venerdì 26 aprile 2013

WHY HAST THOU FORSAKEN ME?
Universal Daughters 
- Santeria - 2013  

Ha un sapore lisergico, psichedelico, imprescindibilmente cosmico, raccolto e a tratti magico il debutto degli Universal Daughters. Combo sorto da un'idea di Marco Damiani e Marco Fasolo dei Jennifer Gentle dopo una lunga chiacchierata con Chris Robinson al termine del live italiano che i Black Crowes tennero a Vigevano nel 2011, esso va a coinvolgere pure il produttore Jean-Charles Carbone e Maurizio Boldrin, elemento ritmico fondamentale negli Anni '60 per I Condor e I Craaash e oggi impegnato alla batteria con i Mamuthones, in quella che può definirsi inusuale e sorprendente backing band per una pletora di prestigiose voci provenienti principalmente dagli Stati Uniti d'America. La finalità benefica in favore della Città della Speranza, fondazione patavina che finanzia il centro di oncoematologia pediatrica di Padova, è la ciliegina di richiamo sulla gustosa torta che Santeria e Rough Trade ci servono. È un disco di presenze questo WHY HAST THOU FORSAKEN ME?. Reali ed extrasensoriali. Il progetto si caratterizza infatti per il recupero di canzoni d'Oltremanica e d'Oltreoceano, il più delle volte fedeli agli originali, capaci di attraversare il secolo scorso (si va infatti dagli Anni '20 al principio degli Anni '80) con l'innesto di ospiti prestigiosi quanto inaspettati che caratterizzano con la propria performance vocale i singoli episodi. Ma c'è un alone, un'aura, una condizione di indefinibile contatto con l'aldilà che permea tutto il lavoro. I Hear Voices, rivela un Alan Vega al limite della possessione. Non si tratta di singoli casi; è la sensazione di insieme che tocca le anime più sensibili inebriandole di un profumo trascendentale. Forse è il riverbero sulla voce di First Of May, con il frontman dei Pulp Jarvis Cocker a sostituire Barry Gibb; oppure dipende dall'Hong Kong Blues cantato dal noto performer transessuale Baby Dee in vece di Hoagy Carmichael. Forse è il jazz soffuso e sempre evocativo di Midnight, The Stars And You che il crooner Al Bowlly pare aver cucito su misura per Lisa Germano ottant'anni fa; o magari è l'evocativo mantra del sud degli Stati Uniti che il già citato Robinson recita con la benedizione di Washington Phillips in I Am Born To Preach The Gospel riallacciandosi ad un filone tradizionale di innegabile fascino e vitalità a cui pare non sottrarsi l'ottimo Steve Wynn con la splendida ballad Psycho. Anche i Big Star di Alex Chilton non sono mai stati così spettrali con la loro Kangaroo come invece gli Universal Daughters, in collaborazione con Gavin Friday dei Virgin Prunes, riescono ad esserlo. Né Jerry Leiber e Mike Stoller hanno mai avuto un interprete capace di toccare corde così profonde in Is That All There Is? come al contrario fa l'ex Wall of Voodoo Stan Ridgway. Ritmo e dinamismo sostengono l'indiavolata It's Your Voodoo Working (lead vocals affidate a Mick Collins) tanto quanto tutta l'aura di inquietudine espressa da Pino Donaggio con la strumentale For The Last Time We'll Pray per il film Carrie - Lo Sguardo di Satana si conserva e viene, se possibile, amplificata. Portiamo avanti le lancette dell'orologio con Swamp Dogg. Passa il tempo ed è già sera; l'amore, la morte, la gioia, la tristezza, l'allegria e la depressione... Mother, tutto passerà.

lunedì 22 aprile 2013

M'ORS

M'ORS
M'ors
- Infecta / Calacas Records - 2013

Un equilibrista in bilico fra le note. Questo è Marco Orsini da Roma. Con il suo elettrizzante progetto M'ors compie un variegato excursus nel miglior cantautorato italiano che non disdegna la fruibilità per le masse, ma anzi si lascia di fatto contaminare pigramente da un piacevolissimo afflato pop capace di rinnovare gli stilemi del genere e sempre utile per arrotondare le spigolature e rimpolpare la melodia che, rispettivamente, il rock e il folk (a cui ci si rifà) portano con sé. Con un occhio al sud del mondo. A tutti i sud del mondo. Una patchanka di gran classe dunque per l'esordio di questo sestetto generatosi quindici anni or sono tra Roma e la Romagna. Potenzialmente ogni canzone ha tutti i crismi per divenire il singolo trascinante dell'album; scelta, questa, ricaduta su un fantasioso Rock-Co-Co-Co dalle pulsioni beat, ottimo esempio di pop rock d'Oltremanica desideroso di incontrare il folk punk sviluppato dai Green Day in Warning. Eppure non ci sarebbero stati problemi nel lanciare sulle piattaforme mediatiche la solare Eritrea, con il suo sound estivo e i suoi ritmi calypso-tropicali che fanno pensare a certe trovate dei quasi corregionali Ridillo; o addirittura la più impegnativa Il Re Nel Fango la quale, seguendo coordinate sonore care a Dente e rintracciabili anche altrove in compagnia de Il Mio Amico Gramsci, tratteggia la figura di un sovrano vanesio e compiaciuto di sé, ben poco disposto a scendere da un trono effimero, decorato con lustrini e paillettes. Non un solo momento di stanca: anche nell'interlocutoria, ma non per questo meno incisiva, Fantasia, Orsini, Ciuzz, Pica, Jack Tormenta, Piddu e Zena hanno trovato la giusta chimica affinché, grazie anche alla naturale collaborazione in sala di registrazione con Manuel "Max Stirner" Fusaroli (con Tormenta nei, anzi "i" Don Vito e i Veleno), le dieci tracce del platter funzionino nel miglior modo possibile. Semplicità è la parola d'ordine in casa M'ors. Bandita ogni forma di esasperato e complicato tecnicismo, è la Poesia a prendere il sopravvento, quella stessa poesia fatta di autentica spontaneità che ci fa vivere meglio tanto la spensierata leggerezza di una bella giornata di sole quanto l'espressionismo della stupenda Anima Nera, intreccio sincopato di chitarre talmente ben riuscito da essere stato preferito nella sua versione demo. E anche quando è la matrice sociale a connaturare le riflessioni del sestetto (l'incrocio avventuroso in acustico fra Subsonica e Mano Negra di Tutti In Piazza con il piano di Zena a imperversare; il precariato di coppia in Pericolante) è l'innata tensione al viaggio a manifestarsi una volta ancora. Il Lungo Viaggio di una donna africana scappata dalla guerra e sopravvissuta alle difficoltà che l'hanno infine condotta nel nostro paese. "Tra sogni di pace, amore e di un tanto atteso parto imminente."

mercoledì 17 aprile 2013

MALA TESTA

MALA TESTA
Alessio Lega
- A Buzz Supreme - 2013

Disco di storie, di luoghi e di anarchia. Così ci piace presentare l'ultima fatica di Alessio Lega, al quinto album del suo percorso cantautoral-militante comprendente anche un riuscito ep omaggio alle canzoni del professor Gianni Nebbiosi. Un personaggio simbolo delle più urgenti istanze sociali capace di mettersi sempre in gioco; ora con disinvoltura accanto ai funambolici Mariposa negli esordi del pluripremiato RESISTENZA E AMORE, ora con malcelata emozione e sanguigna deferenza quando si tratta di misurarsi con la grande canzone d'Oltralpe di Leo Ferré o "Tonton" Brassens. Abile costruttore di trame narrative (la ricercatezza formale di Isabella Di Morra su tutte), Lega viaggia attraverso la memoria collettiva e quella personale, fatta di libri, approfondimenti e indagini a tutto campo, scegliendo una carrellata di figure forse mai celebrate abbastanza eppure così ben radicate e rappresentative dell'italico sentire comune, utili per imbastire un discorso trasversalmente politico in cui è la tripartizione narrativa a suggerire le coordinate e a dettare i tempi del lavoro. Passione e attenzione sono le molle capaci di spingere una volta ancora le riflessioni poetiche dell'artista salentino là dove altri operano mediante più ampie pubblicazioni editoriali. Qua il racconto è necessariamente sintetico eppure parimenti descrittivo e felicemente compiuto. L'enigmatica scritta Frizullo sulle navi carretta in balia del Mediterraneo, le Risaie mollemente fertili ("i chicchi bianchi della fame nera") che  si estendono nelle terre d'acqua del Vercellese e della Bassa Novarese, il delitto Matteotti sullo sfondo della quotidianità familiare di un presente che si incarna fiero nel futuro sono l'ombelico di un mondo poeticamente credibile e condivisibile. Irriverente sindacalista con Ascanio Celestini in Monte Calvario e leggero cantore ne La Scoperta Di Milano, Lega approfondisce la tematica amorosa grazie all'amaro volo solitario di Icaro e a quello romanticamente rigenerante de I Baci, sviscerando ansie e aspettative comuni mettendone a nudo i tratti salienti. Esempio di folk song senza tempo, con dedica mirata al poeta Roberto Roversi, è poi Spartaco, omaggio al gladiatore tracio che assurge al ruolo di eroe contemporaneo, trasfigurato infatti nella quotidianità odierna di un precariato vissuto fra cantieri e lavori interinali e proprio per questo mosso, una volta ancora, alla ribellione. Per non soccombere. E mentre con Paolo Pietrangeli rivendichiamo Canzoni Da Amare e una voce ci suggerisce "Difendi L'Allegria!", è La Piazza, La Loggia, La Gru l'ennesima occasione imprescindibile di riflessione, civile e circostanziata, in cui realtà fra loro differenti si intrecciano nel flusso inesorabile degli eventi. Vola alto Alessio Lega, senza paura e come sempre lontano dalla retorica di questo o quel partito. Libero e battagliero. Coraggio, pietà non è morta.
 

martedì 16 aprile 2013

FERMOIMMAGINE

FERMOIMMAGINE
ERO
- Zetafactory - 2012

A tutti gli orfani degli impareggiabili Coldturkey che a metà anni '00 seppero realmente emozionare con un cd meritevole di miglior sorte come ASSALTACUSTICO l'invito è quello di non disperare. Nulla si distrugge. Semplicemente tutto scorre. E cambia. ERO è infatti la nuova creatura di Simone Magnani, il frontman di quell'imprevedibile duo che, perseverante, ora si mette al servizio di una nuova formazione dal taglio decisamente più rock, ma con variegate contaminazioni e mutevoli umori musicali alla base di un crossover maturo e poetico. Sì, perché Magnani non ha perso il dono della scrittura in questi anni di silenzio, ma anzi l'ha affinato ulteriormente. E per raccontarlo ci piace andare controcorrente partendo dal finale del cd, da quella Se, piano-ballad lunare da brividi, capace di mettere in evidenza la sensibilità musicale del giovane cantautore carpigiano e occasione per ritagliarsi un momento unico di sognante intimità amorosa dopo le tante occasioni, riuscite, di convulsa energia che pervadono il resto del lavoro. FERMOIMMAGINE è infatti una rigenerante caduta in quella spirale che folgorò decine di migliaia di persone sulla strada del Rock; quel rock con la R maiuscola, dal potenziale dinamitardo. Mai domo. Fiero. Difficile da disinnescare. Si prenda l'esplosione chitarristica de Il Santo, con gli axemen Enrico Gherli e Luca Righi decisamente sugli scudi, o il vortice grunge de La Macchina Del Tempo con quel nervoso innesto blues di armonica, perfetto contraltare sonoro alla rabbia vocale di Magnani. Le polaroid scattate all'esistenziale dubbio cosmico di Tina sono l'ennesima conferma alla bontà del progetto: cantautorato metropolitano dai bagliori British e performance strumentale niente affatto scontata in cui anche la sezione ritmica di Mattia Crepaldi (già con l'interessante progetto Angus Mc Og) e Marco Manfredini riesce a prendere il sopravvento prima di tracciare la strada in Non Ne Vale La Pena. Semplicemente eccezionale X: con i Temple of The Dog nel cuore e  i Pearl Jam di TEN nelle orecchie la mèta finale del viaggio non può che essere Seattle per quello che è un omaggio alle proprie radici musico-culturali. Cambio di rotta invece con il funky soul grintoso de L'Epitaffio, solo un poco mitigato dalle essenziali linee di tromba che Enrico Pasini, collaboratore di lungo corso dell'indiavolata Beatrice Antolini, tratteggia tra un wah-wah e l'altro. Photophobia è contagiosa, con le sue atmosfere kafkiane rese al meglio dall'interpretazione vigorosa di un sempre più sicuro e deciso Magnani qui sostenuto da un altrettanto robusto hard rock. Giunti alla (jazzata!) title track, ennesimo must del cd, plachiamo per qualche istante l'antico ardore, ci facciam cullare dalla tromba e, accompagnati dalle sei corde, riposiamo nelle prime ore del pomeriggio all'ombra di una quercia secolare, protetti dal cocente sole che batte impietoso sulla pianura padana. Sono i Cocci Sparsi di una vita sincera spesa fra alti e bassi nei paesi, lontano dalle grandi città dove i giochi di potere sono all'ordine del giorno, tra la via Emilia cantata dai Nomadi e la East Coast di un John Frusciante solitario e serenamente irrequieto dopo i fasti redhotchilipeppersiani; là dove è la Natura a prendere a volte il soppravvento (La Scossa, caratterizzata dai vocalizzi della diciannovenne Alice Sacchi) e l'uomo resiste grazie alle sue passioni (Sali E Scendi). Capitani coraggiosi. Visionari illuminati.
 
un link al seguente post è presente qui: http://www.facebook.com/pages/ERO/203361489707253 e si può leggere qua: http://justkidswebzine.tumblr.com/

lunedì 15 aprile 2013

ZOLLE

ZOLLE
Zolle
- Supernatural Cat - 2013

È una poderosa badilata in pieno viso il debutto degli Zolle. Secca. Diretta. Dolorosissima. Lo scapestrato duo lodigiano formato dal MoRkObOt Marcello Bellina, che ormai sembra averci preso gusto nel cimentarsi alla chitarra a fronte anche del recentissimo nuovo album partorito in casa Berlikete, e dal suo antico compagno di scorribande sonore nei Klown, di cui ci è dato sapere solo il nome di battesimo, Stefano, alla batteria e allo xilofono (divertente l'intermezzo di Trynchatowak), è un treno lanciato a folle velocità per le strade di South Park e l'iperspazio di Futurama a suon di stoner rock, lapidario e senza fronzoli. Completamente strumentale ZOLLE possiede una peculiarità: non stanca mai. Il perché è presto detto: la linearità dei singoli pezzi e la loro relativa brevità (solo la conclusiva Moongitruce, bislacca Dazed And Confused ri-zollata, coi suoi quasi 7 minuti e mezzo rifugge infatti da tutto questo) sembrano essere fatti apposta per un ascolto dinamico, ma anche pigramente distratto; un ascolto che richiede sì attenzione, ma che ugualmente presta il fianco a farsi rovente sottofondo tra una pennichella e l'altra. Meglio poi non scervellarsi troppo di fronte a titoli fonosimbolici come Weetellah, LeeQuame o Man Ja To Ya!. Come si può facilmente intuire l'immaginario coltivato è quello agricolo, quello della campagna italiana più verace e sanguigna, coi suoi profumi e i suoi odori, in cui tra forconi e zappe (Forko) ci si sporca le mani non solo con la terra (Heavy Letam); una realtà legata alle radici del duo, in cui le divinità pagane si mescolano con quelle fantastiche immaginate dalla mente di Bellina, il tutto vissuto con leggerezza e goliardia. Uno sberleffo. La scoppiettante Trakthor, oltre a fornire un esordio dinamico al disco, tradisce tutto questo, mescolando in allegria con una grintosa furia heavy la robustezza del mezzo agricolo alla possanza del dio del tuono. Suoni grossi dunque, compatti ed essenziali che uniti a limitate sovraincisioni realizzate presso il Mizkey Studio, dove l'album è stato registrato da Michelangelo Roberti, e a oculati interventi di fertilizzazione per mano dell'Ufomammut Urlo e del Quasiviri Roberto Rizzo diventano gli ingredienti salienti per l'allevamento di Mayale e la coltivazione di Melicow. Di certo non l'ambiente bucolico tratteggiato da Virgilio nelle sue egloghe; ma neppure quel terreno arido e incolto abbandonato a sé stesso che l'industrializzazione e l'inquinamento incivile hanno poco per volta sottratto all'uomo. Eppure di fronte a tutto questa operosità calda e viva, ascolto dopo ascolto, lentamente, affiora una velata componente si potrebbe dire orrorifica, da B-movie americano, percepita come substrato narrativo secondario, forse voluto, forse no. Un percorso che non stupirà i seguaci di Berlikete, non nuovo a queste visioni alternative di boogeyman e uomini neri ritratte con disinvoltura nelle sue stampe e nei suoi piccoli quadri, ma che certo sorprenderà chi dalla campagna si attendeva solo pace e tranquillità. Un ultimo sguardo alla cover dell'album e tutto si fa più chiaro.
 

sabato 13 aprile 2013

BLOOM

BLOOM
LU-PO
- AEF/Radio France International - 2013

Votato al minimalismo della Terra, Gianluca Porcu, titolare nonché deus ex machina del progetto LU-PO, festeggia i dieci anni di attività discografica rilasciando in digitale, con la sinergia di quella AEF già in orbita Radio France Internationale e a soli cinque mesi dal precedente racconto notturno STENDERE LA NOTTE, questo ottimo BLOOM che poco ha a che spartire, musicalmente parlando, con il suo predecessore se non fosse per quell'evocativo astrattismo strumentale e l'indubbia capacità tecnica del suo esecutore che ne contraddistinguono la trama. Sono cambiati infatti gli scenari sonori così come le modalità di esecuzione hanno seguito il nuovo mood dal quale si è originato questo prodotto dal taglio internazionale. Mentre cinque mesi fa la collaborazione con archi e ottoni aveva partorito una sintesi fra genio umano e meccanica elettronica, qui tutto è ridotto e riconducibile all'intelligenza delle macchine che, partendo da uno spunto sonoro caldo come può esserlo un arpeggio di chitarra, prendono il sopravvento per disegnare un landscape maggiormente algido ed etereo. Didascalica in tal senso è l'introduttiva Angel in cui, oltre a rimandare emotivamente ad una dimensione ultraterrena, viene testimoniata la crescita artistica del musicista sardo. Registrato tra Cagliari e Torino, BLOOM mette infatti a frutto una ricerca musicale matura, basata sulla elaborazione del suono che si piega alle esigenze di synth e tastiere anche quando concepito su una strumentazione più tradizionale. Uno slancio capace di bilanciare le aspettative di quanti sono più legati alla tradizione di suoni acustici e quanti amano perdersi invece nelle derive moderne dell'elettronica intelligente che sa dare concretezza a immaginifiche cattedrali del pensiero. Quanto LU-PO produce e successivamente trasmette alle nostre orecchie è anche una ricerca interiore, meditativa ed emotivamente delicata che tende alla descrizione oggettiva e analitica della realtà. Anche se parziale e mai del tutto rivelata. È un continuo scavare in profondità, alla perenne ricerca di un qualcosa di indefinito e indefinibile. La liquida Guilty Guitar, il gorgo che pare inghiottire Autumn, la felpata Bloom, la percussività di Tree, il tranquillo paesaggio d'acqua dolce tratteggiato in Lake, l'insospettabile crepuscolarità crepitante di Daylight, il moto ciclico delle mare esercitato da Moon e Moon II sondano il campo e si addentrano, mai invasive, nei misteri della Natura, mutando ed evolvendosi in una sequenza di stati d'animo e sensazioni (il più delle volte malinconiche) sperimentabili dall'individuo nel corso della propria esistenza umana. Uno sguardo riflesso nella sospensione infinita tra astratto e concreto. Giocando con le unità di tempo, luogo e spazio senza paura dell'Infinito.

martedì 9 aprile 2013

ARTISTI VARI RISUONANO I FRIGIDAIRE TANGO

ARTISTI VARI RISUONANO I FRIGIDAIRE TANGO
AA.VV.
- Go Down Records - 2013

Sono tra le prime realtà italiane che all'inizio degli anni '80 del secolo scorso hanno aperto le porte all'avvento della new wave proveniente da Oltremanica, lasciandosi fascinare da suoni sintetici e scuri, unendo chitarre elettriche taglienti a ritmiche sincopate e nervose. Un album importante per tutta la scena (THE COCK, 1981), un mini lp poco tempo dopo, preludio ad un secondo 33 giri presto accantonato, la partecipazione alla gloriosa compilation BODY SECTION, accanto fra gli altri a Litfiba, Diaframma, Rinf e Kirlian Camera. Diversi concerti. Addirittura una documentario targato RAI. Poi, inevitabili, qualche tensione interna e alcune frizioni con l'esterno; lo scioglimento nel 1986 e il parziale oblio durato vent'anni. Il ritorno sulle scene è datato infatti 2006 e si manifesta attraverso il rilascio di un succulento box, le cui chicche sono proprio quel secondo album mai uscito e un live registrato principalmente in Spagna, seguito successivamente dal maturo L'ILLUSIONE DEL VOLO, cd fatto di pregevoli spunti sonori e testuali, questi ultimi una volta ancora appannaggio di Charlie Cazale, e ricco di amici corsi a supportare il sestetto di Bassano del Grappa nella sua rentrée. Non sorprenda perciò l'uscita di questo tributo per quella che in fin dei conti non è riuscita ad elevarsi oltre il rango di cult band; ci si mobiliti piuttosto per recuperare quello che è un frammento della nostra storia musicale, relativamente marginale forse, eppure capace di toccare indistintamente le corde di uno spirito affine come il Maestro Canali, intento a riappropriarsi dell'antica Recall (proposta in chiusura anche dai Radiofiera nella sua versione anglofona) piegandola alle esigenze della lingua italiana per tramutarla in un Richiamo sognante, poeticamente rabbioso e malinconico, e quelle di una giovane artista vicentina promettente come Camilla Fascina, qui in duo con il produttore Giuseppe Piol per una accattivante Normalmente Triste. Tra questi due poli ecco intercettate altre nuove leve del musicartigianato moderno come l'Operaja Criminale, alle prese con la storica Vanity Fair, eterea e frammentata, i Wora Wora Washington di Brain Rock, solida scheggia post punk sviluppata su un tappeto di synth, e i "pestilenti" Muleta con una ottima This Day '78. Non mancano ovviamente gli amici di mille battaglie. Primo fra tutti Miss Xox in combutta per la riedizione di Push con Gianmaria Accusani, e i suoi Sick Tamburo, come ai tempi dello storico The Great Complotto; a ruota seguono i Diaframma di Federico Fiumani (a loro volta omaggiati nel 2008 dal valido IL DONO - ARTISTI VARI INTERPRETANO I DIAFRAMMA) e la recente Poesia Di Luce, quindi l'ex Detonazione Bruno Romani, in trio con Xabier Iriondo e il pianista Giorgio Pacoring, per l'improvvisazione situazionista di Presage. Interessante la nu wave jungle di Faust Degada, leader dei seminali Degada Saf, che si impadronisce di Natural Mente, e la dilatata operazione tra elettronica e post punk di Dream City, riletta con mirate sfumature ambient dagli Adam Carpet, innovativa formazione di Diego Galeri. Metabolizzate a dovere, pure la clandestina The Tiger e le classiche Frigidaire Tango e Take Over From Me vengono (ri)messe in circolo rispettivamente dagli OJM, da Knup e da Phinx. Una segnalazione la meritano pure Il Magnetofono con Tutto, Niente, Qualcosa, Ilenia Volpe (chitarra e voce per Milioni Di Parole) e Il Corto Maltese di Mescola Le Razze. Ma non finisce qui: anche Sergio Volpato e i suoi Plasticost sono della partita (in compagnia de I Mutanti) per l'attesa The Cock (Miniaturizzato). Tracce e suggestioni che lasciano il segno. Anche nel nuovo millennio. Eleganti. Decise. A passo di tango.

sabato 6 aprile 2013

BERSERK!

BERSERK!
Berserk!
- RareNoiseRecords - 2013
 
Sono spiriti ampiamente inquieti quelli manifestatisi attraverso le note prodotte dalle musiche d'avanguardia composte e realizzate da FEL, a.k.a. Lorenzo Feliciati, una militanza importante nei primi, rivoluzionari, Tiromancino e in seguito guru del basso fretless, e LEF, al secolo Lorenzo Esposito Fornasari, musicista, produttore, agitatore sonoro in uscita quasi contemporaneamente a questo BERSERK! con SAGA, IL CANTO DEI CANTI, l'opera equestre scritta e cantata da Giovanni Lindo Ferretti, divenuta poi parte integrante della colonna sonora del film Fedele Alla Linea diretto da Germano Mazzoni. Sono demoni evocati e ben presto assoldati dal duo emiliano-capitolino per generare spazi e ambienti mistici, atemporali, privi di ogni caducità terrena, ricchi di sentori e sfumature trascendentali che pescano a piene mani tanto nel free jazz quanto nel rock sperimentale. Una miscela alchemico-matematica, dunque niente affatto immediata, densa, che è tuttavia moderno rituale ancestrale condotto da un collettivo apparentemente aperto nel numero delle collaborazioni, ma in realtà rigidamente soggetto agli schemi della sua stessa sperimentazione. C'è un'aura di sacralità pagana nel lento incedere lamentoso scandito dal drumming di Simone Cavina, fratello del forse più noto Luca, che sviluppa Macabre Dance mentre il trombone di Gianluca Petrella va a contrappuntare la voce cavernosa di Mr.LEF prima che il reticolato pianistico intessuto da Jamie Saft, già collaboratore di lungo corso di John Zorn, diventi parte strutturale della successiva, e diversamente gemella, Fetal Claustrophobia. La massiccia elettronica di Not Dead, preceduta dal contrabbasso di Feliciati che anima Blow, incanala l'altrimenti rarefatto trip hop progressivo di dantesca inquietudine lungo i binari di un ambient inquisitorio, carico di luciferina desolazione e disperata solitudine, andando a spalancare un vorticoso baratro sull'orrore. Un clima meno esasperato, eppure ugualmente oppressivo, si respira in First, spettrale raduno di anime elette in cui per la prima volta compaiono la batteria del crimsoniano Pat Mastellotto e il pianoforte del jazzista Fabrizio Puglisi, protagonisti a tutto tondo della speculare Wait Until Dark, decadente heavy song marchiata da un gelido sigillo gotico. Con Latent Prints gli scampoli controllati di cacofonia iniziale non sono mai motivo di frattura, anzi cedono lentamente il passo alla misura ordinata che si fa fusione di stili ed espressioni per mano del norvegese Eivind Aarset. C'è spazio anche per episodi a loro modo più personali. I sogni di Fornasari, coadiuvato dai soli Petrella e Aarset, vengono tracciati in Dream Made Of Wind e Dream Made Of Water; Feliciati si fa chiaroveggente nella strumentale Clairvoyance, occasione per il trombone di Petrella di incrociare la batteria percossa qui da Cristiano Calcagnile, per una emancipazione programmatica, fatta di idee e ipotesi tramutatesi concreticamente in avanguardia universale per mezzo degli arditi interpreti delle sette note alla base del progetto Berserk!. Un orizzonte logico, complesso e affascinante.
 
un link al seguente post è presente qui: http://www.berserkband.com/news/page/2/ qui: http://www.facebook.com/berserkband 

giovedì 4 aprile 2013

SAUDADE

SAUDADE
Selton
- Ghost Records - 2013

Sono passati ormai cinque anni da quel riuscito esordio discografico che fu BANANA A' MILANESA quando l'allora giovanissimo quartetto brasiliano dei Selton, sostenuto fra gli altri dal sempre imprevedibile Enzo Jannacci e dalla surreale ditta targata Cochi & Renato, recuperava in chiave rock una decina abbondante di brani tratti dall'immortale canzoniere di questi tanto stralunati quanto arguti padri della Canzone italiana, riuscendo innanzitutto a comprenderne l'essenza amara e ridanciana allo stesso tempo e, in seconda battuta, a realizzare un esotico ponte ideale tra Porto Alegre e la Bovisa. Misuratisi successivamente con un fortunato tour in supporto ad un secondo album omonimo di soli inediti, felice nei contenuti e nelle soluzioni formali, i Selton tornano oggi alla carica con il terzo disco della loro carriera. Aiutati da una nutrita schiera di appassionati sulla consolidata piattaforma di crowdfunding Indiegogo e supportati dalla competenza di Tommaso Colliva in cabina di regia, Daniel, Eduardo, Ramiro e Ricardo hanno una volta ancora partita vinta. C'è forse un pizzico di immediatezza in meno e soprattutto un briciolo di malinconia in più, già evidenziato nella cover di Come Deve Andare inserita in un recente album tributo agli 883, rispetto al precedente SELTON; si prenda ad esempio la fluida analisi esistenziale di Un Ricordo Per Me, carica di sospensione cosmica e irrisolto disagio psicologico. Tuttavia le buone vibrazioni che accompagnano da sempre la band hanno fatto sì che anche questa volta ci si possa gustare una spensierata mezz'ora di solare e festosa alchimia, riconoscibilissima fin dalle prime note del singolo apripista eseguito in collaborazione con l'amico Dente. Il cantautore fidentino, oltre a ritagliarsi appunto un cameo vocale (e video) in Piccola Sbronza, regala al quartetto la delicatezza corale de Un Passato Al Futuro presiedendo una volta ancora alla supervisione dei testi in italiano. Testi che, spaziando al solito dalla lingua di Dante al portoghese, approdano per la prima volta, ma con uguale disinvoltura, all'inglese. Ecco dunque la già collaudata Across The Sea, romantica love story bucaniera proposta spesso in passato durante i concerti; l'ondivaga Ghost Song, in cui è Claudinha Palma ad occuparsi delle voci spiritiche, e il colorato treno dall'anima latina di You're Good, introdotta dal divertissement vocale di Eduardo e Daniel Serviço Bem Feito. A garantire un ulteriore prestigio internazionale a SAUDADE ci pensa la collaborazione con l'ex Lounge Lizards Arto Lindsay, protagonista del rock carioca espresso da Qui Nem Giló (Saudade), brillante omaggio al re del baião Luiz Gonzaga, in cui le chitarre di Ramiro e Ricardo si sostituiscono alla fisarmonica originale donando al pezzo una aura di classica attualità. Lo stesso respiro senza tempo che l'eccellente mix tra Beatles e Beach Boys (davvero splendide le armonie vocali supportate dalla bionda Vania Marques) pervade la conclusiva Eu Nasci No Meio De Um Monte De Gente, caldo abbraccio dell'Oceano che è anche piccolo bignami autobiografico di formazione. Un lavoro che fa sintesi del percorso fin qui intrapreso (Vado Via è introdotta "in differita" da Renato Pozzetto), con lo sguardo rivolto ad un futuro non troppo lontano caratterizzato da un nuovo cantautorato globale in cui i tratti peculiari di più realtà si fondono in modo compatto pur mantenendo distinte le proprie specificità.

martedì 26 marzo 2013

1991

1991
Bad Black Sheep
- Valery Records -

Correre a ritroso nel tempo è un esercizio di stile che viene facile ai vicentini Bad Black Sheep. Il qui presente debutto per la Valery Records avviene dopo un paio di ep che già avevano fatto intuire negli anni passati il potenziale del giovanissimo trio formato nel non lontano 2006 dal chitarrista Filippo Altafini e dalla robusta sezione ritmica con il vizio del canto affidata al lungocrinito Teodorico Carfagnini e al biondo Emanuele Haerens. Ora, accumulata la necessaria esperienza che solo il contatto diretto con il pubblico dei concerti sa dare e grazie ad una produzione in cabina di regia affidata al veterano Sandro Franchin, uno capace nella prima metà degli anni '90 di contribuire in qualità di sound engineer ai successi nazionali tanto di Vasco Rossi, Enrico Ruggeri e Timoria quanto a quelli di Gino Paoli, Ivano Fossati e Paolo Conte, senza tralasciare la parentesi estera con Sade e Simply Red, è giunto il momento di tracciare una linea di demarcazione con il passato, che sia punto di partenza da cui muovere verso nuovi traguardi professionali e occasione di crescita formativa. In un vortice sonoro capace di centrifugare Nirvana, Ministri e Finley emergono idee chiare e buona padronanza dei propri mezzi; l'urlata opener 1991 (ma anche splendida ghost track acustica posta in chiusura di lavoro), scelta come primo singolo del cd, risveglia la mai sopita tendenza del power trio vicentino a porre l'accento su drammi e contese internazionali che ne hanno caratterizzato, seppure indirettamente, la crescita come esseri umani. "Il 1991 è l'anno in cui siamo nati tutti e tre. È un numero palindromo ed è anche l'anno in cui è iniziata la guerra in Iraq. Nei nostri 21 anni di vita e di telegiornali i conflitti in Iraq e in tutto il Medio Oriente ci hanno sempre accompagnato." E hanno accompagnato anche tutti noi, spettatori il più delle volte colpevolmente pigri e consapevoli; immobili perché sufficientemente privilegiati da vivere Altrove. Eppure i tempi bui erano già allora dietro l'angolo: Non Conta accampare ora scuse o tacciare il proprio vicino di scarsa lungimiranza. Nella accorata preghiera pacifista della già nota Didone c'è il rilancio, la supplica, il riscatto, la volontà di scindere il Bene dal Male, senza più far ricorso ad allettanti compromessi di confine. Bisogna correre ad un'Altra Velocità, la stessa che movimenta l'irruenza punk'n'roll di Mr Davis sulle frequenze di Radio Varsavia. I Cult di Ian Astbury e Billy Duffy rieccheggiano nelle trame chitarristiche di Fiato Trattenuto, felice rock ad alto voltaggio capace di lasciare il segno allo stesso modo della new wave latina che pervade la mistica Igreja de S.Maria, dalle inaspettate atmosfere care agli iberici Heroes del Silencio. Solo la punkeggiante cover di Cuccurucucu non convince in questo contesto, non tanto nella forma, comunque un po' stereotipata, quanto nella sostanza, a discapito del pur buono, e fin qui forse inesplorato, spirito adolescenziale messo in luce dai BBS. Non siamo affatto 1000 Miglia Sotto La Norma, ma di certo qualcosa potrà cambiare in meglio se gli sforzi dei vicentini verranno premiati. Non ci vuole molto altro. Pensieri semplici, familiari, a tratti anche elementari. Del resto Flaubert ce lo ha insegnato: la semplicità è tutto. 

lunedì 25 marzo 2013

PNEUMOLOGIC
Ornaments
- Tannen Records - 2013

Prendi due chitarre dai The Death Of Anna Karina, rispolvera il basso di Enrico Baraldi e adagia il tutto sulle pelli percosse da Riccardo Brighenti. Inspira ed espira. Lentamente. Ascolta il sangue fluire nelle vene. Respira e presta attenzione al tuo corpo. Un intenso calore lo pervaderà tutto mentre il cuore continuerà a pulsare con costanza diffondendolo capillarmente senza sosta attraverso ogni centimetro della tua pelle. In un abbraccio carico di suggestioni quasi esoteriche gli Ornaments sviluppano in musica la nozione del pneuma, "un soffio caldo che spira dalle esalazioni del sangue", per alcuni principio di tutte le cose e fonte di vita. Assecondando la tradizione, "dal cuore la corrente pneumatica si diffonderebbe nel corpo attraverso un sistema circolatorio simile a quello formato dalle arterie e dalle vene in cui scorre il sangue e, come tale, soggetto ad influssi di caldo e freddo". Diverse tuttavia sono le sue derive ontologiche maturate nei secoli; PNEUMOLOGIC è qui da intendersi dunque come una suite articolata in sette capitoli, prevalentemente strumentali, lungo cui le teorie legate al pneuma vengono via via analizzate, ora con cupi bagliori doom ora con più ancestrali ritmiche tribali. Sempre senza mai scadere nel pericoloso baratro della prevedibilità esecutiva. Pulse, Breath, Aer sono il primo trittico entro cui il post-rock del quartetto bassopadano si muove con disinvoltura svincolandosi a tratti dai facili cliché del genere; a ruota, Galeno, Pneuma e Spirit ribadiscono la bontà dell'opera, la prima per Davide Gherardi e soci in quanto a minutaggio dopo la promettente manciata fatta di demo ed ep, che si completa con l'estenuante tour de force proposto in compagnia dell'artista romano Tommaso Garavini con L'Ora Del Corpo Spaccato, sofferente quadro di boschiana memoria in attesa di redenzione. Non è certo un album di facile assimilazione questo PNEUMOLOGIC e sicuramente la tematica affrontata non aiuta per immediatezza o fruibilità; eppure gli ascolti ripetuti e una certa predisposizione d'animo colmano se non altro le distanze con la complessità e la densità di suoni (qua e là compaiono infatti anche synth, violoncelli e seghe armoniche) ed arrangiamenti di cui questo lavoro si fa portatore, scavando dentro noi un  percorso nuovo, di riscoperta. Nota di merito per il ricco artwork a cura di Luca Zampriolo che in collaborazione con Giampiero Quaini è stato capace di cogliere l'essenza nera di questa anima pulsante, concettualmente definita; ulteriore moto vivifico e vivificante che penetra nel nostro cuore fino a raggiungere capillarmente lo spirito.

giovedì 21 marzo 2013

DUE ANNI DOPO
Cesare Malfatti
- Adesiva Discografica - 2013

"Il motivo di questo disco, due anni dopo, è raccontare che sono partito da un esperimento, compreso il cantare, e poi piano piano, con la scusa dei concerti, tutto è diventato più naturale, più solido, (...) un po' più rock". Era andato oltre le più rosee aspettative l'esordio solista di Cesare Malfatti. In una dimensione casalinga capace di bilanciare inaspettate esigenze di curiosità cantautorale con una inesausta tensione al Bello, CESARE MALFATTI andava a riempire un vuoto creativo emerso dopo la separazione consensuale dal compagno di scorribande sonore Mauro Ermanno Giovanardi con un approccio tanto minimale quanto coraggioso. Solitamente in casi di questo tipo grava perciò una responsabilità non di poco conto, quella di dare un seguito ben argomentato in grado di mantenere le aspettative fino a quel punto realizzate. Una volta ancora Malfatti sceglie invece una strada alternativa per raccontarsi, preferendo spostare l'accento sulle dinamiche esistenti tra l'artista e il suo lavoro, per "far capire quello che succede normalmente a un disco", quando questo, dopo essere stato completato in studio e dato alle stampe, acquista man mano corpo fin dalle prime uscite live e si trasforma, diventando gradualmente altro. "Succedeva così anche con i La Crus - afferma il cantautore milanese - e questo ci piaceva, perché era un modo nuovo di sentire la nostra musica". Così, una volta ancora slegato dai canoni promozionali tradizionali della discografia contemporanea, DUE ANNI DOPO focalizza la dimensione cantautorale di Malfatti ampliando nel contempo lo spettro delle sue collaborazioni. Il passaggio da una dimensione solitaria a quella di una factory sui generis sta alla base del rinnovamento sonoro di cui tracce come Andate Via, Il Bilancio, Mi Han Detto Che e Posso Fare A Meno beneficiano ampiamente. Il roommate Dodo NKishi alla batteria, l'eclettico Giovanni Ferrario prevalentemente al basso e alla tastiera, un prezioso Manuel Agnelli all'ultracentenario piano verticale di casa Malfatti, il violino di Vincenzo Di Silvestro sono i sarti di questo anomalo atelier in cui i capi disegnati a suo tempo dall'amico Cesare sviluppano nuove linee guida. Piacciono gli accompagnamenti vocali in Ma Perché e Soltanto Tu così come il rallentamento trip hop di Fermati Milano e l'arpeggio prolungato su cui viene costruita Quello Che Abbiamo. Tutte canzoni che fanno il paio con la solitaria riflessione esistenzialista de La Notte Bagna o con la sempre splendida Sembra Quasi Felicità, altrettanto note e ugualmente felici nella nuova veste sonora. Rispetto al passato solo l'ordine delle canzoni è differente; per la proprietà commutativa il risultato (positivo) non cambia. Piuttosto si amplia, grazie a quel goloso paio di inediti posti in chiusura al cd. Caratterizzata dal violino di Di Silvestro e dalla voce della moglie Stefania Giarlotta, Due Di Uno è una domanda di Malfatti sussurrata alla persona amata e declinata secondo i canoni della ballad rock; A Te, composta a quattro mani con la scrittrice Laura Facchi, rinnova invece l'ottima performance vocale della Giarlotta accarezzando atmosfere seducenti che avvolgono l'ascoltatore in un abbraccio consolatorio dopo un ultimo monologo indirizzato alla Nera Signora. Balliamo... Balliamo...
 

mercoledì 20 marzo 2013

25 marzo 2013
A ME MI ...DOMANI
Serial teatrale
di Alberto Patrucco e Antonio Voceri
Teatro Nazionale - Milano (MI) 
 

Nato da una intuizione di Alberto Patrucco questo spettacolo è il secondo capitolo di una trilogia pensata per rendere omaggio a una città che più di molte altre ha subito influenze diverse, ha accolto le persone più disparate da ogni dove e, ancora oggi, è capace di farsi amare e odiare allo stesso tempo.

“A me MI” è una rappresentazione corale che, pur mantenendo una sua originale continuità narrativa, si rinnova nei contenuti di serata in serata, alternando a un cast fisso degli ospiti speciali. Lo spettacolo è un graffio sulla Milano di ieri e di oggi, o meglio, uno sguardo disincantato sulla società meneghina.
 
Sul palco si alternano alcune maschere della comicità italiana che si ritrovano a contatto con la modernità o con le nostalgie per un tempo che fu: l'uomo  analogico (Zuzzurro) e quello tecnologico (Gaspare); uno straniero (Luca Koblas) alle prese con una Milano vista da est; il saggio professore (Antonio Silva) che racconta la "lingua madre", o meglio, di come parlava sua mamma; il critico letterario (Federico Valera) che recensisce e segnala libri che non usciranno mai... Così che il volto di Milano si deforma e diventa sorriso, risata, sberleffo.

Tra un quadro e l'altro, la corrosiva comicità di Alberto Patrucco che accompagna l'intero percorso, congiungendo col filo spinato della satira e della grande canzone d'autore le diverse parti di questo varietà; per l'occasione impreziosito da una carrellata di ospiti d'eccezione come Enzo Iacchetti, Andrea Mirò e Paolo Pasi; al solito supportato dalla sottofondo musicale della Sotto Spirito Band guidata da Daniele Caldarini.

Uno spettacolo da non perdere. Non fosse altro per poter affermare senza il rischio di incorrere negli strali dell'Accademia della Crusca, "A me MI". Dove, parafrasando Tino Scotti, "A" è preposizione; "me" pronome e "MI" la targa. 
 
BIGLIETTERIA
Prezzi dei biglietti
categoria A: 39€
categoria B: 33€
categoria C: 27.50€
 
Orario spettacolo:
lunedì 20:45
 
Per informazioni e prenotazioni:
02.00640888
dal mercoledì al sabato
dalle ore 15.00 alle ore 18.00.
 
Ritiro dei biglietti:
La biglietteria è aperta dal martedì al venerdì dalle ore 14.00 alle ore 19.00 con orario continuato. Il sabato e la domenica dalle ore 12.00 alle ore 19.00. In occasione degli spettacoli del lunedì, la biglietteria sarà aperta dalle ore 17.00 alle ore 19.00.

I biglietti acquistati su internet con modalità ritiro presso il luogo dell'evento possono essere ritirati dal giorno stesso dell´acquisto e fino a 30 minuti prima dell´inizio dello spettacolo.
 

martedì 19 marzo 2013

RETURN TO ZOOATHALON
Sananda Maitreya
- Treehouse Publishing - 2013

Realizzato secondo una ormai usuale tradizione in quattro sessioni che abbracciano questa volta un arco di tempo compreso tra il febbraio e il dicembre del 2012, il ritorno all'attività discografica per Sananda Maitreya prende oggi la forma di un lungo concept album incentrato sulle dinamiche intercorse nella quotidianità dello Zooathalon, realtà di livello altro, parallela al mondo razionale così come sperimentato attraverso i nostri sensi, e capace di rinnovare con la stessa freschezza compositiva i fasti del precedente THE SPHINX, rivelatorio masterpiece dell'artista americano da diversi lustri residente a Milano. Protagonisti principali di questa nuova opera rock a 360 gradi scritta, arrangiata, prodotta e suonata dal solo artista americano sono le figure chiave dello scienziato Robert Taylor Zippenhaus e del direttore d'orchestra Ruggiero Tommaso Zepperelli, soggetti, individualità lontane fra loro, ma unite da un obiettivo comune, da una missione, l'unica possibile, che germoglierà dentro loro e che si rivelerà capace di realizzarli completamente: mettere nuovamente piede a Zooathalon. Maitreya si appresta perciò a ridisegnare mondi e universi coincidenti fatti di accordi e corrispondenze, ricorrendo a un largo uso di tutta quella musica che è suo e nostro bagaglio culturale. Gli amati anni Settanta si annunciano così in multiformi espressioni: sono fonte primigenia tanto per i ritmi dell'Africa nera proposti da Brimstone Follies quanto per le eleganti atmosfere suggerite dalle chitarre wah wah di DFM (Don't Follow Me), potenziale singolo seducente e ondivago, e Just Go Easy. Si insinuano tra le spigolose note di Dancing With Mr. Nostalgia e Tequila Mockingbird qualche istante prima di esplodere dirompenti nell'amore bollente cantato in She's Not Right; penetrano la brezza zeppeliana di Hurricane Me & You e carezzano la coralità di Free To Be. La particolarissima e calda voce di Sananda sa toccare le corde giuste nelle interpretazioni di Where Do Teardrops Fall? e Ornella Or Nothing, inaspettato tributo alla nostra Ornella Muti, urlando tutto il disagio interiore in Save Me. C'è spazio per gli Stones di Brian Jones (Walk Away (Ghost Song)), per gli Who (Kangaroo) e i territori desertici del New Mexico (Albuquerque). Dopo le rocambolesche avventure del possibile alter ego Stagger Lee la quadratura del cerchio si completa con l'ottima Return To Zooathalon. In chiusura ecco infine l'omaggio all'antica amica Whitney celebrata in maniera raccolta dal delicato strumentale per solo pianoforte The Last Train To Houston. Sananda non manca certo di aggiungere tasselli preziosi nella costruzione della sua sempre più luminosa e pacificata carriera. Il ritorno a Zooathalon non è così un ritorno a quel passato che non può tornare, ma l'indicazione di un equilibrio musicale vivo che nella sua complessa semplicità è fedele ritratto delle sue aspirazioni. Un nuovo, ulteriore, sereno approdo. Il prezzo del biglietto è imposto dall'impegno nel viaggio. "The more you try to escape, the deeper you go into it."
 

lunedì 18 marzo 2013

FORMIGOLE
Toni Bruna
- Niegazowana - 2013
 
"C'è un filo rosso che unisce chi non si è mai conosciuto, che ci lega a qualcuno che forse incontreremo domani. C'è un filo rosso che guida e incrocia i nostri destini e ci porta ad amare a prima vista lo sconosciuto che è nella nostra vita da sempre". Così la scrittrice irlandese Josephine Hart nel suo romanzo di maggior successo Il Danno, bestseller internazionale di inizio anni '90 raccontato nella finzione cinematografica dall'indimenticabile cineasta francese Louis Malle in uno dei suoi ultimi lavori per il grande schermo. Riflessioni semplici e lineari che a ben vedere chi vive di Musica spesso si trova a realizzare in perfetta solitudine prima che, in un secondo tempo, vengano condivise da più parti. Il disco di Toni Bruna è uno dei tantissimi esempi concreti in tal senso. È la piccola pietra preziosa intagliata con cura e passione da mani esperte; la gemma rara recuperata e lavorata per la gioia del suo oculato possessore in una piccola bottega artigianale, lontano dagli occhi avidi prima ancora che indiscreti di chi non saprebbe come valorizzarla. FORMIGOLE è appunto quel filo rosso di cui sopra, capace dunque di unire e catturare l'interesse dei più attenti nel cui novero, da tempo, si è rivelato esserci quel chitarrista visionario che risponde al nome di Gionata Mirai il quale, non a caso, si troverà a dire a riguardo: "C'è  un  cantautore  triestino  molto  figo,  si  chiama Toni  Bruna...; a  lui  non frega niente di essere famoso, ma ha fatto un disco molto bello, uno dei pochi che ascolto attualmente senza premere “skip”." Già. Toni Bruna. Un nome in mezzo a tanti. Un nome comune che rivela però in soli 37 minuti una bellezza agrodolce unica, pura e incontaminata. Partendo dalle proprie radici, dalla propria terra, dalla sua storia e dalla sua lingua, qui rivoluzionario strumento unico di comunicazione. Ricordando con una chitarra carioca e alcuni inserti di tromba affidati a Massimo Tunin gli esuli istriani in esilio più o meno volontario del rione Baiamonti; avanzando con movenze sudamericane a piccoli passi tra i Pai De La Luce nel tentativo di sfuggire alla Nera Signora; narrando con indicibile leggerezza e forza descrittiva i miracoli pagani del Cristo De Geso, l'accidia mai passiva della Gente Che No Ghe Frega De Gnente e l'atmosfera accogliente e famigliare di Una Bela Casa, rifugio peccatorum e tomba della libertà insieme. Nell'emozionante e commovente folk-rock drakiano di Picar si pongono le basi per la successiva Sanantonio, smisurata preghiera animale densa di sofferente pathos caposseliano e tensione emotiva, costruita su un epico arpeggio ipnotico. Tesounasanta è arricchita dall'ennesimo fraseggio chitarristico mentre l'atmosfera campestre di Serbitoli sintetizza umori notturni e intime malinconie simili alle paure terrene della title track. Questo è il mondo di Toni Bruna. È i racconti contadini fra sacro e profano. È il Carso e la storia millenaria che lo accompagna. È le sue contraddizioni. È i bagliori della notte. È l'Enrosadira. Fotogrammi. Istantanee. Flash dai freddi colori pastello. Che colpiscono e abbagliano. Quasi accecano, talmente sono puri e incontaminati. Una primissima tiratura autoprodotta del cd venne resa disponibile anni fa solo nella zona di Trieste. Ora tocca all'Italia. Allargati gli orizzonti la vita e il passato scorrono inarrestabili. Legàti. Inscindibili. Incantevoli.
 

domenica 17 marzo 2013

SILENCE OF THIS TOWN
- Luca Milani - 2013
 

Primo estratto del futuro e atteso album LOST FOR ROCK'N'ROLL in uscita a settembre 2013.

giovedì 14 marzo 2013

TRAGIC TECHNOLOGY INC.

TRAGIC TECHNOLOGY INC.
Not Ordinary Dead
- 2419 Record Label - 2013

Nonostante tutte le traversie di line-up che hanno dovuto affrontare in quasi venti anni di carriera i Node non hanno mai deposto le armi, ma anzi avevano annunciato un nuovo album proprio in questo 2013, primo per l'ennesima nuova formazione assemblata negli ultimi mesi. L'arrivo di TRAGIC TECHNOLOGY INC. è però un grosso equivoco se riferito ai death-metallers lombardo-piemontesi fondati da Steve Minelli e Gary D'Eramo nel lontano 1994. Questi Node sono in realtà i NODe, acronimo riferito al più esteso Not Ordinary Dead; sono un duo allargatosi a quartetto, arrivano dalla Campania e si prodigano in un convincente mix di contaminazioni elettroniche che non disdegna incursioni nel rock e nella new wave; il tutto condito con quel pizzico di dark ad alto voltaggio di beat che in casi simili non guasta mai. Per evitare di incorrere in fastidiosi casi di omonimia continueremo perciò a chiamarli con il loro nome esteso, assai più eloquente e in linea con la proposta offerta. L'iniziale The Way I Do è una continua accellerata priva di attriti sull'acido asfalto dell'house, tra voci effettate e ritmi ben squadrati dal nucleo originario composto da Johnny Lubvic (prossimamente troveremo il nome di battesimo) e Kamoto San (alias Fabio Celiento), che portano in un baleno alle atmosfere sintetiche di Precinct Node care ad Alec Empire, ma filtrate dall'umore più intimo dei Depeche Mode. Piace la digitilizzazione di To Die 10000 Times (All About This), non certo un irrefrenabile riempipista, ma brano sinuoso e vellutato, capace di tenere sul filo del rasoio l'ascoltatore prima di abbandonarlo in vista della marziale Matter Of Time. Un uso della voce che riesce ad unire due anime inquiete come Dave Gahan e Brian Warner è l'elemento caratterizzante della disamina electro-rock esposta in Videocy; l'ossessiva Deadman Working è più macchinosa, non convince nella pronuncia delle strofe, ma mantiene una buona dose di oscuro disagio che troverà pieno compimento nella successiva Man In The Middle, forse l'episodio più riuscito del lotto. Spetta a Something Against Me proporre un nuovo crossover elettronico da dancefloor carico di svisate tastieristiche più in linea con alcuni episodi minori di Subsonica e del seminale Luca Urbani. Completano il lavoro una rigenerata Kinky Eyes e l'electro-beat di This Atomic Love, tracce provenienti dall'ep TUNING THE UNTUNABLE del 2012, ma per l'occasione opportunatamente remixate rispettivamente dal solo Pasquale Tarricone, navigato tastierista-compositore a.k.a. Pak T2R, e dai compaesani Moo'Nadir, nuovo trio electro-partenopeo con un buon futuro davanti a sé. Forse non ancora particolarmente innovativi, ma dotati di una indiscussa e ampia visione sul mondo elettronico, i Not Ordinary Dead vanno ad occupare quella casella lasciata inspiegabilmente libera nel puzzle musicale di Napoli e dintorni, dimostrandosi realtà importante per la crescita culturale del proprio territorio. Una Campania vitale, generosa e propulsiva, troppo spesso vittima solo perché in mano a carnefici.
 

martedì 5 marzo 2013

COME SE FOSSI DIO
Leon
- Treparole - 2013

Io mi ricordo di Leon. Lui non può saperlo, ma ci siamo già visti. Era una serata di metà novembre, nel 2004, in trasferta nelle sperdute terre biellesi. Suonavano gli indimenticabili Trombe di Falloppio in una formazione a cinque davvero lussureggiante davanti a pochi, pochissimi eletti in quel mai troppo rimpianto tempio della musica che fu il Babylonia. Cinque euro l'ingresso. Forse pure una consumazione inclusa. Non so, non ne ho la memoria. Quello che ricordo bene è invece il quintetto di apertura, capitanato da un giovane che, nella risicata mezz'ora concessagli, seppe catturare con i suoi compagni di band l'attenzione dei presenti grazie ad una esibizione davvero vigorosa e convincente. Io mi ricordo degli Zoo. E mi ricordo di Simone Perron. T-shirt nera, jeans e un paio di scarponcini Timberland. Un demo registrato da poco in vendita a fine concerto. Poi non seppi più nulla. Almeno fino all'altro giorno quando premendo il tasto play venni colpito dal mix di elettronica-pop cantautorale di Come Se Fossi Dio, opener dell'omonimo cd d'esordio del progetto Leon. Una smaccatamente laccata copertina "graffiata" algidamente dal grafico Nicola Napoli (ex Godless Tree) diventa così il biglietto da visita per l'ennesima ripartenza del musicista valdostano, questa volta affiancato nella stanza dei bottoni dall'eclettico Pietro Foresti. Difficile ritrovare nei suoni oggi il giovane Perron di allora. Leon ha spazzato via le chitarre pesanti e la ritmica pestona; ha recuperato tastiere e chitarre acustiche, tracciato paesaggi meno claustrofobici, ma adulterato l'innocuo pop adolescenziale diffuso ai giorni nostri e virato su liriche volutamente provocatorie. Dirette. Senza filtri. Un percorso solo in parte simile al corregionale Francesco-C, il quale all'elettrica ancora non rinuncia e si dimostra sempre capace di felici intuizioni liriche; un percorso che per Leon è in fase di costruzione, tra creatività da incanalare e ferrea determinazione nel perseguire gli obiettivi. C'è spazio per la denuncia sociale di Nel Gin (rivisitata nel remix marpione targato Nedagroove) e per il disagio mentale prima ancora che fisico legato all'anoressia di Bellissima, vetta liquida del cd; si eleva un Canto Notturno e vengono tracciate Immagini più tradizionali, seppur venate da inquietudine e sofferenza dark, mentre centinaia di Profughi muovono verso la terra promessa. Non si rinuncia (giustamente) all'alternanza bilinguistica fra italiano e francese. La familiarità con la lingua d'Oltralpe, del resto già ampiamente manifestata in LITANIES, secondo album di un'altra precedenza vita artistica di Leon, gli El Negro, affiora infatti nella universale Encore e nei solchi di una irriconoscibile Wicked Game di isaakiana memoria, qui rimaneggiata ai limiti del trip hop e ribattezzata opportunatamente Jeux Dangereux. E c'è spazio pure per il latino nella dura condanna rivolta al clero corrotto dalla pedofilia della, a tratti, pretenziosa Ego Te Absolvo. Ancora poco più di tre minuti e l'esordio è completo. Ovattata, Giorni Di Pioggia spinge sull'accelleratore e sull'entusiasmo del rock, fin qui abbastanza tenuto in disparte, unendo Garbo e Subsonica, passato e futuro. La strada è dunque tracciata. Non resta che percorrerla. ps: chissà se Simone ha ancora quel cd degli Zoo da qualche parte...
 
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