mercoledì 12 dicembre 2012

ARCANE OF SOULS: BALLATE DALLA NUVOLA #9
 
Davanti al bivio Alfonso Surace ha saputo giocarsi al meglio le carte ricevute dal destino. Musicista perseverante e tenace, padre di famiglia premuroso e affezionato, anteponendo quelle scelte di cuore capaci di indirizzare il percorso della vita è stato in grado di trovare la strada che a un certo punto pareva smarrita. Giocando con l'arcano e la numerologia, incurante di Maya, profezie e catastrofismi mediatici, il leader de il tORQUEMADA sceglie una data simbolica per il suo esordio solista. È mercoledì e il calendario recita "12 dicembre 2012"; Arcane of Souls pubblica VIVO E VEGETO. Fotografia sincera dello stato attuale delle (sue) cose.
 
 
Dopo gli esordi con il tORQUEMADA e la lunga collaborazione live con gli amici Sakee Sed lo scorso anno, questo 2012 vede la nascita di un nuovo progetto tutto tuo.
Alfonso: Fondamentalmente il progetto Arcane of Souls è sempre stato dentro di me, anche perché altro non è che l'anagramma del mio nome, Alfonso Surace. Ho sempre scritto canzoni, sin da quando avevo 16 anni, ma ero abituato ad arrangiare i pezzi con altri amici e, non avendo ad esempio conoscenze pratiche di batteria o pianoforte, concentravo la mia scrittura sui riff di chitarra. Con gli anni ho imparato a strimpellare diversi strumenti e, quando a 33 anni mi sono ritrovato nella mia tavernetta circondato da tutto ciò che mi serviva, ho pensato che potevo semplicementeprovare a fare tutto da solo. E così è stato. Credo fermamente nella filosofia do it yourself. Mi registro, mi stampo i dischi, mi trovo le date, faccio lo scenografo, il regista... se serve taglio anche i capelli (ride)!

Qual è stata l'esigenza creativa nella realizzazione del progetto Arcane of Souls?
Alfonso: Dal punto di vista creativo è stata soprattutto un'esigenza emotiva a traghettarmi verso la composizione dei testi del mio primo album solista VIVO E VEGETO. Era giugno 2011, stavo per concludere un tour de force di circa cento date in un anno in giro tra Sakee Sed e il tORQUEMADA. Purtroppo però campare di musica è difficile, il rimborso bastava solo per coprire i viaggi, e stare fuori casa quando si ha una famiglia con due figli come me senza avere un riscontro economico che possa per lo meno "giustificare" il tuo amore per la musica non è fattibile. La tensione tra le mura domestiche venne fuori e non fu bello. Dovetti scegliere e allora scelsi di stare con la mia famiglia. Le canzoni che sono nate da lì in poi non sono altro che la fotografia della mia vita in questi ultimi due anni. Provavo tante emozioni contrastanti, ero felice di aver ritrovato la serenità in casa, ma spesso stavo male, soffrivo del fatto che non potevo fare il musicista e il papà allo stesso tempo. Decisi così di auto-curarmi riversando tutte le mie emozioni e l’empatia dei miei cari in ciò che mi aveva fatto quasi "perdere" la mia famiglia: la musica. Beh, potrei dire che l'Arcano è nato in quel momento.

Nel riascoltare tutto d'un fiato VIVO E VEGETO credi che gli obiettivi iniziali che ti eri posto, quasi terapeutici dunque, siano stati raggiunti? Quali le difficoltà maggiori?
Alfonso: Sicuramente gli obiettivi sono stati raggiunti, altrimenti non avrei deciso di rendere "pubblico" il disco. Volevo far sapere a tutti che, nonostante tutto, ero vivo e vegeto, e che la musica è stata, è e sarà sempre la mia vita. Continuo tutt'ora a riascoltare il disco e a ripetermi che mai come in questa fase della mia vita mi sia trovato a scrivere un "vero" disco, con emozioni e sincerità. A livello compositivo non ho avuto difficoltà; è arrivato tutto in modo così naturale che ancora non me ne capacito. L'unico ostacolo è stato quello della tecnica di registrazione. Ho volutamente risolto ignorandolo e puntando appunto alle emozioni dirette. Probabilmente registrando in uno studio professionale avrei ottenuto un risultato sonoro migliore, ma il disco ne avrebbe perso in immediatezza. Insomma meno tecnica, ma più pathos.
 

Quanto ha inciso sulla stesura dell'album l'isolamento più o meno volontario tra i monti, nella tavernetta di casa? E quanto ha influito l'esperienza maturata sui palchi di mezza Italia con il tour in compagnia di Marco, Gianluca e Anna?
Alfonso: L'isolamento dal resto è stato sicuramente determinante per la stesura del disco. La maggior parte delle canzoni sono nate nella mia taverna. Quando mi sono ritrovato da solo, dopo quasi due anni di tour, tra le mie mura, con i miei cari e i miei strumenti non ho pensato più ad altro. Ho cominciato ad esprimere le mie emozioni in musica più di ogni altra volta. Molti pezzi sono nati di getto, esaltando una delle tante sensazioni che provavo in quel periodo: amore, pace ritrovata, nostalgia, disillusione, delusioni e incertezze. Alcuni pezzi invece sono figli dei tour trascorsi con il tORQUEMADA e Sakee Sed. Per esempio un pezzo come Pontiac, che non a caso è il primo del disco, è stato da me composto e registrato tra una pausa e l'altra di quei tour. Infatti il pezzo fa riferimento a un goliardico aneddoto su una trasferta genovese insieme al tORQUE. Personalmente considero Pontiac un po' l'emblema di tutto quel periodo, diviso tra live e vita quotidiana. Oppure Io E Lei, il brano di chiusura, nato in pullmino coi Sakee Sed, durante un viaggio in direzione dell'ennesima tappa del Bacco tour. Per me una sorta di omaggio a quell'esperienza bella, ma che doveva finire.

Da dove nasce l'immagine di copertina?
Alfonso: Allora, innanzitutto ringrazio Monelle Chiti, l'autrice delle foto della copertina, che mi ha aiutato ad ottenere esattamente quello che avevo in mente. Per spiegare la nascita dell'immagine devo però scindere la risposta. L’idea artistica viene da una mia passione per George Harrison. In particolare adorando il suo doppio ALL THINGS MUST PASS, ho preso spunto dalla sua copertina. La scelta del cimitero invece è stata metaforicamente e sarcasticamente autobiografica. È stata una esperienza fantastica registrare tutto da solo (tranne violini, sax, tabla e cori), ma molto impegnativa, quindi volevo ironizzare sulla morte degli strumentisti che avevano dato la propria vita per registrare il disco. In effetti io stesso ci ho messo la mia vita lì dentro e alla fine ne sono uscito vivo e vegeto.

Harrison di un certo tipo di sperimentazione analogica, con e senza i Fab 4, fu convinto antesignano; che rapporto hai tu con la tecnologia contemporanea?
Alfonso: Chiariamo subito: VIVO E VEGETO è stato registrato in digitale. Quella di affidarsi alla tecnologia informatica non è stata sicuramente una scelta stilistica, ma, non avendo la possibilità di avere uno Studer a bobina come quello che usavano i Beatles, mi sono dovuto accontentare di una normalissima scheda audio e un pc. Il vintage mi affascina tantissimo. Ho diversi strumenti d'annata. Probabilmente, quando avrò qualcosa da investire saprò cosa scegliere. Sentire e vedere il nastro che gira farebbe innamorare chiunque.

 
La volontà di poter avere il controllo totale su tutto, dai suoni agli arrangiamenti, passando appunto alla grafica fino alla scelta finale dei brani da inserire nel master è stata un'altra pulsione positiva ai fini di questa avventura?
Alfonso: Assolutissimamente sì. Ho volutamente curato in solitaria tutta la produzione. Il disco era troppo intimo per affidare compiti ad altre persone. Del resto la filosofia less is more, è una delle mie preferite. Inoltre, sono convinto che se avessi dovuto produrre il disco insieme ad altre persone ci avrei impiegato un'eternità, considerato che il tempo libero degli amici con cui suono è veramente rarefatto. Ognuno ha la sua vita. A livello emotivo è stato come comporre un puzzle di sensi e sensazioni. Ho semplicemente provato a rappresentare me stesso attraverso diverse arti musicali, grafiche e cinematografiche. Mi solleticava l'idea di proiettare il mio progetto verso più direzioni possibili, non solo sonore.

Il momento del live è una fase imprescindibile per qualunque musicista: come pensi di affrontarlo per ricreare le atmosfere psichedeliche del cd? Sempre in solitaria?
Alfonso: Nì. Nel senso che fondamentalmente ci tengo a riproporre il sound del disco, dove gli arrangiamenti prevedono diversi strumenti, di conseguenza ho bisogno di altre persone. Per fortuna ho dei cari amici che mi stanno dando una mano a realizzare un degno live elettrico, il più fedele possibile al disco. Colgo l'occasione per salutarli: Francesca Arancio (violino e pianoforte), Mauro Mazzola (chitarra elettrica e lap steel), Luciano Finazzi (batteria), Matteo Ronzani (basso). In compenso sto pensando di proporre anche degli show acustici dove si potranno ascoltare le canzoni in una versione più "da focolare", nude da ogni fronzolo.

A chi consiglieresti l'ascolto e l'acquisto del tuo esordio?
Alfonso: Dal punto di vista lirico VIVO E VEGETO è sicuramente autobiografico. In quel momento volevo parlare di me e delle ragioni intrinseche del disco stesso, ma anche di quanto fosse bello divertirsi tornando un po’ bambini. Infatti, dal punto di vista musicale, ho sicuramente composto le canzoni con una matrice bene precisa: che fossero accessibile a tutti. Avevo un'urgenza comunicativa a più livelli. I pezzi sono espressione delle diverse età che convivono in me. Ho cercato di raccontarle in modi diversi, ma con un filo conduttore, il gioco. Un esempio è rappresentato da Un Treno Blu, composta insieme a mia figlia Alice. Aveva l’influenza e per distrarci abbiamo cominciato a canticchiare al pianoforte i primi versi. È stato bellissimo! Oppure come quando il mio alunno indiano Aninder Baryah è venuto a casa mia per registrare le tabla in Pontiac e Io E Tu; è stato fantastico! Penso che la musica, prima d'ogni cosa, debba emozionare. Nel registrare il disco io mi sono emozionato, con i miei cari, con gli amici, con la vita, e spero che le mie canzoni possano fare lo stesso con altre persone, di ogni età, sesso o religione.
 
Andrea Barbaglia '12
 
Un ringraziamento particolare va all'amica Monelle Chiti per il servizio fotografico.
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lunedì 10 dicembre 2012

09-12-2012
- ALBERTO PATRUCCO live @ Teatro della Cooperativa -
Milano (MI)

Ultimo giorno di programmazione per Molestia @ Parte, la nuova fatica del mai banale Alberto Patrucco portata in scena fin dal suo debutto presso il Teatro della Cooperativa, a Milano, in queste fredde giornate pre-invernali, quando novembre ormai volge al termine e dicembre regala addirittura le prime spolverate di neve sulla caratteristica fiera degli Oh bej! Oh bej!. Come tradizione vuole, quella della domenica è la replica pomeridiana, peraltro la conclusiva di queste prime tappe meneghine dell'attuale nuova avventura intrapresa dal comico brianzolo, mattatore assoluto di uno spettacolo che negli ultimi tredici giorni, eccezion fatta per la serata del 7 dicembre, sospesa per venire incontro alla chiamata degli storici amici del Club Tenco in trasferta a Novara con il loro prestigioso carrozzone fatto di musica, incontri, dibattiti, premi e proposte di qualità, ha saputo radunare oltre un migliaio di persone, accorse per prendere visione e aggiornarsi tanto sullo stato attuale delle cose quanto, oggi più che mai, su quello delle persone. In Italia e nel mondo. Scritto a quattro mani con il fidato Antonio Voceri, Molestia @ Parte si propone infatti come "una panoramica al vetriolo priva di retorica e tormentoni, dove i tempi che stiamo vivendo sono riletti attraverso la comicità e la grande canzone d’autore". La mostra collettiva di artisti russi appartenenti alla corrente artistica pittorica del Realismo socialista sovietico che adorna temporaneamente le pareti del foyet milanese accoglie anche questo pomeriggio un abbondante centinaio di spettatori che, sfidando il rigore dei primi freddi, trova ristoro nel caldo abbraccio del teatro situato a due passi dall'Ospedale Niguarda, nella periferia nord di Milano. C'è attesa per questa nuova e rinnovata performance, ma i commenti che anticipano l'entrata in sala di chi oggi si trova a fare un bis raccontano una comune certezza: Patrucco non sbaglia un colpo. Alle 16:00 in punto ci accomodiamo tutti sulle poltroncine. Un quarto d'ora accademico ancora, poi buio in sala. Si comincia.

Mentre una veloce introduzione strumentale dà il via alle successive due ore di show, la voce fuoriscena di Patrucco ci catapulta all'istante nel cuore pulsante del nuovo spettacolo mentre la sua comparsa sul palco è l'occasione per tastare il polso della situazione, affondare i primi colpi e raccogliere di rimando le vibrazioni positive dell'uditorio. In una continua e sostenuta alternanza tra monologhi e canzoni d'autore recuperate dall'immenso repertorio dell'amato Brassens, il gran cerimoniere Albert Occurtap sfoggia corrosivi ragionamenti, irriverenti battute e dotte citazioni (queste ultime con la sola, ludica finalità di ben impressionare la critica ufficiale); scopo del gioco è (s)muovere gli intelletti senza mai dare diktat o imporre alcunché, ma semplicemente ridestando l'abitudine al ragionamento di un pubblico troppo spesso vittima di bombardamenti mediatici e sociali, considerato altrove massa informe e priva di coscienza autonoma di giudizio. Concelebranti di questo laico uffizio sono gli affiatati compagni provenienti dalla Sotto Spirito Band, vale a dire il "trafficante di organi" dalle nobili origini egizie nonché responsabile della direzione musicale Daniele Caldarini, assiso tra hammond, programmazioni, chitarre e tastiere varie, e il più giovane Francesco "Pelo" Gaffuri, sornione musico diviso in maniera compassata tra basso e contrabbasso. Le esperienze musicali fin qui raccolte con il precedente omaggio a Georges Brassens, più volte portato in scena nelle passate stagioni con l'ottima pièce Chi Non La Pensa Come Noi, sono ancora parte integrante anche di Molestia @ Parte; anzi, attraverso l'esecuzione di nuove rivisitazioni del cantore di Sète (Il Grande Pan su tutte) si fondono magistralmente con una satira a tutto campo, attraverso un viaggio nel quotidiano, capace di superare i luoghi comuni e mettere "alla berlina le certezze di chi è convinto d'essere superiore all'altro, di chi crede che il Medioevo sia soltanto Storia o che la crisi sia esclusivamente economica e non soprattutto di identità".
 
Tutto parte da una domanda legittima: l'uomo sa dove sta andando? La risposta viene ricercata nel corso di due ore sagaci e graffianti, tra ataviche incapacità di orientamento, scoperte fortuite, famiglie reali e teste coronate, guerre preventive, corse ippiche e scommesse, sistemi economici manovrati da allibratori, ritocchini, cibi veloci cotti e mangiati, cavalli di ritorno e Pizza&Fichi. In un panorama quotidiano così variegato, le spinte propulsive per allestire il nuovo spettacolo non potevano che essere numerose. Innanzitutto c'è stata "la voglia di fare qualcosa di nuovo; e dunque - ci racconta lo stesso Patrucco - di misurarmi con uno spettacolo che, nel suo insieme, sviscerasse un tema su tutti; che avesse un inizio, uno sviluppo e una fine. In seconda battuta, la voglia di spostare la satira dal potere ai sudditi, dalla casta alla plebe." Insomma, raggiungere il comico per altra via. Raggiungere Levante passando per Ponente. Ma con più consapevolezza di quel famoso navigatore nato a Genova nel XV secolo, "con quella faccia un po' così, l'espressione un po' così", preso a modello di noi tutti "che ben sicuri mai non siamo che quel posto dove andiamo non c'inghiotte e non torniamo più". A proposito di misteri, tuttavia certi e inevitabili, ecco la fortunata chiosa finale affidata ai riusciti necrologi rivolti a potenti e arrivisti non ancora estinti. Scorrevole, agile, ficcante, Molestia @ Parte regala risate intelligenti per niente scontate, sia a quanti già conoscono e amano la caustica vis comica di Patrucco sia ai neofiti dell'ultima, buona, ora. Sempre scevro da facili volgarità e più redditizi tormentoni, il comico brianzolo diverte col ragionamento. Tocca questioni spinose lavorandole inizialmente ai fianchi per poi svilupparle in modo quasi zen, con la perizia di un artigiano, metodico e consapevole delle proprie capacità; anche se apparentemente "fermo", il cervello di chi ascolta, segue le argomentazioni restando sempre in laboriosa e produttiva attività. Applausi e richieste di bis testimoniano che per una volta non si è navigato a vista.

Andrea Barbaglia '12

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giovedì 6 dicembre 2012

BLACK SHEEP
Gli Sportivi
- Flue Records - 2012

Se è destino che nell'album di esordio di una band finiscano tutte le influenze coltivate da tempo, nel caso de Gli Sportivi non c'è che l'imbarazzo della scelta. Il repertorio del duo veneto composto da Lorenzo Petri (chitarra, voce, berrettino) e Nicola Zanetti (batteria, smorfie, trovate goliardiche, "Nick Merenda") si presta infatti a parecchie soluzioni, per quanto, di base, affondi le proprie radici tecniche e metodologiche nel sempre ricco bignami degli anni '70. Il tutto declinato alla luce delle progressive rivoluzioni sonico-sonore culminate con l'esplosione del fenomeno noise-grunge di cui la precedente band di Petri e Zanetti, i The Last Days Of Disco, già si fece portabandiera in laguna nell'ultimo lustro. Registrato presso lo Studiobeat2 della natia Venezia e masterizzato a Los Angeles tra le pareti del nuovo studio di Howie Weinberg, uno che negli anni presso i gloriosi Masterdisk di New York si è occupato indistintamente tanto di Sonic Youth, Nirvana, Hüsker Dü, Red Hot Chili Peppers, Soundgarden e Smashing Pumpkins quanto di Aerosmith, Beastie Boys, Jeff Buckley, White Stripes, Pantera, Tom Waits e molti altri ancora lasciando la sua impronta su decine di album storici, BLACK SHEEP è il primo titolo italiano sulla strada per la scalata al campionato mondiale dei sorprendenti pesi palooka. La capacità di lavorare ai fianchi è ben espressa dall'uno-due messo a segno con il buon singolo Gimme Gimme Your Hand e la successiva I'm A Cop nelle quali affiorano presto la sfrontatezza garage di MC5 e 13th Floor Elevators così come gli insegnamenti ricevuti da Jack e Meg White durante le notti passate ad allenarsi in una footballistica estate tedesca. Man mano che si procede nell'ascolto i toni si fanno sempre più spigolosi e hard-iti, in una sequenza di colpi ad effetto: l'esplosivo montante di monolitico blues della potente I'm Going To Mexico fa seguito al gancio portato dalla fiammeggiante Talking About e al diretto ben assestato dalla insistente foga sonica di Go Back. A ben guardare è sempre e solo rock'n'roll con qualche influenza power pop di derivazione Sixties (si veda l'ultima traccia citata poco sopra) e tanta, tanta adrenalina come solamente una chitarra elettrica distorta è capace di generare ed amplificare, tra rumorosi feedback e affilati riff. Certo, bisogna anche saperla usare. E Petri sa il fatto suo. Tutto il lavoro trasuda Dinosaur Jr e Nirvana. Cobain, già "resuscitato" nei precedenti episodi, ha modo di comparire pure nell'intro acustico di How Does It Feel, poi sviluppata su linee armoniche care a Billy Corgan, e nell'ottima nonché conclusiva Commit Suicide. Il sound di Seattle torna in auge ripartendo dall'Adriatico a quasi venti anni dal prematuro funerale sulle rive del Wishkah. Ci aggiunge colore e l'estro di due musicisti tutt'altro che depressi. Canzoncine dal negozio di souvenir del Vaticano, cantava qualcuno nel secolo scorso. In attesa del colpo del KO finale, atteso nel corso dei prossimi anni, Joe Palooka sarebbe fiero di voi Sportivi. E voi di lui, ovviamente.
 
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lunedì 3 dicembre 2012

VIVO E VEGETO Arcane of Souls
- autoproduzione - 2012

"Non sono che uno dei tanti che sa suonare un po' la chitarra. So scrivere un po'. Non credo di saper fare nulla particolarmente bene, ma credo che, in un certo senso, sia necessario che io sia esattamente così." A rileggere la genesi di questo VIVO E VEGETO, opera prima di Alfonso Surace, mastermind de il tORQUEMADA, più volte a fianco del terribile duo dei Sakee Sed nelle sue effervescenti scorribande dal vivo, le parole di un sempre misurato George Harrison, ancora fresco di scissione beatlesiana agli inizi del 1971, suonano rivelatrici di un approccio da self made m(usici)an che pure il chitarrista calabrese ha saputo realizzare quattro decadi più tardi in piena crisi esistenziale, concentrando nei quarantaquattro minuti del suo folk rock sincero e diretto, a tratti piacevolmente naïf, le gioie e le incertezze del quotidiano che la vita ha voluto riservargli. In odor d'Oriente e dai risvolti ampiamente psichedelici. Una folgorazione sulla strada della Bergamasca (attuale residenza di Surace) dunque, spinta dall'appagante necessità di bastare a sé e ai propri affetti. Summa di un percorso estremamente personale che prende forma nella prima metà del 2011, il programmatico VIVO E VEGETO si apre con i ritmi pastorali della cadenzata Pontiac, secondo singolo estratto dal lotto di dodici canzoni già annunciate a fine estate dal sentimento westernato di Domenica, Dimentica, e della speculare Chorus Chorus. Pochi e mirati gli ospiti che affiancano sul cd Alfonso Surace; alias Falcone Ussaro, alias Saul Carnos Feo, alias Rossano Fecula, alias Fauno Lacrosse. E tutti provenienti dalla cerchia di amici e affetti più intimi. In primis i figli stessi del titolare del progetto Arcane of Souls: Jacopo e Alice affiancano infatti il babbo nei cori di quello che è Un Treno Blu favoloso e magico, capace di liberare la fantasia dei più piccoli e disimpegnare pure i più grandicelli dagli improrogabili obblighi dettati dal quotidiano. Quegli stessi doveri che tornano pressanti nelle liriche di Col Sole In Faccia, esortazione a non mollare mai di fronte alle avversità e agli imprevisti della vita. La chiusura del lato A di quello che potrebbe tranquillamente essere un caldo vinile proveniente dagli archivi della Apple, tenuto fino ad oggi scientemente nascosto in attesa che i tempi potessero maturare per una pubblicazione ad effetto (non a caso il 12-12-2012), spetta a Bronson e agli interventi di sax di Mauro Mazzola, capaci di colorare con misura il dispiegamento di slide guitars. E Faremo L'Amore ripiega su sentieri bucolici, tra sentimentalismo hippie e buone intenzioni famigliari ora che passata è la tempesta. Io E Tu emana fin dal primo ascolto una inaspettata fragranza new age, come se l'eterea Enya sposasse la causa dei Beatles e del sergente Pepper; ricordi di una adolescenza perduta presto evocati dai violini di Francesca Arancio anche in Holtz, pochi minuti prima che l'insonne Ultimamente (i Lombroso featuring Dell'Era?) e la verdeniana Oh No! ci riconducano nell'incombenza del contingente. Ultime tenere delicatezze in Io E Lei. "Ero felice di aver ritrovato la serenità in famiglia - ricorda Surace - ma spesso stavo male, soffrivo del fatto che non potevo fare il musicista e il papà allo stesso tempo. Decisi così di autocurarmi riversando tutte le mie emozioni e l'empatia dei miei cari in ciò che mi aveva fatto quasi “perdere” la mia famiglia: la musica." Una scelta saggia; per guarire e continuare col Sogno.
 

sabato 1 dicembre 2012

MUSTERI HINNA FÖLLNU STEINA
Enrico Ruggeri / Elio Rosolino Cassarà
- Neverlab Avant - 2012

Innanzitutto sgombriamo il campo da facili equivoci. Avete letto comunque bene: il disco in questione è un progetto assai interessante che vede tra i suoi titolari un certo Enrico Ruggeri, uomo di musica e amante della sperimentazione. Ma non si tratta dell'ossigenato leader dei Decibel, né del pluripremiato cantautore fiancheggiato dagli effervescenti Champagne Molotov lungo tutti gli anni 80; tantomeno deve essere confuso con il trionfante rocker sanremese di Mistero o con il conduttore televisivo di alcuni programmi Mediaset. Quel camaleontico Enrico proprio in questo periodo è peraltro affaccendato a raccogliere i frutti del suo Non Si Può Morire La Notte Di Natale, secondo giallo della carriera, capace di unire in positivo la critica come solo in parte hanno saputo fare i suoi ultimi lavori in studio di registrazione. Questo Ruggeri è un altro. Non un replicante. Non una nuova incarnazione dell'amico di Peter Pan. Neppure l'ennesima sfida lanciata dal protagonista di tanti Rock Show. Questa, semplicemente, è un'omonimia. Un'omonimia bizzarra e salutare. A qualcuno la sigla Hogwash riporterà alla mente un quartetto bergamasco dedito ad un indie rock potente e dilatato, capace di cambi di atmosfere e suoni avvolgenti. Loro frontman e chitarrista era proprio il qui presente Ruggeri che, dopo alcuni anni di oblio, complice anche l'estinzione della band madre, decide ora di tornare a far sentire la sua voce riconducendola al silenzio formale, ma abbracciando sonorità non meno convenzionali rispetto al passato che possano sopperire attraverso la loro esecuzione a questa mancanza. Al suo fianco il pittore siciliano Elio Cassarà. Poi un pianoforte minimalista, una birra e un synth. Manipolate digitalmente, decine di registrazioni sul campo prendono così vita, si amalgamano e restituiscono un percorso algido fatto di lunghi passi ambient, prolungate ramificazioni cristalline, oniriche e spettrali. Fragili. Impersonali. Un viaggio si compie, eppure tutto resta immobile. Si scava in profondità dentro sé stessi, ma il risultato è il più delle volte una raggelante linea piatta sullo schermo dell'oscilloscopio cardiaco. Ci si pone all'ascolto di frequenze cui l'orecchio umano non presta attenzione. Il vuoto assordante nel tempio delle pietre cadute (Musteri Hinna Föllnu Steina) rimbomba e rivela l'orrore della Catastrofe, di un non-mondo dopo il mondo. Katla, Eisen, Krvavi Obred e Olja, sono sfacettature di un prisma sopravvissuto all'estinzione che trova completamento con le successive ossessioni in bassa frequenza di Muto Carme, Svarti Hringurinn, Lauthnitha, Kobold e Snaefellsjökull. Nel mezzo uno spartiacque rappresentato da Die Dämmerung, passaggio obbligato e al contempo nuovo principio per una nuova realtà all'umanità preclusa. Nuovi codici. Nuove possibilità. L'orizzonte non si vede eppure c'è. Quante vite avrei voluto...
 

venerdì 30 novembre 2012

BLANK TIMES
Fausto Rossi
- Interbeat - 2012

"Scrivo ad alta voce perché a fatica riesco a sentire me stesso". Qui, in queste poche ed incisive parole così dense di significato e contenute nell'emozionante I Write Aloud, c'è tutta l'essenza, tutta la sostanza di Fausto Rossi. Musicista con anima e talento sconfinato, dopo anni di volontario (?) silenzio discografico intervallati da alcune sporadiche apparizioni live sempre molto, troppo, centellinate, il fu Faust'O s'è distinto negli ultimi tempi per una prolifica attività in studio di registrazione, capace di coprire i diversi spettri emotivi suoi e dell'affezionato manipolo di aficionados che continua giustamente a seguirlo a fronte di ottimi lavori come l'attuale BLANK TIMES. Tempi svuotati. Tempi di confusione e di caos, resi ulteriormente logori dall'inutilità di una affannosa rincorsa al superfluo e all'accessorio. Un riempire fastidiosamente bulimico che si fa illusorio, che è innanzitutto privazione fisica e in seconda battuta intellettuale poiché, paradossalmente, più si tenderà ad accumulare più verrà a mancare il significato ultimo di un tale frenetico slancio verso il nulla. Muovendosi su registri stilistici a lui assai familiari provenienti dai sempre seminali e amati Beatles (Stars), abbandonata la provocazione à-la METAL MACHINE MUSIC del più ostico BELOW THE LINE, ponendosi in linea di successione al già maturo BECOMING VISIBLE che ha aperto questa nuova pagina creativa del Nostro, il dodicesimo album della sua discografia mostra le radici di un cantautorato rock capace di rifilare ganci diretti (Sogni) con la leggerezza propria di una carezza (Names). Parole centellinate che sono macigni; sensazioni che muovendo dal personale abbracciano un sentire comune, partendo dalla strenua difesa dei sogni cantati nel primo singolo Tu Non Lo Sai (vengono in silenzio e ti rubano tutto quello che hai) fino alle solitarie note della conclusiva Down Down Down. Il j'accuse de Il Vostro Mondo urla disprezzo, sdegno e biasimo per la vanagloria dei poteri forti e del sistema che, con consapevolezza e cinismo, ha annullato il sorriso di generazioni intere. Ma lo fa con quella nobiltà d'animo non scalfibile, alla maniera in cui Cristiano Godano cantava l'altrettanto programmatica Bellezza su BIANCO SPORCO. La musicalità della lingua inglese si bilancia spesso con l'atteso ritorno dell'italiano, quasi a sottolineare l'alternanza tra gli stati d'animo che la lingua di Shakespeare è capace di rendere al meglio grazie a parole funzionanti a mo' di ideogrammi (The Hill) e le immagini più descrittive e definite tracciate con la lingua di Dante (Non Ho Creduto Mai). La melodia riveste quel ruolo preciso e decisivo nell'economia di tutto l'album tale per cui non faticheremmo a concepire i dieci episodi di BLANK TIMES, qui completati da qualche soluzione tastieristica e da una sezione ritmica ben presente, ma mai invasiva, come semplici provini per chitarra e voce. Sobri e urgenti come il percorso attuale di un artista che ha fatto dell'essenzialità una ragione artistica e di vita tout court.
 

giovedì 29 novembre 2012

MORIRE PER LA PATRIA

MORIRE PER LA PATRIA
Fuzz Orchestra
- BlindeProteus/BloodySoundFucktory/BoringMachines/Brigadisco/ CheapSatanism/EscapefromToday/fromSCRATCH/HysM?/IlVersodelCinghiale/Offset/Tandori/ToLoseLaTrack/Trasponsonic/VillaInferno/Wallace - 2012
 
Dispaccio #3. La Fuzz Orchestra è tornata. Minacciosa e irrequieta come suo solito. Dopo aver recuperato con l'omonimo debut album la memoria dell'antifascismo e dello stragismo di stato; dopo aver posto l'accento sull'oscurantismo degli anni di piombo con il successivo COMUNICATO N°2, ora è tempo di rivolgere l'attenzione ad una tematica difficile, e il più delle volte incomprensibile alla ragione umana, come la morte, specie se "ricercata" per "servire" la patria o, in una accezione più ampia, ogni qualsivoglia altra forma di idealismo. Anteponendo l'interesse del particolare alle esigenze dei più; mascherando brama e cupidigia individuali dietro la retorica spesso nazionalistica dei grandi -ismi collettivi. Inseguendo il filo rosso che le manipolazioni sonore di Fabio Fié Ferrario e i riff del chitarrista Luca Ciffo imbastiscono nell'arrangiamento narrativo ci troviamo una volta ancora all'interno di un quadro dalle tinte fosche, ma lucido e completo. Sì, perché ogni uscita dell'Orchestra risulta essere in ultima analisi un concept album non dichiarato, spurio, imperniato sugli interessi socio-culturali del trio milanese nel frattempo impegnato ad apportare una modifica delicata all'interno del proprio organico. Nell'estate 2011 allo storico Marco Mazzoldi è difatti subentrato alla batteria il poliedrico Paolo Mongardi, già Zeus! e Fulk∆nelli, Ronin all'occorrenza e live drums tanto per la colonna sonora originale del Roberto Dell'Era solista quanto per le date negli anni X de Il Genio. Mantenuto l'equilibrio e rodato il nuovo assetto del trio nel corso del tour seguente, i primi abbozzi di MORIRE PER LA PATRIA lasciano ben sperare per il risultato finale. Il sarcasmo con cui deve essere letta la titolazione del terzo lavoro, realizzato tra la Cascina Torchiera e il M24 Studio di Milano, esprime la condanna per le assurdità delle azioni umane compiute in nome di un "ideale" rigettato dai tre meneghini. Con loro, evento finora unico in casa Fuzz, compaiono alcuni compagni di viaggio capaci di modellare attraverso un sentire comune le solide strutture dei brani. Viene Il Vento unisce il free jazz di Edoardo Ricci alle incursioni rumoristiche di Xabier Iriondo, qui alla chitarra; riconoscibili fin dalle prime note i fiati di Enrico Gabrielli fanno da spina dorsale alle trame ritmiche de Il Paese Incantato, brano tagliente che fa il paio con la furia della metallica pazzia religiosa espressa in Sangue. La narrazione in prima persona, affidata ai contributi cinematografici di volta in volta diversi, scorre ora corrosiva, ora beffarda. Ne La Proprietà resuscita il mai dimenticato violino dell'ombroso Dario Ciffo, mentre Gabrielli torna poco dopo, anche al canto. Non stupisce l'afflato di antidogmatica sacralità che il Battista pasoliniano de Il Vangelo Secondo Matteo instilla con In Verità Vi Dico, dal cupo incedere sabbathiano. Riff metallici che paiono provenire dalle cantine di Birmingham tornano pressanti e vorticosi nel caos grezzo della title track così come nell'oscillazione perpetua dell'opprimente Svegliati E Uccidi. Militante come i suoi esecutori, MORIRE PER LA PATRIA consolida, tra invettive mirate e filosofia politica, il ruolo della Fuzz Orchestra nel tessuto sociale attivo del Paese. "Un paese incantato sopravvive, dentro e fuori da noi. Per ritrovarlo dobbiamo essere pronti a sparare, sparare contro tutti i comandi, a cominciare dai nostri. Alzo a battuta zero e fuoco a volontà."
 

mercoledì 28 novembre 2012

EXPERIENCE

QUINTORIGO EXPERIENCE
Quintorigo
- Métro - 2012
 
Quello che qui andiamo a passare in rassegna è un vero e proprio greatest hits. Anomalo, ma pur sempre una raccolta di successi che chiunque ami il rock conosce e apprezza. Difficile approcciarsi ad una materia così nota senza correre il rischio di cadere nel già detto. Improbo al tempo stesso il compito di una rilettura di Jimi Hendrix che possa aggiungere qualcosa di nuovo a pezzi di per sé unici, mantenendo per di più le proprie caratteristiche e senza snaturare l'attitudine dell'esecutore iniziale. Di certo i Quintorigo, forti di uno stile consolidato negli anni, giocano la carta Hendrix inanellando una sequenza di classici che più classici non si può. Difficilmente ne mancherà qualcuno all'appello. Il più evidente resta probabilmente Little Wing, ma l'irruenza di episodi imprescindibili come Foxy Lady, Fire o la già sperimentata Purple Haze, pubblicata inizialmente con John De Leo alla voce in qualità di retro del singolo Kristo, Sì! nel lontano 1999, quindi recuperata qualche tempo fa nella raccolta LE ORIGINI, suggeriscono di lasciare da parte le preferenze personali per gustarsi un viaggio nell'universo del chitarrista più importante di sempre attraverso la dovizia e la preparazione dei quattro strumentisti romagnoli. Il tutto, come da tradizione per chi come loro arriva dal Conservatorio, senza chitarre. Sì, perché anche ciò che si ascolta nella strumentale The Star Spangled Banner sono "semplicemente" ruvide distorsioni di strumenti ad arco, realizzate ad hoc per non perdere un grammo dell'energia profusa a suo tempo dalla rilettura dell'inno americano da parte del chitarrista di Seattle. Lo stesso dicasi per le svisate classiche di Manic Depression. Questa è la reale experience del progetto. Affrontare senza l'ausilio di una sei corde partiture per chitarra che hanno fatto e continuano a fare la storia dello strumento; mai date una volta per tutte, ma sempre aperte alla contaminazione e all'impromptu. Pane quotidiano per la classica strumentazione di Valentino Bianchi e soci: violino, violoncello, contrabbasso e sassofono. C'è anche una voce. Anzi, due. Non più quella irraggiungibile di De Leo, ormai allontanotosi dai suoi ex compagni una vita fa; non la teatralità controllata prodotta da Luisa Cottifogli; non l'ottimo Luca Sapio, ora alle prese con il suo progetto solista. Qua scendono in campo il carneade dall'orecchio assoluto Moris Pradella, alla prima grande chance artistica in studio di registrazione dopo il positivo debutto nel passato tour estivo, e il cantante americano Eric Mingus, figlio di quel Charles a cui i Quintorigo dedicarono nel 2008 l'impegnativo e vincente QUINTORIGO PLAY MINGUS. Una presenza quella di Eric che fa da ponte con il precedente lavoro di riletture, a conferma della volontà del gruppo di confrontarsi con alcune delle colonne portanti della nuova musica classica del Novecento. L'ensemble cesenate va sul sicuro (potrebbe essere diversamente?) con la rilettura di Hey Joe, primo singolo promozionale del disco. Chiede e trova aiuto nel theremin di Vincenzo Vasi per la brillante Voodoo Child; gioca con le note di Spanish Castle Magic e rivitalizza l'indolenza blues di Red House. Gypsy Eyes è scattante e brillante come l'originale presente in ELECTRIC LADYLAND mentre ad Angel si domanda una felice parentesi romantica e sognante. In chiusura arriva il jazz di Up From The Skies, trattata, al pari della riuscitissima Third Stone From The Sun, come se fosse realmente uno standard consolidato del genere, anche per merito dell'intervento pianistico di Michele Francesconi. Sfida vinta anche questa volta per il Quintorigo quartet, capace di mostrare nuovamente la propria versatilità, il proprio eclettismo e un dna davvero solido come una roccia. Anzi meglio, hard as a rock.

venerdì 23 novembre 2012

22-11-2012
- MANZONI live @ Magnolia -
Segrate (MI)

Stre-pi-to-si. Ma stre-pi-to-si davvero!! Troppo spesso capita di ascoltare nuovi album e cd in genere ben prodotti, ben confezionati, ineccepibili dal punto di vista della registrazione; insomma, formalmente di ottima fattura. A quel punto un ascoltatore, che piace pensare essere solamente distratto e non superficiale, potrebbe essere tratto in inganno e, nel tessere labili lodi magnificando l'autore di un prodotto simile, potrebbe scordarsi però dell'impatto e della resa dal vivo che questo spesso non ha. Ormai la prova del nove per capire quanto un lavoro discografico sia realmente, come del resto dovrebbe essere, opera di un Artista con la "A" maiuscola, è questa. Il palco. I ManzOni superano senza grosse difficoltà questa sfida; anzi, dopo averla raccolta, vinta e fissata nel bagagliaio mai colmo dell'esperienza, rilanciano, mettendo in campo con una naturalezza fuori dal comune una formidabile capacità poetica mista a una passione genuina per il proprio lavoro. Ogni loro concerto diventa così un piccolo evento. Questa sera tornano a Milano, in uno dei luoghi che solo due estati fa li ha visti per la prima volta salire su un palco importante e confrontarsi con tante altre realtà del panorama musicale italiano. È la seconda volta che capita quest'anno. Prima headliner di una serata di formazioni brucianti in un freddo giorno di fine gennaio; ora gruppo spalla, gregari di lusso degli attesi e più quotati, mediaticamente parlando, Offlaga Disco Pax.
 
A loro spetta il riscaldatissimo palco esterno del Magnolia (ancora non capiamo come mai solo sette giorni prima a Umberto Maria Giardini e a Matteo Toni toccò l'angusto spazio interno), riempito fisicamente con la loro anomala strumentazione impostata su quattro chitarre, una batteria e un leggio, e le loro inconfondibili figure. Raggiungere le transenne non è un problema. Sul palco Emilio Veronese, Gigi Tenca e Carlo Trevisan stanno sistemando le ultime formalità. Il live parte tra poco meno di cinque minuti. In quell'esiguo arco di tempo arrivano gli altri due chitarristi, Ummer Freguia e Fiorenzo Fuolega. Si percepisce un filo di tensione nel girovagare di Tenca, sempre meticoloso e autenticamente emozionato ad ogni comparsata sul palco, a fronte di una tranquillità e serenità d'animo generali conferite da una lucida consapevolezza dei propri mezzi. "Manzoni". Una sola parola per una presentazione essenziale introduce l'arpeggio di Trevisan che, presto raggiunto dal raddoppiamento acustico di Fuolega, sviluppa la nostalgica parabola di ricordi rievocati in A Mio Padre. Dietro, tocca a Freguia accompagnare con la batteria mentre Veronese interviene  con la sua Stratocaster solo dopo l'intermezzo ritmato a più mani e interrotto dalla scarica adrenalinica che attraversa e scuote Tenca da capo a piedi. Lo spettacolo che si para davanti agli occhi è folgorante. La navigata voce manzOniana vive ciò che canta, ciò che recita, ciò che narra. Parola dopo parola. Gigi Tenca è davvero uno di noi.
 
Eppure è anche la rockstar atipica che mancava in questo nuovo millennio. Testardo come un mulo, ma dal cuore grande così. Dal temperamento pasionario sebbene sinceramente dolce e mite. In una parola: vivo. Prima rivoluzione d'organico. Con tanto di Jazzmaster Freguia avanza sulla sinistra del palco sostituito alle pelli da Veronese; Fuolega, sempre seduto su una sedia in legno, passa alla SG. Il vortice rumoristico di Mario è oggi più che mai di scottante attualità. La rabbia del protagonista è la stessa di centinaia di disoccupati, precari ed esodati italiani che urlano tutto il loro disagio per una condizione sociale intollerabile quando non addirittura insostenibile per sé e i propri affetti. L'accalorata partecipazione alle vicende narrate è tale per cui presto anche il gilet bianco di Tenca viene smesso al termine del brano, mentre un altro foglio viene tolto dal leggio, appallottolato e gettato in terra con non curanza. Per tratteggiare l'espressionismo famigliare de La Toscana sono quattro le chitarre elettriche messe a disposizione dalla band polesana; anche Veronese torna infatti a fronteggiare il pubblico. Tenca resta tuttavia il centro focalizzatore del tutto. Il trasporto emozionale con cui pure il terzo brano in scaletta viene eseguito ha un sapore antico, ancestrale, appassionato e verace. È un cavallo che scalpita l'artista chioggiotto. Sofferente. Riflessivo. Meditabondo. Che cerca in ogni caso di tenere sempre conto dell'esigenza di comunicare, con passione, amore e calore umano
 
Ecco il concetto, calore umano; "serve all'Arte? Credo di sì, perché di tutte le furbizie con i colori, la musica, le parole non rimane niente se non c'è calore umano, adesione alla vita." Così parlava l'indimenticabile Augusto Daolio per spiegare il suo pensiero di artista a 360°, capace di abbracciare tanto la musica quanto la scultura e la pittura. Noi non abbiamo difficoltà alcuna ad applicarlo pure ai ManzOni perché è la medesima attenzione che Tenca rivolge ai suoi scritti ed è il sentire comune presente nelle trame sonore intessute dagli altri quattro imprescindibili elementi. Altro testo gettato a terra e nuovo incitamento del frontman per galvanizzare sé stesso e i suoi compagni di band. Tra loop, stratificazioni chitarristiche e arte povera siede al tavolo de La Garzantina lo spettro di Piero Ciampi. Trevisan gli cede il posto, accomodandosi alla batteria prima di affiancare nuovamente Freguia alla destra di un caracollante e impaziente Tenca. Con una scaletta incentrata sull'ultimo album arriva il momento di Scusami. Tra i momenti più onirici di CUCINA POVERA, la parabola d'amore scelta quasi in chiusura di set racconta un mondo quotidiano che è un piccolo universo, vissuto tra malinconia e scatti di passione mai sopiti, sottolineati col corpo dal suo cantore. Siamo in dirittura d'arrivo. Fuolega ripone l'acustica usata poco fa e si arma nuovamente della "diavoletto" che suonerà con un barattolo di ragù Star. La coppia Trevisan-Freguia è al suo posto come pure Veronese.
 
Tenca continua a guardare intorno a sé, lo sguardo sempre rivolto a terra, cogitante. Si passa in più occasioni una mano fra i capelli. Nessuno, una volta ancora - l'ultima - alla batteria. L'aria si fa cupa quando le prime note si diffondono nell'aria. Tensione anche nelle parole pronunciate con trasporto dall'ex cantante dei Maladives, giunto all'ultimo racconto della serata. E qui, ora, avviene la trasfigurazione. Il momento clou. Lo zenit. Le stratificazioni chitarristiche che fanno da base a La Strada raggiungono il climax nell'inarrestabile crescendo sonico degli strumenti che le producono, quelle stesse quattro chitarre che, ognuna seguendo la propria via, perseverano nella loro orchestrata corsa solitaria incontrandosi solo alla fine, in un punto geometricamente astratto dell'ambiente in cui sono percosse e suonate; buco nero elettrico e inesplorato dal quale fuoriescono nuove parole e nuovi suoni. Hic et nunc. Il fragoroso muro di suono cede il passo alle ultime riflessioni ritmate dalla batteria di Fuolega e dall'acustica di Veronese. "...e alla fine ti dirò che, fin quando vedrò quel sole tondo, ora rosso al tramonto,  starò lì a guardarlo e lo applaudirò." Una frazione di secondo di sospensione poi l'ultima parola: "ManzOni." Così come era iniziato. Trenta minuti per condividere una esperienza personale che trascende nell'universale prima di farsi nuovamente particolare. Vengono ancora alla mente le parole di Daolio, inatteso spirito affine: è "(...) una specie di confessione. Prima ad uno spazio bianco; poi ad altri che guarderanno." Trattare il vero. Questo è. Ricetta classica ManzOni.
 
Andrea Barbaglia '12

un link al seguente post è presente qui: http://www.facebook.com/manzoniband  qui: http://www.facebook.com/luigi.tenca.3 e qui: http://www.facebook.com/fleisch.ufficiostampa 

martedì 20 novembre 2012

27 novembre - 09 dicembre 2012
MOLESTIA @ PARTE
Comicità e Musica d'autore
ALBERTO PATRUCCO
Daniele Caldarini (Pianoforte, Tastiere, Programmazione, Arrangiamenti e Direzione Musicale)
Francesco Gaffuri (Contrabbasso e Basso Elettrico)
Testi di Alberto Patrucco e Antonio Voceri
Musiche di Georges Brassens
Produzione Moroni in scena srl
live @ Teatro della Cooperativa - Milano (MI)
 

Siamo certi di aver imboccato la strada giusta? Alberto Patrucco se lo domanda in MOLESTIA A PARTE, una panoramica al vetriolo priva di retorica e tormentoni, dove i tempi che stiamo vivendo sono riletti attraverso la comicità e la grande canzone d’autore.
È uno spettacolo capace di fondere in modo insolito musica e monologo, alla costante ricerca della risata liberatoria e con l’obiettivo di superare quel modo di far satira che sembra aver preso il sopravvento in questi anni, troppo spesso appiattita sulla stretta attualità. Qui, al contrario, si superano i luoghi comuni e si mettono alla berlina le certezze di chi è convinto d’essere superiore all’altro, di chi crede che il Medioevo sia soltanto Storia o che la crisi sia esclusivamente economica e non soprattutto di identità.
Seguendo il filo rosso della direzione di marcia, MOLESTIA A PARTE muove intorno a una domanda: l’uomo sa dove sta andando? Già, perché se Cristoforo Colombo scoprì l’America convinto di essere in India, cercare forme di vita su Marte quando già ci sta sullo stomaco il vicino di casa non sembra molto più sensato.
Scritto a quattro mani con Antonio Voceri, lo spettacolo si regge sulle note e le rivisitazioni musicali di Daniele Caldarini e Francesco Gaffuri e sulla intensa interpretazione di Alberto Patrucco.
MOLESTIA A PARTE sviluppa temi non banali con uno sguardo comico, disilluso, a volte corrosivo, senza rinunciare a quel tocco di poesia che la grande musica d’autore cuce addosso alle parole.


 
BIGLIETTERIA
Prezzi dei biglietti
intero: 18€
ridotto under 27 e over 60: 9€
convenzionati: da 13€ a 8€ - clicca qui per scoprire le convenzioni

Orari spettacoli:
da martedì a sabato ore 20.45
domenica ore 16.00
lunedì riposo

Per informazioni e prenotazioni:
02.64749997
dal martedì al venerdì
dalle ore 10.00 alle ore 13.30 e dalle ore 14.30 alle ore 19.00.

Ritiro dei biglietti:
entro 45' dall’inizio dello spettacolo.

È sempre possibile prenotare via e.mail all’indirizzo: info@teatrodellacooperativa.it

venerdì 16 novembre 2012

I WANT TO TELL YOU
- The Van Houtens - 2012
 

Directed by: & (Carlotta Cardana & Marcos Villasenor)
Assistant Director / DIT: Marcella Foccardi
 
Filmed between London and Castello Dal Pozzo, Oleggio Castello (NO)

in concerto

15-11-2012
- MATTEO TONI live @ Magnolia -
Segrate (MI)

Eh già. Matteo Toni non è affatto un bluff. Seduto con, sulle ginocchia, la sua fidata Weissenborn, che abbiamo imparato ad apprezzare nell'album SANTA PACE, e con una pedaliera di tutto rispetto ai suoi piedi, ci attende questa sera in quel del Magnolia, alle porte di Milano, opening act per la data milanese del fu Moltheni, già Pineda ed ora semplicemente Umberto Maria Giardini. Per la verità non molta gente si incontra nel locale alle 22:00, ma siamo in una giornata infrasettimanale e l'orario di inizio per il live di Toni è quantomeno inatteso. Annunciato inizialmente come seconda proposta del bill dopo il propositivo cantautorato alternativo di Adele e il Mare proveniente direttamente da Lambrate, l'ex frontman dei sUngria si troverà infatti un poco a sorpresa (almeno per noi) ad aprire la serata, forse anche per consentire a lui e al fidato Giulio Martinelli un rapido spostamento in vista della data fiorentina l'indomani sera. In definitiva, con un manipolo di astanti presenti e l'attenzione che poco per volta viene catturata anche agli avventori abituali del bar, la premiata ditta Toni-Martinelli occupa il palco principale all'interno della struttura su cui successivamente performerà lo stesso Giardini con la sua nuova band. Si parte programmaticamente lenti con Melodià, primo estratto dal disco di debutto. Il brano di per sé mostra già il campionario tecnico e il bagaglio artistico del duo emiliano, ma l'acustica del locale questa sera è decisamente pessima. Forse perché il palco interno poco concede a una strumentazione rock. La batteria "frigge" e la voce arriva confusa. In cabina di regia l'esperto e navigato Antonio "Cooper" Cupertino, uno che ne ha viste di cotte e di crude da anni sui palchi italiani, si fa in quattro insieme ai tecnici della struttura per limitare i danni e consentire, ai musicisti prima e alla cinquantina di paganti poi, una riuscita accettabile della serata. 

Matteo, pur consapevole dei bisticci sonori che limitano la bontà del suo set, pare non preoccuparsi troppo delle difficoltà cui sta andando incontro. Imperterrito, continuerà a suonare, come una locomotiva a vapore che, messasi in moto, poco per volta aumenta di intensità, sbuffa e accellera, fino a raggiungere una velocità costante di marcia lungo l'attraversamento dell'ambiente circostante, che cambia intorno a lei chilometro dopo chilometro. Fino alla destinazione finale. La sincopata Isola Nera, con i suoi ritmi stoppati, è la prima fermata del viaggio. Blues accattivante che cresce ascolto dopo ascolto, ha la buona ventura di far smuovere le prime testoline che poco per volta si avvicinano al palco mentre le conclusive trame slide di Weissenborn mettono in chiaro la bontà del musicista. Tempi rilassati, un'armonica a bocca e sound caraibico-giamaicano in levare per Santa Pace: in pochi minuti ci si trova spiaggiati su un'amaca a sorseggiare pigramente un drink. Si respira internazionalità tra una accellerata blues e un rimando black, come se Ben Harper, Jack Johnson e Xavier Rudd avessero la visione di Bob Marley e decidessero di raggiungerlo per una jam collettiva. Il viaggio procede con i ritempranti ricordi dell'infanzia de I Provinciali Di Nuoto forse non l'episodio più riuscito del cd, almeno per chi scrive, ma pur sempre un altro discreto biglietto da visita nell'economia del progetto, un po' Pearl Jam senza codici, un po' folk e melodia italiana insieme, e con un Martinelli preciso e secco metronomo umano. Certo, per quanto si sia assestata su livelli sufficienti, ribadiamo che un'acustica migliore avrebbe reso giustizia in ben altro modo alla coppia modenese e penalizzato decisamente meno le orecchie degli ascoltatori. Resta davvero incomprensibile la scelta di non aver utilizzato il palco esterno, ma tant'è. Procediamo.
 
Dietro di noi Marco Marzo "Maracas", il professor Giovanni Parmeggiani e Cristian Franchi, ¾ della prog band Accordi dei Contrari che di lì a breve accompagnerà il buon Giardini, assistono in silenzio alla performance. Il programma prevederebbe a questo punto la cheta Acqua Del Fiume, penultimo estratto da SANTA PACE, ma i tempi stretti, le già più volte rimarcate non perfette condizioni audio e la decisiva voglia di accellerare in vista dello sprint finale modifica strategicamente la scaletta. A ricordare l'esordio di QUALCOSA NEL MIO PICCOLO ecco arrivare Fluir, seconda traccia dell'ep prodotto due anni fa, guarda un po', dall'allora Moltheni. Qui l'originale composizione uptempo viene ampiamente sviluppata e raddoppiata nel minutaggio, regalando fin dall'apertura un continuo susseguirsi di digressioni e improvvisazioni slide, ora sognanti ora più interlocutorie. Finale quindi col botto nell'infinita sfida di Bruce Lee Vs Kareem Abul Jabbar, con una chitarra a questo punto davvero calda e arroventata, che sfrigola, accellera, diventa ulteriormente incandescente, butta fuori sudore, sprizza energia e, indemoniata, non trova volutamente requie, seguita come un'ombra dalla batteria quadrata di Martinelli, quasi mai sotto le luci della ribalta, ma potente e presente, a percuotere le pelli e battere il ferro finché caldo. Così si conclude il set di Matteo Toni anche questa sera: in un vortice sonoro capace di recuperare tutta la tradizione ancestrale del blues, farla propria e filtrarla attraverso la passione per sonorità  altrettanto carnali, ma di matrice differente che vanno a combaciare con quell'immancabile gusto italiano per ritmo e melodia tipicamente cantautorali. Duecentodieci minuti di nutriente e saporita carne al fuoco. Carburante energetico. Dinamico. Inarrestabile. Avanti così.