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mercoledì 20 novembre 2013

LOVES YOU MORE - A TRIBUTE TO ELLIOT SMITH

LOVES YOU MORE - A TRIBUTE TO ELLIOTT SMITH 
AA.VV.
- Niegazowana - 2013
 
Non è ancora chiaro cosa accadde il 21 ottobre di dieci anni fa nel quartiere di Echo Park a Los Angeles. Ma soprattutto non sarà mai completamente acclarato il perché tutto ciò avvenne nella sua tragica e ineluttabile realtà. L'unica cosa certa è che all'improvviso il mondo venne privato di uno dei suoi tanti figli capaci con poche pennellate sonore di farci intravedere ampi squarci di una felicità così apparentemente lontana anche dalle sue consuetudini che lascia sgomenti. Elliott Smith was dead. Chi avrebbe mai pensato che quel biondino ossigenato dall'infanzia tormentata, così tanto somigliante al primo Thom York ai tempi degli Heatmiser avrebbe poi saputo condurci per mano per circa un decennio con le sue ballate acustiche e i maturi afflati folk, respiri di più profonde sofferenze interiori? Socievole, ma riservato, da sempre amante dei misteri della psiche e delle miserie umane, Smith avrebbe conosciuto la luccicante notorietà e l'oscuro contraltare imposto dal successo prima di cadere nella spirale di psicofarmaci e alcool che gli avrebbe indicato una violenta via di fuga, drastica e senza ritorno. Non è la prima volta che il canzoniere dell'artista americano viene rivisitato da altri musicisti; gli ultimi esempi in ordine di tempo furono l'omaggio della sua città adottiva Portland che si concretizzò con il discreto TO: ELLIOTT / FROM PORTLAND e, un anno dopo, COMING UP ROSES: SACRAMENTO REMEMBERS ELLIOTT SMITH, direttamente dalla West Coast. Oggi, su spinta di Davide Lasala dei Vanillina, presenti con la celeberrima Miss Misery che rivelò Elliott alle masse, è il turno, un po' a sorpresa, dell'Italia che con LOVES YOU MORE mostra diversi aspetti della sfaccettata personalità di Smith attraverso un altrettanto variegato dispiegamento di musicisti. Accanto a episodi che sostanzialmente cristallizzano le emozioni prodotte dalle versioni originali (i Dilaila alle prese con la postuma Little One, Somebody That I Used To Know proposta da Nicolas Falcon, Roberto Dell'Era e il Waltz #2) si materializzano rivisitazioni personalissime in grado di dare nuova linfa vitale al tutto. E se The White Lady Loves You More nelle mani di Marco Fasolo e dei suoi Jennifer Gentle è esperienza dell'altro mondo mentre Needle In The Hay non perde un grammo della sua urgenza emotiva con Black Black Baobab e Roberta Sammarelli, sono lo scandalo emotivo de IlVocifero (Waltz #1), la danza macabra per piano, violoncello e voce  di Eva Poles (Figure 8) e la sospensione minacciosa evocata dai Dennis Di Tuono (Placeholder) a raccogliere i frutti più buoni. Ad alzare i volumi intervengono poi Edda con l'afterhoursiana Angeles, nella sua intelligente riscrittura testuale italiana (unico caso in tutto il cd), e la brillante Say Yes dei Labradors, perfetta macchiana da guerra alternative scheggiata di punk come neanche i migliori Foo Fighters. Spettrale la viscerale Between The Bars con Mr Henry, al secolo Enrico Mangione, intento a scarnificare fino all'osso il blues percussivo del brano originariamente contenuto nell'imprescindibile EITHER/OR. Dopo aver lasciato Emil in collaborazione con I Cani Giganti virare elettronicamente Bottle Up On The Explode! annotiamo una grande prova pure in casa Kalweit: Georgeanne con i suoi Spokes rilascia un commiato 2.0 attraverso il pop sensuale di A Fond Farewell che promette lontani richiami d'oceano. Ultimi, ma non ultimi i C+C=Maxigross approntano una corale Son Of Sam in pieno clima Seventies con tanto di intro arpeggiato prog folk. Non sbagliano gli amici di Niegazowana quando affermano che qui "ci sono affetti, condivisione, sudore e la volontà di catturare ogni singolo attimo e renderlo unico, registrando prevalentemente in presa diretta su nastro magnetico, lasciando il computer spento in un angolo della stanza"; questo fu del resto lo stesso approccio usato in tutti i suoi dischi da Elliott Smith. Anima fragile, genio ribelle. Si fece artista e venne ad abitare in mezzo a noi.

giovedì 3 ottobre 2013

MULCH

MULCH
Kalweit and the Spokes
- IRMA Records - 2013

È un disco dai forti sapori autobiografici questo MULCH, secondo album per il progetto sonoro capitanato da Georgeanne Kalweit, americana di Minneapolis trapiantata nel Salento dopo gli anni milanesi al fianco dei Delta V con cui assaporò un buon successo di massa nella prima metà degli anni '00. Orfano già da qualche tempo di Leziero Rescigno, ma galvanizzato dall'ingresso in formazione di Mauro Sansone, batterista per Cesare Malfatti e Giuliano Dottori, il trio che ha in Giovanni Calella un vero e proprio asso nella manica, capitalizza l'esperienza del precedente AROUND THE EDGES affiancando al classico connubio chitarra-basso-batteria costruzioni elettroniche che ben si sposano con la visionarietà fascinosa dei testi, come sempre appannaggio di Georgeanne. È uno sguardo sul presente che non dimentica le origini, quel terreno fertile, quell'humus da cui tutto ha avuto inizio. Sono le radici d'Oltreoceano, mai dimenticate in questi vent'anni e più di Italia nonostante l'inevitabile scorrere del tempo che, lungi dal modificarle in maniera sostanziale, avanza tuttavia inesorabile, muto testimone di vite ed esperienze. Così anche se non più la bambina di una volta, la cui immagine appare comunque nella foto di copertina intenta a giocare con del muschio accanto ad una delle sue sorelline, la sensuale artista italo-americana fa il punto della situazione servendosi di tanti piccoli racconti popolati da personaggi reali e immaginari che sono la sua cifra stilistica, bagaglio cantautorale impossibile da scordare. Così la percussività di Kate And Joan svela poco a poco una quotidianità cristallizzata dall'evocativa voce della Kalweit, a suo agio con le soluzioni sintetiche, ma ugualmente asciutte che Calella innesta qui e nella solitudine specchiata di Liquor Lyles, canzone dal nervoso vibe new wave capace di usufruire di una vincente resa pop non troppo lontana dai migliori Shivaree che la candida a futuro singolo. Si viaggia a ritmo di Garbage tra le incomprensioni affettive di No Need e le memorie sospese di Appliances, folk rock alternativo, desertico e circolare, di forte impatto. Murky Stuff a sua volta è country rock sbruffone, nero, da saloon, trasfigurato sinuosamente da soluzioni elettroniche che spariscono (quasi) completamente nel sarcastico omaggio alla bambola più famosa al mondo, protagonista suo malgrado in Barbie Bit The Dust, altro episodio che meriterebbe maggiore esposizione mediatica, dall'attitudine punkeggiante e iconicamente metropolitana. Le divagazioni strumentali di Pea Green Sky confluiscono rapidamente nell'ansiogena ripetitività crepitante di Hank's Hour fino a trovare degno contraltare sonoro nel decadente recitativo che connota l'oscura Wetutanka e traendo forza tanto dalle partiture per violino affidate a Eloisa Manera quanto in quelle dedicate al clarinetto basso suonato da Nicola Masciullo. Calella si ritaglia un ruolo da protagonista nell'ampio finale strumentale di Pull The Drapes, altrimenti esercizio di stile per la voce di Georgeanne, e reinventa, affiancato dallo Gnu Quartet, un vecchio brano scritto anni fa con Rescigno. Fifth Daughter, orchestrale e cinematografica com'è in questa nuova veste, funge da ottima chiusura musicale su cui scorrono i titoli di coda di questo secondo lavoro discografico dato alle stampe dal trio italo-americano. Non c'è alternativa ai pensieri intimi e inespressi che la mente partorisce e lascia sedimentare in noi lungo gli anni della nostra esistenza. Solo suggestioni che ritornano tra melodia e moderata sperimentazione. Per capire, leggendo fra le righe, dove stiamo andando.