mercoledì 9 ottobre 2013

SHINE

SHINE
Teresa Mascianà
- Top Records - 2013
 
Ooops, she did it again. A solo un anno di distanza dall'esordio DON'T LOVE ME, a sua volta preceduto dall'ep OUT OF THERE, la giovane cantautrice calabrese Teresa Mascianà torna più agguerrita che mai con un secondo album di indie rock senza fronzoli, coadiuvata dagli inseparabili Donatori di Organo, una formazione allargata di nerboruti musicisti di talento provenienti dalla punta dello Stivale. Dopo aver portato la propria visione esterofila della musica tanto in Italia quanto, appunto, sul territorio europeo, forte della propria esperienza sul campo in qualità di sound engineer (Roy Paci, Aretuska, Il Parto delle Nuvole Pesanti) e, non ultima, grazie anche all'opportunità di aprire nelle Midlands e in Scozia per l'immarcescibile veterano della chitarra Uli John Roth, Teresa continua a tracciare con semplicità le coordinate di un rock che pare discendere dal movimento delle cosiddette riot grrrls che nella prima metà degli anni '90 incendiò la West Coast degli Stati Uniti. Ma non si tratta di imitazione pedissequa: nel lavoro della Mascianà ci sarà pure meno rabbia di formazioni come L7 o Babes in Toyland, ma questo è proprio ciò che favorisce un maggiore dinamismo e la stessa spontaneità che anima episodi come la punkeggiante Away e la genuinità riflessiva di Shine. La spensieratezza di Have A Good Time si concretizza in una linea di basso, addomesticata da Giovanni Brancati, su cui si impernia un pop rock frizzante; alla base del cantautorato folk di Melissa Knows troviamo la stessa solarità californiana a cui le bellezze naturali di Calabria nulla hanno da invidiare. La ricetta ricalca verosimilmente quanto già apprezzato in passato, ma qua e là ecco nuovi ingredienti capaci di speziare la proposta. Le novità maggiori provengono dalle tastiere di Angelo Sposato che caratterizzano la dilatazione spazio-temporale di Carry Me On e intrecciano un tappeto etereo per l'odi et amo di Crazy, in cui giganteggia pure il chitarrista Enzo Rotondaro. Ispirata alla vita del missionario monfortiano Vincenzo Troletti che ha votato la propria esistenza alle cure dei bambini del continente africano, la redhotchilipeppersiana Africa è uno degli episodi più riusciti al pari dell'ipnotico scioglilingua eritreo Gundo Senado ("insegnatomi da mia nonna reduce dalle colonie africane" ricorda Teresa) con cui si integra alla perfezione. Nonostante la scelta di cantare in inglese sia stata fino ad ora estremamente naturale, vista la musicalità delle composizioni che calza a pennello con la lingua d'Oltremanica, a grande richiesta arriva anche il primo brano cantato in italiano dalla Mascianà: Non Ci Penso Più focalizza l'attenzione sulle miserie di uno stalker perverso e confuso che sprofonda nell'oblio di un garage rock acustico e urgente. Se l'autoproduzione ha garantito una volta ancora la maggiore libertà di espressione possibile è anche vero che figure di spicco quali Kim Gordon, Patti Smith, PJ Harvey, ma anche Kate Pierson e la nostrana Angela Baraldi sono solo alcune delle molte influenze che, scavando tra i solchi di questo cd, affiorano in tutta la loro determinante essenza artistica sviluppando tra passato e presente un bel dialogo, molto personale, con l'ascoltatore. Anche questo è il rock. Compagno di vita oggi e per sempre.
 

venerdì 4 ottobre 2013

BUONGIORNO

BUONGIORNO
cocKoo
- Volume! Records - 2013

In un mondo occidentale sempre più frenetico e agitato da sollecitazioni, stimoli e distrazioni è difficile ritrovare sé stessi in qualità di soggetti pensanti. Allontanare la facile equazione che vede l'uomo contemporaneo passivo oggetto seriale, ricettivo a meccaniche stimolazioni commerciali e manipolato attivamente da neanche poi tanto occulti poteri forti è il desiderio a cui i cocKoo anelano. La band astigiana, prodotta una volta ancora da Max Zanotti, giunge al suo secondo album consapevole di come per risvegliare le coscienze intorpidite da questo coma indotto serva innanzitutto un forte scossa emotiva, capace di ristabilire una scala di valori altrimenti irrimediabilmente perduta. In questo particolare contesto sociale torna ad assume alto valore un concetto altrimenti giudicato frettolosamente in maniera negativa; quello di crisi, momento certamente di sofferenza e difficoltà, ma anche di riflessione e, in ultima analisi, di valutazione e scelta, che invita l'individuo a guardare appunto dentro di sé per ripensarsi e poter andare avanti. Gli stessi cocKoo dopo un periodo di instabilità successivo al rilascio del debut album LA TEORIA DEGLI ATOMI, si reinventa a distanza di qualche anno con una percezione del mondo differente. Smussati gli angoli delle sonorità rock con cui li avevamo conosciuti, Alberto, Andrea, Luca e Silvio svoltano lasciandosi sedurre dal synth rock anni '80 e '90 di Gary Numan e Depeche Mode. Ci troviamo in un pulsante mondo digitale fin dalle prime note di Le Distanze (Solo Lamenti) con la voce di Andrea Cerrato a sintetizzare, con quel suo piacevole taglio pop, le vocalità del miglior Francesco Renga di epoca Timoria e quella espressiva di Nek. Sembrano riferimenti azzardati e fuori contesto sonoro, ma l'impronta vocale di brani come Baby (selezionata fra le 60 canzoni finaliste di Sanremo 2013), in cui la visione del mondo è vissuta come un riflesso di ciò che possediamo dentro, Nel Bianco Dei Tuoi Occhi e La Leggenda Personale si accosta senza difficoltà a quella di Mr. Neviani. Certo, suoni e aspettative sono totalmente differenti: la dichiarazione d'amore al motore del nostro corpo contenuta in Casa, i dinamismi rock di Kafka e i ricordi filiali de La Parte Più Eterna Del Mondo trovano costruzioni elettroacustiche che risentono in buona parte della mano del loro produttore artistico anche quando più melodiche (Il Mio Corpo, freddo e etereo sguardo onirico sul tempio della nostra anima). L'aggressiva Supernova controbilancia la splendida title track, unico momento acustico per chitarra, voce e poco altro dopo la pioggia di beat, groove e melodia che costituirà anche la scia luminosa de La Cometa dall'intro tastieristico in odor di europop, ma assolutamente efficace e luminosa. C'è ancora spazio per un ultimo conclusivo pezzo, realizzato in collaborazione con Zanotti; Lady G chiude il cerchio della ricerca e spalanca la porta alla certezza e alla verità. Per cambiare il mondo circostante basta cambiare sé stessi. Solo in questo modo possiamo affrancarci dalla schiavitù di ciò che, tormentandoci, ci circonda e spaventa. In un concept album non dichiarato i cocKoo si muovono emotivamente a loro agio tra new age e spiritualismo. Non immediati, ma senz'altro in ascesa. Anche Asti è in fermento.
 
un link al seguente post è presente qui: https://www.facebook.com/pages/cocKoo/42229865732?fref=ts

giovedì 3 ottobre 2013

MULCH

MULCH
Kalweit and the Spokes
- IRMA Records - 2013

È un disco dai forti sapori autobiografici questo MULCH, secondo album per il progetto sonoro capitanato da Georgeanne Kalweit, americana di Minneapolis trapiantata nel Salento dopo gli anni milanesi al fianco dei Delta V con cui assaporò un buon successo di massa nella prima metà degli anni '00. Orfano già da qualche tempo di Leziero Rescigno, ma galvanizzato dall'ingresso in formazione di Mauro Sansone, batterista per Cesare Malfatti e Giuliano Dottori, il trio che ha in Giovanni Calella un vero e proprio asso nella manica, capitalizza l'esperienza del precedente AROUND THE EDGES affiancando al classico connubio chitarra-basso-batteria costruzioni elettroniche che ben si sposano con la visionarietà fascinosa dei testi, come sempre appannaggio di Georgeanne. È uno sguardo sul presente che non dimentica le origini, quel terreno fertile, quell'humus da cui tutto ha avuto inizio. Sono le radici d'Oltreoceano, mai dimenticate in questi vent'anni e più di Italia nonostante l'inevitabile scorrere del tempo che, lungi dal modificarle in maniera sostanziale, avanza tuttavia inesorabile, muto testimone di vite ed esperienze. Così anche se non più la bambina di una volta, la cui immagine appare comunque nella foto di copertina intenta a giocare con del muschio accanto ad una delle sue sorelline, la sensuale artista italo-americana fa il punto della situazione servendosi di tanti piccoli racconti popolati da personaggi reali e immaginari che sono la sua cifra stilistica, bagaglio cantautorale impossibile da scordare. Così la percussività di Kate And Joan svela poco a poco una quotidianità cristallizzata dall'evocativa voce della Kalweit, a suo agio con le soluzioni sintetiche, ma ugualmente asciutte che Calella innesta qui e nella solitudine specchiata di Liquor Lyles, canzone dal nervoso vibe new wave capace di usufruire di una vincente resa pop non troppo lontana dai migliori Shivaree che la candida a futuro singolo. Si viaggia a ritmo di Garbage tra le incomprensioni affettive di No Need e le memorie sospese di Appliances, folk rock alternativo, desertico e circolare, di forte impatto. Murky Stuff a sua volta è country rock sbruffone, nero, da saloon, trasfigurato sinuosamente da soluzioni elettroniche che spariscono (quasi) completamente nel sarcastico omaggio alla bambola più famosa al mondo, protagonista suo malgrado in Barbie Bit The Dust, altro episodio che meriterebbe maggiore esposizione mediatica, dall'attitudine punkeggiante e iconicamente metropolitana. Le divagazioni strumentali di Pea Green Sky confluiscono rapidamente nell'ansiogena ripetitività crepitante di Hank's Hour fino a trovare degno contraltare sonoro nel decadente recitativo che connota l'oscura Wetutanka e traendo forza tanto dalle partiture per violino affidate a Eloisa Manera quanto in quelle dedicate al clarinetto basso suonato da Nicola Masciullo. Calella si ritaglia un ruolo da protagonista nell'ampio finale strumentale di Pull The Drapes, altrimenti esercizio di stile per la voce di Georgeanne, e reinventa, affiancato dallo Gnu Quartet, un vecchio brano scritto anni fa con Rescigno. Fifth Daughter, orchestrale e cinematografica com'è in questa nuova veste, funge da ottima chiusura musicale su cui scorrono i titoli di coda di questo secondo lavoro discografico dato alle stampe dal trio italo-americano. Non c'è alternativa ai pensieri intimi e inespressi che la mente partorisce e lascia sedimentare in noi lungo gli anni della nostra esistenza. Solo suggestioni che ritornano tra melodia e moderata sperimentazione. Per capire, leggendo fra le righe, dove stiamo andando.

martedì 1 ottobre 2013

TEEN

TEEN
Glitterball
- autoproduzione - 2013

Terzo album per il duo pescarese dei Glitterball e nuovo tuffo nelle atmosfere rarefatte e sperimentali care a Giovanni Lanese e Barbara Sica. "TEEN è finalmente un disco e noi siamo soddisfatti quando accade questo perché solo così possiamo buttare un lavoro alle nostre spalle e andare avanti nella nostra personale ambizione creativa; sperimentazione non solo sonora, ma anche di temi o, se vogliamo, di forme e timbri da dare ai discorsi." Il dream pop elettronico registrato in presa diretta con due microfoni durante le prove in una saletta di Pescara questa volta smette di restare confinato in un angolo dei ricordi degli anni '80 ed esce allo scoperto andandosi a confrontare con altri suoni e altre realtà sonore. Sono da vedere in quest'ottica le contaminazioni cinematografiche di Durango, tra Sergio Leone e il minimalismo reggiano degli Offlaga Disco Pax, così come la rivisitazione destrutturata dei Ramones, qui proposti in salsa new wave, de I Is Another. L'analogic rock del primo singolo Love Is Like Water, affiancato dal promo video affidato al filmaker Fabrizo Serra alias Fricso, è episodio che si rinnova poco più avanti con il vorticoso noise meccanico di Teens And Death On Credit, mantenendo pure una suggestiva cifra sonica nell'esistenzialismo dell'ottima La Folie Baudelaire, vetta strumentale dell'album.  Un leggero afflato trip hop si insinua fra le piaghe (sì, avete letto bene, le vocali sono quelle giuste) dark di Post, romantico manifesto sonoro cantato a due voci quasi all'unisono, ad evocare concretamente quella passione, quel sentimento, quella comunione di intenti alla base del progetto Glitterball. Suadentemente sintetici in I Am The Ocean, Giovanni e Barbara calano l'asso con Suicidal, riuscendo a far coesistere gotiche ritmiche vocali con le chitarre acustiche della West Coast in uno strano, ma apprezzabile connubio fra Cure e Eagles. "Del resto le idee sono di tutti e noi siamo unici, ma anche simili a tanti; è proprio nella somiglianza che vanno trovate le differenze." Così, senza volere scomodare necessariamente i grandi della new wave anni '80, la title track Teen pur affondando le sue radici e la sua essenza in un periodo ben definito e lontano nel tempo, suona estremamente contemporanea, andando a poggiare le proprie fondamenta su un nero basso onnivoro che fagocita senza sosta note primitive e oscure armonie, contrappuntate nel finale dall'innocenza percussiva di un vibrafono. C'è tempo ancora per sopravvivere alle nostre paure con il rock elettronico di I Fouled The Bed Of Dreams prima di guardarsi attorno e accorgersi che non siamo soli. È questa la necessità di avere stimoli e impulsi esterni, sollecitazioni che il contatto, l'apertura all'altro possono solo incentivare. Diversamente, no input no output. I Glitterball l'hanno capito e, fattisi carico della loro esperienza, hanno tentato di preservarsi, autentici e genuini, nella molteplicità delle diversità. Diretti, concreti e integralisti come solo la gioventù sa essere.
 
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lunedì 30 settembre 2013

SCENA2

SCENA2
Nevroshockingiochi
- Onlyfuckingnoise/Il Verso Del Cinghiale/Charity Press/Canalese Noise/Eclectic Polpo/Hysm?/Neon Paralleli/Fabrizio Testa Produzioni/Narvalo Suoni/V4V-Word - 2013  

Registrato e prodotto dal veterano Fabio Magistrali che in molti già conosceranno per la sua carriera ultraventennale da produttore di successo al fianco di quel seminale gotha rock nostrano ben rappresentato da Afterhours, Ritmo Tribale, Bugo, Six Minute War Madness, A Short Apnea, R.U.N.I., Cristina Donà, Scisma, Perturbazione, così, giusto per citarne alcuni, SCENA2 è l'ennesima scommessa del barbuto head chief del Magister Mob Studio il quale nei Nevroshockingiochi trova l'ennesimo buon motivo per tornare sulle scene con un lavoro, al solito, mai allineato con quanto già ampiamente reperibile sul mercato. Dal canto suo la band marchigiana offre all'ascoltatore un violento, quanto utile impatto sonoro capace di fungere da stimolo e non da limite ai propri ascolti, chiedendo anzi ai più attenti uno sforzo ulteriore per andare alla ricerca della chiave di lettura dell'intero lavoro. Qua infatti nessuno ha pensato di fare qualcosa di diverso da quanto registrato per vendere qualche copia in più, ma tutto è stato sviluppato in funzione del proprio gusto e, se mi permettete, della propria estetica. Si comincia con la claustrofobica destrutturazione dissonnante di Piccoli Omicidi Fatti In Casa, perfetta colonna sonora da montaggio seriale che sa omaggiare i Primus, per poi passare alla frenetica urgenza declamatoria intenta a muovere Senza Lingua. Il Ritmo Spastico dell'omonimo brano filtra voci e rumori di fondo attraverso una consapevole meccanica industriale ben assemblata pure nella strumentale Reset e che del resto fa pesantemente capolino in quasi tutto l'album. Anche quando la voce si fa più riconoscibile perché non oberata da sovrastrutture musicali (Tempi Morti, la visionaria ciNECROnica) mai scompare quel senso di inafferrabile malessere indotto da una ossessiva ripetitività cadenzata, fredda e glaciale. Inaspettato, il quasi intermezzo L'Arte Del Poker pare invece una versione metallurgica e ampiamente riveduta della storica Fuori Dal Tempo, autentico passepartout per i Bluvertigo di METALLO NON METALLO. Paragone azzardato? Può darsi, eppure al pari del gruppo brianzolo agli esordi anche i Nevroshockingiochi percorrono imperterriti una strada per nulla facile. La detonazione sonica di Asces(s)i è noise colato nel metallo fuso, rumore grezzo incanalato attraverso macchinari analogici negli stampi in cui verrà successivamente battuto e piallato; Col-lasso Di Tempo e La Regola Delle 3 S O Dello Sbiancamento Dell'Anima nulla tolgono e nulla aggiungono a quanto già messo in luce precedentemente, se non fornire una ulteriore scarica di furia hardcore disturbata e martellante. Compressa in poco più di trenta minuti l'esperienza del quintetto maceratese è la giusta evoluzione del precedente album d'esordio L'IMPERFETTO STORICO cosicché dopo l'autoproduzione è arrivato anche il tempo delle sinergie. Fiancheggiati ora da una decina di etichette indipendenti non nuove a esperienze artistiche di questo tipo, i Nevroshockingiochi di SCENA2 tracciano anche a livello di produzione un solco rispetto al loro stesso passato e, nell'immanenza del presente, gettano le fondamenta per costruire il futuro. In un trionfo di autonomia e determinata voglia di fare. This is Art-Core.
 

venerdì 27 settembre 2013

CAPITAN CONFUSIONE

CAPITAN CONFUSIONE
Cosimo Messeri
- Music Valley Records - 2013

Nato a Fiesole, ma romano d'adozione Cosimo Messeri, figlio del più noto attore Marco, dopo aver collaborato  sui set cinematografici in compagnia di Nanni Moretti e Carlo Mazzacurati, decide poco più che ventenne di esporsi personalmente dietro la macchina da presa. Inizialmente lo fa attraverso il cortometraggio Zeldman e, qualche tempo dopo, nel 2009, facendosi carico di riportare sotto i riflettori per mezzo dell'approfondito documentario musicale The One Man Beatles la storia bizzarra e ormai dimenticata di Emitt Rhodes, songwriter americano già frontman dei Merry-Go-Round, con un successiva carriera solista che lo vedrà per anni lottare contro la diceria di essere, nella migliore delle ipotesi, un perfetto clone di Paul McCartney, se non addirittura solo nome di fantasia scelto in terra d'Albione per consentire l'uscita sotto mentite spoglie di un buon numero di canzoni (le sue!) considerate preziosi inediti provenienti dagli archivi dei baronetti di Liverpool e immessi sul mercato dopo lo scioglimento dei Beatles. Pettegolezzi che avrebbero ridotto presto al silenzio un personaggio schivo e introverso come Rhodes. Già musicista con i Plastic Macs, Messeri torna invece oggi al mai sopito amore per la musica con un articolato album d'esordio che professa tutta la sua stima e ammirazione sincera nei riguardi di Lennon e compagni. Tutti e quattro indistintamente. Non a caso la chitarra slide dello spensierato singolo Il Mio Transit (protagonista anche più avanti in Evviva La Ferrovia) cita amorevolmente quella celeberrima My Sweet Lord di un George Harrison ancora poco avvezzo ai successi solisti, ma sempre essenziale nelle trame musicali intessute dalla coppia Lennon-McCartney. CAPITAN CONFUSIONE si mette così a pescare a piene mani fra le pagine di HELP!, REVOLVER e LET IT BE, album crediamo mandati a memoria dall'agitatore culturale fiorentino (Che Te Ne Fai Di Me, Well On The Way, Uba Uba), ripassando nel contempo anche la lezione del working class hero Lennon, quella del teddy boy McCartney e, ultima ma non ultima, quella del greatest Ringo Starr. Ma non si tratta di semplice e pedissequo esercizio di stile. Ai suoni ormai classici della swinging London Messeri, qui one-man-band, aggiunge infatti ampie dosi di stralunata leggerezza e sana follia artistica che sono parti integranti di un progetto nato per gioco e divertimento in sinergia con l'amico produttore Pio Stefanini. Basti pensare ai frequenti intermezzi che si alternano piacevolmente alle canzoni e diventano collante, quando non addirittura storie compiute, per le altrimenti solitarie schegge musicali di un lavoro certo un po' surreale (E Un Giorno Un Occhio), ma con una forte ragione d'essere espressa dal suo autore. Quale sarà il prossimo passo dell'allampanato capitan Confusione? Quale il suo futuro? Uno sguardo alla copertina e tutto si fa tremendamente più chiaro: del resto non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa più dove si va.

lunedì 23 settembre 2013

PER LE STRADE RIPETUTE

PER LE STRADE RIPETUTE
Corde Oblique
- The Stones Of Naples Records - 2013

Il primo pensiero dopo l'ascolto di PER LE STRADE RIPETUTE corre ai Saint Just della mai troppo celebrata Jenny Sorrenti; il secondo, più letterario, ci riporta dritti all'Eneide di Virgilio e ai tanti racconti a cavallo tra storia e mitologia che si sono sedimentati nella nostra memoria. I Corde Oblique giungono al loro quinto album con un intento ben preciso: quello di raccontare un magico viaggio attraverso i luoghi più rappresentativi della Campania, loro terra di origine e culla di civiltà. Per farlo suoni (no synths, no keybords) e suggestioni (no samplers) si accompagnano con calibrata misura ai ricordi personali intrecciandosi senza soluzione di continuità a miti e luoghi reali. Capitanato da Riccardo Prencipe, chitarrista classico già fondatore del progetto neofolk Lupercalia, l'ensemble campano, aperto come sempre a numerosi contributi e collaborazioni, si affida questa volta ad un quartetto di voci evocative capaci di condurci per mano attraverso la realtà per entrare in contatto direttamente con il mito. Alle ormai veterane Caterina Pontrandolfo e Floriana Cangiano, già apparse infatti sui precedenti lavori discografici sempre con ottimi risultati, si affiancano per la prima volta le altrettanto suggestive voci di Annalisa Madonna e Lisa Starnini, nomi probabilmente poco noti al grande pubblico eppure da un punto di vista qualitativo del tutto funzionali all'elegante discorso concettuale intrapreso dai Corde Oblique. Tutto qui è essenziale e votato alla causa. Un interludio strumentale come In The Temple Of Echo  ad esempio, registrato presso l'area archeologica di Baia, vicino Napoli, all'interno del tempio di Mercurio sfruttandone il naturale riverbero per quello che, con un volo pindarico, ci ricorda da vicino il portentoso YOUR VERY EYES firmato dal duo Iriondo-Mimmo qualche anno fa presso la chiesa di Santa Maria alle Malve in Matera, diventa altissimo momento lirico, carico di illuminante profondità e misticismo; ponte onirico sospeso su un baratro spazio-temporale infinito e tramite tra due realtà temporalmente distanti anni luce. È questa la sintesi popolare operata da Prencipe e i suoi colleghi; quella di evocare tramite la musica immagini di un mondo scomparso solo agli occhi dei più ciechi, ma che in realtà è ancora lì, vivo, imponente, magari nascosto da cumuli di detriti, pronto tuttavia a parlarci di nuovo mentre silenziosamente ci guarda e giudica nell'incessante fluire delle età. Da Portici a Torre del Greco (Il Viaggio Di Saramago), precipitati nelle profondità psicologiche di Averno, tornati in superficie attraverso le tranquille montagne avellinesi protagoniste in My Pure Amethyst, sostando esausti in compagnia dei Daemonia Nymphe nei pressi del tempio di Era a Paestum (Heraion), dissetati da Le Fontane Di Caserta e pronti per correre a perdifiato al suono delle ariose Due Melodie che contraddistinguono il sentiero degli dei lungo la costiera amalfitana, i Corde Oblique ci immergono in una natura occasionalmente matrigna (Ali Bianche) che ha saputo lasciarsi perlopiù addomesticare dall'uomo ai tempi di una leggendaria età dell'oro. Melodie. Ritmo. Impalpabili sfumature. Anche i piccoli suoni si amplificano per le strade ripetute assumendo una forza comunicativa verace e senza tempo. "Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto." Solo il viaggiatore ha una fine; non altro. Dunque "bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre." È l'eterno ritorno (Uroboro) per mezzo del quale il viaggio non avrà mai termine. Alla Bellezza, d'altro canto, non si può opporre resistenza. 

giovedì 19 settembre 2013

VISIONS FROM REALITIES

VISIONS FROM REALITIES
Active Heed
- autoproduzione - 2013

Al pari di una ottima suite circolare e ben orchestrata c'è nel campo del progressive rock una sorta di inesauribile linfa vitale. Tratta la propria origine da quel coacervo di tensioni e creatività mutuate all'inizio degli anni '70, essa si pone come pietra di paragone per tutti quei compositi fermenti musicali delle decadi successive che hanno consentito al genere una costante permanenza tra i gradimenti degli appassionati, consolidando uno zoccolo duro in lenta, ma continua espansione e accogliendo nel tempo eccitati neofiti. Un continuum che, partendo dai primi Genesis passa immancabilmente attraverso i Marillion di Fish, approda con successo sul Continente e si perpetua oggi al di qua delle Alpi nell'esordio discografico del piacentino Umberto Pagnini. Oltre nove mesi di lavoro per un manieristico album di neo prog non hanno affatto appesantito le trame sonore e le armonie che si intrecciano e scorrono fluide lungo i cinquanta minuti di questo concept album. La storia di Mr.Forest, alle prese con i diversi piani di un reale multiforme, è una sfida che l'uomo lancia a sé stesso nel tentativo di comprendere in ultima istanza la verità su cui poggia il Creato. Delicate atmosfere senza tempo cullano più volte l'ascoltatore in un fatato abbraccio fiabesco che solo improvvise accelerazioni, decise, ma mai brusche, riportano coi piedi per terra al fine di giustificare la consapevolezza della propria missione. Affiancato dall'eclettico bassista tuttofare Lorenzo Poli, qui in veste anche di chitarrista, tastierista e arrangiatore, e dal di lui fidato collega di ritmo Giovanni Giorgi alla batteria, Pagnini si avvale della propria grandeur visiva per imbastire una trama funzionale al racconto. Al norvegese Per Fredrik Åsly in arte PelleK, già visto guidare con buoni risultati i Damnation Angels, spetta il compito di ugola principale con l'avvenente Marit Børresen e Mark Colton, leader dei Credo, preziose voci aggiunte. L'apertura luminosa e leggiadra di Flying Like A Fly  è una delicata introduzione al mondo, percussiva e armoniosa, prima di una serie di brevi composizioni che caratterizzano la parte iniziale del lavoro. L'interlocutoria Awake?!, la ritmata Now What?, i Queen di The Fairy Feller's Master-Stroke che incontrano gli Yes di FRAGILE in Me, Five Seconds Before sono momenti compiuti che si fondono fra loro mantenendo alta l'attenzione, rivelando un lato pop successivamente più accentuato (Forest And Joy) e per nulla disprezzabile anche nella malinconia degli eventi (The Weakness Of Our Spinning). All'orecchio dell'ascoltatore viene chiesto di indugiare forse un po' più a lungo rispetto al solito, ma questa è richiesta opportuna per comprendere anticipatamente la direzione finale che verrà intrapresa dopo l'ossessiva Without Joy quando le canzoni si allungheranno nel minutaggio avvicinandoci alla conclusione della recherche. La cesura di Every Ten Seconds Before, a detta di Pagnini stesso l'episodio che meglio esprime la propria concezione di prog, dimostra come gli Active Heed sappiano anche spingere sull'acceleratore, scendere a compromessi con il folk senza snaturarsi (FFF Flashing Fast Forward) e regalare una scena di memoria psicanalitica come Me, One Second Before Johan Robeck; il limbo di Our Vast Emptiness è una sintesi di ricordi antichi e nuovi, palestra per la memoria, trampolino di lancio verso le profondità della condizione umana. A completare la sinergia tra musica e parole ecco l'immagine de L'Albero Amico, splendida tecnica mista su tela del pittore trevigiano Silvano Braido che contribuisce alla riuscita del lavoro legittimando anche graficamente Pagnini e i suoi collaboratori "ad avere altre leggi e regole fisiche" attraverso una "elevazione da ciò che ormai non ha più diritto di essere" perché priva di quella "carica fantastica" indispensabile nell'approdo ad un destino altro. Visioni. Per chi crede ancora nei miracoli e chiede una via di fuga.
 
un link al presente post è presente qui: http://www.facebook.com/umberto.pagnini.7 e qui: http://www.facebook.com/ActiveHeed

mercoledì 18 settembre 2013

BENE.

BENE.
Carmine Torchia
- Rurale - 2013

Il più piccolo dei pensieri a volte può essere la più grande delle sorprese. Carmine Torchia, 36 anni a novembre, cantautore, architetto, attento osservatore del quotidiano, dalla Presila catanzarese alla post movida milanese giunge con BENE. al suo secondo album dopo il sincero esordio de MI PAGANO PER GUARDARE IL CIELO. Nel mezzo quattro anni di ricerca, ma soprattutto un viaggio unico durato centoventi giorni percorrendo in solitaria le maggiori città italiane con incursioni Oltralpe e in Svizzera, suonando durante il giorno nelle piazze e, la sera, nei locali. 9000 km percorsi, 130 ore di viaggio, molte soddisfazioni e una inesausta curiosità perché "quando non si muovono le cose intorno a te, devi muoverle tu." L'incredibile esperienza del tour Piazze d'Italia (sulle tracce di de Chirico) non può andar dispersa; così sulla scorta degli appunti già condivisi inizialmente in rete eccola diventare presto un libro, ma anche un cortometraggio e addirittura uno spettacolo teatrale. Dare un seguito ad un lavoro sulla lunga distanza talmente articolato e personale richiede come è normale tempo, ma anche cura e attenzione. Torchia, senza pressioni di sorta, si rituffa nel mondo con la sola volontà di non ripetersi, manifestando nel nuovo lavoro un interesse al quotidiano che solo in parte si fa autobiografico. Più che quadri le dieci canzoni così partorite diventano vere e proprie vignette pop in cui l'occhio del cantautore, fisso come d'abitudine sull'agire umano, è in grado di raccontare momenti di pura evasione dalla realtà. Non traggano in inganno le colorate armonie di A Fine Mese, singolo prescelto per far breccia nell'airplay radiofonico, né il rock'n'roll meticcio de La Cinese E L'Italiano (Storia Di Fuga E Rock'n'Roll) o, addirittura, l'immaginario soliloquio di Ma Che Ne So (A Piero Ciampi), scattante come le migliori prove di Max Gazzé; l'essenza di BENE. risiede altrove. È nell'addio metropolitano per pianoforte voce di Tu E Io, commovente e melanconica love song "rubata" a Tricarico; sgomita, borbotta ed emerge in Cuore Ermetico, su quell'ideale crinale che pare si dividano inconsapevolmente fra loro Gino De Crescenzo (alla cui voce nasale il nostro pensiero corre in continuazione) e Andrea Bove. Trova ampio respiro nella cervantesca avventura narrata con Il Bacio Del Ladro e si fa gioco popolare nella filastrocca no global di Dov'è Finito Il Mondo?. Poi a un certo punto, sul far della sera, Carmine, stanco dei rumori della città, sale su in collina, si siede e con lo sguardo rivolto al cielo stellato, le braccia strette attorno alle ginocchia, guarda un po' più in là. Nascono qui la riedizione minimalista de L'Astronomo e soprattutto la poesia universale di Case Popolari, storia fra le storie, ricordo di ricordi che crediamo piacerebbe assai a Niccolò Fabi. C'è ancora tempo per un ultimo, forse inatteso, viaggio. Giorno Dopo Giorno chiude infatti un disco che acquisterà ulteriore spessore dal vivo, con una coda strumentale fra psichedelia e delicato space rock. A frantumare il guscio delle perplessità per questo mix di generi potrebbe bastare uno schiaccianoci. Torchia ce ne offre addirittura due. Anche gli scettici sono serviti. 

lunedì 16 settembre 2013

TRADITORI DI TUTTI

TRADITORI DI TUTTI
Calibro 35
- Record Kicks - 2013

Prima o poi doveva accadere. Dopo una fresca doppietta di album colmi zeppi di riletture, reinterpretazioni e strepitosi omaggi alle colonne sonore anni '70 dei poliziotteschi italiani che possono fregiarsi di vere e proprie eccellenze della Musica in sede compositiva; sperimentate con lusinghieri risultati sonorizzazioni senza rete di romanzi noir (l'ottimo NERO E IMMOBILE in compagnia di Cesare Basile); rilasciati un ep, una raccolta di rarità e la recentissima colonna sonora del film SAID realizzato dal collettivo Drop Brothers; non paghi delle apparizioni sempre più frequenti sui palchi di mezza Europa e Stati Uniti, ecco finalmente, dopo i convincenti approcci alla materia de OGNI RIFERIMENTO A PERSONE ESISTENTI O A FATTI ACCADUTI È PURAMENTE CASUALE, il primo album di soli inediti firmato da quel manipolo di scellerati musicisti della Mala che risponde al nome di Calibro 35. Sono dodici le tracce registrate una volta ancora a Milano, tutte ispirate all'omonimo giallo dell'ormai noto scrittore Giorgio Scerbanenco riportato in auge anche fra i più giovani un lustro fa dagli Afterhours dell'altalenante I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO in cui comparve, senza tuttavia mai sbagliare un colpo, proprio il poliedrico Enrico Gabrielli, da sempre fine orchestratore di fitte trame sonore per i suoi partners in crime di stanza nel capoluogo lombardo. Catapultati lungo il Naviglio pavese fin dalle prime note cariche di nebbia e umidità del Prologue restiamo facilmente ammaliati dalla bellezza della fascinosa Giulia Mon Amour, per poi muoverci circospetti con la poderosa Stainless Steel, strumentale versione quasi metal dei Doors post Morrison a braccetto con gli Zu. Spunti, citazioni, riferimenti letterari (la lisergica Mescaline 6, una lasciva The Butcher's Bride, la sospesa Miss Livia Ussaro) si fondono in continuazione con intuizioni musicali che ne supportano la collocazione originaria all'interno della trama scritta da Scerbanenco. Nel corso delle indagini legate al delitto Sompani Duca Lamberti, il funzionario presso la questura di via Fatebenefratelli Carrua e tutti gli altri personaggi del romanzo si muovono a loro agio tra i ritmi funk in levare di You Filthy Bastards! e quelli di hard funk deep purpleiano presenti in One Hundred Guests; evitano di farsi distrarre dall'impetuoso inseguimento metropolitano di Vendetta; non incespicano nel rock teso, venato di grunge di Traitors. Conclusosi l'interludio cinematografico affidato alle Two Pills In The Pocket dal vago retrosapore tex mex, i Calibro 35 puntano diretti al gran finale con l'alienante sperimentazione sincopata di Annoying Repetition, suadente conclusione da B-Movie ritmicamente pulsante. Sembrano non sbagliare un colpo Colliva e compagni. E non ci sono trucchi né inganni. Solo passione. Questo il segreto di una carriera nata forse un po' per gioco, ma che col tempo si è fatta maledettamente sempre più seria. Una storia italiana che si è riappropriata di un patrimonio artistico ben circoscritto e radicato, ma che gode da sempre di ampio respiro internazionale. Gente che conosce la materia, la padroneggia e oggi si prende il lusso di plasmarla a propria immagine. Un'immagine algida, su cui piombano i fari e il lampeggiante di un'Alfa Romeo Giulia.

giovedì 12 settembre 2013

ASPETTANDO I BARBARI

ASPETTANDO I BARBARI
Massimo Volume
- La Tempesta - 2013

Tutto questo non ha nulla a che fare con voi. Lo sguardo penetrante, di sfacciata imperturbabilità, solo apparentemente innocente, della ragazzina dipinta dall'artista statunitense Ryan Mendoza per il ciclo dei suoi Posseduti non poteva divenire cifra grafica migliore per descrivere il ritorno dei Massimo Volume con le nuove, urgenti cronache di ASPETTANDO I BARBARI. L'immagine, calata in una quotidianità privata e borghese, nasconde una morbosità, un'altezzosità di fondo capaci di far nascere in noi un sottile disagio sempre vivo. È un gelido sguardo di sfida, dominante e potente, che nel fissarci ci spoglia mettendo a nudo tutte le nostre ansie e insicurezze, andando a carpire i nostri segreti e le nostre intimità. La pittura è sfida alla nostra immaginazione. Emidio Clementi si accoda a questa consapevolezza e continuando a lavorare con le immagini, sceglie una decina di storie, al solito le più adatte, per proseguire nel solco della sua tradizionale poetica senza rinunciare alla volontà di rinnovare le coordinate della propria musica. Un rinnovamento; non una rivoluzione copernicana. I Massimo Volume riescono a far collimare le esigenze di quel suono elettrico, teso ed intimista al tempo stesso, che abbiamo imparato negli anni ad amare, con inserzioni di elettronica discrete, "impressioniste", senza dubbio funzionali ad arricchire di colori melodie e parole affinché siano le più attuali possibili. È una scommessa con una posta in palio molto alta. "Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta." Così si espresse in più di una occasione l'inventore e designer statunitense Richard Buckminster Fuller invitando l'umanità a pensare "fuori dagli schemi"; così visse Danilo Dolci, educatore, poeta e attivista italiano della nonviolenza capace di indicare in concreto una idea apparentemente utopica di progresso che valorizzi l'individuo. Di fronte a brillanti exempla di questo calibro Clementi non resta affatto insensibile, mostrando al contrario rispetto e ammirazione, omaggiandoli rispettivamente con la sferzante Dymaxion Song che cita John Cage e attraverso il cut up di Dio Delle Zecche posto in apertura. Se l'uomo non immagina, si spegne. Una considerazione questa che inconsciamente deve aver sfiorato più volte il cantautore Vic Chesnutt, morto suicida il giorno di Natale di qualche anno fa ed ora eternato nella stridente canzone omonima; un'idea fatta propria forse pure da Silvia Camagni, amica e collaboratrice della band che se ne andò di casa un pomeriggio di maggio / lasciando che il sole sbiadisse tutto quello che era stato. Slanci creativi e storie private. Normali all'apparenza, eppure contagiate da ambiguità e turbamenti che si materializzano in un controllo anche violento della propria vita. Rimando diretto al precedente CATTIVE ABITUDINI è la didascalica narrazione urbana de La Notte, con il suo frenetico immobilismo metropolitano analizzato lucidamente dal soliloquio del protagonista il quale cede il dialogo alle chitarre di Egle Sommacal e Stefano Pilia, in grande spolvero pure sull'altrettanto cinematografico singolo La Cena. In questa incombente inquietudine progettuale Il Nemico Avanza. Ormai è alle porte. Noi lo attendiamo. Consapevoli di dover fare presto e bene. Perché la morte incombe e di tempo ne resta sempre meno.
 

martedì 10 settembre 2013

STORIE MANCATE

STORIE MANCATE
Violacida
- Rock Contest Records/Infecta Suoni & Affini - 2013

Direttamente dalla Lucchesia ecco il disco di debutto per il giovane quartetto dei Violacida. Dopo il piacevole assaggio contenuto nell'ep SIAMO TUTTI POVERACCI e rilasciato lo scorso anno, Antonio Ciulla, Elia "Laszlo" Bartolini, Luca Modena e Francesco Renieri procedono nel loro spensierato percorso artistico destinando all'ascoltatore un gustoso menù a base di sprezzante rock'n'roll (Il Quartiere), moderno beat (Giusy) e derivativo folk pop (Dormire), il tutto condito con una gradevole spruzzata di psichedelia cantautorale che garantisce in ultima analisi un taglio indie alla loro offerta sonora. Canzoni semplici, dirette, eppure ugualmente elaborate allorquando sotto l'apparente patina pop e la facile fruibilità si dovesse andare a ricercare la volontà di realizzare un concept album basato su un sentire assai diffuso presso le nuove generazioni. Anomalo, forse casuale, ma di certo urgente. Ce lo spiegano loro stessi: le storie mancate "sono le occasioni perse, le giornate rovinate nel buio di una stanza, gli amori non vissuti, i rospi ingoiati, le passeggiate notturne nella città deserta, la nostra giovinezza un po' distratta. Le storie mancate sono tutte le favole che ci facciamo nella testa, l'inseguimento di un mito, la voglia di una fuga insensata e della felicità eterna; un enorme vuoto da dover riempire, in una maniera o nell'altra." Una presa di coscienza che, dopo essersi ritagliato una fetta di universo nella propria stanza, il quartetto prodotto da Manuele "Max Stirner" Fusaroli vuole condividere all'esterno, cercando di raggiungere il maggior numero di contatti, ma senza per questo assumere un ruolo di guida e pontificare dall'alto. Sfruttando una versatilità musicale invidiabile i Violacida volano basso, ma arrivano sempre al dunque. Il walzer di A Cinque Anni è quanto i Tre Allegri Ragazzi Morti non hanno ancora osato proporre così come La Ballata Degli Ostinati, corale e graffiante, e Una Canzone Per Perdere Tempo, pur affondando le proprie radici nel medesimo humus dei corregionali Zen Circus, sono nuovi abiti da cerimonia per vecchie celebrazioni. Arriva dritto al cuore l'ottima Occhi Belli (non a caso scelta anche come primo singolo), con la sua coda strumentale e uno psichedelico synth che imperversa con gusto e misura dopo aver appreso le nozioni base dai Clinic. Non c'è necessariamente un lieto fine nei trasformismi di Odio Quando Mi Guardi e neppure nelle vicende amorose de La Bella Estate; ciononostante le porte restano sempre aperte e le finestre spalancate quando la solitudine viene spazzata via dall'illusione concreta di una nuova primavera. Chiusura affidata ai sogni terreni di un Povero Cristo che, catturato dal suono di una slide guitar e da un evocativo tappeto di space rock, rimira, solitario, le sfere celesti. Si succedono così, veloci, nel frenetico ritmo quotidiano, le STORIE MANCATE cantate della band toscana; si affiancano, inconsapevoli, a eventi compiuti e progetti ancora in divenire, brillando di luce riflessa. Non c'è un confine netto tra le parti. Ai Violacida il merito di aver indagato un universo da sempre così vicino a tutti noi con parole semplici. Melodie popolari per temi generazionali.
 
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giovedì 22 agosto 2013

IL PRE-FAGIOLISMO

IL PRE-FAGIOLISMO
Marrone Quando Fugge
- Volume! Records - 2013

Per tutti coloro i quali buttando distrattamente un occhio sulla copertina del cd di Massimo Lepre (a.k.a. Marrone Quando Fugge) credessero di avere a che fare con un lavoro caratterizzato da forsennati ritmi in levare e ispirati battiti percussivi con la mente rivolta ad incensati lidi giamaicani, IL PRE-FAGIOLISMO si rivelerà essere invece una inattesa quanto splendida sorpresa cantautorale. Prodotto dallo stesso Lepre e dal talentuoso Zibba, balzato agli onori della cronaca musicale con i suoi Almalibre per l'ottimo riscontro avuto dai loro ultimi lavori in studio (COME IL SUONO DEI PASSI SULLA NEVE vince ad esempio la prestigiosa Targa Tenco in qualità di miglior album del 2012) e per i trascinanti live act, l'esordio del cantautore astigiano, affiancato costantemente dagli imprescindibili Musicisti Marroni Sauro Ferrari, Simone Fratini e Alberto Silengo, è ben più quadrato e regolare di quanto il bizzarro titolo e il nome d'arte scelti per promuoversi potrebbero far pensare. Si comincia con l'analisi realistica, eppure in fin dei conti estremamente poetica, di Miseria Stabile, Ricchezza Mobile, contrappuntata da un malinconico pianoforte ed impreziosita sul finale dall'inatteso monologo tratto dal componimento metafisico Allora non è Amore di Emilio Locurcio, folle genio che in molti ricorderanno qualche decennio fa per l'irrealistica opera prog rock L'ELIOGABALO, recitato da Anna Rasero. Ci si avvicina rapidamente alle atmosfere del Fossati più cantautorale con Cenere E Whiskey, e lo si omaggia una volta ancora attraverso le disobbedienti riflessioni della title track in cui l'amico Zibba fa capolino con la sua voce profonda interpretando la poesia di Out of The System. Fin da questi primi episodi appare presto chiaro che il pre-fagiolismo di cui Lepre parla si materializzi in uno stile di vita vero e proprio, in cui la riscoperta delle piccole cose e l'attenzione verso tutti quei valori troppo spesso accantonati in nome di un effimero successo sociale sono la più concreta fonte di felicità; una sorta di Λάθε βιώσας di epicurea fama, rivisto e rivisitato dopo due millenni, quando crisi e particolarismi continui hanno minato alla base il tanto agognato villaggio globale. Ha l'indolenza vivace e la brillante verve interpretativa care a Vinicio Capossela il racconto che Marrone Quando Fugge fa di Modestino "Lu Spaccuone", storia di un nonno sui generis, così come la scattante Questione Di Loquacità detta nuovi, incalzanti ritmi che piacerebbero a Paolo Conte. Certo, non ci sono i miti e l'esotismo del noto avvocato piemontese nel cantautorato macchiato giusto un poco di elettronica de Un Principio Di Alzheimer, ma c'è comunque il funk soul di Fango a suscitare, in compagnia della talentuosa Sabrina Turri, spunti di riflessione e fremiti di emotività ugualmente difficili da spiegare a parole. Meno Di Te con la sua cadenza zingara diventa presto occasione di ribalta funzionale al birignao linguistico dello storico Laboratorio polifonico Musica Dulce di Asti; La Discarica Di Anime è forse meno fantasiosa eppure risulta essere finemente cesellata dagli interventi di chitarra e pianoforte a tal punto da fornire il perfetto connubio musicale per una canzone intrisa "di consapevolezza verso tutto ciò che si butta con troppa facilità". Tutto questo è Marrone Quando Fugge. Il colore della terra e delle radici, un inno alla povertà e alla memoria; il legame indissolubile con le proprie origini anche quando si è lontani da casa, sperimentatori di quel mondo esterno che sarà parte sostanziale della nostra storia.
 

mercoledì 21 agosto 2013

SAGA, IL CANTO DEI CANTI. OPERA EQUESTRE

SAGA, IL CANTO DEI CANTI. OPERA EQUESTRE
Giovanni Lindo Ferretti
- NoMusic - 2013

È l'Appennino, ma potrebbe essere altrove, se non fosse per quella voce così unica, inconfondibile e famigliare che ha attraversato transumante, ma sempre legata alle proprie radici, ben quattro decenni e che ora va caratterizzando pure il "teatro barbarico montano" portato in scena da SAGA, IL CANTO DEI CANTI. Con questo nuovo, articolato lavoro il percorso di Giovanni Lindo Ferretti giunge per certi versi a un compimento. Dopo l'iconoclasta forza punk filosovietica dei CCCP-Fedeli alla Linea, conquistate le sublimi vette artistiche del Consorzio Suonatori Indipendenti, chiusa una sfaccettata, ma instabile esperienza Per Grazia Ricevuta, al termine di quel ritorno a casa mai realmente programmato, ma del tutto naturale e necessario, il cantore di Cerreto Alpi torna in sala di incisione per dare voce e corpo a una propria visione di una sera d'autunno. Nasce e si concretizza dunque in questo modo un sogno che è progetto folle e senza tempo, divenuto presto spettacolo e, in ultimo, ambizioso disco dai contenuti forti e assolutamente umani, legati alla terra. Quanto sono lontani i tempi del codificato e sofferto esordio solista di inizio millennio? Non così tanto quanto si potrebbe pensare, a dir il vero; certo è che l'elettronica di Eraldo Bernocchi, qui filtrata, rivista e corretta anche in funzione delle successive esperienze del Nostro in compagnia di Ambrogio Sparagna e di Giorgio Barberio Corsetti, ha ora un nuovo deus ex machina che risponde al nome di Lorenzo Esposito Fornasari. Elemento di spicco dell'Avanguardia sonora e collaboratore dello stesso Bernocchi in più di una occasione, LEF dopo gli interventi vocali in LITANIA mette ora in musica il libretto d'opera nato dalle parole di Ferretti realizzando un variegato trattato musicale che fa da contraltare all'apparente complessità di un personaggio come Giovanni. Cinematografico e trionfalistico (Uomini Cavalli E Montagne), maestoso e popolare (Maritima Loca), il racconto fissato nei sessanta minuti rilasciati per la NoMusic vive della potenza animale sprigionata dalla Natura e dall'Uomo ritratto in libera simbiosi con il Cavallo, protagonista e prima causa dell'opera. L'apertura di Pons Tremolans è da brividi: discesa direttamente dalle ultime notizie di cronaca di qualche anno fa, è trait d'union per la disciplina metodica, regolare e appassionata de Il Primo Cavaliere. Il Lavoro Dei Giorni è una fotografia dell'Italia contadina e montana pre e post bellica, quella dei cinegiornali Luce, omaggiata ancora in Canto Da Bivacco e così viva nelle note della meravigliosa Evoluzione. Il rock per sola chitarra di Ombra Brada è storia d'Italia attraverso un intenso ritratto del Maremmano, cavallo meticcio usato nei secoli dai butteri; Divampa mantra elettronico per tromba e violino. Torna pure Maciste All'Inferno, in una rilettura cadenzata e processionale, poi la quiete ombrosa e classicheggiante de L'Anno Che Viene raccoglie attorno al fuoco i pensieri degli uomini di montagna. È tempo per un ultimo, solitario, Canto Eroico. Nelle cavità più nascoste e recondite del cuore la nostra coscienza può ora infatti riposare tranquilla e appagata, "nel richiamo ad una Viva Presenza tra polvere e sudore nella luce del tramonto". E così sia.

mercoledì 7 agosto 2013

LOST FOR ROCK 'N' ROLL

LOST FOR ROCK 'N' ROLL
Luca Milani
- Hellm Records / Martiné Records - 2013

Luca è sempre in viaggio. Sotto quel cappello portato a mo' di vezzo con disinvoltura e spontaneità ha tanti sogni da realizzare e molte storie da narrare; è metodico e ha una passione che lo accompagna fin da bambino. Il Rock è invece una chitarra, un amplificatore e un'armonica. Capita che due così prima o poi si incontrino e sia amore a prima vista: tra i solchi di un disco o su un qualche palco di periferia poco importa. Ciò che conta è l'alchimia, sincera e genuina, venutasi a creare tra le parti. Dopo gli esordi in odor di (post) grunge col trio dei File e una gavetta fatta di numerosi concerti e faticose prove, Milani giunge così al terzo lavoro solista; dopo la magia folk rock del precedente SIN TRAIN, sulla strada del Nebraska tracciata dal mito Springsteen nei giorni di mietitura indicati dal mentore Neil Young, è il momento di imbracciare nuovamente la fedele Telecaster per compiere un nuovo passo avanti e sprigionare quelle crepitanti rasoiate elettriche a cui l'esperto musicista lombardo ci aveva abituato in gioventù. In compagnia di una band con gli attributi, che rispolvera la batteria di Luca Capasso e coadiuvata una volta ancora dall'ottimo Giovanni Calella al basso, Milani fa tesoro delle esperienze artistiche maturate in questi anni proponendo una summa esauriente di quanto compiuto fin qua. Il nuovo journey parte per la verità ragionato e sospeso, con le malinconiche riflessioni di On A Saturday Night sottolineate dall'hammond di Riccardo Maccabruni, prima di accelerare con il convincente singolo Silence Of This Town che è perfetto connubio tra l'amato Tom Petty e il Boss d'annata nonché fiera incitazione a non arrendersi neanche quando davanti ai nostri occhi affioreranno memorie di un passato ormai troppo lontano per poter tornare. Posseduti da demoni che ci scavano nel profondo (Demons Inside) tentiamo una fuga solitaria (In The Wind) come anime perse avvezze a fuggire il grande Nulla che avanza inesorabile alle nostre spalle (Lost For Rock'n'Roll). Il duello rusticano per un Party Dress pieno di ricordi non sfigurerebbe sui lavori più ispirati dei Counting Crows mentre il riff introduttivo di Second Chance piazza un divertito omaggio ai mai dimenticati Ugly Kid Joe prima di rincorrere alla luce del tramonto le lande polverose e stradaiole tanto care anche ad uno street rocker come Izzy Stradlin'. Del resto Dust And Wind sono le uniche cose rimaste accanto al ricordo di Evelyn, esoterica presenza femminile evocata con infinito amore e rimpianto. Un ultimo sguardo alla propria casa, ai propri affetti e al proprio luogo natio ed è già tempo di rispondere ad una ultima chiamata, quella definitiva, nel toccante finale affidato alla cinematografica Bar At The End Of The World mentre scorrono i titoli di coda su questo viaggio lungo i grandi pascoli terreni in attesa di una redenzione che forse verrà. In questa rincorsa al domani Luca Milani è il fuorilegge che tutti vorrebbero accanto; un sognatore che sa come va la vita.

lunedì 5 agosto 2013

AMORTE

AMORTE
IlVocifero
- Niegazowana - 2013

Chi in questi anni di "liquidità spiccia", soprattutto in campo musicale, ha avuto il buon gusto di farsi un regalo mai banale e duraturo attraverso l'acquisto di un vinile o un cd per tastare il polso della discografia italiana, avrà senz'altro segnato in agenda il nome di Walter Somà, artista torinese trapiantato in Lombardia, co-autore dei due  album solisti dell'imprevedibile araba fenice di nome Edda e ora alla guida de IlVocifero, progetto a 360 gradi capace tanto di coprire più spettri sonori quanto di svelare nuovi orizzonti cantautorali, compositi ed urgentemente espressivi. Un misto di poesia e raffinata ferocia comunicativa, un pasto crudo per palati fini, elaborato eppure triviale e folle; il corrispettivo in musica del Saturno che divora i figli del Goya. E come quel capolavoro esposto al Prado di Madrid è capace di evocare nella tragedia del soggetto trattato tutta la sua carica oscura e drammatica così AMORTE compie una sintesi temporale fra benedizione e condanna, riproducendo le sfaccettate tensioni dell'animo umano irrequieto e sofferente. È tuttavia l'antico amico Aldo Romano il fulcro del progetto, il nome nuovo da mandare a memoria e nuovo schermo per Somà e i suoi scritti, funzionale e provocatorio interprete arrivato dalla strada ad innalzare i nuovi canti. A condividere la produzione artistica ecco poi Fabio Capalbo, regista di videoclip, fondatore dell'etichetta Niegazowana e batterista da sempre coinvolto nelle trame sonore de IlVocifero, primo musicista inter pares, solido e quadrato. Accanto a questo trio nato più per affinità elettive che esigenze pratiche si muovono nomi provenienti dalle più disparate esperienze musicali, legati al nucleo primigenio del progetto una volta ancora da amicizia prima che da logiche commerciali: dal teatrante degli orrori Gionata Mirai al misconosciuto Ensemble Vinaccia di Vigevano, da Dorina Leka (splendida voce internazionale sui tempi dispari della brillante Lucyd) al già menzionato Stefano Rampoldi (crooner punk nel jazz verticale di Non Nel Tempo Né Nel Modo), tutti aggiungono il proprio decisivo tassello creativo al puzzle musicale imbastito dalla premiata ditta Somà-Romano, contribuendo ad arricchire la scrittura altrimenti spontanea delle canzoni. Quel che riesce a fare Carlo Sandrini con le sue partiture per archi e fiati è ad esempio altra freccia all'arco de IlVelocifero per quel che, a conti fatti, pare un concept album che concept album non è. Difficile così citare un brano senza far torto al lavoro di insieme: Scagliati, Persona Plurale, Blu E Amo, Nastro Solare, Alito, Andrò Via, tutto ruota attorna a quell'imprevedibilità complicata che la vita riserva ad ognuno di noi e che un manipolo di novelli argonauti ha voluto sviscerare distribuendo in giusta misura luce e ombra. Opera essenziale e compiuta, l'ennesimo nuovo esordio di Somà ci rivela un dato di fatto: alzando l'asticella dell'ingegno i risultati sono sempre i più apprezzabili e duraturi, capaci di vincere anche quel tempo fagocitante ogni cosa che Goya già eternò nel suo Saturno. Per Escogitare Un Dramma Fantastico queste sono le basi.
 
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lunedì 29 luglio 2013

OGNUNO DI NOI È UN PO' ANTICRISTO

OGNUNO DI NOI È UN PO' ANTICRISTO
Umberto Maria Giardini
- Woodworm - 2013

In attesa di dare un seguito compiuto all'evocativo LA DIETA DELL' IMPERATRICE, apprezzato ritorno alla parola cantata dopo l'esperienza tutta strumentale esaurita col progetto Pineda, Umberto Giardini decide di ingannare l'attesa dei suoi molti aficionados rilasciando un sostanzioso ep, prassi ormai sempre più comune ed abituale in ambito musicale. E se per alcuni si tratta esclusivamente di una mossa strategica per battere il ferro finché è caldo, per altri un tale fermento è indice di una inesausta iperattività creativa e di una ritrovata tensione al bello che non può attendere i tempi (obsoleti?) della discografia tradizionale. È questo il caso dei cinque brani che compongono OGNUNO DI NOI È UN PO' ANTICRISTO, canzoni ora malinconicamente affascinanti ora cerebralmente seduttive che già hanno superato in maniera brillante la prova live. Inseriti infatti nelle scalette dei concerti estivi senza soluzione di continuità con quelli tratti dal già citato LA DIETA DELL'IMPERATRICE, gli episodi targati 2013 si fanno ricordare per la loro lineare, ma composita struttura sempre più vicina ad un ragionato progressive psichedelico dagli accenti post rock, impressionista, ad alta definizione e del tutto privo di sbavature anche per merito dell'ottimo apporto fornito da una confermatissima band guidata dalla chitarra elettrica di Marco Maracas e comprendente in primis il professor Giovanni Parmeggiani al piano Rhodes supportato da quell'instancabile metronomo che è Cristian Franchi alla batteria. Così felicemente spalleggiati da ¾ dei funambolici Accordi dei Contrari risulta difficile per chiunque mancare l'obiettivo. L'indovinata combinazione lirico-strumentale (Omega) che da sempre definisce l'essenza artistica del signor Giardini trova dunque il  proprio naturale sfogo attraverso trame sonore ampiamente melodiche e complesse, assimilabili tuttavia dopo pochi ascolti come il caso della title track insegna. Ci si scordi di trovare qui la classica alternanza strofa/ritornello; le dilatate digressioni dell'imperante Rhodes e la compenetrazione delle chitarre elettriche sono la spina dorsale dell'intero lavoro; a volte prendono a tal punto il sopravvento che le liriche ermetiche e descrittive di Giardini (Regina Della Notte) non sono neanche più richieste. L'ipnotica strumentale Oh Gioventù è in questo senso la quadratura del cerchio, andando in parte a rispolverare l'esperienza Pineda, ma ricamandola e arricchendola con cambi di tempo e atmosfere differenti che si avvicendano cicliche in rapida successione. Certo, chi ha sempre avuto difficoltà a rapportarsi con la poetica di UMG non troverà né nell'anticristo né nel connubio tra realtà e fantasia di Fortuna Ora la soluzione ai suoi problemi; ma è un grattacapo che non interessa affatto a quanti, al contrario, hanno sempre saputo cogliere la purezza elargita a più riprese dal cantautore marchigiano negli ultimi quindici anni. Diceva il poeta: il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi.
 
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giovedì 25 luglio 2013

TROPPO RUMORE

TROPPO RUMORE
Steby
- Advice Music - 2013

C'è il pop, tanto pop, nell'esordio discografico di Steby, al secolo Stefania Bianconi da Latina. Musica semplice, non necessariamente così facile e scontata come un ascolto distratto potrebbe far pensare, declinata secondo più stili e libera di inseguire direzioni eterogenee: diluita nelle tracce di soul, riscaldata dai tiepidi bagliori di rock patinato, lucidata da minimali fronzoli elettronici. C'è un po' di tutto qua dentro. Ed è pure suonato, cantato, prodotto, registrato e confezionato bene. C'è molto mestiere in cabina di regia. Manca solo quel quid che faccia realmente balzare agli onori delle cronache musicali un lavoro che può essere al momento un primo passo, un trampolino di lancio per una voce velluta, ma grintosa, una volta tanto affrancatasi dalla gabbia luccicante dei talent show. Così, evitato il peccato originale di molte altre interpreti alle prime armi, Steby propone all'ascoltatore una varietà di generi che se da un lato mina in parte l'omogeneità dell'insieme, dall'altro non teme il confronto con la varietà di registri sonori (e umorali) racchiusi in TROPPO RUMORE. Si parte subito in maniera aggressiva e decisa con la notturna follia metropolitana descritta in Sabato Sera È Qui, poco dinamica nelle ritmiche, ma alimentata dalle chitarre elettriche affidate ad Alberto Boi, produttore nonché mastermind del disco, e a Stefano Tedeschi, e sorretta dalle programmazioni di Tato Grieco. Uno stacco netto di atmosfera ci porta presto all'R&B bianco di Briciole Di Noi, con la voce di Stefania raddoppiata e sostenuta dai cori di Alberto Cimarrusti, così come accade pure nella title track, ritorno a ritmi sostenuti che sembrano tanto piacere alla giovane interprete laziale visto anche l'arioso exploit di Inequivocabilmente, pop rock dagli accenti heavy. Il contraltare a tutta questa grinta sono la melodia malinconica su cui soffia Aria Di Te e le armonie della luminosa Anche La Luna, ma anche la solarità di Se Fosse Amore e quella di Due Soldi Di Te, episodio - come ci svela direttamente la sua interprete - capace di celare tra le sue note spensierate "il grande significato di una storia finita e della voglia di ritrovare se stessi." Echi di Giorgia compaiono nella vendicativa Per Amarti mentre ci si sta per avventurare sui sentieri impervi di un amore fedifrago in Quello Che Non Ho. Episodio a sé stante è la curata Re Dei Girasoli, riuscito incrocio anni '60 tra Malika Ayane e Simona Bencini alla ricerca di un amore da favola. Chiusura invece affidata alla scattante Mille Bolle per "rinascere dopo la fine di un amore, con la voglia di cambiare e di tornare di nuovo a sorridere." Versatile e agguerrita Steby è una soldatina schierata in prima linea nella battaglia per emergere su quel campo di battaglia oggi sempre più saturo e di difficile decifrazione programmatica, fatto di tentativi maldestri che una discografia obsoleta, quando non ancora tronfia per i successi passati, vorrebbe mantenere come credibili anche se ormai poco presentabili a un pubblico assai meno "facilone" di un tempo. Tenendosi il più lontano possibile, ed eventualmente affrancandosi in maniera definitiva, da una realtà simile, figure eclettiche come Steby possono trovare il proprio spazio e una giusta dimensione artistica capace di valorizzarle per quanto sono in grado di dare e soprattutto essere. Attendiamo le prossime mosse.
 
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