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lunedì 23 febbraio 2015

BISOGNAVA DIRLO A TUO PADRE CHE A FARE UN FIGLIO CON UNO SCHIZOFRENICO AVREMMO CREATO TUTTA QUESTA SOFFERENZA

BISOGNAVA DIRLO A TUO PADRE CHE A FARE UN FIGLIO CON UNO SCHIZOFRENICO AVREMMO CREATO TUTTA QUESTA SOFFERENZA
Paolo Saporiti
- Orange home Records - 2015

Paolo Saporiti è un pazzo. Un pazzo furioso, lucido intellettuale e fine osservatore del mondo. Canta l'isolamento, la tensione, i tormenti. Nella loro fase più acuta essi diventano epidemia. Siamo tutti a conoscenza dei rischi che ci circondano eppure solo lui sembra farsene carico. Non per arginarla, ma per permettere che essa si diffonda salvifica. Non un assistente paramedico dunque, ma un assistente. Punto. Non un dottore, ma un paziente in costante cura e ricerca, portatore sano di una verità che non ha vincoli e men che meno regole. Un testimone scomodo a sé stesso, condannato alla perenne difesa di un frammento di mondo che guida il proprio destino sempre troppo rognoso per essere semplice transazione verso altro. Un ladro di sensazioni, ma anche megafono umano per radicalizzazioni emotive rubate durante il giorno e impossibili da smaltire prima di coricarsi a letto. Volevate conoscere un motivo credibile, sincero e concreto per cui comporre e realizzare canzoni? Beh, eccovelo. Amante dei paradossi e delle sfide, Saporiti nel doppio ep BISOGNAVA DIRLO A TUO PADRE CHE A FARE UN FIGLIO CON UNO SCHIZOFRENICO AVREMMO CREATO TUTTA QUESTA SOFFERENZA lascia emergere prepotentemente tutta l'irrequietezza per una condizione genetica sempre aperta al conflitto, che qui si prodiga nonostante l'apparente valenza di segno opposto in una accorata difesa della famiglia - la propria - realizzata per lo più in controtendenza, come invettiva e rabbioso attacco frontale che non teme conseguenze anche se sferrato contro un archetipo di vita a tratti sacro, memore di come pure la bestemmia sia in realtà lode a Dio. E allora giù a frantumare il cuore e a spaccare gli atomi dell'anima, a sbilanciare di emotività un vivere altrimenti quotidianamente atrofizzato nella consuetudine, per scardinare tutte le convenzioni e i conformismi che hanno fagocitato in elucubrazioni sociologiche quel bisogno di appartenenza rassicurante che proprio la nostra prima forma di socialità concede. Sei sono i segreti d'ufficio che, attraverso il lavoro di condivisione concettual-sonora operato nei due capitoli rispettivamente da Raffaele Abbate e Xabier Iriondo, diventano combustione per una poetica talmente esplicita da risultare ossessivamente pericolosa e urticante. La tensione catturata dall'esploratore sonoro italo-basco che osa in Io Non Resisto consegna all'ascoltatore brandelli di vita reale mai mercificati, esposti nella loro drammatica concretezza e oscenità, solo in parte mitigata dagli arrangiamenti meno arditi, ma non certo confidenziali, di Abbate nel suo doppio speculare, ricollocando in un naturale alveo di sperimentazione l'iniziale dispersione melodica. Frammentazioni, frastagliature, squarci per le quali Figlio Di Madre Incompleta filtra umori e sfuma inquietudini, lucida pianificazione all'infezione, rallentata sull'orizzonte degli eventi fino a ridursi ad una immobilità attiva. La filastrocca A Modo Mio, abbandonata a sé stessa, è ripetutamente nenia ossessiva e instabile, esempio concreto del caos dei pensieri che si affastellano nella mente e spossante confidenza a cuore aperto dall'impatto emotivo lancinante. La voce segue solo ciò che l’orecchio può effettivamente sentire. In Costante Naufragio prima carezza e culla; poi tra cornamuse, liquidità di elettronica analogica e percussiva melodia selvaggia conficca una lama affilata nel bisogno primario di amore, a trafiggere ogni possibilità di sogno, consapevolezza nuova di perdita dell'innocenza. Hotel Supramonte evoca bombardamenti interiori che esplodono nel silenzio di una crocifissione laica senza aneliti salvifici, furto artistico dal sapore agrodolce; Per L'Amore Di Una Madre ne cancella ogni proposito bellicoso. Anticamera della nostra stessa età adulta la nuova opus di Saporiti è urgenza allo stato puro, vitale esplosione di claustrofobia che la gabbia toracica non può contenere, consolidamento di una statura artistica per l'unico vero cantautore italiano capace di competere fuori dai ristretti confini di casa nostra. Una bomba ad orologeria esplosa in un silenzio assordante.

venerdì 10 ottobre 2014

DON KIXOTE

DON KIXOTE
The Shipwreck Bag Show
- Wallace Records/Brigadisco/Phonometak - 2014  

Non si può non rimanere affascinati dalla trasposizione sbilenca e rumorosamente minimalista che Roberto Bertacchini e Xabier Iriondo fanno del capolavoro cervantesco Don Chiscotte della Mancia. Per una volta non leggetelo, ma ascoltatelo e fatevelo raccontare da chi ha messo anima, cuore e cervello per riconsegnarcelo intatto in tutta la sua poderosa essenzialità che da quasi quattrocento anni travalica i secoli. È più che una rilettura questo visionario DON KIXOTE; è proprio un racconto nuovo. È una messinscena modernissima e contemporanea di altissima qualità quella che il duo The Shipwreck Bag Show fa e allestisce nei solchi di un album prezioso ed emozionante. Sarà la voce di Bertacchini, saranno gli interventi sonori di Iriondo, sarà lo script da cui tutto ha avuto origine, ma quello che più conta qui è la capacita di sintesi operata dall'affiatatissima coppia di musicisti che seleziona, taglia, riduce e illumina ciò che risulta in ultima analisi fondante l'intero romanzo, ponendo l'accento su alcuni passaggi clou basilari. Non solo cronologicamente impeccabili, ma significativamente esistenziali. È il particolare, che comprende e rivela il generale. C'è un pezzo a tal proposito, La Follia, Il Sogno, L'Ignoto, in cui ogni cosa appare, nella sua lungimiranza senza tempo, come data una volta per tutte. Un solo minuto, sessanta secondi che raccontano più di tanti libri di scuola e pedanti pagine di critica letteraria. Ciò che altrove diventa sempre più spesso merce rara è una dote che hic et nunc, su due facciate viniliche, viene elargita gratuitamente e in abbondanza: la credibilità. Quella di un lavoro che vede nello schivo leader degli Starfuckers il perfetto attore calato con naturalezza nei panni del problematico cavaliere della Mancia e che, di contro, premia il sodale musicista italo-basco quale suo alter ego di fiducia. Una via preferenziale tra i due per la realizzazione di un'opera artigianalmente ineccepibile che mescola l'alto e il basso, il tragico e il comico, la follia all'equilibrio. Disillusione e complessità con una aderenza al vero letterario che spaventa tanto è il grado di immedesimazione dei protagonisti. Non esiste più una perpetua e distaccata immutabilità di temi e ruoli. Quando l'hidalgo spagnolo perderà il senno e mostrerà tutta la delusione che l'uomo prova di fronte alla realtà, noi saremo in completa avaria con lui e il duo che lo canta. Con una voce mai allineata, per questo pura e disillusa, nella quale ritrovarsi con lucida malinconia e spirito critico. Non più un accomodante flusso di coscienza libero da geometrie unitarie e neppure una "semplice" vita parallela fra le tante possibili; ma un capitolo importante per la comprensione dell'Io interiore. Viscerale. Primitivo. Umano. Frammentario come le nostre esistenze moderne partorite, a volte, da nuovi mulini a vento.

martedì 8 aprile 2014

PAOLO SAPORITI

PAOLO SAPORITI
Paolo Saporiti
- Orange Home Records - 2014

Paolo Saporiti è ormai una realtà consolidata. Paolo Saporiti è una certezza. Paolo Saporiti è il prototipo del cantautore moderno dal respiro internazionale che sa fondere melodia italiana usata in maniera non convenzionale a parole e intuizioni sonore ugualmente trasversali. Oggi, dopo anni passati a sperimentare con la lingua inglese, ha deciso - una volta ancora - di svoltare. E per farlo ecco che l'attenzione si è concentrata direttamente sul linguaggio dopo la rivoluzione sonica operata con il precedente (e convincente) L'ULTIMO RICATTO. In un paese (o forse mondo?) in cui la parola è come la pietà - morta - Paolo va quindi una volta ancora controcorrente, a testa fieramente alta, determinato, sicuro di sé e del suo percorso artistico sempre in evoluzione, caparbio mix di testardaggine e buona volontà. E non si tratta di un cambiamento fine a se stesso o studiato a tavolino. Semplicemente è l'ennesima accurata taratura, il nuovo mirato accorgimento, l'ingegnosa audace manovra finalizzata al raggiungimento di quello che, avanti di questo passo, avremo presto fra le mani: il disco definitivo di Saporiti, quello in cui equilibrio e scompensi saranno naturalmente bilanciati, espressione di un'anima fiammeggiante indomita, sintesi perfetta dell'essenza artistica che alberga in lui. Consolidato il proprio background internazionale la scelta del canto in italiano a cui oggi l'irrequieto milanese approda è la soluzione più semplice per raggiungere il maggior numero di persone possibili sul suolo italico, senza fraintendimenti lessicali o superficiali interpretazioni. Al suo fianco squadra che vince non si cambia. Al massimo la si amplia. Così, riconfermati il sempre più decisivo tocco di Cristiano Calcagnile alla batteria (Come Hitler, la controversa Ho Bisogno Di Te) e l'amico Xabier Iriondo non solo a tutti gli ammenicoli sonori che esaltano l'album, ma anche in fase di produzione artistica, ecco l'aggiunta di nuovi colori provenienti da nuove tavolozze. Sassofoni (con Stefano Ferrian from Psychofagist, questa volta reclutato in pianta stabile), bouzouki (il polistrumetista Roberto Zanisi, confermatissimo pure per il tour), viole, violini, violectre (per mano del talentuoso improvvisatore sonoro Luca D'Alberto) intervengono per dare tocchi di irrequieta profondità (l'ottima L'Effetto Indesiderato Di Una Violenza, la vibrante Sangue), solidità ritmica (Come Venire Al Mondo) e arcadica classicità frastagliata (l'antica Erica). In maniera misurata, ma fantasiosa, senza prevaricazioni; in modo deciso, creativo e essenziale. Non ci sono più mezze misure. Paolo dà. Paolo pretende. Come quegli insegnanti all'apparenza burberi e severi, ma in realtà infaticabili divulgatori di pensiero innamorati della propria materia, ragione di tutta una vita, lucidamente schietti e autorevoli. Mai autoritari. Ecco perché questo nuovo album non avrebbe potuto intitolarsi diversamente da PAOLO SAPORITI. Specchio dell'anima, idea italiana applicata al folk occidentale, esso è una rinascita continua, una crescita costante, che porta con sé la maturità di un essere umano incapace di piegarsi a marketing e briefing "strategici", che rifiuta sordidi magheggi e biechi giochi di prestigio, capace piuttosto di porre l'accento sulla purezza delle cose, mirando alla loro essenza e alla loro intensa genuinità. Pagando sempre le proprie scelte di tasca propria. Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse. Paolo lo sa e la sua vita, il suo viaggio parlano sistematicamente per lui.

martedì 9 aprile 2013

ARTISTI VARI RISUONANO I FRIGIDAIRE TANGO

ARTISTI VARI RISUONANO I FRIGIDAIRE TANGO
AA.VV.
- Go Down Records - 2013

Sono tra le prime realtà italiane che all'inizio degli anni '80 del secolo scorso hanno aperto le porte all'avvento della new wave proveniente da Oltremanica, lasciandosi fascinare da suoni sintetici e scuri, unendo chitarre elettriche taglienti a ritmiche sincopate e nervose. Un album importante per tutta la scena (THE COCK, 1981), un mini lp poco tempo dopo, preludio ad un secondo 33 giri presto accantonato, la partecipazione alla gloriosa compilation BODY SECTION, accanto fra gli altri a Litfiba, Diaframma, Rinf e Kirlian Camera. Diversi concerti. Addirittura una documentario targato RAI. Poi, inevitabili, qualche tensione interna e alcune frizioni con l'esterno; lo scioglimento nel 1986 e il parziale oblio durato vent'anni. Il ritorno sulle scene è datato infatti 2006 e si manifesta attraverso il rilascio di un succulento box, le cui chicche sono proprio quel secondo album mai uscito e un live registrato principalmente in Spagna, seguito successivamente dal maturo L'ILLUSIONE DEL VOLO, cd fatto di pregevoli spunti sonori e testuali, questi ultimi una volta ancora appannaggio di Charlie Cazale, e ricco di amici corsi a supportare il sestetto di Bassano del Grappa nella sua rentrée. Non sorprenda perciò l'uscita di questo tributo per quella che in fin dei conti non è riuscita ad elevarsi oltre il rango di cult band; ci si mobiliti piuttosto per recuperare quello che è un frammento della nostra storia musicale, relativamente marginale forse, eppure capace di toccare indistintamente le corde di uno spirito affine come il Maestro Canali, intento a riappropriarsi dell'antica Recall (proposta in chiusura anche dai Radiofiera nella sua versione anglofona) piegandola alle esigenze della lingua italiana per tramutarla in un Richiamo sognante, poeticamente rabbioso e malinconico, e quelle di una giovane artista vicentina promettente come Camilla Fascina, qui in duo con il produttore Giuseppe Piol per una accattivante Normalmente Triste. Tra questi due poli ecco intercettate altre nuove leve del musicartigianato moderno come l'Operaja Criminale, alle prese con la storica Vanity Fair, eterea e frammentata, i Wora Wora Washington di Brain Rock, solida scheggia post punk sviluppata su un tappeto di synth, e i "pestilenti" Muleta con una ottima This Day '78. Non mancano ovviamente gli amici di mille battaglie. Primo fra tutti Miss Xox in combutta per la riedizione di Push con Gianmaria Accusani, e i suoi Sick Tamburo, come ai tempi dello storico The Great Complotto; a ruota seguono i Diaframma di Federico Fiumani (a loro volta omaggiati nel 2008 dal valido IL DONO - ARTISTI VARI INTERPRETANO I DIAFRAMMA) e la recente Poesia Di Luce, quindi l'ex Detonazione Bruno Romani, in trio con Xabier Iriondo e il pianista Giorgio Pacoring, per l'improvvisazione situazionista di Presage. Interessante la nu wave jungle di Faust Degada, leader dei seminali Degada Saf, che si impadronisce di Natural Mente, e la dilatata operazione tra elettronica e post punk di Dream City, riletta con mirate sfumature ambient dagli Adam Carpet, innovativa formazione di Diego Galeri. Metabolizzate a dovere, pure la clandestina The Tiger e le classiche Frigidaire Tango e Take Over From Me vengono (ri)messe in circolo rispettivamente dagli OJM, da Knup e da Phinx. Una segnalazione la meritano pure Il Magnetofono con Tutto, Niente, Qualcosa, Ilenia Volpe (chitarra e voce per Milioni Di Parole) e Il Corto Maltese di Mescola Le Razze. Ma non finisce qui: anche Sergio Volpato e i suoi Plasticost sono della partita (in compagnia de I Mutanti) per l'attesa The Cock (Miniaturizzato). Tracce e suggestioni che lasciano il segno. Anche nel nuovo millennio. Eleganti. Decise. A passo di tango.

giovedì 29 novembre 2012

MORIRE PER LA PATRIA

MORIRE PER LA PATRIA
Fuzz Orchestra
- BlindeProteus/BloodySoundFucktory/BoringMachines/Brigadisco/ CheapSatanism/EscapefromToday/fromSCRATCH/HysM?/IlVersodelCinghiale/Offset/Tandori/ToLoseLaTrack/Trasponsonic/VillaInferno/Wallace - 2012
 
Dispaccio #3. La Fuzz Orchestra è tornata. Minacciosa e irrequieta come suo solito. Dopo aver recuperato con l'omonimo debut album la memoria dell'antifascismo e dello stragismo di stato; dopo aver posto l'accento sull'oscurantismo degli anni di piombo con il successivo COMUNICATO N°2, ora è tempo di rivolgere l'attenzione ad una tematica difficile, e il più delle volte incomprensibile alla ragione umana, come la morte, specie se "ricercata" per "servire" la patria o, in una accezione più ampia, ogni qualsivoglia altra forma di idealismo. Anteponendo l'interesse del particolare alle esigenze dei più; mascherando brama e cupidigia individuali dietro la retorica spesso nazionalistica dei grandi -ismi collettivi. Inseguendo il filo rosso che le manipolazioni sonore di Fabio Fié Ferrario e i riff del chitarrista Luca Ciffo imbastiscono nell'arrangiamento narrativo ci troviamo una volta ancora all'interno di un quadro dalle tinte fosche, ma lucido e completo. Sì, perché ogni uscita dell'Orchestra risulta essere in ultima analisi un concept album non dichiarato, spurio, imperniato sugli interessi socio-culturali del trio milanese nel frattempo impegnato ad apportare una modifica delicata all'interno del proprio organico. Nell'estate 2011 allo storico Marco Mazzoldi è difatti subentrato alla batteria il poliedrico Paolo Mongardi, già Zeus! e Fulk∆nelli, Ronin all'occorrenza e live drums tanto per la colonna sonora originale del Roberto Dell'Era solista quanto per le date negli anni X de Il Genio. Mantenuto l'equilibrio e rodato il nuovo assetto del trio nel corso del tour seguente, i primi abbozzi di MORIRE PER LA PATRIA lasciano ben sperare per il risultato finale. Il sarcasmo con cui deve essere letta la titolazione del terzo lavoro, realizzato tra la Cascina Torchiera e il M24 Studio di Milano, esprime la condanna per le assurdità delle azioni umane compiute in nome di un "ideale" rigettato dai tre meneghini. Con loro, evento finora unico in casa Fuzz, compaiono alcuni compagni di viaggio capaci di modellare attraverso un sentire comune le solide strutture dei brani. Viene Il Vento unisce il free jazz di Edoardo Ricci alle incursioni rumoristiche di Xabier Iriondo, qui alla chitarra; riconoscibili fin dalle prime note i fiati di Enrico Gabrielli fanno da spina dorsale alle trame ritmiche de Il Paese Incantato, brano tagliente che fa il paio con la furia della metallica pazzia religiosa espressa in Sangue. La narrazione in prima persona, affidata ai contributi cinematografici di volta in volta diversi, scorre ora corrosiva, ora beffarda. Ne La Proprietà resuscita il mai dimenticato violino dell'ombroso Dario Ciffo, mentre Gabrielli torna poco dopo, anche al canto. Non stupisce l'afflato di antidogmatica sacralità che il Battista pasoliniano de Il Vangelo Secondo Matteo instilla con In Verità Vi Dico, dal cupo incedere sabbathiano. Riff metallici che paiono provenire dalle cantine di Birmingham tornano pressanti e vorticosi nel caos grezzo della title track così come nell'oscillazione perpetua dell'opprimente Svegliati E Uccidi. Militante come i suoi esecutori, MORIRE PER LA PATRIA consolida, tra invettive mirate e filosofia politica, il ruolo della Fuzz Orchestra nel tessuto sociale attivo del Paese. "Un paese incantato sopravvive, dentro e fuori da noi. Per ritrovarlo dobbiamo essere pronti a sparare, sparare contro tutti i comandi, a cominciare dai nostri. Alzo a battuta zero e fuoco a volontà."
 

venerdì 26 ottobre 2012

mercoledì 17 ottobre 2012

ENDIMIONE
?Alos - Xabier Iriondo
- Brigadisco - 2012

Cosa può accadere quando una voce sovrumana in cerca di note incontra un agitatore musicale con la necessità opposta? La risposta è qua, incisa su questo splendido vinile 12" che, prendendo le mosse dai Madrigali di Antonin Artaud (ritratto ora giovane, ora anziano nell'espressiva serigrafia di fronte e retro copertina a cura dell'ottima Valentina Chiappini), viene in ultima istanza intitolato a ENDIMIONE, mitico re dell'Elide, figlio di Zeus e della ninfa Calice secondo alcuni, fantomatico pastore della Caria secondo altri. "Nel primo dei Madrigali di Artaud è proprio questo personaggio della mitologia greca ad essere citato; la sua figura ci è parsa perfetta per rappresentare l'unicità e la bellezza del nostro duo." Così Xabier Iriondo, a proposito di questo progetto che lo vede, infaticabile, nuovamente protagonista con Stefania Pedretti, per gli amici tutti "la sig.na ?Alos", dopo l'esordio dello scorso anno su 45 giri. "A livello tematico non c'è un rapporto vero e proprio con il primo 7", ma a livello sonoro direi che quello è stato l'incipit!". L'album ha preso così vita dalla lettura dei Madrigali, sette poesie ancora oggi facilmente rintracciabili in varie raccolte di scritti del commediografo francese, e "dalla decisione di ridare voce proprio ad un personaggio meraviglioso come Artaud, mostrandone il lato geniale, ma anche quello sofferente", prosegue Stefania. I testi, contenuti nell'lp, tradotti in italiano dal francese e opportunamente modificati dall'ex componente delle mai dimenticate Allun, qui alla sua prima prova vocale con la lingua madre e lontana da qualsivoglia strumento suonato in prima persona, diventano il punto focale su cui ruota l'ispirazione. Rapidamente, e in maniera spesso volutamente disturbante, torna dunque in vita una serie di personaggi e figure realmente incontrate e vissute da Artaud negli anni in cui recitò al cinema e in teatro. Si comincia con il poeta Georges Gabory, avvolto dall'elettronica spinta e morbosa prodotta da Iriondo, prima di risorgere, autorevole, dagli inferi della psiche umana. I rintocchi a morto simulati dall'italo-basco con il suo Mahai Metak, introducono e chiudono la rappresentazione sommessa e raccolta di Robert Mortier. Profumo di incenso, tessuti in seta d'organza e atmosfere bizantine per l'attrice parigina Marguerite Jamois, prima del Medioevo fisiognomico di Hieronymus Bosch declamato nella grottesca Florent Fels ("Quando il vescovo morì apparve il diavolo"). Simone Dulac è asfissiante ed intensa avanguardia dislessica che cresce nervosa e nevrotica. Evocata, l'amata Genica Atanasiou avanza a fatica tra i corridoi di un leggiadro vaudeville mitteleuropeo, contrastata dal feroce growl della Pedretti; la satura Charles Dullin è urlo di disperazione, esasperata tensione rivolta alla metafisicità, nel tentativo di allontanarsi dal disagio psicofisico che tortura l'uomo. Un ultimo invito, quello al Cruel Restaurant, duetto per sole chitarre scritto ex novo dall'accoppiata Iriondo-Pedretti espressamente per questo progetto, ha la funzione di sedare sinteticamente il paziente, quasi fosse una massiccia iniezione di farmaci e stupefacenti mirata alla quiete finale. Spettrale e angosciante. Giunta è la fine, tra l'incuria e la sporcizia. "Non ho più nulla da dire, ho detto tutto ciò che avevo da dire."
 

sabato 15 settembre 2012

L'ULTIMO RICATTO

L'ULTIMO RICATTO
Paolo Saporiti
- Orange Home Records - 2012
 
Paolo Saporiti è un animale raro. Toccato dal dono della sintesi e capace di mettere in bella scrittura sensazioni e umori in apparenza unicamente umbratili, ma dai risvolti psicologici più profondi, è stato capace finora di realizzare solo dischi qualitativamente superiori alla media. L'esordio con la doppietta indipendente di THE RESTLESS FALL e JUST LET IT HAPPEN..., inframezzata dall'affascinante progetto Don Quiból in compagnia di Christian Alati e Lucio Sagone, sempre e comunque per l'attenta Canebagnato Records ha consegnato all'attenzione dei più attenti un artista schivo eppure diretto; minimale, ma energico e coinvolgente. Appassionato. Con queste premesse è stato abbastanza naturale approdare ad una major come la Universal per il terzo album a suo nome, l'ottimo ALONE, prodotto e realizzato insieme al tessitore di armonie e dissonanze Mauro "Teho" Teardo, dove le atmosfere acustiche che ne hanno caratterizzato fin qui il percorso vanno a sposarsi con una elettronica misurata e per nulla invasiva, sottofondo ideale per i landscapes sospesi tracciati dalla sceneggiatura inizialmente per sola chitarra e voce. Dopo qualche data centellinata nel corso della prima metà dell'anno in compagnia del violoncellista Zeno Gabaglio, l'autunno 2012 vede l'uscita dell'atteso L'ULTIMO RICATTO. Giunge così il momento di affidarsi ad un altro sarto del suono, quel Xabier Iriondo sempre più deus ex machina dell'alternative italiano che fatica ben poco nel trovar la quadratura del cerchio anche con Saporiti, avendoci peraltro lavorato insieme in passato. Lo sferragliamento iniziale di Deep Down The Water già mette in chiaro parecchie cose: il saporito cantautorato folk rock che tanto sarebbe piaciuto a Nick Drake e a Jeff Buckley veste ora sonorità più aspre e spigolose, quasi noir, a tratti cinematografiche, aprendo una porta sull'Infinito, in una ricerca continua di significato che diventa perdita di conoscenza, in un abbandono mistico-religioso totale. Una ridefinizione quasi ontologica della condizione umana, nella lotta quotidiana per la conquista del fuoco. Parlare di concept album forse è eccessivo, ma non sbagliato. Ogni brano pare esser indissolubilmente legato a quello che lo precede e a quello che segue. War (Need To Be Scared) vede lo spirito del cantore di Anaheim aleggiare sull'interprete milanese come forse mai prima d'ora, circondato da melodie celesti che sorreggono il crescendo su cui poggia. I'll Fall Asleep è ipnotica e frastagliata, l'unico modo per raggiungere direttamente una Sweet Liberty impreziosita dal Mahai Metak di iriondesca memoria. Perché siamo vivi. We're The Fuel di noi stessi. Urliamolo, ma sottovoce, tra squilli di inquieti sax e chincaglierie varie. Giocattoli, Toys appunto, rispettivamente a carico di Stefano Ferrian e Cristiano Calcagnile presto raggiunti dal cello di Zabaglio. Ora che in questo viaggio onirico s'è fatta notte possiamo tornare a casa con lo Stolen Fire, tra il frinire dei grilli e il fresco della stagione in corso. Nel paesaggio saturo costruito dalle elettroniche in cui ci muoviamo meglio guardare sempre avanti: Never Look Back, in una corsa frenetica verso il futuro (The Time Is Gone). Poi, allo specchio, ci ritroviamo nel fango, sporchi e soli. In The Mud. Questa l'infelicità suprema, caro Sad Love/Bad Love. La solitudine. In questa landa desolata. Terra bruciata che ancora arde sotto la cenere. (F.)R.I.P.(P.).
 
un link al seguente post è presente qui: https://www.facebook.com/paolo.saporiti

mercoledì 5 settembre 2012

IRRINTZI

IRRINTZI
Xabier Iriondo
- Wallace Records/Phonometak/Santeria/Long Song Records/Brigadisco/Paintvox - 2012

Guernica. La piccola cittadina basca di Guernica non ha bisogno di presentazioni. Basta il suo nome per evocare scene di morte e distruzione. Vittima innocente della follia nazista, fu teatro e bersaglio inerme del primo bombardamento aereo della storia militare. Non un esperimento, come la storiografia ci ha tramandato, ma un abominio vero e proprio. Vile e meschino. Tra corpi dilaniati, urla di disperazione e pianti muti, ciò che compare in tutta la sua crudeltà agli occhi dello spettatore di quel pomeriggio di aprile, A.D. 1937, è inesprimibile e toglie il fiato. È l'orrore puro, quello che la tela di Picasso ha in qualche modo saputo eternare in forme universalmente intelleggibili. Noi da Guernica vogliamo prendere le mosse per analizzare il primo lavoro solista di Xabier Iriondo. E per farlo chiediamo soccorso ad un ragazzino di quindici anni appena, giunto ventiquattro ore dopo il bombardamento e ora in prima linea per soccorrere i feriti ed estrarre dai palazzi crollati i cadaveri dei civili. Si tratta di Karmel Iriondo Etxaburu. È il padre di Xabier; il quale, nella spoken word Gernika Eta Bermeo, accompagna la voce narrante del suo progenitore con il Mahai Metak facendoci ripiombare all'istante in piena guerra civile spagnola, tra sgomento, rabbia e attonita costernazione proprie di quelle ore. Non un racconto inventato dunque, ma l'esperienza diretta, vissuta sulla propria pelle e mai più dimenticata. Una testimonianza unica e impressionante. Questo è IRRINTZI. Uno spaccato del vissuto, se non addirittura il vissuto stesso che ha fatto di Xabier Iriondo quel che è, per come lo conosciamo. Da prima del suo concepimento, al presente. Ci sono le sue origini basche, le sue passioni, la sua militanza, il suo impegno morale e civile. E la ricerca, tanto sonora quanto emozionale (le atmosfere realizzate per Elektraren Aurreskua in compagnia di Gaizka Sarrasola e della figlia Viola sono da brividi). Con lui una compatta schiera di ospiti, amici di una vita. Basti pensare al crescendo de Il Cielo Sfondato nobilitato dal sax sperimentatore di Gianni Mimmo e dal'irraggiungibile chitarra internazionalista di Paolo Tofani, anima rock degli Area, monaco, ricercatore e molto altro ancora. O i claustrofobici ritmi di The Hammer, inattesa cover dei Motörhead che, da furiosa macchina da guerra come fu intesa da Lemmy Kilmister, ora grazie agli interventi degli OvO rasenta l'industrial metal e l'electro-hardcore, fusione cupa e ossessiva tra Ministry e Atari Teenage Riot. Paolo Saporiti è la voce satura richiesta per tributare l'omaggio a Springsteen con una Reason To Believe dal ritmo ripetitivo e martellante. Strepitosa poi la sintesi sonora operata in collaborazione dei sodali Roberto Bertacchini e Cristiano Calcagnile per Preferirei Piuttosto Gente Per Bene Gente Per Male. Se il brano di Mogol-Battisti, comunque sfrontatamente rivisitato, di per sé ha bisogno di poche presentazioni, è il pioneristico estratto da RAPSODIA MECCANICA (1977) di Francesco Currà (fresatore dell'Ansaldo) a rappresentare il nucleo fondante del medley; una sorprendente (ri)scoperta, concettualmente potentissima. E mentre la title track sviluppa un'onda sonora stridente capace di lacerare e riempire il vuoto tra un suono e l'altro, è la voce dello stesso Iriondo a recitare la folk song Itziar En Semea, inno antifranchista tratto da uno scritto di Telesforo Monzón, in cui solo la melodia originale del testo è mantenuta mentre trame ritmico-rumorose a bassa fedeltà ne definiscono la nuova essenza. In chiusura arriva l'abrasivo omaggio a John Lennon, con una Cold Turkey affidata alla voce satura di Manuel Agnelli, crudo singolo promozionale dal finale sferzante che dietro a basso e batteria vede coinvolta la sezione ritmica degli Afterhours. Giusto sottolineare il supporto dell'opera: un vero e proprio manufatto artistico formato da due vinili in tiratura limitata, ciascuno dei quali ha un lato inciso con la musica ed un altro destinato ad una stampa serigrafica opera della compagna Valentina Chiappini. Una vita votata all'arte quella di Iriondo, e un monito a non esentarsi da un impegno diretto nella vita civile e politica. Proprio come una tela di Picasso.
 

lunedì 2 luglio 2012

in concerto

30-06-2012
- AFTERHOURS live @ Villa Arconati -
Castellazzo di Bollate (MI)

Da un festival all'altro. Dopo oltre 300 km e l'ottima cornice proposta dal Summer Festival di Lucca presso il quale si è esibito solo ventiquattro ore prima l'imprescindibile Tom Petty con i suoi Heartbreakers, spetta al Festival di Villa Arconati concederci l'elegante bis in una altrettanto prestigiosa location come quella ubicata nel parco delle Groane. Al Castellazzo, immerso nella brughiera milanese, va di scena infatti una delle prime date in supporto a PADANIA, l'ultima fatica della band di Manuel Agnelli capace di rinverdire i fasti di album a loro modo fondamentali per tutto il panorama musicale italiano come HAI PAURA DEL BUIO? e QUELLO CHE NON C'È. La mai perduta compattezza sonora degli Afterhours, cementificatasi ulteriormente nei precedenti due anni di tour con una formazione a sei poliedrica e affiatata, si è riversata nelle monumentali trame trasversali del loro lavoro più socialmente politico fin qui realizzato e premiato dalle classifiche di vendita con un quantomai significativo secondo posto. Il parco della villa, allestito nel miglior modo possibile da una organizzazione pressoché impeccabile, accoglie un flusso costante di gente di tutte le età, complice la serata estiva calda, ma non afosa. Gli Afterhours, proprio come il festival, sono ormai realtà consolidata e l'apertura affidata a Metamorfosi, a tutta prima ostica e dissonante tratta proprio da PADANIA, non deve stupire. In un crescendo di violini che enfatizzano la componente teatrale del brano si innesta la voce di Agnelli mentre la cacofonia delle chitarre prenderà il sopravvento di lì a poco. In evidenza, nella schizofrenia delle distorsioni, Roberto Dell'Era al basso con l'archetto.

Senza soluzioni di continuità Terra Di Nessuno prosegue nella sua alternanza tra vuoti elettrici e pieni melodici, con l'attesa La Verità Che Ricordavo terzo estratto e prima hit della serata. A stupire in positivo è l'acustica del luogo. Dopo le delusioni sotto tale aspetto del Carroponte 2010 e all'Arena di Milano 2011, finalmente anche la capitale meneghina (o, in questo caso, il suo hinterland) gode di suoni e volumi all'altezza della band che ospita sullo stage. Il pubblico gradisce e risponde entusiasta alle scariche di adrenalina e furia rock provenienti dal palco. Senza spezzare il climax già raggiunto, in mezzo a tutto questo furore c'è spazio per la riflessione. Una volta ancora sociale; una volta ancora politica. Su un tappeto sonoro a cura di Rodrigo D'Erasmo e con i contributi minimali delle chitarre, Manuel Agnelli, inforcati gli occhiali, legge con autorevolezza e in un rimando alla tournée teatrale di inizio 2010, un passo tratto da Paolo Borsellino e l'agenda rossa, libro a cura della redazione 19luglio1992.com, da cui due concetti decisivi filtrano e vengono enunciati: "La mafia è un problema di cultura (intesa - ndr) come insieme di conoscenze che contribuiscono alla crescita della persona", ebbe a dire il magistrato palermitano ucciso in via D'Amelio. Eppure, continuò, "(...) la maggior parte di noi rispetta le leggi perché sente il dovere di rispettarle." Male Di Miele è accolta come sempre da un boato mentre il dispiegamento di ben tre Telecaster erige un muro di suono invalicabile. Sperimentazioni continue prive delle scosse elettriche di cui sopra nella lunghissima rincorsa di Costruire Per Distruggere, con Xabier Iriondo alla tromba, D'Erasmo al flauto turco e le seconde voci di Giorgio Ciccarelli, per l'occasione pure al piano, e Dell'Era.

Spreca Una Vita vive di accellerazioni improvvise e strappi chitarristici che Padania, con il suo incedere melodico, va invece a riequilibrare, cavallo di Troia per le nostre coscienze e chiarissimo esempio di canzone civile, fotografia tanto lucida quanto disincantata in questi anni '10 del nuovo millennio. Dedica "speciale" per Ci Sarà Una Bella Luce. Spigolosa, ruvida e inquieta la traccia numero sette dell'ultimo cd è una discesa concentrica e volutamente disarmonica nei dubbi e nelle incertezze dell'esistenza umana, filtrata dal paracadute del sarcasmo. Altro tuffo nel passato recente: riconoscibile fin dal primo giro di accordi Ballata Per La Mia Piccola Iena è il momento delle evoluzioni di Xabier alla Melobar mentre il dialogo tra le chitarre di Agnelli e Ciccarelli si fa serrato come i cori da stadio dei fans. È Solo Febbre ci tengono a precisare i nostri; ma è febbre eccitante che la prestazione mastodontica di Bungee Jumping fa inevitabilmente aumentare. Una volta ancora tra i momenti più coinvolgenti e partecipati nella scaletta del sestetto, questa sorta di atipica jam session organizzata è infatti sintesi di epilettiche convulsioni al limite della resistenza umana e prova di coraggio ardita e senza ritorno, che vive il proprio slancio vitale nella caduta verticale verso il basso descritta dalle liriche, inarrestabile e alla velocità della luce, in attesa del probabile schianto finale che non avverrà mai.

"Grazie, grazie mille, grazie. Grazie mille per essere venuti qua questa sera, grazie davvero. Questa mi piacerebbe che per una volta la cantaste voi, se volete"; così Manuel invita i fans a far propria la sanremese Il Paese È Reale, forse primo vero episodio di coscienza socialmente impegnata proposto dalla band, che si schiera e si espone, cercando la maggior visibilità mediatica possibile per farsi veicolare e diffondere. Si procede sempre inquieti e duri con Sulle Labbra. Dopo la pausa romantico-agrodolce di Nostro Anche Se Ci Fa Male, con tanto di dedica alla compagna ("Francy è per te questa"), Agnelli diventa il cantore sperimentale tra urla e tonalità inconsuete dell'indiavolato rock avanguardista di Io So Chi Sono (Iriondo si divide una volta ancora tra tromba e chitarra; D'Erasmo è alle percussioni) qualche istante prima di sedersi al piano per regalare una versione leggera eppure testualmente profonda de La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo. 22:48. Sono passati poco più di sessanta minuti dall'inizio dello spettacolo eppure il concerto potrebbe già terminare qua con ottime recensioni e reciproca soddisfazione di pubblico e addetti ai lavori vista la densità di significato riversata oltre le transenne. Ma siamo a metà dell'opera. Il rientro sul palco è accolto da applausi prolungati ricambiati dalla band. "Grazie mille davvero. Questo è probabilmente uno dei migliori concerti che abbiam fatto a Milano negli ultimi anni; e non è un caso, perché siete uno dei migliori pubblici che abbiamo avuto a Milano ultimamente. E non lo dico per dire..." I ritmi della sincopata Tutto Fa Un Po' Male sono l'ultima occasione della serata per ritornare con la memoria ad un album come NON È PER SEMPRE, a suo tempo croce e delizia per la band.

Statuario, Ciccarelli è il motore ritmico per La Vedova Bianca mentre il pubblico, composto e compatto, la puntella a tempo. Bye Bye Bombay con la sua lunga introduzione e la coda strumentale veicola la presentazione dei musicisti che nei momenti più free avevano fatto quadrato attorno alla batteria. "Grazie ragazzi, bravi, bravissimi, bravi." 23:15. Seconda discesa dal palco e seconda rentrée, questa volta temporaneamente senza drummer, ma con Agnelli al piano Yamaha e il resto della band schierato, in virtuoso accompagnamento. È l'inno Pelle a diffondersi leggero nel parco della villa. L'ingresso di Prette e il passaggio di consegne strumentali tra Agnelli e Ciccarelli permette di far quadrare tempi e ritmi di Quello Che Non C'è, tra le migliori composizioni di sempre. Per la vecchia guardia presente ecco Posso Avere Il Tuo Deserto?, con Manuel libero al microfono, pronto a svuotare il pieno dentro sé mentre il "gemello" Xabier viene toccato dal furore sacro dell'elettricità nell'aria. Terza discesa e ultimo ingresso. "Stasera questo pezzo è dedicato al nostro band assistant Andrea Samonà che dopo dieci anni di torture, sodomia e scherzetti molto sadici ha deciso di andarsene. Non si capisce perché ha deciso di andarsene adesso, dopo dieci anni... Ormai cominciava a piacergli..." spiega un ironico Manuel invitando sul palco il componente dello staff; "per rimanere in tema, ha scelto la libertà sposandosi!? Proprio non capisce un cazzo..." E via con la conclusiva Voglio Una Pelle Splendida, classico finale di cui non ci si stanca mai. Poi, come in un film neorealista, il giardino di Villa Arconati diventa luogo di incontro, palcoscenico per attori non professionisti, ma protagonisti indispensabili di una stagione altrimenti abbandonata a immobilismo e inazione. Mentre cala il buio e molti tornano alle proprie case resta una certezza: quella che in giornate come questa il sole sorge ancora.

Andrea Barbaglia '12 

martedì 17 aprile 2012

PADANIA

PADANIA
Afterhours
- Germi - 2012

Non-finito. Un non-finito michelangiolesco capace di bastare a sé perché compiuto nella sua inesausta tensione verso l'alto. Così si presenta nell'Anno Domini 2012 PADANIA, il nuovo atteso caposaldo della discografia afterhoursiana, destabilizzante monolite alternative, concept album della mente, imprescindibile successore del transitorio I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO e atteso punto di partenza alla ricerca di nuove strade sonore e comunicative. Una porta aperta, anzi un cancello spalancato da casa Agnelli sul futuro nebuloso e sul presente desolato dei giorni nostri ben rappresentati dallo scenario fangoso e innevato fotografato in copertina. Prodotto direttamente dal sciùr Manuel, in collaborazione con Tommaso Colliva che si è occupato pure delle registrazioni tra Como e Milano, il nono album in studio della band milanese è annunciato dalla dirompente potenza sonora di La Tempesta È In Arrivo e dalla più canonica title track, perfetta metà complementare a Il Paese È Reale e raro esempio di canzone tout court del platter. Poi sono caos e delirio sonoro totale. Controllati e voluti. Se tecnicamente gli Area, l'international POPular group per eccellenza, e Demetrio Stratos restano inarrivabili in Italia e nel mondo, l'opener Metamorfosi omaggia nei vocalizzi lo scomparso cantante italo-greco, senza scimmiottamenti, dando il la a un vorticoso percorso artistico aperto a contaminazioni continue (la splendida Tarantella All'Inazione di qualche anno fa docet) che molto deve alle scorribande sonore compiute negli ultimi anni da Agnelli e dall'imprescindibile Xabier Iriondo assieme al folletto  di scuola Can Damo Suzuki, folgoranti happening di improvvisazione sperimentale realizzati in Italia a cui hanno partecipato pure l'ex Enrico Gabrielli, qui preziosa guest star in un paio di episodi, e Rodrigo D'Erasmo. Tensione muscolare e trasversalità dunque. Mattatore, un po' a sorpresa a dire il vero, seppure già galvanizzato dal ritorno di Iriondo in sede live, è tuttavia il solitamente compassato Giorgio Ciccarelli, da qualche tempo leader dei brillanti Maciunas, diavolo a quattro in stato di grazia su PADANIA, coautore di quasi 2/3 delle musiche e protagonista di prove maiuscole sulle "sue" Io So Chi Sono, in compagnia dei figli Michele e Teresa sulle note del sax baritono di Domenico Mamone, e Fosforo E Blu, in trio con Agnelli e il rigoroso Giorgio "metronomo umano" Prette, così come sulla ballad Nostro Anche Se Ci Fa Male. Spiazzante, Terra Di Nessuno agita i sonni e le certezze sedimentate da anni; straordinaria la cacofonia free di Ci Sarà Una Bella Luce, tra le migliori summe del lavoro nella sua disturbante vigoria plastica, con ancora un illuminato Ciccarelli sugli scudi. Provata un paio di volte in uno stato embrionale durante il tour europeo dello scorso anno, apparsa per un brevissimo periodo on line in quella forma grezza, Spreca Una Vita è dissonante tale e quale ce la ricordavamo, migliorata ovviamente nelle liriche, allora in finto inglese. Giù Nei Tuoi Occhi avrebbe potuto ospitare la follia avant-garde di Buckethead se solo non ci fossero già gli assoli del duo Agnelli-Iriondo. Le iene tornano a ridere stridule nei violini disseminati in Costruire Per Distruggere con D'Erasmo che si ritaglia ulteriore spazio nell'intermezzo Iceberg, introduzione orchestrale alla sbilenca e volutamente "stonata" La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo con cui il nastro della memoria si riavvolge rapidamente fino a riportarci ai tempi de Mi Trovi Nuovo e Il Mio Ruolo, in un nuovo tributo (forse) all'amico Edda. C'è tempo per due messaggi promozionali (esilarante il #2) utili per rifiatare e dare un attimo di requie all'ascoltatore, sicuramente disorientato dal lavoro della maturità degli Afterhours, per nulla immediato, ma assolutamente duraturo. La curiosità ora è per la sua trasposizione in sede live. Sarà quella la sfida nella sfida perché i veri Artisti, lo sappiamo, camminano sempre davanti al proprio pubblico, incuranti di compiacerlo o meno. Anche in questi anni di crisi globale il genio non conosce né ostacoli né barriere di spazio e tempo. Spetta a noi recepirlo. Bentornati.

sabato 30 aprile 2011

YOUR VERY EYES
Xabier Iriondo / Gianni Mimmo
- Amirani Records - 2008

24 giugno. A.D.2008. Matera. Santa Lucia alle Malve. Una data, una location. Una grotta che accoglie due personaggi che fanno della sperimentazione sonora il loro credo. La loro missione. La loro ricerca. Tutto è dato al caso, tutto è volutamente programmato. La sonorizzazione della grotta è l'amplificazione naturale della stessa che viene in soccorso ed esalta le soluzioni oblique ottenute da Iriondo e Mimmo, intervenuti in maniera minimalistica senza alterare quanto la Natura e l'uomo già nei secoli scorsi avevano saputo esprimere in perfetta armonia. Psalm Of Days è il benvenuto tra le rocce e i sassi di questa soleggiata alba estiva, sacro risveglio dopo il letargo invernale e i tentennamenti primaverili, a pochi gironi dal primo solstizio dell'anno nella ricorrenza di San Giovanni. La strumentazione leggera che il duo porta con sé risulta funzionale ad esprimere un pathos altrimenti altamente difficile da raggiungere: mentre il sax soprano di Mimmo esegue voli pindarici tra note sospese esaltate dall'acustica del luogo, Iriondo interagisce al Mahai Metak producendo atmosfere che rimandano tanto al Giappone medioevale quanto a dimensioni extratemporali come accade in Side Voice. Lo stesso strumento del musicista basco-milanese sbuffa, sobbalza e "si spiaggia" in Your Very Eyes quasi fosse preso da un moto proprio, brillante afflato di vita dal respiro rarefatto. Più fragmagmentata Several Calls And A Perfect Pair Of Opinions che avanza ieratica fendendo il vuoto e i silenzi, propagandosi tra dissonanti rimandi rumoristici e aperture free jazz. Spazzole e spugne tentano di detergere il vuoto elettrico di Nostos Algos entro cui il sax trova luogo per esprimersi in un ritmo malinconico e senza tempo prima di tuffarsi nella progressione de Sub Sequence. A volte è capitato di assistere al volo di un passero o di una rondine sperduta che, entrata da una minuscola finestra di una chiesa romanica o da un'ampia vetrata di una cattedrale gotica, resta poi intrappolata entro le mura dell'edificio; questo è un pò l'effetto provocato dall'ascolto di Barn Swallow, con Iriondo a sperimentare suoni attraverso l'uso di un richiamo per le allodole mentre Mimmo si limita ad interventi contenuti e controllati. Più complicata e caotica Circumstance And Sacrifice / Eye Tray dove l'elettronica comunque minimale del Mahai Tahai si combina con i suoi stessi interventi a corda. La conclusione affidata a Completion con il Taisho koto ben in evidenza, ulteriore accessorio di questa mattina d'estate già presente in precedenti composizioni, sviluppa una suspense che termina irrisolta, quasi mozzata, lasciando l'ascoltatore solitario, avvolto dal silenzio più pieno, musica nuda conservata dalle millenarie grotte di tufo sotto gli occhi protettivi della Madonna delle Grazie. Nessun misticismo. Tanta religiosa laicità e sacrale rispetto.

lunedì 24 gennaio 2011

in concerto.

22-01-2011
- DAMO SUZUKI'S NETWORK live @ Vinile45 -
Brescia (BS)

What an experience!?!

Imperdibile. Impressionante. Impareggiabile. Cercatelo, raggiungetelo, sintonizzatevi, intercettatelo, muovetevi, insomma, non lasciatevelo scappare!! Sì perché il Damo Suzuki's Network è in realtà un progetto mobile, instabile, un flusso continuo di suoni e parole prodotte e rappresentate in scena dall'ex cantante dei Can, assistito di volta in volta da musicisti altrettanto mobili e intercambiabili visto il continuo girovagare dell'instancabile Damo San.

In questo inizio di 2011 il piccolo giapponese, ormai ultrasessantenne e vera icona dello sperimentalismo sonoro fin dagli Anni '60, sceglie l'Italia come punto di partenza per l'ennesimo tour mondiale e nella fattispecie si appresta a compiere una mini tourneé di cinque date spalleggiato da nomi ormai altisonanti all'interno del rock italico: Manuel Agnelli al piano e ai synth, Xabier Iriondo alla chitarra e al suo Mahai Metak, Enrico Gabrielli al sax e al bass clarinet, e Cristiano Calcagnile alla batteria. Dopo due serate a Milano, una a Roma e una a Bologna, quello di questa sera è dunque il live conclusivo per Damo e soci, materializzatisi a Brescia in un Vinile45 in grado di radunare per l'occasione clienti abituali, astanti dall'udito fino e numerosi curiosi. Anche questa sera, come per le giornate precedenti, è difficile parlare di una vera e propria scaletta perché quelli che potremmo definire i "movimenti" in cui lo spettacolo si articola nascono dall'improvvisazione pura e semplice che i musicisti articolano e modellano a loro piacimento, a seconda di ciò che un accordo, un suono o una parola recitata va a stimolare della loro creatività.

L'attacco del Primo Movimento è abbastanza traumatico giacché il recitato di Damo è cacofonico e salmodiante al tempo stesso; le parole, a tratti incomprensibili perché sovrastate dalla musica, vengono ripetute quasi fossero un mantra tibetano mentre Iriondo, con il Mahai Metak prima e la sua Telecaster poi, è l'ideale tappeto sonoro per le sferzanti inserzioni di sax e flauto traverso di Gabrielli e per le rullate di Calcagnile.

Oggetti di riciclo saranno utilizzati nel corso di tutti i brani dall'ex batterista di Cristina Donà, già al fianco di Xabier negli Uncode Duello così come in altri progetti del chitarrista italo-basco che, verso fine brano, ha uno scatto improvviso di pazzia sonora quasi stesse violentando il suo strumento, spingendo di conseguenza tutto il resto della band a fare altrettando ed esasperando così le sonorità fin qui relativamente assimilabili, mentre Damo ringhia nel microfono, inarcandosi più volte sull'asta dello stesso come punto nella carne da stilettate sonore invisibili, ma vive e ben assestate da chissà quale presenza sovrumana.

Sono passati quasi venti minuti quando parte il Secondo Movimento: è da Agnelli, con la complicità di Gabrielli, che si origina questo nuovo brano, inizialmente quieto, onirico eppure sempre così ben piantato a terra grazie alla pressoché totale immobilità di Suzuki, sempre "arrampicato" all'asta del microfono, stretta quasi fosse il bastone sicuro su cui poggiare il peso delle parole emesse tra buio e luce. Davanti ai nostri occhi compaiono senza soluzione di continuità le pianure del Giappone medioevale e le praterie americane; poi la musica cessa. Anche la chitarra, che fino ad allora ci aveva accompagnato in questo viaggio della mente, tace e resta il solo piccolo grande uomo a fronteggiare il pubblico, muto e in religioso silenzio. Ma è solo un brevissimo istante, una manciata scarsa di secondi, forse meno, poi sono ancora svisate, lancinanti note free incrociate tra chitarra e fiati, il Mahai Metak messo a dura prova tra batticarni, biglie, anelli vibranti per uso sessuale e archetti, in un crescendo ritmico destinato ad esaurirsi con la stessa violenza con cui l'onda del mare si infrange sugli scogli.

Nei quaranta minuti in cui siamo tutti immersi, il piano di Manuel, spesso sovrastato dagli altri strumenti, si ritaglia spazio tra una dissonanza e l'altra, tra una rasoiata di sax e una fucilata di Telecaster, prendendo per mano l'ascoltatore, ma senza mai rassicurarlo nel marasma generale in cui le note si susseguono. L'unico veramente a proprio agio sembra sempre Suzuki, guida cieca in questa sconfinata terra di nessuno che è l'improvvisazione, seguito a breve distanza dal discepolo Iriondo, avvezzo da più tempo ai territorio esplorati dal Maestro. Terzo Movimento.

A Gabrielli tocca l'onore e l'onere di incominciarlo con note fluttuanti, mentre Xabier, ieratico, utilizzando pure un richiamo per le allodole, armeggia in delay con la sua chitarra per dar una colorazione musicale sempre più corposa col passare dei minuti, grazie anche alla Ludwig di Calcagnile, per quello che risulterà essere il brano forse più accessibile e lineare tra le composizioni realizzate questa sera. No, le asprezze non sono messe da parte, neppure per un istante; a qualcuno sanguineranno pure le orecchie per una certa cattiveria iniettata nel gorgo di note suonate, ma complice anche la relativa brevità del pezzo, il pubblico ha occasione di rielabolarlo più velocemente in attesa che gli si dia in pasto altra Musica. Una pausa ora però è d'obbligo, per far tirare il fiato al sensei e ai suoi quattro veicolatori di suono. Il ritorno sul palco è di nuovo una ghiotta occasione per portare all'esasperazione sonorità oblique e totalmente libere, con il frontman intento a recitare oscuri versi rocciosi e gutturali mentre il sax gabrielliano ingaggia ancora una volta un duello all'ultima nota con Iriondo. Il piano di Manuel, filtrato da alcuni effetti che lo rendono anche un synth, trova, in questo Ultimo Movimento avant-garde prodotto dal duo, l'occasione di farsi finalmente sentire in tutta la sua potenza e potenzialità, superando in decibel la pur fragorosa batteria di Calcagnile.

Il finale è difatti un crescendo ipnotico, frammentato e a suo modo sempre sospeso tra la carnalità e i Grandi Pascoli celesti finché, ancora una volta, l'attitudine rock dell'ensemble esce allo scoperto, cacofonizzando gli ultimi istanti dei venti minuti in cui il bis prende forma e sostanza. Provatissimi, i musicisti sul palco raccolgono entusiasti consensi tra la soddisfazione di tutti: la performance del Network è quanto di più fisico si poteva chiedere ad una serata come questa e sentire il buon Manuel Agnelli affermare sorridente nel backstage accanto a Xabier, Damo e Cristiano "A un certo punto mi son detto o suono o muoio!" dà la cifra corretta dell'impegno notevole affrontato dai musicanti sul palco. L'ottimo Suzuki, felpa d'ordinanza e zainetto da busker in spalla, s'aggira nell'aftershow mescolato tra la folla, scrutando con occhi sempre vivi e curiosi la realtà che lo circonda e nella quale i suoi passi l'hanno condotto. Noi facciamo altrettanto e cerchiamo di assorbire il più possibile dalle energie scaturite poco prima. Nuovi percorsi, nuove dinamiche. Aprite le vostre orecchie.

Andrea Barbaglia '11

il seguente post è visibile qua (sez.orange) : http://www.damosuzuki.de/

domenica 14 novembre 2010

13-11-2010
- DER MAURER + XABIER IRIONDO live @ SOUND METAK -
Milano (MI)

L'occasione è ghiotta: Enrico Gabrielli, Xabier Iriondo e
Matteo Pennese live, tutti insieme appassionatamente per una data speciale al Sound Metak, il negozio di strumenti musicali sperimentali e d'avanguardia aperto nel 2005 e gestito da Xabier Iriondo qualche tempo dopo la sua fuoriuscita dagli Afterhours, a cavallo dell'immediata sua avventura in decine di progetti estremi e minimali.
Quella di questa sera è una delle ultime performance musicali tenute in questa piccola e vivace sede creativa così decidiamo che, muniti di tanta buona pazienza per ovviare al traffico milanese, e carichi di controllato entusiasmo perché l'esibizione di questi tre manipolatori sonori val bene il proverbiale prezzo del biglietto (che addirittura non c'è!?), Piazzale Segrino sarà la nostra meta. Parcheggiamo nelle vicinanze, ci fiondiamo nel negozio e dopo una rapida occhiata a dischi e strumenti musicali prendiamo posizione per assistere alla performance.

Il primo ad apparire in scena con abiti adeguati è Der Maurer Gabrielli che spiega cosa ascolteremo questa sera. Noi reduci da Siena sappiamo già a cosa andremo incontro, ma per la maggioranza dei presenti un'introduzione è quantomeno doverosa. Premesso che nessuna velleità massonica ha a che fare col progetto, Enrico ci racconta di come sia stato naturale scegliere lo pseudonimo Der Maurer considerandolo innanzitutto un tributo al mestiere di muratore svolto da suo padre e suo nonno, e, seconda di poi, perfetta spiegazione del suo stesso progetto discografico, quel DER MAURER VOL.1 in cui le sovraincisioni usate per realizzare gli stratificati pezzi d'Avanguardia presenti altro non sono che i mattoni stessi del disco.

Si parte con un brano di Igor' Stravinskij del 1923 e intitolato Tre Pezzi Per Clarinetto Solo, composto, sempre per restare in ambito di arte e pittura, da tre piccole miniature corrispondenti ai tre diversi registri che lo strumento esprime, facendo emergere la vena nostalgica dei toni gravi nel primo pezzo, l'inesausta tensione ritmica degli acuti nel secondo e le arditezze melodiche del terzo.

Il balzo temporale in avanti ci porta in America a metà degli anni '80, nel 1985 per la precisione, e ci introduce attraverso le parole di Enrico la figura di Steve Reich, fondamentale compositore newyorkese di origine ebrea. I dieci minuti e più della sua New York Counterpoint, composizione scritta per undici clarinetti di cui dieci sovraincisi precedentemente, sono il brano per antonomasia rispetto all'idea iniziale di Gabrielli e noi, inconsapevoli discepoli di John Cage per cui se un brano non ti interessa dopo quattro minuti è opportuno ascoltarlo per otto, sedici, trentadue e così via fino a quando il brano non interesserà davvero, abbiamo fatto l'orecchio nei mesi estivi proprio su questo pezzo minimalista per cui, seppur nella sua complessità, ci sembra di ascoltare il "singolone" di un cd in vetta alle classifiche internazionali.

Anche il terzo brano proposto è qualcosa per noi di già ascoltato, e in parte metabolizzato, nel live toscano. Sempre di Reich viene infatti eseguito Clapping Music, quattro minuti in cui Gabrielli non utilizza alcuno strumento al di fuori del battito delle proprie mani, introdotto dalla voce del seminale Cage che ci ricorda la sua teoria sull'ascolto ("..in Zen they say if something is foreign after 2 minutes try it for 4. If it's still boring try it for 8,16,32 and so on"). A questo punto Enrico, con il suono percussivo delle mani, comincia a doppiare e ad ampliare lo spettro acustico prodotto dai suoi stessi arti superiori, precedentemente sovrainciso e registrato al computer. Una performance simile, senza l'uso del pc, aveva visto a suo tempo protagonisti lo stesso musicista toscano coadiuvato dagli Afterhours al gran completo nell'ultima data del loro tour estivo con tanto di prova generale pomeridiana. Il pubblico, in religioso silenzio lungo tutta l'esecuzione, si scioglie poi nel meritato applauso al termine di questa primo live di giornata.

Un rapidissimo cambio di posto, visto che il set è già allestito, ed è il turno del co-headliner della serata. Xabier Iriondo prende posizione su uno sgabellino e inizia ad armeggiare al suo mahai metak mentre Matteo Pennese, accomodandosi dietro ad un portatile, imbocca la cornetta con cui si appresta a colorare l'Improvvisazione che scaturirà dall'alchimia con Gabrielli, di nuovo al centro della scena con il suo clarinetto.

Il la vien dato dai live electronics azionati da Pennese, con Iriondo che asseconda i suoni elaborati dall'Apple e le prime inserzioni provenienti dallo strumento a fiato del compositore veronese. È musica d'atmosfera, quasi ambient-rumorista se mi è concesso il termine, quella che si diffonde nello spazio intorno e gli stessi suoni di clacson, le stesse voci dei passanti, i rumori delle saracinesche abbassate provenienti dalla piazza adiacente, seppur occasionali, paiono susseguirsi secondo trame prestabilite. Gli occhi iniziano successivamente a posarsi sulle mani del "padrone di casa" che inizia ad armeggiare tra archetti di violino, bastoncini, spugne, corde e biglie per ottenere impensabili suoni da inusuali oggetti.

Nella composizione sonora interviene anche Gabrielli con misurati filler di clarinetto, ma è sempre il mahai metak a indirizzare tutta la nostra attenzione: i suoni ora grevi, ora nebulosi, ora inquietanti che quest'oggetto di legno ed elettronica produce ci lascia a volte interdetti e spesso sospesi, in attesa di quelli successivi. Con tempi assolutamente dilatati per gli anni frenetici in cui viviamo, il semplice scorrere di alcune biglie sulle corde dello strumento risulta ipnotizzante, mentre i suoni e le vibrazioni tonanti prodotti dallo stesso attraverso quel che pare somigliare ad un comune batticarne (!!) sembrano annunciare la furia di Zeus o di qualche altra divinità greco-latina. Ci sono la pioggia, il vento, la bufera. Tutto si concentra poi si sviluppa. Tutto nasce e un istante dopo già muore. Poi rinasce. E svanisce di nuovo. Per tornare. E scomparire ancora. Così, all'infinito. Nel vuoto.

Altrove si sarebbe parlato di catarsi; qua si parla di rivelazione.

Andrea Barbaglia '10

n.b.: il seguente post è visibile pure a questi indirizzi:
http://www.facebook.com/trovarobatofan#!/trovarobatofan?v=wall http://www.facebook.com/enricogabriellifans

martedì 31 agosto 2010

in concerto

18/08/10
- AFTERHOURS + DER MAURER live @ Fortezza medicea - Siena (SI)

Ci son concerti che devono essere vissuti, punto e basta. Basterebbe questa affermazione per iniziare e concludere il post seguente. Ma è anche giusto riportare "qualche" dettaglio in più in merito ad una grande performance.
Gli Afterhours al meglio delle loro possibilità si presentano in quel di Siena dopo la già più che positiva performance al Carroponte di Milano e un'altra manciata di eventi live. Ma qua è tutto diverso. E in meglio.

Innanzitutto, in un caldo pomeriggio tos'ano tornare là davanti, alla transenna, dopo anni di vagabondaggio nella pancia del parterre è una piccola soddisfazione che riporta indietro agli albori, quando arrivare in prima fila era quasi routine solo perché era difficile che se ne formasse una seconda.
In più di dieci anni ne è passata tanta di acqua sotto i ponti, forse ben più di quanto ad un certo punto ci si potesse aspettare dalla band milanese, e forse solo il rientro (prossimamente stabile?) di Xabier valeva la pena per arrivare sul luogo del delitto fin già dalle prove.

 

Il primo ad arrivare è l'ex Gabrielli che oltre ad aprire la serata col suo progetto solista Der Maurer accompagnerà gli Afterhours su diversi pezzi. In contemporanea ecco Xabier, con la compagna e l'erede, poi via via tutti gli altri. Le prove scorrono via lisce tra il gradimento del centinaio di irriducibili assiepati chi sui gradoni, chi lateralmente a due fasce che, per una scelta non chiara e per nulla condivisibile, in questo frangente delimitano il palco impedendo di raggiungere già di buon ora le transenne.
Portate pazienza: tagliati i nastri la corsa in prima fila è obbligatoria e da lì non ci si muove più.
 
Ha un bel da fare il buon Enrico Gabrielli per tenere a freno il parterre, che durante le ore successive si riempirà, durante il proprio set introduttivo. I brani estratti dal suo raffinato cd sono infatti ad un primo ascolto ostici e impegnativi; i molti tempi dispari non aiutano certo la concentrazione con cui meriterebbero di essere ascoltati. Eppure il pubblico gradisce. E apprezza ancora di più quando sul palco compaiono tutti gli altri sei Afterhours, a coppie di due, per eseguire col solo uso delle mani la performance dell'ultimo brano del loro ex compagno.

Un quarto d'ora, venti minuti dopo...eccoli!! "Sei fratello del controllo..sei fratello del controllo": Punto G, ormai l'abbiam capito, è ufficialmente il brano d'apertura di questo tour estivo: la tenuta fetish-sadomaso-dark prestata da Manuel a Xabier è stupefacente e inquietante al tempo stesso. Il chitarrista occupa la scena relegando nelle retrovie il pur dinamico Dell'Era e il luciferino (don) Rodrigo D'Erasmo. Questi ultimi rubano un istante la scena per eseguire Nadir poi Prette attacca Germi: delirio!!!
 
E ancora: Siete Proprio Dei Pulcini e Posso Avere Il Tuo Deserto?, con Manuel che maltratta la sua chitarra mentre al suo fianco Iriondo impazza. Giorgio Ciccarelli, sul lato opposto, resta compìto come suo solito garantendo solidità su questi e i successivi pezzi più tirati: una sicurezza con la sua chitarra.
La batteria della fotocamera non regge l'impatto sonoro che qua è nettamente superiore rispetto a quello del Carroponte; il sottoscritto ha la compagnia e l'adrenalina giusta perciò via a cantare a squarciagola le successive Rapace, Varanasy Baby ed È Solo Febbre.
 
Su La Sottile Linea Bianca Xabier sfoggia la sua lap steel Melobar, montata su corpo Explorer, mentre è su Pochi Istanti Nella Lavatrice che fa capolino Gabrielli col suo sax continuando a impreziosire la sfuriata hardcore di Dea, a colorare ulteriormente la splendida Tarantella All'Inazione e l'anthemica Ballata Per La Mia Piccola Iena, canzone che vede scender dal palco l'Iriondo.

Cambio: Gabrielli ci saluta, torna Xabier e l'atmosfera è talmente calda che Manuel ricompare sul palcoa torso nudo e, indemoniato, ci urla tutto il suo e nostro Veleno.

Il tuffo nella macchina del tempo ci riporta quindi a Simbiosi, vero e proprio tour de force sonoro della band con Xabier gran cerimoniere, e ancora più indietro alla archeologica How We Divide Our Souls col potente basso Danelectro a ispessire le pareti di suono. Applausi, applausi, applausi e arriva il turno di Male Di Miele: cos'altro si può dire? Attesa? Cantata? Imprescindibile? Già, anche questo, ma anche molto e molto di più.

Abbastanza incolore Neppure Carne Da Cannone Per Dio si fa apprezzare perché anticipa Il Paese E' Reale e l'ottima Ritorno A Casa.

Pausa.

Il primo bis è affidata a The Letter dei Box Tops in memoria del compianto Alex Chilton, scomparso giusto quattro mesi fa. Ma è la doppietta tratta da NON È PER SEMPRE che è da applausi: L'Estate e Non Si Esce Vivi Dagli Anni '80, col ritorno di Gabrielli, sono solamente il potentissimo preludio a Televisione.

Ora, parlare di alcuni dementi che insultano Dell'Era e disturbano il concerto con cori fuori luogo trovo sia lezioso e per nulla importante in questa sede: mi piace solamente ricordare l'ottimo Giorgio Prette che pesta ancora più forte per coprire le urla sguaiate facendo "beneauguranti" segni di decapitazione agli incauti astanti che infastidiscono band e pubblico, e soprattutto il caloroso insulto e invito ad andare... avete capito tutti dove, di Manuel ad uno di loro: GRANDI AFTER!!

Quest'ultimo intervento di Agnelli avviene quando i Nostri sono in procinto di scendere uno ad uno dal palco (mai così tanti meritati applausi per Roberto?!), supportati dalla ritmica di Prette, prima di risalirvi per una seconda trance di bis: Strategie, con Rodrigo alla chitarra acustica, ha l'onere e l'onore di spalancare le porte alla devastante Bungee Jumping e alla conclusiva Sangue Di Giuda con la formazione a sette elementi.


Richiamati a gran voce, Manuel ci ricorda che "Ce ne eravamo dimenticata una...". Sui Giovani D'Oggi Ci Scatarro Su non fa prigionieri: graditissima sorpresa, l'ultimo pezzo della serata con delay finale fiacca le ultime forze di un pubblico un pò sorpreso dalla scelta dei brani più vecchi, ma partecipe e caldo.

Ultima esibizione del gruppo fino al 2011, Siena è da considerarsi successo di pubblico e qualità: chissà che non sia stato registrato qualcosa per un futuro dvd o cd live. Sarebbe un ottimo palliativo in attesa del prossimo passo (leggasi cd) che, alla luce di questo tour estivo, sarà avanti rispetto a quanto fatto fin qui. Ad Maiora.

Andrea Barbaglia '10

nb: per ulteriori fotografie potete andare all'indirizzo dell'amico Antonio: http://www.flickr.com/photos/impattosonoro/sets/72157624842813584