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venerdì 26 aprile 2019

MIRA BOULEVARD - Mira Boulevard

MIRA BOULEVARD
Mira Boulevard
- autoproduzione - 2019

Quando la creatività è libera da vincoli e costrizioni di qualsivoglia natura ci si può tranquillamente imbattere in progetti artistici che pur partendo in sordina avrebbero tutte le carte in regola per ambire a riconoscimenti di prestigio. È il caso del collettivo Mira Boulevard  studiato, pensato e progettato dal poliedrico Lory Muratti, nome ben spendibile nel circuito musicale varesino da oltre un decennio, che individuati i giusti spiriti affini ha saputo sviluppare il margine individuale d'azione in maniera misurata e priva di frenesia per ottenere una amalgama di spessore. Il passare in rassegna con metodo i dieci episodi musicali che compongono l'esordio digitale della band pone l'ascoltatore non solo nella classica condizione di fruitore esterno, tutto teso a decifrare nella fattispecie il messaggio/racconto di Stefano Miramonti, l'autore prescelto per sviluppare le liriche, ma più ancora consente di integrarsi per osmosi a tal punto da divenire soggetto principe della narrazione e oggetto ultimo delle riflessioni che ne conseguono. Guidati dalla calda voce di Davide Gammon e da quella ugualmente suggestiva di Jade Hoffman Canali ci incamminiamo lungo un percorso che porta diritto al confronto tra l'io interiore e il mondo che ci circonda, non senza esserci resi conto che solo all'apparenza le due realtà divergono; fin dall'inquietante calma illusoria che pervade Dal Tetto Di Un Palazzo la bellezza compositiva è il solo tramite in grado di superare crisi e rigetti, frenesie e nevrosi, così da ritagliarci un piccolo spazio vitale che non anticiperà una nuova età dell'oro, ma renderà la ciclicità delle cose assai più sopportabile e comprensibile. Nel tentativo di scandagliare il nostro subconscio con onestà intellettuale anche quando è scomodo e difficile rivelare quanto si è visto MIRA BOULEVARD è "il racconto di uno che sa cosa fa perché fa quello che deve", ne è il percorso condiviso e la parabola vitale. L'ultimo baluardo solitario affinché il dubbio non mini la nostra essenza dalle fondamenta.

venerdì 16 gennaio 2015

DISORDINI

DISORDINI
Hikobusha
- Seahorse Recordings - 2014
 
Reduci. Non lo siamo forse un po' tutti? Gli Hikobusha, nel cui nome si avverte la storpiatura della parola giapponese hibakusha in crasi con il ben più lombardo bauscia che tradisce l'origine brianzola del quartetto, non hanno mai fatto mistero di sentirsi dei veri e propri sopravvissuti, per nulla miracolati, di fronte all'imbarbarimento contemporaneo delle nostre città. All'avanzare del Grande Freddo socio-culturale la formazione di Davide "Gammon" Scheriani ha creduto opportuno indagare le nevrosi dell'essere umano, individuo socievole e aperto al dialogo quando anche vuoto e privo di contenuti, ma ragionevolmente solitario ed ermetico, "rattrappito" nelle dinamiche più intime che lo riguardano. DISORDINI è il terzo album di una carriera ormai decennale che ha saputo far fronte a mutamenti e gestazioni di organico importanti anche quando dolorosi, utili a definire un percorso sempre in costante evoluzione e, di contro, a impedire una discesa altrettanto spedita nella lordura discografica. Guardando al Thin White Duke come nume tutelare, assorbendo energie da tutta una complessa estetica mitteleuropea anni '80 e innestando su di essa massicce dosi di elettricità rock capaci di lavorare anche per sottrazione, il guerriero Hikobusha avanza nel nuovo magma di stranezze e suggestioni apparentemente prive di logica che lo circondano; immagini e stereotipi insoliti, ma frusti che l'abitudine tende a incensare e a proporre come plausibili dopo averci offuscato i sensi. La sopravvivenza è la sua missione. Nient'altro. Per ottenerla occorre scardinare queste convenzioni polimorfe date ciononostante per assolute e definitive, sospendendo una volta per tutte il giudizio e ripartendo da zero. Se l'Arte serve a pulire lo sguardo sarà essa stessa l'arma in mano ai Nostri, anche quando gelide impalcature strutturali tenteranno di spersonalizzare il pensiero. Ad introdurci in questa dimensione di cantautorato alternativo tra minimalismo e amplificazioni analogiche ci pensa la voluttuosa Obliquità, singolo realizzato con la partecipazione della camaleontica Monica P, a metà strada fra i Ritmo Tribale di Sogna e il carneade Erz della dimenticata Whore. Da qui in poi, salvo qualche manierismo new wave di troppo e una quasi maniacale selezione di termini desueti e ricercati che rallenta solo in parte la fruibilità della proposta, sarà una discesa costante e mirata nei gironi di un subconscio complesso e frammentario, attraversato dal cantato/recitato di Gammon dove alla raffinatezza linguistica ostentata verranno applicate con metodo trame sonore sospese e irrisolte, ideale sintesi tra la consapevolezza di un agire accettato come sfogo anche violento e la sua relativa vertigine. Spazi vuoti da riempire e fame per l'ignoto: queste le spinte propulsive per un lavoro meditabondo che si insinua a mo' di cuneo in un meccanismo lucido e paradossalmente universale, fatto di fallimenti esistenziali, ferite perfette e nere dipendenze. Uno scarto di cinematografica civiltà post moderna a cui forse solo Il Meraviglioso Ragazzo Invisibile saprà dare una risposta adeguata ricomponendone vizi e virtù; l'essenziale è non avere ora fretta di capire.