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martedì 17 febbraio 2015

PROTESTANTESIMA

PROTESTANTESIMA
Umberto Maria Giardini
- La Tempesta Dischi - 2015

In occasione di uno dei suoi ultimi appuntamenti live, tenutosi nei pressi dell'idroscalo di Milano per festeggiare l'etichetta Woodworm in compagnia di entusiasti colleghi, qualcosa era trapelato: cambio di backing band praticamente deciso e lavori in corso per il nuovo disco già calendarizzati. Era il marzo del 2014. A quasi un anno esatto da allora ecco comparire all'orizzonte PROTESTANTESIMA, terzo lavoro per Umberto Maria Giardini dopo gli antichi fasti rilasciati sotto il monicker Moltheni e l'interessante parentesi strumentale dei Pineda forse esauritasi precocemente. La certezza di non ritrovare più due elementi di spessore come Giovanni Parmeggiani e Cristian Franchi, decisivi per un certo tipo di approccio musicale quadrato e fantasioso insieme, fa avvicinare al nuovo album con curiosità mista a un briciolo di scetticismo. Siamo rinfrancati certo dalla presenza del riconfermato e ormai storico collaboratore Marco Marzo "Maracas" - unico membro degli Accordi dei Contrari rimasto - così come la sorpresa di trovare Giulio Martinelli dietro le pelli, dopo il roboante apprendistato con Matteo Toni, rende meno amara la pillola di un cambio di organico comunque notevole che, coinvolgendo l'altra new entry Michele Zanni al basso e alle tastiere registrerà una naturale modifica nelle coordinate del sound. E forse proprio la duttilità, la disponibilità con cui la nuova formazione si è messa al lavoro alla ricerca di quell'amalgama che sa essere indispensabile soprattutto in sede live, e che oggi non è ancora così spontanea come in passato, è uno dei punti chiave del nuovo cd. Sia chiaro, qui non si è andati alla ricerca di nuove forme di coscienza, non si è voluto attualizzare il lato più spettacolare del rock, non si è trattato di combattere un'epica battaglia con il proprio passato né di rilanciare con un azzardo al futuro. Semplicemente, Giardini richiede a sé stesso carta bianca per dare voce a una lucida analisi in musica dello stato delle cose, supportata come di consuetudine da una poetica evocativa in cui viene abbattuta la strategia della tensione, ma attraverso la quale non si nega mai un senso di insoddisfazione che è invettiva - mediata dalla ragione - contro le barbarie, fotografia netta dell'odierna decadenza sociale e, di riflesso, suo comprensibile e condivisibile disprezzo (Il Vaso Di Pandora). Tornano così le ballate ad ampio respiro di cui è sempre stato grande interprete e autore e si ammorbidiscono certe asperità elettriche, riportando le lancette dell'orologio indietro nel tempo quasi fossimo in presenza di una inconsapevole via di mezzo tra I SEGRETI DEL CORALLO e LA DIETA DELL'IMPERATRICE. Magistrale una volta ancora il lavoro in sala macchine di Antonio Cooper Cupertino, elemento aggiunto al suono che Giardini da anni cerca e affina, lavoratore capace e pragmatico, in grado di trovare il bello con quello che ha a disposizione, grazie a una dedizione e a una conoscenza della materia invidiabili. Così, il flauto dell'orchestrale Silvia Catasta non è semplice colore in C'è Chi Ottiene E Chi Pretende, ma parte integrante di una trasposizione musicale che è idea fattasi materia su testo criptico, fuori dal tempo; allo stesso modo, la fascinazione retrò di Molteplici E Riflessi e le alternanze tra vuoto e pieno (linfa vitale per le dilatate atmosfere di Sibilla) diventano miele corroborante per la suggestiva Pregando Gli Alberi In Un Ottobre Da Non Dimenticare, dalla progressione umorale notturna e psichedelica. Anacoreta delle sette note, capace di precisare zone inesplorate di maturità cantautoriale, Umberto Giardini, azzerato ogni tipo di esasperazione, si conferma a quasi vent'anni dall'esordio portatore sano di una persuasiva visionarietà che, seppur da lontano, guarda con rispetto alle grandi stagioni del rock, veicolando una inesausta ricerca del Bello in grado di scardinare le regole tra pubblico e privato. Un rifugio di raffinata resistenza artistica a cui non sappiamo rinunciare. "E camminiamo via..."

mercoledì 12 novembre 2014

STAVOLTA COME MI AMMAZZERAI?

STAVOLTA COME MI AMMAZZERAI?
Edda
- Niegazowana - 2014

Siamo arrivati a tre. Soltanto un lustro fa sarebbe stato impossibile crederlo. Anche solo ipotizzarlo. Ma Stefano Rampoldi è davvero tornato. Ed è tornato per restare. A suo modo ovviamente, mai sereno fino in fondo, ma capace di domare debolezze e tentazioni che in passato avevano schiacciato l'uomo prima ancora che l'artista. Con una consapevolezza sempre estremamente lucida: "io sono Edda, questo lo so; è un problema aggiunto a quelli che non ho", canta nell'infuocata Bellissima. Così, dopo l'urgente essenzialità acustica che fece di SEMPER BIOT una gemma di rara bellezza all'interno del panorama discografico italiano e accantonate (in parte) le sinfoniche orchestralità che impreziosirono i contenuti nell'atteso sequel ODIO I VIVI, oggi è il momento di un ritorno. Un ritorno al rock, quello essenziale, rabbioso e incontenibile; magari sboccato, eppure anche per questo sincero e senza filtri. Quel rock che in quanto tale non promette mai facili via di fuga né tantomeno di salvezza; ma che è in grado di segnalartene. Quello che ti ricorda come le cose non vanno mai per il verso giusto e che anzi, per cercare di trovare una soluzione positiva tocca darsi da fare. Muoversi. Agire. STAVOLTA COME MI AMMAZZERAI? è il disco della svolta. Verso cosa? Tempo al tempo e lo si capirà. Non necessariamente il più diretto, ma certamente quello che meglio sintetizza l'attuale stato delle cose in casa Rampoldi. Il pretesto è in ultima analisi proprio il contesto famigliare che si materializza concretamente fin dalla copertina del cd su cui compaiono in una fotografia d'epoca mamma Edda con Stefano, il gemellino Luca e la più grandicella Claudia. Papà Adriano è al di qua dell'obiettivo e il destinatario del caustico singolo Pater, brano che troverà un corrispettivo femminile nel moderno odi et amo di Mater, a un passo dalle verità nascoste contenute nella conclusiva Saibene. Supportato dalla batteria pestona di Fabio Capalbo e affiancato da una chitarra elettrificata come quella di Davide Lasala è facile rivitalizzare oggi antichi pregi sonori relegati in un angolo durante i periodi più bui. Diventa più semplice far esplodere l'attitudine in your face che caratterizza la scossa dell'incandescente Stellina e le nervose accelerate della vorticosa Ragazza Meridionale, episodio al limite di un hardcore punk rivisitato. C'è sempre spazio per la sperimentazione lo-fi (Piccole Isole) e per la sospensione emotiva (Mela, Peppa Pig, Tu E Le Rose), ma a dominare un disco pazzesco come questo è la personalità strabordante di Edda capace di rivelarsi sia nei diversi piani interpretativi di Coniglio Rosa sia negli "sbracamenti" à-la Mike Patton che determinano la riuscita della splendida Mademoiselle. Tutti questi cambiamenti hanno avuto ripercussioni sulla scrittura delle canzoni? Un tempo scambio e compenetrazione di umori fra le anime inquiete di Edda e del fido Walter Somà diventano oggi, principalmente, libero concepimento del solo cantante milanese trovatosi, più per motivi logistici che altro, a confrontarsi solitario con le proprie intuizioni, ardito gesto di naturale anticonformismo e inconsapevole provocazione. Documento importante fra psichedelia magmatica e ferocia espressiva STAVOLTA COME MI AMMAZZERAI? sgombera il campo da dubbi e traccia nuovamente il solco tra Edda, l'uomo solo al comando di oggi, e Edda, l'uomo solo di qualche tempo fa. Con imprevedibilità e stupore, caratteristiche immutabili di vera bellezza.

martedì 17 giugno 2014

OBTORTO COLLO

OBTORTO COLLO
Pierpaolo Capovilla
- La Tempesta - 2014

Ce l'aveva confidato lui stesso lo scorso anno, a margine di una delle tante repliche dello spettacolo La religione del mio tempo. "Sto lavorando con calma a due album. Uno è in collaborazione con Paki Zennaro", suo raffinato partner artistico proprio in quei reading dedicati a Pierpaolo Pasolini e con il quale si era affinata una buona intesa fatta di suoni minimali e parole recitate con trasporto e determinazione. OBTORTO COLLO è il risultato di quelle session e di quelle giornate, primo album solista per Pierpaolo Capovilla temporaneamente lontano dal suo Teatro degli Orrori. Per chi ha alle spalle almeno due album fondamentali come l'ottimo A SANGUE FREDDO e l'ancor più liricamente intenso e vissuto IL MONDO NUOVO le strade erano due. Ridursi al silenzio, magari optando per un album ambientale o comunque pressoché completamente strumentale oppure percorrere una via diversa, lontana dal rock sanguigno e fisico proposto in compagnia di Giulio Ragno Favero, Gionata Mirai e Francesco Valente. Capovilla accetta la sfida. Raccoglie i suoi appunti, ne redige di nuovi e apre lentamente la porta che conduce alla parte più intima di sé. Come rinnovarsi senza perdere un grammo di credibilità maturata in oltre vent'anni di carriera? Continuando a seguire i propri impulsi, affiancati da comprensibili dubbi e umane insicurezze, lasciando spazio all'uomo prima ancora che al portafoglio. A tratti controversa, quella proposta attraverso canzoni come Invitami e Dove Vai è una discesa tutt'altro che rilassata a lidi più pop, confidenziali, lineari, ma ugualmente articolati. Aguzzando l'ingegno e rivolgendosi, fra gli altri, a tutti quei musicisti che hanno reso fin qui il lavoro di Edda per Niegazowana un must discografico senza se e senza ma, l'operazione è un tentativo di dare nuova veste alle parole mai parche di un autore capace - merce sempre più rara - una volta ancora di dividere critica e pubblico. New skin for the old ceremony cantava Leonard Cohen giusto quarant'anni fa. E c'è molto del poeta canadese nel nuovo lavoro; non nei suoni scelti, ma nella capacità di raccontare storie in prima persona mantenendo un punto di vista comunque esterno. Storie di violenza domestica, come quella narrata in Quando che avremmo visto tranquillamente nel repertorio popolare del grande Jannacci, e di discriminazione sociale (Irene). Racconti in cui l'isolamento e le difficoltà affrontate dagli uomini trovano una muta risposta ora ne Il Cielo Blu ora più semplicemente al tavolino di un bar, sia che ci si trovi nel cuore magico di Torino (La Luce Delle Stelle) oppure a milleottocento chilometri di distanza dalla Mole Antonelliana in quel di Bucharest. Capovilla sceglie la via popolare eppure è quella meno facile; senza dubbio la più rischiosa. Infischiandosene di logiche e consensi facili tira dritto per la sua strada edificando mattone dopo mattone, canzone dopo canzone, un nuovo ponte di comunicazione con l'esterno, senza troppe illusioni, ma con il consueto sguardo disincantato, razionalmente emotivo. Nulla è difficile per chi ama. Neppure riempire quel vuoto incolmabile dentro sé riversato obtorto collo.

sabato 17 marzo 2012

ODIO I VIVI

ODIO I VIVI
Edda
- Niegazowana - 2012

Eccolo qua il seguito dell'incensatissimo esordio solista SEMPER BIOT. Anche questa volta Edda, al secolo Stefano Rampoldi, rilascia in compagnia di Walter Somà un'opera, al netto delle spese, estremamente complessa, elaborata e sofferta. Figlio di un percorso personale unico ODIO I VIVI è la naturale prosecuzione del precedente lavoro discografico seppure maggiormente caotico nella sua ricchezza di colori e sfumature edificate, mattone dopo mattone, nota dopo nota, in compagnia del fido Taketo Gohara, alla seconda prova in studio con l'ex Ritmo Tribale. Se con il ritorno di tre anni fa dopo gli anni bui della droga e quelli difficili del reinserimento nella società il risultato fu una contemplazione interiore gridata all'esterno attraverso il racconto autobiografico nudo e crudo, privo di particolari orpelli anche nelle trame sonore, oggi è la donna ad assurgere al ruolo di musa unica per procedere nel racconto. Forse solo due artisti apparentemente lontani dal musicista milanese come Antonello Venditti e Ivan Graziani hanno nel proprio repertorio una carrellata più nutrita di figure femminili. Edda è da oggi sul podio con loro. Emma, Anna, Marika, Tania si incarnano infatti, concrete e impalpabili nello stesso tempo, in altrettante canzoni omonime, fortemente autobiografiche e fantasiose, sorrette da una nervosa chitarra elettrica come mai prima d'ora, arricchite spesso da un ensemble orchestrale a cura del già noto Quartetto EdoDea, non nuovo nel passato recente a commistioni ben riuscite tanto con la canzone d'autore (Pacifico) quanto con il rock (Enrico Ruggeri, Baustelle), e in collaborazione con ottoni e ance vari appannaggio di Achille Succi e Mauro Ottolini. "Un insieme di parti differenti che insieme girano alla perfezione" avrà a dire Edda a riguardo: una scelta operata inizialmente non senza perplessità, ma in grado di fornire inattesi percorsi alternativi davvero sorprendenti. Che ardono. Impetuosi come il fuoco sacro all'origine della vita. Se la dimensione atemporale di Omino Nero sfocia ben presto in una esuberante carica rock, in Topazio ci si muove nudi tra camere da letto e campi ligresti, in una alternanza instabile di grinta e pazzia. A tratti inafferrabile, il senso dell'opera è da ricercarsi nelle pieghe dei testi, nei cambi di tempo a cui la claustrofobica melodia, quando c'è, si piega; è negli anfratti della mente, nei lampi di disarmante candore scagliati in quell'oscuro baratro esistenziale che mendica attenzione (Emma) e su cui si affaccia la premiata ditta Rampoldi-Somà, autrice di otto brani sugli undici complessivi. La violenta denuncia del male di vivere esplode multiforme nel sesso sgangherato di Anna mentre verità naturalmente scomode vengono a galla nel finto conforto materno de Il Seno. Contribuisce alla scrittura della soffusa Gionata anche il compagno di scuderia Mirai che non prende però parte alle registrazioni, regalando un piccolo episodio di cristallina purezza da sgrezzare e plasmare pochi istanti prima della malata serenità cantata in Marika. E se Qui con la sua leggera veste progressive intessuta dal flauto di Gavino Murgia pare stagliarsi lapidaria su un futuro tutt'altro che roseo per la condizione umana, ecco, ora che la fine è vicina, la speranza di Tania. Introdotta sommessamente dalla citazione della storica My Way, è un piccolo mantra quello che si sviluppa negli istanti successivi, tra misticismo e carnalità, in un crescendo pastorale che profuma quasi di redenzione, sottolineato dai fiati di Ottolini, dopo la discesa negli inferi. Un sogno, che come tale corre sempre il rischio di tramutarsi in incubo. Un disperato bisogno di amare ed essere amati che consuma e brucia dentro. Fino alla prossima vita.