La cannibalistica intro Primal//Carnal degna di un horror di prima categoria è forse l'evento meno disturbante del qui presente parto della dolce Miss Chelsea. Già la copertina mette in guardia rispetto a quanto proposto da questa giovane musicista proveniente dalla West Coast: chi ha detto infatti che la California è solamente la patria del surf, del sole e del relax più disimpegnato? Mer è la risposta al contrario più chiara per la domanda appena formulata: resa inquietante dalla voce spettrale della sua interprete, in sottofondo pare di sentire e addirittura veder fluttuare, spiriti e anime in pena, tenute flebilmente a bada dalla musica scaturita dalla backing band che la Wolfe utilizza e che vede nella sorpresa Ben Chisholm alle tastiere un ottimo elemento. L'incedere doom della successiva Tracks (Tall Bodies) è leggermente mitigato dalla sua voce eterea e tuttavia sempre ultraterrena che affascina l'ascoltatore insieme alla sua immagine, lei, luciferina Tori Amos e novella Diamanda Galas di questo freddo inverno. Parimenti a Friedrichshain, Demons è il pezzo più rock a trovar spazio su questa release, ma una volta ancora la voce effettata e registrata bassa nel mix regala gli ennesimi brividi lungo la schiena mentre tentiamo di seminare i demoni che rapidi si sono posti al nostro inseguimento. Non c'è tregua: The Wasteland è un altro incubo ad occhi aperti con voci spettrali ad infestare l'altrimenti già di per sé gotica canzone. Moses è una supplica, forse una richiesta d'aiuto, ma desolatamente funebre; Pale On Pale è una drammatica descrizione di morte incombente con urla lancinanti e suoni metallici prima del silenzio definitivo. C'è spazio anche per la strumentale To The Forest, Towards The Sea prima del requiem finale di Movie Screen. Qui Chelsea ci ammonisce ripetutamente, consigliandoci quasi fosse un mantra pagano di non attraversare più quella linea di confine delle nostri menti, anche se ormai siamo consapevoli di come le immagini e l'esperienza vissuta fin qua non potranno cancellarsi mai più nella nostra anima e nella nostra psiche. Almeno fino all'arrivo dell'Apocalisse. Lasciate ogni speranza o voi che entrate.
domenica 26 dicembre 2010
La cannibalistica intro Primal//Carnal degna di un horror di prima categoria è forse l'evento meno disturbante del qui presente parto della dolce Miss Chelsea. Già la copertina mette in guardia rispetto a quanto proposto da questa giovane musicista proveniente dalla West Coast: chi ha detto infatti che la California è solamente la patria del surf, del sole e del relax più disimpegnato? Mer è la risposta al contrario più chiara per la domanda appena formulata: resa inquietante dalla voce spettrale della sua interprete, in sottofondo pare di sentire e addirittura veder fluttuare, spiriti e anime in pena, tenute flebilmente a bada dalla musica scaturita dalla backing band che la Wolfe utilizza e che vede nella sorpresa Ben Chisholm alle tastiere un ottimo elemento. L'incedere doom della successiva Tracks (Tall Bodies) è leggermente mitigato dalla sua voce eterea e tuttavia sempre ultraterrena che affascina l'ascoltatore insieme alla sua immagine, lei, luciferina Tori Amos e novella Diamanda Galas di questo freddo inverno. Parimenti a Friedrichshain, Demons è il pezzo più rock a trovar spazio su questa release, ma una volta ancora la voce effettata e registrata bassa nel mix regala gli ennesimi brividi lungo la schiena mentre tentiamo di seminare i demoni che rapidi si sono posti al nostro inseguimento. Non c'è tregua: The Wasteland è un altro incubo ad occhi aperti con voci spettrali ad infestare l'altrimenti già di per sé gotica canzone. Moses è una supplica, forse una richiesta d'aiuto, ma desolatamente funebre; Pale On Pale è una drammatica descrizione di morte incombente con urla lancinanti e suoni metallici prima del silenzio definitivo. C'è spazio anche per la strumentale To The Forest, Towards The Sea prima del requiem finale di Movie Screen. Qui Chelsea ci ammonisce ripetutamente, consigliandoci quasi fosse un mantra pagano di non attraversare più quella linea di confine delle nostri menti, anche se ormai siamo consapevoli di come le immagini e l'esperienza vissuta fin qua non potranno cancellarsi mai più nella nostra anima e nella nostra psiche. Almeno fino all'arrivo dell'Apocalisse. Lasciate ogni speranza o voi che entrate.
mercoledì 22 dicembre 2010
- 316 RECORDS - 2000
martedì 21 dicembre 2010
A quattro anni dal debutto STOP TALKING e a tre dal remix album DEAD TAPES ecco tornare il duo belga dei Soldout, nuovi alfieri dell'electrofunk europeo. La scoperta del dinamico duo composto dalla scapestrata Charlotte Maison e dal casinista David Baboulis ha portato con sé la considerazione di come sia davvero possibile al giorno d'oggi aver le carte assolutamente in regola per competere a livello mondiale con chiunque anche senza stupire con effetti particolarmente speciali. La sequenza di canzoni presenti sul platter è poi talmente crossover nel suo genere indie che potrebbe appassionare tanto gli amanti dell'elettronica quanto i meno puristi tra i rockettari. Fautori di una miscela esplosiva a base di synth-pop e armati di carica punk la vocalist belga e il suo compagno di machines riescono a lanciarci nel vortice della danza con una manciata di pezzi acidi quali Build It Up/Knock It Down e Mysteries oppure semplicemente eseguendo la strumentale Midnight Express. Il singolo è The Cut, ritmatissimo e sufficiente sboccato per farsi notare fin da subito anche grazie all'affascinante voce di Charlotte che ricorda da vicino quella di Shirley Manson seppur più aggressivamente indolente. La similitudine col timbro della vocalist dei Garbage è anche più evidente in Come On (Part.1), punkettona e quasi jungle, in netto contrasto con la sua gemella Come On (Part.2), più sognante e canonica. Le linee di The Box sono assolutamente punk e non ci saremmo stupiti di ascoltarle su un qualsiasi album dei più sponsorizzati The Kills se solo il duo americano avesse deciso di pigiare il tasto dell'electro. Eppure VV e Hotel non hanno nulla da temere: i Soldout mantengono infatti un loro stile coerente e riconoscibilissimo giacché elaborato secondo i propri gusti come già nell'opener The Call. A dimostrazione di ciò valgano i remix usciti successivamente per questo e il precedente album in studio.
giovedì 16 dicembre 2010
Non si è mai stati grandi fan del trio di Bergamo da queste parti, anzi l'uscita di VERDENA, ma soprattutto quella del loro primo singolo Valvonauta nel lontano 1999 aveva lasciato pressoché indifferenti nonostante, o forse proprio a causa di, la sua continua heavy rotation sui canali musicali di allora. Ma il tempo è galantuomo e spesso ripaga con gli interessi le cocenti delusioni se non gli errori di sbaglio che possiamo subire oppure commettere. Non che l'allora attesissimo SOLO UN GRANDE SASSO (2001) prima e il già più a fuoco IL SUICIDIO DEL SAMURAI dopo (2004) siano stati ulteriori buchi nell'acqua, anzi!? Epppure è solo con REQUIEM che i fratelli Ferrari e la bassista Roberta Sammarelli sembrano aver definitivamente trovato la quadratura del cerchio e aperto una nuova, decisiva e più matura pagina all'interno del loro percorso musicale. La scelta di Muori Delay come singolo apripista ha il pregio di compattare fin dal riff iniziale rockers, alternativi, orfani del grunge e hipster della domenica intorno alla gloriosa e storica bandiera del Rock, con una semplicità raramente sentita prima. La sorpresa tuttavia è la leggerezza con cui anche i brani a tutta prima più complessi e articolati, da sempre cifra stilistica dei Nostri insieme agli arzigogolati e onirici testi di Alberto, si fanno apprezzare: su tutti è Il Gulliver ad impressionare per la scorrevolezza nonostante i pachidermici 12 minuti scarsi di durata e i preventivabili cambi di tempo ed atmosfera! Il fulmineo intro citazionistico di Rock'n'Roll della premiata ditta Page/Plant è solamente il viatico migliore per lo sfogo sonoro al quale di lì a poco i tre ragazzi, accompagnati dal già ex Fidel Fogaroli al rhodes, si abbandonano per realizzare la loro summa creativa di sempre. Senza sbagliare colpo. Mai. Si vada pure a random: Isacco Nucleare, la delicata Trovami Un Modo Semplice Per Uscirne, l'inarrestabile carrarmato rock di Don Calisto, la transoceanica e ondosa Caños, la sferragliante Non Prendere L'Acme, Eugenio, il vortice stoner-grunge de Il Caos Strisciante, Angie...tutti episodi essenziali ed esaltanti, ognuno secondo le proprie peculiarità, introdotti spesso e volentieri da brevi frammenti sonori (Faro, Aha, Martin in The Sky, Opanopono). E che dire dell'ennesima cavalcata vintage di Sotto Prescrizione del Dottor Huxley? Capolavoro. Amen.
venerdì 10 dicembre 2010
mercoledì 8 dicembre 2010
- CLINIC live @ Live Forum -
Assago (MI)
In tour coi Clinic. Ammetto che fino ad una settimana fa di questa band inglese avevo forse letto il nome da qualche parte, ma non avevo mai ascoltato nulla. Eppure sono attivi da più di dieci anni e hanno nel loro carnet, oltre ad una manciata di Ep, ben sette album, l'ultimo dei quali, BUBBLEGUM, è il motivo di questa loro calata italica di inizio dicembre.
Rapido cambio di palco ed ecco entrare in scena quattro loschi figuri con mantellina guatemalteca (!!), cuffia e mascherina chirurgica: benvenuti in Clinic-a! Si parte senza dire una parola con Bubblegum, omonimo brano d'apertura del nuovo cd uscito ad ottobre e secondo singolo in programmazione, che col suo wah-wah ad opera del sempre schivo Jonathan Hartley alla chitarra, è proprio il caso di dirlo, ti si appiccica in testa e non ti lascia più. Ancora novità con Lion Tamer e la zuccherosa Milk & Honey che, per una serie di assonanze, a me nel finale fa canticchiare "vorrei cantare insieme a voi in magica armonia", inframezzate dalla più nota Memories, utile per farci iniziare a battere il piedino a tempo: buon segno! Welcome è un altro esempio di ottimo art rock del quartetto proveniente da Liverpool e introdotto dalla melodica, o dinamica che dir si voglia, suonata dal singer Ade Blackburn e marchio di fabbrica del clinic-sound.
Ciò che poi colpisce a questo punto della serata è come, a differenza dell'apparente staticità degli altri tre e soprattutto del pubblico davanti a lui, il buon Brian Campbell, pur mantenendo la posizione e senza mai distogliere lo sguardo dai presenti, continui imperterrito a ondeggiare su se stesso e a seguire col corpo le vibrazioni di ogni singolo pezzo suonato dal suo basso: grande!
Ancora due brani targati 2010: Baby e la b-side Gentle Lady non sfigurano nell'alternanza con la decisamente più datata (1998) e punkeggiante Monkey On Your Back, durante la quale Blackburn schitarra con la sua SG mentre Hartley opera in "sala tastiere", e la festante T.K.. Da VISITATIONS viene estratta la sola Harvest (Within You) con il suo incedere tribale esercitato dal quadrato drumming di Carl Turney e dalle tastierine suonate questa volta da Ade. Inutile dire che se Hartley riconquista il "buio della ribalta" e se ne ritorna nella penombra macinando accordi nervosi, Brian si dimena da par suo sul fianco destro del palco manco fossimo, due piani sopra, ad un concerto dei Subsonica, tanto per far un nome a caso. Fantastica l'onirica Distortions, priva di chitarre e così intensa da aver catturato l'attenzione degli Arcade Fire in sede live, ma che pure non sfigurerebbe nell'album dei migliori Radiohead o dei migliori Coldplay; poi ancora strepitoso art punk con la storica I.P.C. Subeditors Dictate Our Youth e nuovamente spazio all'ultimo album con Evelyn.
La tiratissima Shopping Bag, ancora DO IT!, è il preludio a Infernal Wrangler che con Orangutan si segnala come atto conclusivo di questa prima parte di live. I quattro a questo punto scendono dal palco per la (non) concordata pausa pre-bis, ma, non si sa per quale motivo, viene già diffusa la musica di fine serata!?!
Attimi di stupore tra i paganti, e forse pure dietro alle quinte, quand'ecco che i chirurghi tornano per altri tre brani: Porno, The Return Of Evil Bill e la fortunata Walking With Thee.
Soddisfatti per questo ottimo live decidiamo di fermarci per un drink, quando ecco che un energumeno in abiti civili, da sopra il palco ci lancia un amichevole "cheers!": è Brian, che smessi i panni di chirurgo guatemalteco sta smontando il palco e riponendo i suoi strumenti nelle custodie. Quattro inaspettate chiacchiere con la band al completo diventano così la promessa di seguirli nuovamente in una loro prossima tappa qui in Italy.
Where? When? Ieri erano a Roma, domani saranno a Bologna e sabato in Liguria: ehh, davvero troppo lontano, purtroppo.
Detto, fatto: due giorni dopo quando entriamo al Virgola di Sestri Levante, mentre sul palco gli Antigone stanno concludendo il loro set, veniamo accolti da un ormai familiare "Cheers!"
Visto? Promessa mantenuta!
Andrea Barbaglia '10
venerdì 3 dicembre 2010
giovedì 2 dicembre 2010
sabato 27 novembre 2010
La fresca calata sold-out di una settimana fa all'Alcatraz di Milano, dopo la riuscita tappa estiva in quel di Maiano, è l'ottimo pretesto per parlare di questo cd+dvd uscito a fine ottobre e immortalante l'attuale performance del carrozzone grand guignolesco che Mr.Cooper sta portando in tutto il mondo da più di un anno a questa parte. Registrato presso lo storico Hammersmith di Londra, il live è la perfetta miscela di pezzi nuovi (Vengeance Is Mine), piacevoli sorprese (Nurse Rozetta), grandi classici (I'm Eighteen, Welcome To My Nightmare, Poison), tutti funzionali allo spettacolo che va in scena: le morti di Alice Cooper! Sì, questa volta la trama partorita dallo stesso Vincent Fournier con la complicità di Rob Roth e Shep Gordon prevede che Alice Cooper muoia più volte sul palco per poi risorgere nuovamente dalle sue stesse ceneri e compiere altri crimini. Alcuni brani del cd sono purtroppo leggermente editati per esigenze tecniche, in modo tale da condensare la performance audio su di un solo disco, dunque il consiglio è di focalizzare l'attenzione sul dvd per godere non solo visivamente, ma anche musicalmente lo show nella sua interezza.
http://www.sickthingsuk.co.uk/
giovedì 25 novembre 2010
Cologno Monzese (MI)
Purtroppo l'attacco de La Dimensione, ariosa canzone del precedente ALLO SPECCHIO, non è dei migliori visto il microfono ancora chiuso di Danilo che tuttavia continua a cantare imperterrito, sicuro della professionalità dei tecnici in studio affiancati per l'occasione dallo storico Atos Travaglini. È subito tempo di omaggio,"a un grande, al grande Edo": la sempre attuale L'Isola Che Non C'è è la prescelta per scaldare il pubblico che già è partecipe e tiene il tempo con le mani nella successiva Lo Specchio Ti Riflette, brano "richiamato" dai cori dei presenti per essere ripreso almeno una volta dopo la canonica chiusura. La tastiera di Carletti e il violino di Sergio Reggioli, oggi per la verità spesso all'acustica, acconsentono e Danilo sa come esaudire la richiesta formulata. La voce dell'amico "speciale" Zucchero fa capolino sulla base registrata nel finale de Hey Man, brano scritto nel lontano 1987 dal musicista di Roncocesi a quattro mani con Gino Paoli e scelto oggi dai Nomadi per promuovere il loro cd in qualità di primo singolo. Buona la prestazione di Cico Falzone nei riff e nelle inserzioni di chitarra che lo costellano. Che poi sia sempre difficile per una band con quasi cinquant'anni di carriera alle spalle scegliere all'interno del vasto repertorio le canzoni da proporre in un breve showcase come quello odierno è comprensibile, ma con Io Voglio Vivere si va sempre sul sicuro!
Tutti si alzano in piedi e tra canti a squarciagola, applausi e salti, partecipano attivi alla sua realizzazione (vero, rispetto ad un live classico mancano i coriandoli...per fortuna!?!) incitati dallo stesso Sacco che, ricordandoci di come vox populi sia vox Dei, non ha difficoltà a riprendere due volte la canzone concludendola davvero bello carico e supportato dall'ottima band che su brani rodati come questo gira davvero a mille, con o senza pilota automatico. Ma ci sono tempi televisivi e radiofonici da rispettare perciò mettiamo da parte la voglia di riprenderla una terza volta e ci troviamo in pochi istanti a cantare l'altrettanto nota Dove Si Va, con ancora Falzone impegnato a tener calda la sua chitarra. La chicca della serata è comunque Due Re Senza Corona, fantastico brano inspiegabilmente tenuto fuori dalla tracklist di ALLO SPECCHIO per questioni, sbagliate dico io, di marketing e inserita solo ora nell'ultimo cd dopo un primo ripescaggio sulla piattaforma di iTunes. Aggressivo il basso di Massimo Vecchi, infernale il violino di Reggioli, a Cico, Beppe e Daniele Campani non resta altro che corroborare il tutto amalgamandosi alla possente voce di Sacco: grandi!!mercoledì 24 novembre 2010
lunedì 22 novembre 2010
A volte ritornano. O forse, forse non se ne sono mai andate via completamente. Le parole, quelle parole sedimentate in tutti noi che abbiamo nelle nostre discoteche LUNGO I BORDI , DA QUI e CLUB PRIVÉ e in quanti, i più fortunati, hanno avuto l'accortezza e la lungimiranza di tenersi stretto fin dalla prima ora STANZE; ebbene, le parole non si sono mai totalmente esaurite in questi anni di apparente silenzio discografico dei Nostri. Come suonano dunque Emidio, Egle e Vittoria alla fine del primo decennio del nuovo millennio? Ancora a volume massimo, senza dubbio alcuno. E scelgono di omaggiare il mentore Fausto Rossi in Fausto, appassionato sfogo sonico, affilato come le chitarre dell'insostituibile Sommacal e della new entry Stefano Pilia che lo sorreggono, mentre l'incedere di Robert Lowell, con la sua narrazione autobiografica, prende a nume tutelare lo stesso padre della poesia confessionale americana. Equilibrio è la parola che meglio descrive questo nuovo capitolo della band. Equilibrio sonoro e testuale. Con molteplici dettagli e un'urgenza d'esserci, hic et nunc, forse mai così accentuata e sentita da queste parti. Via Vasco De Gama, che non sfigurerebbe in un disco de Il Teatro Degli Orrori, La Bellezza Violata con il sorriso che sapeva di terra bagnata, Le Nostre Ore Contate e le cattive abitudini quasi sempre appagate, sono lì a dimostrarlo. Litio poi è una corsa contro il tempo in cui il susseguirsi delle storie raccontate si pareggia con la quadratura macina-riff della musica in questi giorni inquieti. Mi Piacerebbe Ogni Tanto Averti Qui una richiesta intima e una riflessione dilatata, tanto immanente quanto senza tempo. Chissà cosa succederà a ciascuno di noi quando verrà esaudita. Ora godiamoci quanto il nostro futuro ormai passato ci ha concesso senza aver fretta di andarcene. Al resto penseremo poi, passeggiando assorti nei nostri ragionamenti per le strade di Coney Island.
Preziosissimo e complementare è infine il meraviglioso dvd allegato nel packaging che, oltre a condurci tra tende, sabbia, dune, dromedari e studi di registrazione per raccontarci genesi e sviluppo dell'album, ci regala altre quattro gemme grezze (If We Run.., Ain't No Grave, Bogolon Blue e la cover di Reverend Gary Davis The Angel's Message To Me già precedentemente affrontata da Brokaw in duo con Geoff Farina)direttamente dal deserto per quello che è uno spaccato di vita reale, senza alcun tipo di mediazione o filtro promozionale. Lasciatevi stupire, cari Imidiwan.
martedì 16 novembre 2010
domenica 14 novembre 2010
L'occasione è ghiotta: Enrico Gabrielli, Xabier Iriondo e Matteo Pennese live, tutti insieme appassionatamente per una data speciale al Sound Metak, il negozio di strumenti musicali sperimentali e d'avanguardia aperto nel 2005 e gestito da Xabier Iriondo qualche tempo dopo la sua fuoriuscita dagli Afterhours, a cavallo dell'immediata sua avventura in decine di progetti estremi e minimali.
Il primo ad apparire in scena con abiti adeguati è Der Maurer Gabrielli che spiega cosa ascolteremo questa sera. Noi reduci da Siena sappiamo già a cosa andremo incontro, ma per la maggioranza dei presenti un'introduzione è quantomeno doverosa. Premesso che nessuna velleità massonica ha a che fare col progetto, Enrico ci racconta di come sia stato naturale scegliere lo pseudonimo Der Maurer considerandolo innanzitutto un tributo al mestiere di muratore svolto da suo padre e suo nonno, e, seconda di poi, perfetta spiegazione del suo stesso progetto discografico, quel DER MAURER VOL.1 in cui le sovraincisioni usate per realizzare gli stratificati pezzi d'Avanguardia presenti altro non sono che i mattoni stessi del disco.
Si parte con un brano di Igor' Stravinskij del 1923 e intitolato Tre Pezzi Per Clarinetto Solo, composto, sempre per restare in ambito di arte e pittura, da tre piccole miniature corrispondenti ai tre diversi registri che lo strumento esprime, facendo emergere la vena nostalgica dei toni gravi nel primo pezzo, l'inesausta tensione ritmica degli acuti nel secondo e le arditezze melodiche del terzo.
Il balzo temporale in avanti ci porta in America a metà degli anni '80, nel 1985 per la precisione, e ci introduce attraverso le parole di Enrico la figura di Steve Reich, fondamentale compositore newyorkese di origine ebrea. I dieci minuti e più della sua New York Counterpoint, composizione scritta per undici clarinetti di cui dieci sovraincisi precedentemente, sono il brano per antonomasia rispetto all'idea iniziale di Gabrielli e noi, inconsapevoli discepoli di John Cage per cui se un brano non ti interessa dopo quattro minuti è opportuno ascoltarlo per otto, sedici, trentadue e così via fino a quando il brano non interesserà davvero, abbiamo fatto l'orecchio nei mesi estivi proprio su questo pezzo minimalista per cui, seppur nella sua complessità, ci sembra di ascoltare il "singolone" di un cd in vetta alle classifiche internazionali.

Anche il terzo brano proposto è qualcosa per noi di già ascoltato, e in parte metabolizzato, nel live toscano. Sempre di Reich viene infatti eseguito Clapping Music, quattro minuti in cui Gabrielli non utilizza alcuno strumento al di fuori del battito delle proprie mani, introdotto dalla voce del seminale Cage che ci ricorda la sua teoria sull'ascolto ("..in Zen they say if something is foreign after 2 minutes try it for 4. If it's still boring try it for 8,16,32 and so on"). A questo punto Enrico, con il suono percussivo delle mani, comincia a doppiare e ad ampliare lo spettro acustico prodotto dai suoi stessi arti superiori, precedentemente sovrainciso e registrato al computer. Una performance simile, senza l'uso del pc, aveva visto a suo tempo protagonisti lo stesso musicista toscano coadiuvato dagli Afterhours al gran completo nell'ultima data del loro tour estivo con tanto di prova generale pomeridiana. Il pubblico, in religioso silenzio lungo tutta l'esecuzione, si scioglie poi nel meritato applauso al termine di questa primo live di giornata.
Un rapidissimo cambio di posto, visto che il set è già allestito, ed è il turno del co-headliner della serata. Xabier Iriondo prende posizione su uno sgabellino e inizia ad armeggiare al suo mahai metak mentre Matteo Pennese, accomodandosi dietro ad un portatile, imbocca la cornetta con cui si appresta a colorare l'Improvvisazione che scaturirà dall'alchimia con Gabrielli, di nuovo al centro della scena con il suo clarinetto.
Il la vien dato dai live electronics azionati da Pennese, con Iriondo che asseconda i suoni elaborati dall'Apple e le prime inserzioni provenienti dallo strumento a fiato del compositore veronese. È musica d'atmosfera, quasi ambient-rumorista se mi è concesso il termine, quella che si diffonde nello spazio intorno e gli stessi suoni di clacson, le stesse voci dei passanti, i rumori delle saracinesche abbassate provenienti dalla piazza adiacente, seppur occasionali, paiono susseguirsi secondo trame prestabilite. Gli occhi iniziano successivamente a posarsi sulle mani del "padrone di casa" che inizia ad armeggiare tra archetti di violino, bastoncini, spugne, corde e biglie per ottenere impensabili suoni da inusuali oggetti.
Nella composizione sonora interviene anche Gabrielli con misurati filler di clarinetto, ma è sempre il mahai metak a indirizzare tutta la nostra attenzione: i suoni ora grevi, ora nebulosi, ora inquietanti che quest'oggetto di legno ed elettronica produce ci lascia a volte interdetti e spesso sospesi, in attesa di quelli successivi. Con tempi assolutamente dilatati per gli anni frenetici in cui viviamo, il semplice scorrere di alcune biglie sulle corde dello strumento risulta ipnotizzante, mentre i suoni e le vibrazioni tonanti prodotti dallo stesso attraverso quel che pare somigliare ad un comune batticarne (!!) sembrano annunciare la furia di Zeus o di qualche altra divinità greco-latina. Ci sono la pioggia, il vento, la bufera. Tutto si concentra poi si sviluppa. Tutto nasce e un istante dopo già muore. Poi rinasce. E svanisce di nuovo. Per tornare. E scomparire ancora. Così, all'infinito. Nel vuoto.
Altrove si sarebbe parlato di catarsi; qua si parla di rivelazione.
Andrea Barbaglia '10
n.b.: il seguente post è visibile pure a questi indirizzi: http://www.facebook.com/trovarobatofan#!/trovarobatofan?v=wall http://www.facebook.com/enricogabriellifans
mercoledì 10 novembre 2010
domenica 7 novembre 2010
"Rivisiteremo i nostri due album con una strumentazione monocratica, portando sul palco esclusivamente tastiere Casio principalmente primigenie, lasciando a casa chitarre, basso, piano e quant'altro di solito ci accompagna." Così Enrico Fontanelli, solitamente basso, moog prodigy, casiotone, premeditazioni grafiche e pensiero debole, Daniele Carretti, solitamente chitarre, basso, mutuo quinquennale, e Max Collini, voce, testi, ideologia a bassa intensità, proclamavano sul proprio sito la nascita del tour intrapreso nel novembre 2010 per supportare il suddetto Ep autoprodotto. Lunari, freddi, algidi. Questi i territori entro cui si muove la navicella OfflagaDiscoPax col qui presente dischetto di soli 6 brani composito. Alla base del progetto c'è la volontà di destrutturare una manciata di canzoni provenienti dai cd fino ad ora pubblicati (due da SOCIALISMO TASCABILE, quattro da BACHELITE) per renderli fruibili in una veste più minimalista. Ciò nonostante la forza iconoclasta che già animava Robespierre non è smarrita, anzi viene rafforzata dai toni gelidi dei mezzi usati e mentre ci muoviamo nei mondi ovattati di Ventrale e Fermo!, Collini declama le sue liriche quasi stessimo fluttuando nello spazio, sospesi tra gli astri celesti della galassia. Perfetta colonna sonora per chi da bimbo giocò coi mattoncini Lego, forse uno dei giochi più proletari di sempre, più specificatamente nella sua declinazione LegoSpazio, il Casio-esperimento produce risultati inaspettati, sempre positivi. Del resto la materia trattata pulsa di vita, come un quasar; è il caso di Lungimiranza, recita di un piccolo mondo antico che la globalizzazione in parte ha fagocitato e mai più restituito, e in parte accentuato.
venerdì 5 novembre 2010
C'è un buco nel mio polmone! C'è un buco nel mio polmo-o-o-ne!! Senti le grida di questo vecchio cuore nero che urla dalla sua cavità? Le senti? Sì? Allora c'è solo una cosa da fare: andare! Andare e riempire questo buco dell'anima che forse non sanguina nemmeno più perché il nostro, di cuore nero, è diventato negli anni un grumo informe, insensibile al caos che ci gira intorno. Ma non è ancora insensibile a tutto. Romagnano Sesia è quasi una fermata di metropolitana rispetto a Milano, paese di provincia che vive a due passi dalla metropoli: i NoGuru ci sono già stati in altre vite separate e ora ci tornano insieme, con un nuovo compagno di viaggio.
Bruno Romani è pure il primo componente che vediamo all'interno del locale; vaga per i fatti suoi, stretto nel suo perfetto completo grigio, così lontano dalle nevrosi e dai suoni distorti della band con cui salirà di lì a poco sul palco. Xabier Iriondo è inconfondibile, sia sul palco, qualunque progetto stia accompagnando, sia nella sua veste di padre, e in compagnia di Valentina si prende così cura della sua piccola. Andrea Scaglia sta completando la scaletta e pare ripassare mentalmente più volte le parti vocali, rimuginando tra sé e sé brandelli di testo e poesia. Tribalex e il Briegel sono i più ciarlieri e si fermano a parlare spesso con i presenti che si sono avventurati a sentirli questa sera. Pochi per la verità, davvero pochi. Eppure questi pochi potranno dire: noi c'eravamo!
E c'eravamo quando viene dato Fuoco Ai Pescecani!! Come un fulmine a ciel sereno l'attacco del concerto è affidato al primo singolo dell'album e mentre anche noi ci ritroviamo in quella strana condizione, e ci aspettiamo che da un momento all'altro compaia il clown ghignante che turba gli incubi dei NoGuru, è già l'ora di Amore Mutuo, forse il brano più "melodico" dell'intera serata. Qualcuno per non avere il futuro rimorso di vivere con l'impressione di perdere l'occasione si mette lontano dalle luci blu e doppia la voce di Scaglia. Suoni spaziali escono dalla chitarra di Iriondo e il basso di Briegel riporta alla luce addirittura Army Of Me di Bjork!
Ancora effetti multipli dalla telecaster dell'(ex?) afterhoursiano; l'affiatamento tra la sua e la chitarra di Scaglia è buona e, nonostante l'assenza delle tastiere di Talia che difficilmente seguirà gli altri cinque in tour salvo sporadiche apparizioni, il sax di Romani è un ottimo collante tra le parti e addirittura perfetto solista nella fulminea Ieri È Un Altro Giorno, canzone attraverso la quale più che farci tormentare dai fantasmi diventiamo consapevoli di come questa volta non ci interessi scacciarli: se ne andranno e torneranno, ripetutamente, come hanno sempre fatto, per cui tanto vale darsi pena quando è da noi stessi che dovremmo salvarci.
La sbilenca Neve, del resto, ci ricorda di come da almeno un decennio si viva in uno stato di convalescenza completa e le successive Perle Ai Porci sono solo uno splendido intermezzo al flauto traverso dell'impeccabile Romani. Poi ancora rock: il drumming di Marcheschi è l'ottima base per le chitarre riffose di Non Mi Passa e Mare Divano con ulteriori scenari sonori direttamente dagli 80's rielaborati però dalla furia dei 90's. Anche in sede live Il Deserto Degli Dei è l'unico episodio riconducibile agli ultimi Ritmo Tribali, quelli dell'imperfetto BAHAMAS, ma già con Complicato la sensazione fin qui avuta di trovarci di fronte ad un combo nuovo a tutti gli effetti non viene fugata. E ci stiamo guardando allo specchio per cui sappiamo di essere nel giusto.
Gone Daddy Gone dei Violent Femmes è una scelta in linea con questa parte di concerto, dunque non ci sorprende che Scaglia e soci la scelgano per dare poi spazio alla Bassa Fedeltà che conclude la prima parte dello spettacolo e che dà ancora buona visibilità all'accoppiata Iriondo-Romani.
L'arpeggio a-là Alice in Chains del ritorno sul palco si schiude nell'intensa Tempo con il cantato di Scaglia che ci invita a dormire e riposare, ma gli incubi riaffiorano una volta ancora e un passato doloroso resta sempre lì a incancrenirsi nei nostri pensieri. Il post punk di Girl U Want, oltre ad essere l'omaggio ai Devo, è anche un raggio di luce che compare inaspettato intorno all'1:00 di notte. Bene, c'è ancora tempo per andare avanti e camminare? Sì, vero? Allora, col fiato sul collo, ma con le mani su, Cammino Con Le Mani In Alto! E pare di sentire il proposito che nelle menti di ogni singola persona affiora come un mantra mentre le note dello Shahi Baaja dell'Iriondo si diffondono nell'aria: cammino con le mani in alto, cammino con le mani in alto, cammino con le mani alto, cammino con le mani in alto, cammino con le mani in alto... E anche noi non possiamo fare diversamente e camminiamo con le mani in alto. Anzi meglio ancora: cammin(iam)o con le mani.
Andrea Barbaglia '10
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