Visualizzazione post con etichetta Massimo Cotto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Massimo Cotto. Mostra tutti i post

mercoledì 18 marzo 2015

l'intervista

MASSIMO COTTO: AKAMU, PALESTRA DI MUSICA

Akamu è una casa dell'arte dove si insegna canzone d'autore, pop e jazz. Un luogo dove l'aspetto formativo si combina a quello ludico e in-formativo perché non si limita a insegnare. Durante i corsi, ma anche nel resto dell'anno, l'Accademia promuoverà infatti mostre, concerti, letture, installazioni multimediali, workshop, spettacoli teatrali; un lavoro a tutto tondo per fare in modo che dall'Università di Asti il talento si muova in ogni direzione al fine di far nascere nuove forme d'arte. Ultimo baluardo possibile di (r)esistenza artistica e formazione di talenti per tutti coloro i quali credono ancora fermamente nella cultura non solo a parole, ma soprattutto con i fatti, Akamu si ripromette di aprire porte e rimettere costantemente in gioco idee ed energie alla ricerca di nuove strade percorribili. Come fa da sempre il suo ideatore, il vulcanico e lungimirante divulgatore musicale Massimo Cotto.


"Talento" è una parola abusata in questi anni o, al contrario, è ancora in grado di descrivere bene le capacità dell'essere umano in campo artistico?
Massimo: Non penso che "talento" sia una parola abusata in questi ultimi anni perché infatti descrive ancora benissimo la capacità innata di qualcuno di riuscire a far andare l'acqua in salita, di vedere quello che magari gli altri riescono soltanto a percepire. Talento è quella cosa che ti permette di trasmettere agli altri ciò che tu hai visto e sentito in maniera differente. Il problema è che da solo non basta e bisogna aggiungerci qualcosa sopra. Lo dico sempre: il talento non si può insegnare e quindi nessuna scuola, neanche Akamu, sarà in grado di farlo, però può essere riconosciuto e può essere allenato. Non si allenano soltanto i muscoli nelle palestre, ma si allenano anche le teste, le creatività; si allenano soprattutto i ragazzi a pensare che il successo viene prima del sudore soltanto sul dizionario, che in realtà bisogna faticare, lavorare molto perché il talento in percentuale serve solo per un 10%, non di più. 
  
Qual è l'esigenza che ha portato all'ideazione e alla realizzazione di Akamu? Da quanto tempo ci si stava ragionando a riguardo?
Massimo: Proprio ciò di cui stavo parlando un istante fa. Era tanto tempo che volevo creare qualcosa dove si potesse lavorare con i ragazzi senza necessariamente doverli scegliere per qualche festival o per qualche concorso particolare. Mi spiego: quando faccio parte di giurie si sceglie sempre non in base al valore assoluto, ma in base a quello relativo. Cioè: chi è che ci serve per questo concorso? Chi è che ci serve per Sanremo? In sostanza devi mediare con esigenze televisive, devi mediare con questo e con quell'altro soggetto, ecc...; avere invece docenti che sono a tua disposizione per tre giorni, che quindi possono ascoltare ciò che tu hai fatto, quello che tu sei, credo sia il modo migliore per favorire i ragazzi perché quello che noi dobbiamo fare come operatori di settore è moltiplicare le possibilità per loro in un momento di crisi come quella che stiamo affrontando. Per avere attenzione e di conseguenza per riuscire a esprimere sé stessi.

Il collegio docenti preposto per il Master in Canzone d’autore all’Università di Asti ha assemblato una commissione di prim'ordine con, fiori all'occhiello, le lectio magistralis di Francesco Guccini e Luca Carboni. Quali le reazioni loro e dei colleghi di fronte alla proposta targata AKAMU?
Massimo: Le reazione sono state per ora tutte straordinarie. Posso contare su rapporti di amicizia con ognuno di loro quindi posso anche immaginare che per il momento di fidino di me. Adesso devo fare in modo che dopo questa volta si fidino di quello che noi facciamo e non soltanto di quelle che sono le nostre intenzioni, ma sono sicuro che con la collaborazione di tutti riusciremo a portare avanti bene questo discorso.


Quali sono le differenze sostanziali di Akamu rispetto ad altre situazioni magari mediaticamente più esposte e riconosciute?
Massimo: Non sono in grado di dirtelo ora. Perché, è chiaro, non sono così stupido da pensare di essere in grado di competere con il CET di Mogol oppure con il CPM di Franco Mussida. Questo è semplicemente un luogo di incontro e di scontro fra diverse mentalità e diversi punti di vista che ha come grande vantaggio rispetto a tutte le altre scuole quello di avere un biglietto di ingresso minimo perché se tu paghi 300 euro per tre giorni di full immersion con i migliori docenti che noi siamo in grado di recepire sul mercato vuol dire che paghi veramente pochissimo. Infatti da un punto di vista di investimento mio, in qualità di assessore, non si può prevedere un piano di rientro perché saremmo sicuramente in perdita; del resto vogliamo pochi alunni proprio per far in modo tale che i docenti possano lavorare bene su di loro.


Di particolare interesse l'aver unito in maniera sinergica il progetto a luoghi storicamente deputati allo sviluppo e alla ricezione dei movimenti artistici in ogni loro forma.
Massimo: Riguardo ad Akamu esiste solamente un piano di sviluppo che è un piano di sviluppo della città. Ecco perché cerchiamo di metterlo a contatto con altre realtà di Asti come il teatro Alfieri, il piccolo teatro Giraudi, il Diavolo Rosso, le Case del Teatro, i musei e tutti quegli spazi individuati per recuperare un senso di identità immergendosi nel territorio, aggiungendo esposizioni, presentazioni di libri, incontri, per far in modo tale che alla fine Asti diventi una sorta di mosaico dove ogni luogo in cui si fa cultura sia una tessera di un disegno più grande. Se non facciamo rete in un momento come questo non andiamo davvero da nessuna parte; la miglior iniziativa possibile che ci può essere in questi giorni non è infatti sufficiente per coprire, per stabilizzare le sabbie mobili in cui versa la situazione musicale in Italia.

Asti, tra l'altro, per quasi due decenni ha offerto un importante Festival estivo come Asti Musica. Lo scorso anno diversi fattori hanno portato alla sofferta decisione di cancellare l'edizione 2015. Qual è la situazione attuale? Tornerà la città in un futuro non troppo lontano ancora centro nevralgico di quel modo di intendere musica e cultura? 
Massimo: Anche se la conferenza stampa verrà fatta martedì quando annunceremo tutti i dettagli, sono strafelice di poter dire che Asti Musica è stata salvata! Penso che l'edizione del ventennale anche se in forma ridotta da un punto di vista degli appuntamenti, ma non da un punto di vista di qualità degli artisti perché, ad esempio, apriremo il primo luglio con Paolo Conte in piazza della Cattedrale, pur snodandosi lungo dieci giorni e non venti come un tempo sarà comunque una edizione di tutto rispetto.
 
Lavorare sul talento - formandolo -  si può; farlo emergere è forse l'aspetto più difficoltoso. Massimo Cotto da cosa lo riconosce? 
Massimo: È una domanda molto difficile. Per me il talento si riconosce dalla diversità con cui ti avvicini al microfono e alla composizione. Quando tu riesci a far capire alle altre persone che indipendentemente da quello che canti, indipendentemente dallo stile, indipendentemente dal fatto che sia tutto a fuoco hai qualche cosa di diverso, hai qualche cosa che gli altri non hanno o comunque su cui si può lavorare, ecco, lì risiede la mia idea di talento. Lavorarci sopra significa cercare di togliere tutte le sovrastrutture che i ragazzi oggi hanno, cercare di convincere che le scorciatoie non servono a nulla, perché magari ti possono dare un successo effimero, ma poi non ti portano da nessuna parte. Ciò che spero di fare è cercare di convincere i ragazzi a ragionare in termini di carriera e non di singolo cd. Naturalmente poi ci vogliono anche le case discografiche e tutto il mondo attorno, però voglio che loro non perdano la fiducia; sono stufo di sentire operatori del settore dire "Volete cantare? Ma no, smettetela, non vi conviene, oggi è un mondo difficile": è un mondo difficile per tutto, anche per trovare un posto in banca o in una autorimessa per cui tanto vale battersi per quello in cui tu credi se davvero si crede a qualcosa. 
 
Chi volesse ricevere maggiori informazioni, prendere visione del programma, iscriversi ad Akamu, a chi può rivolgersi?
Massimo: Basta cliccare sulla pagina dedicata http://www.anteros.it/presentazione-akamu, su Facebook oppure su Twitter. Lì si possono trovare tutte le informazioni riguardanti l'Accademia dello Spettacolo e la Casa della Musica. In assoluto credo che l'esempio di Akamu possa essere seguito da tanti altri comuni e realtà; è chiaro che ci debba essere un investimento di qualche decina di migliaia di euro, però in fondo è minimo e se non ci muoviamo adesso alla fine sarà troppo tardi e tra qualche anno ci accorgeremo che avremo perso tutti i treni possibili. Invece bisogna spiegare, provare a dire ai ragazzi che se vogliono prendere il treno giusto prima o poi passerà: l'importante è che si facciano trovare in stazione.
 
Andrea Barbaglia '15

lunedì 2 aprile 2012

in concerto

01-04-2012
- MAURO ERMANNO GIOVANARDI & MASSIMO COTTO live @ Foro Boario -
Nizza Monferrato (AT)

VISIONARIA (Lampi di Musica e Teatro) è l'inedita rassegna culturale, giunta al suo debutto in questo problematico 2012, voluta e organizzata dalle intraprendenti forze congiunte della Pro Loco di Nizza Monferrato e della Compagnia Teatrale Spasso Carrabile in collaborazione con la Fondazione Davide Lajolo e il Comune della cittadina piemontese. Nel corso delle diverse serate che da gennaio si sono fino ad oggi succedute con cadenza mensile hanno trovato spazio le avventure musicali del Suonatore Jones, alias Vittorio De Scalzi; si è materializzato il percorso tra demonio e santità in compagnia di Alberto Fortis e Patrizia Camatel; sono tornati in auge quei favolosi Anni '60 con Rifatti Mandare Dalla Mamma, brillante spettacolo messo in scena dalla Compagnia Teatrale Carovana. Questa notte, per una notte soltanto, riapre il Chelsea Hotel. Chi è avvezzo alla Storia della Musica sa già di cosa stiamo parlando e su cosa verterà l'argomento della trattazione. Per molti altri sarà invece l'occasione per scoprire una realtà sfaccettata, intrigante e pruriginosa fatta di droga, sesso e rock'n'roll da un lato, amore e morte dall'altro. Portiere di notte sarà Massimo Cotto, voce narrante e custode dei misteri racchiusi nelle mure dell'edificio newyorkese, abile nel tracciare le linee guida del racconto con una parlata chiara e uno stile narrativo lineare. La prima fila è riservata. Solo apparentemente vuota. Piace pensare infatti che su quelle poltroncine si accomodino uno ad uno gli spiriti dei grandi artisti evocati dai racconti del giornalista astigiano, presenze ultraterrene confuse nella penombra della platea, giunte per assistere, ospiti d'onore, allo spettacolo loro dedicato. Anche sul palco volutamente spoglio la luce è fioca. Una poltrona, un tavolino con una bottiglia e un bicchiere, una lampada. Benvenuti.

Fare conoscenza con gli avventori del Chelsea non è così difficile. Cotto ci illustra vicende e personaggi, cita episodi e snocciola date. Poi cede il passo all'altro Virgilio che accompagna lui e noi in questo viaggio nella memoria e nella leggenda. A Mauro Ermanno Giovanardi spetta il compito di evocare gli umori della storia attraverso una selezione di canzoni ad hoc, eseguite in compagnia del fidato Matteo Curallo sorprendendo l'ascoltatore e annullando la distanza tra spazio e tempo. Così tocca ad una sulfurea Femme Fatale, omaggio a Edie Sedgwick interpretato in origine da Nico coi Velvet Underground di Lou Reed e John Cale nel loro celeberrimo disco di esordio, aprire le danze della serata, carezzando l'aria originariamente intrisa di good vibrations, ma ben presto sempre più carica di suggestioni antimilitariste che sarebbero sfociate nella contestazione del '68 e ora sottolineate dall'omaggio sul finale a John Lennon. È nuovamente il turno di Cotto il quale, cubo di Rubik alla mano, ben presto legittima il suo ruolo di guida consentendoci di incontrare nella stanza 822 una giovane Louis Veronica Ciccone che di lì a qualche anno tornerà in quegli stessi ambienti del Chelsea Hotel per realizzare alcuni scatti racchiusi nel suo controverso book fotografico Sex; e per poco non veniamo spintonati a terra da Herbert Huncke, tossicodipendente che influenzò la poesia Urlo di Allen Ginsberg, fuggito a rotta di collo giù per le scale perché convinto che William Burroughs fosse un poliziotto in borghese. Poco più in là vediamo una troupe cinematografica diretta da Adrian Lyne intenta a girare le ultime scene di 9 Settimane e ½ con Kim Basinger e Mickey Rourke; sostiamo curiosi. Poi, in fondo al corridoio, riconosciamo Arthur C. Clarke intento a scrivere quello che diverrà il suo capolavoro 2001 Odissea Nello Spazio, tradotto successivamente in immagini da Stanley Kubrick.
 
Gregory Corso e il già citato Ginsberg discutono calorosamente, sbraitano e si confrontano mentre Jack Kerouac, in pieno delirio creativo e imbottito di chissà cosa, è al terzo giorno di scrittura su rotoli di carta igienica della prima stesura di Sulla Strada. È il delirio. Tutti, parafrasando Patti Smith, "hanno da vendere la parte migliore di sé" in questo gigantesco mercato all'aperto che è il Chelsea. Curallo e Giovanardi si lanciano in una delicata versione pianoforte e voce di I Wanna Be Your Boyfriend dei Ramones. C'è un bellissimo tramonto sul fiume Hudson. E ce n'è uno pure sugli anni '60. Noi siamo giunti in prossimità della stanza 411 mentre dall'ascensore ecco uscire sottobraccio, rumorosamente ridacchianti, Leonard Cohen e Janis Joplin. La porta si chiude all'istante. Ciò che accade lo apprenderemo di lì a qualche anno attraverso Chelsea Hotel #2, canzone che Cohen avrebbe inserito nel suo quarto album NEW SKIN FOR THE OLD CEREMONY e nella quale, dopo aver messo a nudo gli istanti di intimità condivisi, consegnerà agli annali le dirompenti liriche "we are ugly, but we have the music". A Joe il compito di ripercorrere musicalmente quegli istanti. Entriamo e usciamo dalle stanze in rapida successione come se fossimo i legittimi proprietari dell'intero stabile sorto sulla ventitreesima strada. Corriamo noi e corre il tempo. 12 ottobre 1978. Stanza numero 100. Altre due persone. Un letto. Un bagno. E molto sangue. Troppo sangue. Sid Vicious e Nancy Spungen. È omicidio.

Il caos che regna sovrano nell'hotel non aiuta di certo a ricostruire l'accaduto. Sid è arrestato con l'accusa di avere accoltellato la fidanzata. A febbraio dell'anno seguente fa in tempo a scontare la detenzione in carcere poco prima di uscire definitivamente di scena da questo mondo a soli ventuno anni. Due vite spezzate accomunate da un tragico destino. They did it My Way. Per nulla turbato dal clamore della vicenda l'incisore Alpheus Philomen Cole deciderà di mantenere il suo domicilio al Chelsea fino al 1988, respirando vizi (molti) e virtù (artistiche) nei trentacinque anni di permanenza in quel di New York City. Nell'immediato dopoguerra è possibile incontrare addirittura Édith Piaf da queste parti, stanza 103. Alla ricerca di una tranquillità tanto agognata, l'angelo nero della canzone, come la ribattezzò l'amico Jean Cocteau, si illudeva di aver trovato quella normalità dell'esistenza nell'amore per il pugile Marcel Cerdan. Ma non può sapere che si tratta di un amore tragico. Tra il 27 e il 28 ottobre 1949 l'aereo con a bordo il pugile francese in volo per New York si schianta contro una montagna all'altezza delle isole Azzorre. Per la Piaf si spalanca il baratro dell'alcool e della morfina. Faranno seguito due matrimoni e le trionfali esibizioni presso l'Olympia di Parigi. Poi nel 1963 il decesso a causa di una broncopolmonite che ne mina il fisico minuto roso dal cancro. La più grande di tutte, allattata a vino, cresciuta in un bordello, prostituta mancata, regina dei dolori.

E mentre Mauro Ermanno Giovanardi continua a ricevere applausi, questa volta per la sua interpretazione de La Vie En Rose, noi, in attesa di essere raggiunti dal cantante lombardo, ci soffermiamo ancora un poco nei pressi della camera 103 prima di scendere al bar di questo Albergo A Ore, ripercorrendo con altri illuminanti flashback gli ultimi istanti di Édith, su e giù dal palco, ragionando un poco in disparte rispetto alla folla che continua ad animare il Chelsea sulla grandezza e la tragicità che possono risiedere talvolta in una sola persona. Armati di una polaroid decidiamo di cambiare aria per qualche momento e puntiamo diretti in metropolitana a Coney Island, Brooklyn, ad est di Manhattan, dove sulla promenade ci imbattiamo in due ragazzi che camminano mano nella mano, l'oceano da una parte, le luci delle giostre dall'altra. Patti Smith e Robert Mapplethorpe nel pieno dei loro anni sono l'emblema e l'affresco di un'epoca raccontata meticolosamente da Cotto mentre Curallo lo accompagna al piano con una strumentale Because The Night. L'intervento di Giovanardi porta all'esecuzione di una partecipata Dancing Barefoot per sole chitarra e voce, seguita di lì a poco dall'omaggio a Robert Zimmerman con il simpatico duetto "nasale" e a cappella tra l'ex cantante dei La Crus e il giornalista astigiano sull'aria di Mr.Tambourine Man. Proprio uno tra i più celebrati songwriters americani, preso in prestito da un altro avventore del Chelsea Hotel (il poeta beat Dylan Thomas) il proprio cognome d'arte, si aggira per gli spazi della struttura, tutto intento nella stesura di una canzone da dedicare quasi in incognito alla moglie Sara Lownds. Sembra inarrestabile il flusso continuo di coscienza con cui Bob Dylan, dalla stanza 211, scrive, amplia e corregge quella che diventerà Sad-Eyed Lady Of The Lowlands, più di undici minuti di cuore a nudo.
 
Quello stesso flusso di coscienza che animerà decine di canzoni successive fra cui pure Sara, questa volta esplicita dedica in musica alla, nel frattempo, ormai ex signora Zimmerman, nel tentativo di riconquistarla e posteriore solo di qualche anno. Ce la farà nel suo intento? The answer, cari tutti, ce la svela in parte il buon Giovanardi, per l'occasione all'armonica: it is Blowin' In The Wind. Cuore altrettanto affranto, di ritorno alla maison dopo una giornata trascorsa chissà dove, è lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller che per esorcizzare l'ossessione per la ex moglie Marilyn Monroe, morta suicida nel 1962, trova ispirazione dalla sua esperienza personale nella scrittura del dramma Dopo La Caduta, opera teatrale dal forte taglio autobiografico. Un poco a sorpresa Joe si sostituisce alla narrazione attaccando con Il Vino, tra i più grandi successi (mancati) di Piero Ciampi, poeta, cantautore e anarchico livornese già omaggiato con una rilettura proprio di questo stesso brano dai La Crus ai tempi del loro disco d'esordio. È una licenza poetica voluta, s'affretta a comunicare alla platea Massimo Cotto, perché Ciampi, pur non avendo mai abitato a New York né tantomeno al Chelsea, si sarebbe trovato benone con i suoi ospiti; lui spirito libero, chansonnier maledetto e dannato, artista troppo spesso vittima dei fumi dell'alcool, figura eccentrica e tragica, in anticipo rispetto ai tempi e ai costumi italiani. Uomo burbero e litigioso. Emarginato. Spirito affine a quel Dylan Thomas di cui facciamo finalmente diretta conoscenza sull'ingresso della hall mentre, barcollante, si dirige in camera sua, la 205, sei stanze prima della camera di Mr.Zimmerman. Scopriremo il giorno dopo che è reduce dal diciottesimo giro di whiskey, consumato come di consueto presso il White Horse Tavern, all'angolo con l'undicesima strada.

E che dire delle tre visite del dottor Feltenstein nelle ventiquattro ore successive per tentare di rimettere in sesto il poeta ormai ad un passo dal collasso? Collasso che regolarmente si manifesta dopo l'assunzione di morfina prescrittagli dal luminare. All'1:58 del 5 novembre 1953 si cerca il ricovero in ospedale. Dopo quattro giorni di coma la morte arriva per, così scrivono sul referto medico, "insulto al cervello" dopo che tutta la sua vita fu un insulto alla normalità. Basta leggere i componimenti scritti dall'autore gallese per rendersene conto. Attoniti ascoltiamo pure il trepidante racconto del viaggio effettuato da Cotto, ora sedutosi in solitaria sul bordo del palco quasi a volerci rendere partecipi in maniera esclusiva della sua storia personale, in compagnia di Franco Battiato in America qualche anno fa, occasione per fare tappa e prendere temporaneamente una stanza al Chelsea respirando l'aria di questo pezzo di cultura pop. Un'esperienza sviluppatasi tra improbabili individui, opere d'arte esposte nella hall, sogni, odori e ricordi. Ma è la felicità. Quella vera, unica, che così poco spesso ha modo di concretizzarsi nel quotidiano, ma che pur nella sua tragicità ha abitato invece le pareti dell'hotel più vissuto nella storia della musica, le ha arricchite, ne ha garantito fama e notorietà quasi imperitura. Anche oggi che sono subentrati i cinesi, con i dollari, per dare inizio a lavori di ristrutturazione che ne scalfiranno la forma, ma sicuramente non la leggenda.

Sulle note di Chelsea Hotel #2 ecco Giovanardi avvicinarsi all'amico e abbracciarlo fraternamente mentre Matteo Curallo, alle loro spalle, accompagna questi istanti con la chitarra. Un ultimo ricordo è per Stanley Bard
, paziente e scaltro gestore della struttura ricettiva, allontanato dalle sue funzioni nel 2007 e qui menzionato per aver cacciato un solo individuo fra i tanti che probabilmente altrove avrebbero meritato uguale trattamento. Si tratta di Valery Solanas, artista tormentata del New Jersey, dall'infanzia e dall'adolescenza problematiche, la quale, presa dimora in quel di New York nel 1966, entra in contatto con Andy Warhol convinta di venir da lui prodotta per il suo dramma teatrale Up Your Ass. Di fronte al rifiuto del capo della Factory cominciano le aggressioni verbali e fisiche nei suoi riguardi, con appostamenti e minacce talmente gravi da spingere per l'appunto Bard a cacciarla dal Chelsea. È la goccia che fa traboccare il vaso dell'insanità mentale della Solanas che, armata di pistola, attenta alla vita di Warhol riducendolo in fin di vita nel 1968. Mentre il regista della Pop Art subirà un delicato intervento al cuore per evitare la prematura dipartita terrena conservando i postumi dell'attentato negli anni venturi, la Solanas se la caverà in fondo con poco (tre anni) visto che l'artista newyorkese, al momento del successivo processo, non vorrà testimoniare contro la sua assalitrice. Ennesima storia che ha dell'incredibile nel turbinio folle che ha avvolto gli anni migliori e peggiori di una, forse due, stagioni irripetibili. Un'epoca dalle grosse speranze macchiate troppo spesso col sangue in quel crocevia di eventi, in quella fiera dell'accaduto dove tutto era ancora possibile. Come non restarne comunque affascinati a distanza di anni? La chiusura dello spettacolo spetta così alla malinconica Can't Help Falling In Love ideale sintesi delle nostre vite che raccoglie in un unico abbraccio volti, figure, vicende, decadi intere, indimenticabili e passate alla storia. Halleluja.
 
Andrea Barbaglia '12