fanno apprezzare da subito. Se la prima sensazione potrebbe essere quella di ragionevole smarrimento ogni nostro comprensibile dubbio scompare dopo poche note; la partenza affidata all'orecchiabile singolo Il Grammo Che Non C'è, scheggia sonora  tosta e misurata, è il giusto compromesso e la convincente sintesi fra passato e presente, il mezzo di gran lunga più utile per marcare i confini di questa nuova individualità ben espressa anche dalla ritmata Stile, amara storia di linee d'ombra e amori perturbanti. Liberi da pregiudizi o schemi preconfezionati gli ERO scelgono di instaurare un dialogo con l'ascoltatore abbattendo muri, incoraggiando alla condivisione e aprendo all'alterità. La dimensione privata dell'intimità è presto spazio di condivisione e naturale riflessione speculare. Emozioni, desideri, progetti a tutta prima singolari si fanno presto poetica comune, minata forse da intrusioni esterne (la ruvida I Manichini), ma incapace di tradire la propria essenza, quella stessa in cui tutti possono riconoscersi (la brillante tensione emotiva che pervade Di Versi Simili, il maturo tributo filiale de L'Ultimo Uomo Buono) per naturale predisposizione. Pur essendosi approcciati alla materia con una formula diversa Magnani e soci mantengono la propria attitudine, rinnovano il proposito di percorrere una strada personale al rock internazionale senza sottostare a pregiudizi o vuoti fanatismi e sviluppano un progetto definito, ma sempre molto elastico e ricettivo. Ruvidi, irruenti, grintosi. Ricordate: si chiama empatia si legge ERO.

venerdì 29 agosto 2014

UN DIO FURIOSO

UN DIO FURIOSO
Na Isna
- autoproduzione - 2014

Mettiamo subito in chiaro una cosa: Na Isna è molto più che una band. Na Isna non si limita a concludere la propria parabola vitale realizzando dischi ed esibendosi in concerti. Na Isna è innanzitutto un modo di intendere la vita e relazionarsi ad essa con un approccio essenzialmente di riconoscenza e amore gratuiti verso la propria terra e le proprie origini. Presa in prestito dall'onomastica dell'etnia Balanta, comunità dell'Africa occidentale originatasi in Guinea Bissau, l'espressione "Na Isna" quale sinonimo di attaccamento e appartenenza alle proprie radici, essa è divenuta in un secondo tempo la sigla discografica dietro cui si celano cinque musicisti carpigiani riunitisi su impulso del cantante Marco Lodi. Se Jinn in Caos e Like a Shadow? sono nomi che ai più risulteranno sconosciuti è giusto ricordare come da queste stesse formazioni della provincia modenese sia germinato un seme nuovo che, senza rinnegare il passato, avrebbe rielaborato antiche strutture compositive sviluppando nuove linee guida alla base di UN DIO FURIOSO. E sono quasi riti di passaggio anche le dieci tracce che vanno a comporre questa riuscita autoproduzione supportata dall'entusiasmo della band e dalle coproduzione artistica di Andrea "Druga" Franchi - una vita al fianco di Paolo Benvegnù, nella non facile sfida di emergere dal sempre più caotico magma discografico. Del resto i Na Isna sono pur sempre quelli che resistono; così, caparbiamente incuranti degli ostacoli mediatici, eccoli andare avanti per la loro strada con quel bagaglio di idee che ha saputo prender forma e consolidarsi in un rock chiaroscurale, sostanzialmente elegante e rabbiosamente intimista, dal sapore tribale. Della percussività primigenia il gruppo pare non riuscire a fare senza. Percussiva come un'accetta che lenta, ma meccanicamente inesorabile abbatte una pianta è infatti la batteria marziale di Un Attimo, appiglio a cui ci aggrappiamo quando i ritmi incalzano e la nave con la quale siamo salpati da un porto sicuro per un viaggio di cui ancora ignoriamo la meta viene squassata dalle onde sempre più alte e impetuose di una tempesta marina che ci ha sorpresi al largo. Torna solo in apparenza la calma con Stri-Stri, singolo poggiante su un arpeggio acustico, ipnotico e dinamico che valorizza la voce espressiva di Lodi e ne asseconda la solitaria tensione poetica. La stessa che anima il racconto de Il Gobbetto Del Parco, maratona coldplayiana capace di tenere alta l'attenzione grazie anche all'impegno strumentale del quintetto emiliano, prima di confluire nella melanconica Sui Tuoi Passi. Ipnotica e meditativa Canzone Della Torre Più Alta aveva già lasciato intendere che il leitmotiv dell'album si sarebbe sviluppato seguendo queste direttrici con una particolare attenzione alle forme mutuate Oltremanica; a volte speziate (Tigri Dagli Occhi), altre semplicemente rinvigorite da qualche comunque timido accenno di elettronica (Un Flusso). A rischiare di compromettere però il tutto ci pensa la durata forse eccessiva di qualche pezzo; una maggiore capacità di sintesi che non distolga l'attenzione dalla cura alle liriche, senz'altro uno dei punti di forza del gruppo, gioverebbe a rendere più accattivanti narrazione e intento comunicativo. Ma oggi era giusto rompere gli indugi e proporsi senza rete nell'intricato girone degli outsider. A soluzioni di labor limae meno convenzionali ci si penserà domani. Senza rimpianti.        

martedì 16 aprile 2013

FERMOIMMAGINE

FERMOIMMAGINE
ERO
- Zetafactory - 2012

A tutti gli orfani degli impareggiabili Coldturkey che a metà anni '00 seppero realmente emozionare con un cd meritevole di miglior sorte come ASSALTACUSTICO l'invito è quello di non disperare. Nulla si distrugge. Semplicemente tutto scorre. E cambia. ERO è infatti la nuova creatura di Simone Magnani, il frontman di quell'imprevedibile duo che, perseverante, ora si mette al servizio di una nuova formazione dal taglio decisamente più rock, ma con variegate contaminazioni e mutevoli umori musicali alla base di un crossover maturo e poetico. Sì, perché Magnani non ha perso il dono della scrittura in questi anni di silenzio, ma anzi l'ha affinato ulteriormente. E per raccontarlo ci piace andare controcorrente partendo dal finale del cd, da quella Se, piano-ballad lunare da brividi, capace di mettere in evidenza la sensibilità musicale del giovane cantautore carpigiano e occasione per ritagliarsi un momento unico di sognante intimità amorosa dopo le tante occasioni, riuscite, di convulsa energia che pervadono il resto del lavoro. FERMOIMMAGINE è infatti una rigenerante caduta in quella spirale che folgorò decine di migliaia di persone sulla strada del Rock; quel rock con la R maiuscola, dal potenziale dinamitardo. Mai domo. Fiero. Difficile da disinnescare. Si prenda l'esplosione chitarristica de Il Santo, con gli axemen Enrico Gherli e Luca Righi decisamente sugli scudi, o il vortice grunge de La Macchina Del Tempo con quel nervoso innesto blues di armonica, perfetto contraltare sonoro alla rabbia vocale di Magnani. Le polaroid scattate all'esistenziale dubbio cosmico di Tina sono l'ennesima conferma alla bontà del progetto: cantautorato metropolitano dai bagliori British e performance strumentale niente affatto scontata in cui anche la sezione ritmica di Mattia Crepaldi (già con l'interessante progetto Angus Mc Og) e Marco Manfredini riesce a prendere il sopravvento prima di tracciare la strada in Non Ne Vale La Pena. Semplicemente eccezionale X: con i Temple of The Dog nel cuore e  i Pearl Jam di TEN nelle orecchie la mèta finale del viaggio non può che essere Seattle per quello che è un omaggio alle proprie radici musico-culturali. Cambio di rotta invece con il funky soul grintoso de L'Epitaffio, solo un poco mitigato dalle essenziali linee di tromba che Enrico Pasini, collaboratore di lungo corso dell'indiavolata Beatrice Antolini, tratteggia tra un wah-wah e l'altro. Photophobia è contagiosa, con le sue atmosfere kafkiane rese al meglio dall'interpretazione vigorosa di un sempre più sicuro e deciso Magnani qui sostenuto da un altrettanto robusto hard rock. Giunti alla (jazzata!) title track, ennesimo must del cd, plachiamo per qualche istante l'antico ardore, ci facciam cullare dalla tromba e, accompagnati dalle sei corde, riposiamo nelle prime ore del pomeriggio all'ombra di una quercia secolare, protetti dal cocente sole che batte impietoso sulla pianura padana. Sono i Cocci Sparsi di una vita sincera spesa fra alti e bassi nei paesi, lontano dalle grandi città dove i giochi di potere sono all'ordine del giorno, tra la via Emilia cantata dai Nomadi e la East Coast di un John Frusciante solitario e serenamente irrequieto dopo i fasti redhotchilipeppersiani; là dove è la Natura a prendere a volte il soppravvento (La Scossa, caratterizzata dai vocalizzi della diciannovenne Alice Sacchi) e l'uomo resiste grazie alle sue passioni (Sali E Scendi). Capitani coraggiosi. Visionari illuminati.
 
un link al seguente post è presente qui: http://www.facebook.com/pages/ERO/203361489707253 e si può leggere qua: http://justkidswebzine.tumblr.com/