giovedì 27 marzo 2014

THE HODJA'S HOOK

THE HODJA'S HOOK
The Monkey Weather
- Ammonia Records - 2014

Che il VCO sia da almeno due decadi riserva brit pop ce ne siamo accorti ormai da tempo, quando all'indomani dell'esplosione mediatico-musicale di Oasis e Blur era molto più semplice imbattersi in un epigono locale dei fratelli Gallagher (con tutti i pregi e difetti del caso) piuttosto che in un più originale, e cortese, giovane autoctono cresciuto a pane e montagna. Che fosse il continuo contatto con una fauna turistica estiva proveniente dal nord Europa, l'imperversare di videoclip in high rotation su una neonata MTV Italia o molto più semplicemente l'amore sincero per tali band non ci è dato saperlo. Di certo in quegli anni molti si sarebbero avvicinati a quanto Stone Roses e Paul Weller (ricordate? Kick out The Styles / Bring back The Jam!) avevano realizzato in precedenza, incuriosendosi di fronte ad una estetica che investiva e investe ancora oggi diversi campi, ma senza dimenticare di approfondire l'essenza alla base di quel movimento Modernista da cui, a ben vedere, nasce tutto. Una mentalità da strada direbbero gli Statuto, vissuta con classe e stile attraverso quella comunicazione efficace e immediata che solo la musica è in grado di esprimere. I Monkey Weather sembrano aver imparato a loro volta la lezione proveniente dalla terra d'Albione e fattala propria, complice un pizzico di esuberanza punk mutuata anche dai gloriosi cugini Thee S.T.P., dopo aver rilasciato un disco d'esordio che non era affatto passato inosservato in patria e nei circuiti specializzati (il promettente APPLE MEANING), ottengono una gran bella visibilità sul territorio nazionale aprendo le date italiane dei Kasabian nel 2012. Oggi, dopo decine di altri palchi calcati e affrontati sempre con entusiasmo e grinta, è tempo di dare un seguito alle fortunate Sara Wants To Dance e People Watch Me; per farlo giusto affidarsi nuovamente a chi aveva contribuito non poco alla loro realizzazione. Se una volta ancora vale l'antico adagio secondo cui squadra che vince non si cambia tocca all'ormai storica Ammonia Records farsi carico di promuovere nuovamente le party song confluite nel nuovo THE HODJA'S HOOK. A partire dalla frenesia un po' sporca di Let's Stay Up Tonight è un susseguirsi di melodie semplici, ma potenti e marcate su cui si innestano facilmente il glam rock à-la T-Rex di Alcoholic Tears, il dark punk di Morning e il disagio metropolitano di (un'ottima) Sleeping Town. C'è il garage rock, l'energia, la frustrazione post punk di Lies e un baricentro compositivo che muove saldamente verso il pop. A sorpresa, ma in fondo neanche troppo, trova spazio pure una cover dei Prodigy, quella Firestarter che, fatto salvo l'assolo conclusivo, si rivela però piatta o comunque meno a fuoco di tanti altri episodi qui proposti e a cui la produzione di Olly Riva, con la lezione de Il Metius sullo sfondo, ha garantito maggiore concretezza. Trentacinque minuti di buon rock valgono comunque il prezzo del biglietto e tutte le buone parole scritte fino ad ora sul conto del trio ossolano. La stoffa c'è e il sarto pure. Inconsapevoli working class heroes di domani, i Monkey Weather vanno tenuti d'occhio per quanto hanno ancora da offrire se solo sapranno - o vorranno - sviluppare lungo il loro percorso musicale quelle potenzialità di critica sociale ora velatamente in nuce. Nel frattempo ci accontentiamo di ritrovarli sempre belli carichi alla Loggia del Leopardo, nuovo quartier generale e avamposto ossolano per realtà vive e attuali, tra un concerto e l'altro. Al solo pensiero non sembrano più così troppo lontane neppure le serate trascorse all'Osteria di via Briona.

mercoledì 26 marzo 2014

PORCELLUM

PORCELLUM
Paolino Paperino Band
- AssTo Records - 2013
 
Pensavo fosse uno scherzo. Una simpatica boutade di inizio anno. Non credevo sarebbe potuto accadere di nuovo. E invece... la Paolino Paperino Band è tornata! E PORCELLUM è qui, bello, grasso, grosso e rumoroso come tradizione vuole. Magari non ci stupirà con mirabolanti cambi di tempo o scale pentatoniche eseguite con sopraffina perizia tecnica, ma di certo non tradirà le attese di chi conobbe la punk band emiliana nella prima metà degli anni '90 attraverso qualche combattiva fanzine recuperata in qualche altrettanto agguerrito (e fornito) negozio di musica su consiglio di quel compagno di banco che pareva conoscere, chissà come?!, vita, pettegolezzi e miracoli di Yana & company. Protagonista suo malgrado di una memorabile estate in cui voci di corridoio davano ad un certo punto la band sciolta per 1) incompatibilità di carattere, 2) troppo successo, 3) eccessiva violenza ai concerti, 4) morte (!!!) dei componenti, la PPB aveva in realtà gettato nello sconforto tutti quanti prendendosi semplicemente una pausa dalle scene. Una lunga pausa a tempo indeterminato, quasi definitiva; a tratti inconcepibile se consideriamo avvenuta nel 1994, a soli due anni dalla pubblicazione dell'acclamato PISLAS a sua volta mandato in stampa sull'onda del successo underground di FETTA, mini lp che, trecentosessantacinque giorni prima, aveva polarizzato l'attenzione sull'esplosivo quartetto emiliano sempre più indirizzato verso un maggiore impegno politico e sociale. Poi il silenzio. Giusto un paio di apparizioni ad altrettanti eventi musicali di inizio millennio per far sentire una volta ancora la propria voce (e sfatare il punto 4 di cui sopra) e riaccendere il desiderio. Il 2012 è così tempo di reunion con una formazione rimaneggiata rispetto agli esordi, ma capace di proseguire nel solco della tradizione nonostante l'assenza di figure cardine come Fox, Maso e Bez. Proprio l'entusiasmo delle nuove leve, che rispondono ai nomi di battaglia di Skeggia, Garu e Raffa, va però a completare in maniera osmotica la carica dei veterani Yana e Termos; in breve tempo - e con il supporto del crowdfunding - ecco undici brani nuovi di pacca capaci di fotografare una volta ancora a mo' di polaroid la realtà italiana restando sempre in bilico tra ironia demenziale e critica sociale, tra punk adolescenziale e contaminazioni rock. Sampietrini, Enalotto, il singolo Troiaio sono solo alcuni dei nuovi cavalli di battaglia della Paolino, l'escamotage in musica per riflettere con intelligente ironia (a volte anche di grana grossa) su tematiche quotidiane e avvenimenti di più ampio respiro a livello internazionale. Non viene perciò accantonato neppure l'impegno ambientalista a suo tempo ampiamente manifestato nel mini lp LE BESTIE FEROCI DEL CIRCO, realizzato in favore della Lega Anti Vivisezione, e qui ripreso da episodi come Ciccioli e Referendum. Così come non possono mancare la citazione alla storica Candy's in Jesus Crust e la frenetica spinta flower punk di Introverso. E siccome del porcellum non si butta via nulla, visto che l'appetito vien mangiando, ecco comparire nei negozi pure l'insperata rimasterizzazione di PISLAS, rieditato su cd in una succulenta versione ampliata con nuovo packaging e tracklist. Insomma, una rentrée coi controfiocchi, fatta dalla gente per la gente. E allora, cos'altro volere? Piatto ricco mi ci ficco!    

lunedì 24 marzo 2014

SUPER HUMAN

SUPER HUMAN
Quasiviri
- Wallace Records/To Lose La Track/Megaplomb/Bloody Sound Fucktory/HYSM?/Morte Records/Fallo Dischi - 2014  

Nel nuovo album dei Quasiviri non c'è una sola nota fuori posto che suoni differente da come dovrebbe essere. Devono essersene accorti in molti a giudicare dal nutrito gruppo di etichette e sostenitori che hanno deciso di optare per una co-produzione che garantisse l'uscita di SUPER HUMAN in tempi relativamente rapidi rispetto al rilascio del precedente ep FREAK OF NATURE. Il trio italo-canadese di frenetici creativi della musica ha una volta ancora superato l'ingrato compito di stupire l'ascoltatore con una prova maiuscola, lasciando tutti a bocca aperta e continuando in quella mai dichiarata progressione verso lidi avant-garde sempre più personali e di difficile classificazione da cui - si presume - sono stati attratti e affascinati fin dalle origini di questo progetto. Gli apparenti deliri sonori scaturiti dalle trovate di Roberto Rizzo, Chet Martino e André Arraiz-Rivas convergono più ancora che in passato verso un centro ben definito che fa di una circolarità comunque impetuosa l'essenza della nuova proposta. La saga laico-pagana cominciata nel 2009 con THE MUTANT AFFAIR viene ora approfondita da undici nuovi episodi di convincente math-core jazzato mascherando la sperimentazione loro sottesa con trame articolate dalle sfumature "gusto improptu" e alzando barricate elettroniche oggettivamente maniacali eppure di facile assimilazione. Ciò che ne scaturisce è un cosmo parallelo, travolgente, convulso, colorato e freak, ma, a conti fatti, immerso in una dimensione talmente umana da risultare solo paradossalmente aliena. Ad esso i Quasiviri hanno impresso una solennità quasi religiosa (da un punto di vista prettamente visuale i riferimenti alla cultura sacra presenti sulla splendida copertina firmata Martino si sprecano), come se ci trovassimo di fronte ad un unico, antico inno capace di mitigare il delirio della condizione umana attraverso il recitato mai salmodiante dei suoi versi (Gerald Casale docet) e un incedere ritmico processionale che non disdegna la lezione dei primi Genesis e del guru Wyatt. L'attenzione alle dinamiche poi conferisce al tutto una esplosività dadaista come se i Faith No More decidessero di farsi accompagnare al luna park dal fantasma di Syd Barrett e incappassero neanche troppo accidentalmente nei Primus di Claypool di ritorno da un briefing con il misterioso Buckethead. Cosa può significare tutto ciò? Che la band non si prende particolari responsabilità, ma sviluppa imperterrita un interessante percorso immaginifico che potrebbe tranquillamente essere utilizzato come colonna sonora originale per il prossimo film targato Comedy Central, sequel evolutivo di una South Park che abbiamo eretto nella vita di tutti i giorni per paura di confrontarci con noi stessi e la nostra vera natura. Musica coerente e mai dispersiva, in cui immedesimarsi con sarcasmo e un pizzico di compiacimento.

giovedì 20 marzo 2014

RINUNCIA ALL' EREDITA'

RINUNCIA ALL' EREDITA'
3 Fingers Guitar
- Snowdonia Dischi/Dreamingorilla Records/Neverlab Dischi/Rude Records - 2014

Simone Perna e la rivoluzione. Giunto al terzo lavoro solista in studio il batterista di Viclarsen e Affranti cambia strada linguistica, e conseguentemente espressiva, per incidere l'album più maturo e completo della sua carriera. Dopo la scelta di veicolare gli stati d'animo attraverso l'inglese di #1 e ROUGH BRASS, la convinzione di poter accostarsi alla propria lingua madre con risultati soddisfacenti è ora divenuta concreta realtà.
A spingerlo in questa direzione due sono stati gli stimoli più evidenti: in primis, il propedeutico ciclo di quattro video - ribattezzato The Border Nerves Sessions - in cui venivano riletti altrettanti cantautori italiani per così dire "di confine" (Camisasca, Rossi, Fiumani e Rocchi); in seconda battuta, la necessità di veicolare un racconto compiuto, concepito, elaborato, rivisto e affinato nel corso degli scorsi mesi, posto alla base di questo RINUNCIA ALL'EREDITA'. Il concept album che da queste premesse prende allora forma e corpo fissa l'attenzione su un tema nient'affatto facile o scontato come, in apparenza, potrebbe essere quello del rapporto tra un padre e un figlio. Qui, per raggiungere il nocciolo della questione bisogna infatti scavare a lungo, in profondità, per addentrarsi nei cunicoli della malattia più nascosti e invisibili all'occhio umano. Bisogna seguire Perna nelle fenditure, nelle crepe e negli anfratti bui dell'esistenza; diventa necessario seguirlo ed entrare al suo seguito in quelle scanalature di passaggio, molto spesso artificiali, oscure e anguste, ma funzionali alla rivelazione, così simili a quell'antro della Sibilla immortalato splendidamente da Giuseppe D'Anna in copertina. Passaggi segreti accessibili che rivelano mondi morbosi e condizioni di vita occultate ai più, in cui il rapporto tra creato e creatore non è mai in felice dicotomia, ma in perenne tensione, fatta di ricatti, dubbi e privazioni. Deserti esistenziali riempiti di lussuria e cupidigia, ossessioni e infermità che il rock sordido e tremolante del cantautore savonese traccia in maniera netta erodendo inesorabile le pareti che li ricoprono. 3 Fingers Guitar porta in superficie tutto questo a mani nude, accompagnato semplicemente da una chitarra e dalle pelli di Simone Brunzu. Diviso il lavoro in due parti, la prima incentrata sulla figura del padre, la seconda catalizzata sulle mosse del figlio, Perna scalfisce la pietra e continua a scavare nervoso tanto nel subconscio quanto nel quotidiano. Evoca storie e passati; rilancia per il futuro. Sono scosse elettriche più che pennellate; è lo spasimo carnale che prende il sopravvento sulla poesia, che punta dritto allo stomaco e non cerca consolazioni. È la logica ricostruzione fatta a brandelli di quello che molti non vogliono vedere, con una consapevolezza lucida e commovente. L'unica capace di ricondurre sulla retta via un percorso umano minato alla nascita.
 
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giovedì 13 marzo 2014

THE HOUSEBOAT AND THE MOON

THE HOUSEBOAT AND THE MOON
Federico Albanese
- Denovali - 2014

Non di rado capita che quando un musicista mette tutto sé stesso fra le note della propria musica il risultato finale sia quanto di più personale sia possibile ottenere. Accade così che ci si trovi di fronte ad un artista spogliato da qualsiasi orpello promozionale, che senza timidezza rivela la propria essenza e dona completamente la propria anima, nudo - metaforicamente parlando - di fronte all'ascoltatore. Ci si trova perciò al cospetto della quintessenza di quell'essere umano che senza timori e falsi pudori, ma pur sempre con un velo di timidezza, ha voluto rivelare sé e la sua visione del mondo a quanti vorranno e sapranno ascoltare. La musica prende dunque il sopravvento sull'uomo, ne comunica con partecipazione emotiva gli stati d'animo ed elimina qualsiasi barriera linguistica per fare i conti direttamente con il proprio vissuto. Ciò che resta è una sensazione di trasparenza e verità ultima che trascende il compositore e spiega l'inquietudine a cui è soggetto l'uomo contemporaneo. È quanto capita anche con il cinematografico debut album di Federico Albanese, la metà maschile dell'affiatato duo La Blanche Alchemie condiviso con la compagna Jessica Einaudi, che approfittando della (temporanea?) pausa dalla band madre ha modo di focalizzare l'attenzione su quel pianoforte da cui venne folgorato in tenerissima età e che ora diventa assoluto protagonista del disco premiato dalla produzione di casa Denavoli, prestigiosa etichetta tedesca di musica sperimentale con un occhio di riguardo per la classica. Contemporanea e contaminata. Supportato da un Uher Royal Deluxe, tape recorder tedesco del 1969, capace di catturare in analogico tutte le sfumature e le imperfezioni dello strumento, Albanese traccia sul pentagramma, con dovizia e cura di particolari, note che evocano luoghi e territori fantastici rivelando scenari senza tempo. Attraverso un suono nordico (il giovane milanese da anni risiede a Berlino) implementato da loops, vibrafoni e glockenspiel THE HOUSEBOAT AND THE MOON contempla e pone in essere arrangiamenti radicali eppure plastici, fluidi, come se in realtà non fossero le mani e i piedi a guidare tasti e pedali, ma direttamente il pianoforte che, risvegliato dal torpore, prendesse vita e animasse Albanese. La visione che scaturisce è sfaccettata; sono tredici microfilm quelli che si susseguono nei cinquanta minuti abbondanti di quest'opera prima, uno per ogni episodio strumentale che la compone, tutti tesi a sviluppare in un quadro di insieme infinite possibilità interpretative e di narrazione, trovando nel violoncello di Arthur Hornig (sostituito in Carousel 1 dal prezzemolino Mattia Boschi da Novara) una perfetta corrispondenza capace di diverso dinamismo, ma di uguale passione. Un connubio armonico che, tessendo una fitta trama di reciprocità a Disclosed, arricchisce l'incanto di Beside You e Double Vision, amplifica l'articolata Secret Room in cui fa capolino il fagotto di Burak Ozdemir, gioca col moto perpetuo di Sphere fino ad inondare di luce propria Lichtung. Traspare grande pathos in tutto questo; una magia malinconica come quella sottesa alla meccanica Queen And Wonder che si ripete dolce e lieve per raccontare una realtà irreale con la stessa passione e partecipazione agli eventi cui apparentemente solo Albanese, in prima battuta, poteva aspirare. Una alchimia nuova, segno di immedesimazione e trasporto emotivo per tutti noi. Cullati dalle acque, guidati dalla luna.
 
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venerdì 7 marzo 2014

da TUTTOBRUCIA

COME UN CANE
- Monica P feat. Hugo Race - 2014


 
...il sogno è diventato realtà o tutto era semplicemente un sogno?
 
Prodotto da Filmika
Regia: Guendalina Di Marco
Fotografia: Davide Marcone

giovedì 6 marzo 2014

MOOSTROO

MOOSTROO
MOOSTROO
- autoproduzione - 2014

Da Jabberwocky a Mostruosus Trio. Questa la naturale mutazione artistica di Dulco Mazzoleni, Franz Pontiggia e Igor Malvestiti. Un viaggio sotterraneo nelle cavità misteriose delle terre orobiche alla ricerca di quell'energia primaria capace di rivitalizzare attraverso la tensione elettrica idee e fermenti operosi mai sopiti. Pochi mezzi, ma grande caparbietà per un nuovo progetto robusto e senza fronzoli, roccioso nella sua essenzialità. Ancora più credibile che in passato perché non snaturato da contaminazioni esterne, ma anzi, in un certo qual modo, protetto da quei monti e quelle valli presso cui non è affatto raro imbattersi ancora oggi nei pastori bergamaschi, cani duttili e versatili dal temperamento equilibrato proprio come la band che l'ha scelto a mo' di mascotte per la copertina del proprio cd d'esordio. Il cantautorato sghembo di Mazzoleni, solo in parte emerso nei lavori con il supercombo degli Jabberwocky, i cui trascorsi riemergono trasfigurati attraverso la rivisitazione sgangherata e scoppiettante de Il Prezzo Del Maiale, ben si sposa alle trame semplici di matrice punk ordite dal duo Pontiggia-Malvestiti in collaborazione con Stefano Gipponi direttamente da Le Capri a Sonagli. Quelli che emergono sono racconti di provincia in lo-fi, narrati per fissare anche in musica le deformità dei piccoli centri e di chi li vive in questo preciso momento storico (Valzerino Di Provincia). Luoghi fatti di una operosità a volte eccessiva, incontrollata, senza requie: mostruosa appunto. Anomalia moderna della vita umana contemporanea, senza rimedio immediato, ma per la quale la soluzione potrebbe concretizzarsi nel restare sempre vigili e nel non abbassare mai la guardia. Di fronte a chi o a cosa? I MOOSTROO si approcciano a questa ricerca con una essenzialità quasi francescana: una chitarra classica elettrificata, un basso a due corde e una batteria ridotta all'osso, in un misto di sacralità e rumore pagano che nasce dalle viscere, si ripercuote nelle membra e fa vibrare i corpi. Spetta poi alla musicalità delle parole (l'angelo sterminatore di Underground) e delle canzoni (Mi Sputo In Faccia) trovare la chiave di volta per colpire i cuori degli ascoltatori. Ballate crude, bastonate rozze. Pochissima post produzione. Echi di Tim Hardin anche negli alpeggi lombardi per la canzone dell'amor psichedelico perduto (LPS) e tonanti rintocchi amorosi nella transumanza emotiva di Bacio Le Mani. In parte assimilabile ai più scanzonati Zolle e con qualche reminiscenza dei corregionali Sakee Sed come il singolo Silvano Pistola rivela, il "mostruoso trio" spende le proprie energie offrendo spunti di riflessione e di critica nei confronti dell'ordine costituito anche quando pare semplicemente razzolare tra apparente ironia e beffardo sarcasmo. Questo in fin dei conti è proprio il sale della terra. Lo stesso cantato a Correggio e dintorni, ma qui un po' più prossimo alla realtà.
 

mercoledì 5 marzo 2014

HIDDEN GARDEN

HIDDEN GARDEN - EP
J Moon
- Boswort Music GmbH - 2014

"L'esperienza con La Blanche Alchimie è al momento in stand by; non so se sia una esperienza totalmente conclusa, ma per il momento ci dedichiamo felicemente ai nostri nuovi progetti solisti. Dal vivo comunque Federico è sempre con me, suona infatti chitarre e tastiera, e con noi abbiamo il piacere di avere Joe Smith alla batteria e alle percussioni." A parlare in questo modo è Jessica Einaudi, per anni splendida voce e affascinante immagine del duo dream pop dei La Blanche Alchimie e oggi titolare a tutti gli effetti del nuovo marchio J Moon con cui si (ri)presenta nel sempre più settoriale panorama discografico italiano ed europeo. "Sia io che Federico avevamo il bisogno di dedicarci ad un progetto solitario e devo dire che al momento ci sentiamo entrambi maggiormente espressi nei nostri nuovi lavori." Così mentre il compagno di mille avventure Federico Albanese, in origine chitarrista per diverse rock band di area milanese e con un passato addirittura da bassista nei primissimi Veracrash, ha approfondito il suo amore per il pianoforte dando alle stampe il toccante e insieme cinematograficamente evocativo album strumentale THE HOUSEBOAT AND THE MOON, Jessica ha focalizzato la propria attenzione sulla composizione e, concentrandosi sullo strumento principe che Madre Natura le ha donato, si è fatta tutt'uno con la suadente voce che da sempre la caratterizza. HIDDEN GARDEN è l'assaggio primaverile del nuovo album MELT, il giardino segreto che sta oltre il cancello della notorietà o, più semplicemente, del proprio lato pubblico. È l'angolo in cui ci si specchia e ci si rifugia lontani dal caos quotidiano in cui siamo perennemente immersi, per riflettere e magari per perdersi dentro sé stessi. È il luogo in cui albergano quiete e tranquillità. Ma anche fascino e mistero. È lo spazio fisico e mentale in cui coltivare la propria essenza. Qui nascono le quattro canzoni di questo ammaliante ep e cadono le maschere che indossiamo. Canzoni al femminile, eleganti, intime, incisive, eseguite sempre con misura in trio. Non una nota fuori posto. Non un tassello mancante. Piccole pennellate di colore su piccole tele artigianali. E allora sembra di vederla, Jessica, ondeggiare sognante sulle note della title track, timida e pudica, con quegli occhi azzurri che rapiscono all'istante e sanno raccontare emozioni anche senza parlare. Condividiamo con lei la nostalgia barocca di With You, orchestrale e malinconica, ma lasciamo pure che ci conduca per mano Among The Walls, certi che la sua stretta, esile ma sicura, non ci tradirà in quel percorso ad ostacoli che è la vita. Neppure la presunta aggressività di Poison è fine a sé stessa; qui tutto è in armonia con il proprio cosmo di sentimenti e affetti. Sfumato eppure intenso. C'è Björk e c'è la lontananza, ci sono i Bran Van 3000 e ci sono rose rampicanti che crescono spontanee, ma soprattutto c'è il futuro di una giovane donna capace di guardare davanti a sé con occhi nuovi, proiettati con semplicità al domani. Occhi mai stanchi di apprendere e di comunicare, che ora vedono e ascoltano già altro. E tu sentinella - dimmi - che vedi?
 
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martedì 4 marzo 2014

PROXIMI LUCES

PROXIMI LUCES
Peregrines
- Home of the Peregrines - 2014

Se in un pomeriggio di caldo afoso, con la fronte imperlata di sudore alzassi anche solo per un attimo lo sguardo dalla terra che stai coltivando potresti scorgere all'orizzonte cinque giovani intenti a fissare i campi su cui hai costruito non solo la tua fattoria, ma tutta la tua fortuna. La tua vita. I Peregrines osservano. Scrutano. Ascoltano. Spaziano con lo sguardo attraverso l'intera landa che si perde a vista d'occhio fino all'orizzonte di fronte a sé. Dall'altra parte della strada grandi risaie e filari di pioppi. È la contemplazione del creato e del lavoro dell'uomo la linfa vitale alla base del songwriting d'esportazione della band comasca capitanata da Sean, il walking peregrine con licenza di sognare, la quale, fresca di debut album, cerca di ritagliarsi uno spazio a suon di ispirate melodie e convincenti narrazioni legate ad un mondo contemporaneo eppure, al tempo stesso, fuori dal tempo. Un disco di avventura, misterioso e affascinante, a tratti salgariano a tratti operosamente campestre, che riflette le personalità dei cinque giovani musicisti, capaci di accompagnarci lungo tutta la nostra giornata lavorativa, affiancandoci come piacevole siesta ricreativa nelle brevi pause e occupando piacevolmente i nostri pensieri nei più frequenti momenti di pieno sforzo fisico quando aratri e badili hanno la meglio. Un album completo, fatto da talentuose promesse italiane la cui unica pecca loro imputabile risiede forse nell'aver indugiato per la quasi totalità dei brani su un minutaggio ampiamente sopra la media, d'altro canto tratto peculiare e necessario per la narrazione, quasi fossimo al cospetto di un folk progressive - perfette in questo senso le atmosfere à-la Genesis della title track - ponderato per  scelta stilistica e non alla stregua di semplice peccato (veniale) di gioventù. Un lavoro importante, la cui credibilità è fuori discussione; fragrante e naturale come il profumo emanato dai campi di grano che ci circondano e dai quali ci congediamo quando il crepuscolo trasfigura con i suoi raggi tutta la regione. Così, sul far della sera, ecco il cielo prendere accenti color turchese mentre l'aria rinfresca e le atmosfere si fanno cristalline. Gli uomini si sono già avviati verso casa da un pezzo, camminando di buona lena tra i campi, attrezzi alla mano e qualche scodinzolante amico a quattro zampe accanto. Quando la vista delle proprie abitazioni è prossima si fa sempre più alto e definito il suono di un'orchestrina accampatasi nell'aia per allietare le ultime ore della giornata (Sun Will Rise). Delicata, composta, ma decisa come deve esserlo una nave fra le onde dell'oceano (The Boats And The Waves) continua a intonare musiche e solleticare curiosità di bimbi e anziani. Il rito procede lungo tutta la notte, momento di festa e di danze: a suon di banjo e violino per le scaramucce dell'amore (Little Dancer); maggiormente evocativo quando riporta alla mente fantasmi (Owls And Spirits) e ricordi ancestrali (The Wood/Superstition). È folk elaborato, complesso e vespertino, che s'intreccia come un rampicante alle storie di una volta, innaffiando le radici della memoria. Ora siamo noi ad osservare da sotto il portico della grande casa i Peregrines. Mentre si fa notte (Mary Celeste) e la veglia per il solstizio d'estate volge al termine.
 

giovedì 27 febbraio 2014

PER TUTTI

PER TUTTI
Riccardo Sinigallia
- Sugar - 2014

Domenica 2 giugno 2013 eravamo come da tradizione a Cremona per quel gran bel festival multiforme che è Le Corde dell'Anima. Organizzata dal poliedrico Vittorio Cosma la rassegna si svolge solitamente in più giornate per dar modo a tutte le realtà coinvolte di avere un giusto spazio e la meritata attenzione. Musica e letteratura. Il canto e la parola. Avevamo annotato la presenza di Riccardo Sinigallia (peraltro collega di Cosma nel progetto Deproducers) nella giornata di sabato così come del resto ci eravamo appuntati quelle di Alicia Gimenez Bartlett, Vinicio Capossela e Tim Parks, ma l'improvvisa defezione di Franco Battiato e Manlio Sgalambro, unita invece alla concomitante doppia (e ghiotta) opportunità di assistere a due performance proposte altrove rispettivamente da Blastula e Pierpaolo Capovilla, ci aveva fatto desistere e optare per presenziare nella città del Torrazzo appunto ventiquattro ore dopo. Mai avremmo pensato di ritornare con la mente a quei giorni in occasione del LXIV Festival di Sanremo quando l'orecchiabilissima Prima Di Andare Via, uno dei due brani presentati alla kermesse ligure dal cantautore romano, a  Cremona presente insieme alla compagna Laura Arzilli in una chiacchierata con lo scrittore Lorenzo Amurri, sarebbe stata squalificata dalla gara perché già eseguita in pubblico proprio in occasione di quel pomeriggio cremonese. Una beffa, ma anche una leggerezza che si è trasformata in una trovata pubblicitaria in buona fede capace di catalizzare l'attenzione su Riccardo come forse mai prima d'ora. Una vittoria in termini di visibilità anche più significativa di quella ottenuta da chi sul podio sarebbe poi realmente salito. E una occasione per porre l'attenzione su un album come PER TUTTI che a otto anni di distanza dal precedente INCONTRI A METÀ STRADA rilancia lo stile personalissimo di Sinigallia presso il grande pubblico. Non una svolta copernicana rispetto al passato in termini di suono e tematiche, ma senza dubbio una nuovo portfolio musicale di momenti intimamente universali, meno elettronici e forse per questo anche più immediati e pop, come E Invece Io, lungo e comunque dilatato racconto introspettivo posto in apertura, rivela. Appassionato di musica e di parole, ma soprattutto affascinato dalle suggestioni che queste provocano nell'ascoltatore, Riccardo Sinigallia torna a raccontare sé e il proprio mondo, senza filtri. Riannoda i fili della sua storia, ne traccia nuovamente i contorni, ricordando episodi d'altri tempi, di amicizia e amore. È un salto nella propria memoria, negli anni dell'adolescenza e delle sue problematiche (Io E Franchino); ed è un tuffo nelle esperienze del passato più prossimo, ancora vivo nella memoria, ma proprio per questo pur sempre irraggiungibile, senza troppi rimpianti, come Le Ragioni Personali ammoniscono. Fotogrammi che gli occhi del cuore hanno saputo catturare per brevi istanti e che hanno saputo restituire emozioni espressioniste fissandole nel ricordo in maniera indelebile per aiutarci in un nuovo cammino. Quello della quotidianità e dell'urgenza dell'io, essere umano determinato da parametri oggettivi ed ambientali. Sembrerà così di viaggiare una volta ancora con la stessa valigia in due. Tu Che Non Conosci non puoi capire: il cuore è una ricchezza che non si vende, non si compra, ma si regala. E per me è importante.

mercoledì 26 febbraio 2014

ADAM CARPET

ADAM CARPET
Adam Carpet
- Rude Records - 2014

Adam Carpet è un sogno. È una visione. È la realizzazione di ciò che era in potenza ed ora è divenuto realtà. È un atto concreto. È una svolta per molti. È rischio. È avventura. È libertà. Non ci sono vincoli, non esistono regole programmatiche: solo la creatività e l'improvvisazione di cinque menti e dieci braccia che si sono messe a disposizione reciprocamente. ADAM CARPET è un disco di testa e, molto, molto di pancia. È la colonna sonora attuale per le vite dei protagonisti che si celano dietro questo nome e dentro questa entità. Sperimentale, aperta a influenze e collaborazioni la band milanese è una sorpresa continua, tutta da scoprire. A partire dagli avveniristici live act implementati da quel video-mapping, studiato e messo a punto in collaborazione con  il collettivo Akme, che diventa ogni volta caratteristica peculiare, sebbene non determinante, di ogni centellinata esibizione. Il suono che si trasfigura in immagine e colore. La forma che restituisce onirici impulsi sonori e psichedelia contemporanea. Geometrie caleidoscopiche che sono proiezioni di altri mondi, porzioni, composte e ricomposte, di un vissuto in continuo e costante movimento. Due batterie e due bassi pronti a sfruttare il ritmo, rispettivamente percosso e accarezzato, per sviluppare piani e dinamismi, e un Giovanni Calella, a suo agio tra synth e chitarre, solitamente perno (anche visivo) su cui far ruotare tutto. Anticipato nel dicembre del 2012 da un paio di concerti a Roma e Milano, e inizialmente uscito solo in digitale con una distribuzione nei negozi in versione bundle composta da seedcard con codice per il download digitale e una t-shirt contenute in un box di carta riciclata, l'esordio omonimo per la nuova band di Diego Galeri vive di strutture analogiche e profondità elettronica. Gli impulsi costanti garantiti da lui e dall'altrettanto noto collega di pelli Alessandro Deidda reggono le sorti tanto degli episodi distorti (la sperimentale Jazz Hammerhead) quanto di quei momenti più dinamici come The Charge e Cowgirl In The Shower. In perfetta simbiosi e interazione con i bassi di Edoardo "Double T" Barbosa e Silvia Ottanà costruiscono architetture mobili (I Pusinanti) e liquide (Manmasquerade); forgiano episodi compiuti come Carlabruni? e il singolo Babi Yar. Anche quando l'assetto muta, specialmente on stage, e certe parti vengono dilatate (Human Crossing) mentre altre sono completamente ignorate, quasi tutti i brani restano imprescindibilmente legati fra loro. Alla decina di episodi che compongono questo debutto si sommano qui due brani aggiuntivi rispetto all'edizione digitale dell'anno passato. Di Dream City, abbiamo già avuto modo di parlare nei mesi scorsi in occasione dell'uscita di ARTISTI VARI RISUONANO I FRIGIDAIRE TANGO, intelligente compilation dedicata alla seminale band trevigiana dalla quale è tratto. La drammatica Future Teen Idol è invece parte integrante della soundtrack realizzata per il film Venezia Impossibile, lungometraggio a zero budget presente alla seconda edizione del Venice Film Market in occasione della 70^ Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, ispirato all'omonimo romanzo pubblicato da Marco Toso Borella e diretto dal cineasta William Carrer. Due cadeau che completano il lavoro degli ultimi due anni, nato con lo spirito di avventura e proseguito credendo fermamente nel risultato finale. In attesa degli sviluppi futuri già in corso d'opera. Il guerriero è vivo ed è tornato.
 
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martedì 25 febbraio 2014

SEGNI (E) PARTICOLARI

SEGNI (E) PARTICOLARI
Alberto Patrucco - Andrea Mirò
- Anyway Music - 2014

Pur non essendo mai stato autore troppo noto in Italia Georges Brassens con la sua indole pigra e schietta, sempre al passo con i tempi, ha saputo lasciare il segno in più di un professionista della nostra canzone d'autore. Maestro indiscusso fra gli altri di Fabrizio De André, traduttore ad inizio carriera di una mezza dozzina abbondante di canzoni che si prestavano alla traduzione senza particolari voli pindarici e artifici linguistici (la celeberrima Il Gorilla è fra queste) l'irriverente artista di Sète riceve a oltre trent'anni dalla sua scomparsa l'ennesimo atto d'amore da parte del mai banale Alberto Patrucco, verace equilibrista della parola, libero osservatore del quotidiano e colto filologo musicale con una passione esagerata per il baffuto concittadino di Paul Valery. Giunto al secondo capitolo e mezzo della sua recente produzione musicale se, come dovuto, consideriamo parte integrante del tutto l'ep omonimo allegato ad un libro lapidario come NECROlogica Alberto non modifica la propria dedizione al lavoro per il quale abbiamo avuto la buona sorte di conoscerlo. Ne cambia solo, in parte, il vestito sonoro. Dopo il lussureggiante esordio di CHI NON LA PENSA COME NOI, impreziosito da una pletora di Musici e Artisti d'altissimo rango e prestigio che donarono una veste cantautorale estremamente ricca e ricercata alle dodici canzoni prescelte e, ricordiamo, quasi tutte originariamente pensate per sola voce e contrabbasso, con SEGNI (E) PARTICOLARI il taglio oggi si fa più rock. La scelta è pressoché obbligata e felice se sulla propria strada si ha la possibilità di incontrare anime affini come la vulcanica Andrea Mirò che di lì a poco avrebbe saputo coinvolgere l'altrettanto artisticamente irrequieto Enrico Ruggeri. Impostato una volta ancora il lavoro in compagnia dell'indispensabile Daniele Caldarini, supervisore della quasi totalità degli arrangiamenti, Patrucco, come in un autentico gioco di squadra, passa presto la palla a Mirò e compagni in cabina di regia, per poi chiedere la triangolazione decisiva e finalizzare da autentico attaccante di razza. Dopo le tante esecuzioni dal vivo negli spettacoli teatrali trovano così definitiva sistemazione su disco altri tredici brani scelti seguendo ciò che il proprio cuore suggeriva. Ecco perciò la storica La Cattiva Reputazione, uno dei brani cardini di Brassens, fare il paio con le recriminazioni beffarde di Se Soltanto Fosse Bella, arricchita dai fiati à-la Chicago e dall'intervento vocale di Enzo Iacchetti, e con l'irriverente Nonno Riccardo affidata ad un esuberante Ricky Gianco. Si ritaglia un angolo tutto suo Andrea Mirò con l'intensa (poteva essere altrimenti?) Penelope; Ruggeri fa lo stesso sposando l'ottima La Domanda Di Non Matrimonio costruita sulla chitarra gipsy di Marco Nista. E che emozione ascoltare di nuovo accanto alla coppia Mirò-Ruggeri gli interventi alla batteria dello storico Champagne Molotov Luigi Fiore, le centellinate note di pianoforte di Pino Di Pietro e la chitarra sempre più raffinata di un rocker come Luigi Schiavone. E ancora: il mito Ellade Bandini, il "fibrillante" Eugenio Finardi nel dolceamaro racconto de La Principessa E Il Musicante che pare provenire direttamente da un album della Cramps, i compagni di palco Ale e Franz ai cori della sempre attuale Il Re, l'arpa celtica di Vincenzo Zitello e il violoncello di Mattia Boschi nella tormentata Ragazze Di Vita, il "Billa" Davide Brambilla alla tromba, ma soprattutto alla fisarmonica della maestosa Il Grande Pan, vertice del cd per densità di contenuto. Nota di merito a Francesco Gaffuri, da sempre discreto e misurato collaboratore di Patrucco, che qua irrobustisce il sound, ora al basso ora al contrabbasso, confermandosi affidabilissima spalla per più celebrati colleghi. Al comico brianzolo il merito invece di restituire una volta  ancora attraverso la sua caratteristica "non voce" l'anima delle acute composizioni di Brassens, salvandole dall'oblio italico e restituendole integre all'attualità, mantenendo la propria cifra stilistica nelle fedeli traduzioni senza ritocchi alla metrica. Perché Brassens è "parole che suonano e musica che parla". E Patrucco la sua più sincera incarnazione. Ça va sans dire.
 
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venerdì 21 febbraio 2014

ATTO II

ATTO II
Lucifer Big Band
- Bloody Sound Fucktory/HYsM?/Lemming/Neon Paralleli - 2014

Strappi, brusii, vortici e spirali di suono, ritmiche analogiche, spie, clangori, interferenze, feed back, tessuti di plasma, fruscii, lamenti, onde sonore cicliche e distorte, voci dall'inferno. Inaugurata sul finire del 2013 la stagione dei progetti solisti in casa The Great Saunites con il secondo album di Billy Torello a.k.a. Leonard Kandur Layola nonché alter ego di Angelo Bignamini, tocca proprio a quest'ultimo rilanciare ora la sua personale big band luciferina abbandonando temporaneamente gli abrasivi terreni visionari del progetto madre in combutta con il sodale Atros (Marcello Groppi) e quelli sorprendentemente ben più tradizionali legati a ponti sull'Adda in costruzione e pulci pesanti come elefanti tracciati in compagnia di Luigi Zanoni, per procedere nelle oscure spirali di noise arcano e ambientale prodotte da questo ATTO II, sequel sparagnino al debut album ATTO I ed evocativo parto discografico influenzato dal sottovalutato, ma estremamente valido ep UGO, omaggio postumo in musica all'omonimo pittore lodigiano Maffi scomparso qualche tempo prima. Registrate da Michelangelo Roberti e masterizzate da Riccardo "Rico" Gamondi le uniche due tracce del cd-r vedono Bignamini in pieno trip creativo, incurante di regole e strategie, ma vincolato da una naturale predisposizione al salto nel buio che improvvisazione e sperimentazione sul campo impongono. È il suono così a viaggiare libero nelle cavità e nel vuoto attraverso cui si propaga, frastagliato dagli eventi, manovrato da Bignamini e modellato a suo insindacabile gusto. "In ATTO II convivono le manipolazioni elettroniche e le visionarie trance sonore dei Grateful Dead, il noise ferino e l'ambient estatico, la filosofia "oscura" di Eraclito e i demoni surrealisti di J. G. Ballard": uno zibaldone redatto con mano ferma, sviluppato in tutta la sua significanza per mezzo del flusso incessante di suoni che, prendendo vita, prima si contorcono su sé stessi, poi si distendono e infine, per volontà umana, cessano - spettrali - ogni attività. Una occasione per vedere evocati attraverso soundscapes convulsi landscapes mentali così concreti da rapire l'attenzione, far cadere in trance l'ascoltatore e riportarlo alla realtà solo al cessare dello scampanellio finale, ipnotico incantesimo magiko e sabbatico. Un nuovo passo verso la percezione dell'impercettibile, un approfondimento degli abissi che il suono slegato dalle convenzioni lascia emergere dalla sua dimensione più sconosciuta raramente fatta oggetto di studi da parte di ricercatori e analisti. Un ultimo passaggio attraverso la zona grigia prima di vedere un bagliore laggiù in fondo. Ormai è già tempo di risveglio. In attesa dell'atto successivo. Iam ite: missa est.
 
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martedì 18 febbraio 2014

DROP

DROP
Tying Tiffany
- Trisol - 2014

Ciò che a tutta prima colpisce di questo quinto lavoro in studio per Tying Tiffany è sicuramente l'immagine di copertina, per la prima volta non autoreferenziale e commissionata ad Annita Rivera, graphic designer spagnola più nota col nome d'arte di Plastica. "Le ho raccontato con immagini la mia visione di DROP - racconta Tiffany - un oceano, inteso come spazio infinito, gocce come piccoli pianeti e la connessione con la natura. Annita ha reinterpretato con il suo stile astratto e surreale, ma perfettamente rigoroso, una sorta di mondo parallelo dove il colore non è protagonista, ma lo sono forme, linee e concetti." Una chiave di lettura capace di rivelare visivamente in maniera assai evidente, attraverso un equilibrio geometricamente stabile e calmo, un desiderio forse più profondo dell'artista patavina, quasi che la sua volontà attuale sia infatti quella di confondersi nel flusso incessante che regola il mondo, il cosmo, l'universo. Lo stesso DROP è un contenitore capace di fondere senza soluzione di continuità il precedente ep ONE, rilasciato nel corso del 2013 per il solo mercato statunitense, a una mezza dozzina di nuovi pezzi che ne completassero la visione di universalità, di farsi tutt'uno con il Creato. Un desiderio questo che si riflette pure nei suoni del disco, mai così eterei ed emozionali pur restando nell'ambito dell'elettronica di ricerca. Forse DROP è realmente il lavoro più personale di Tying Tiffany. È il disco intimo, quello in cui per la prima volta davvero lei si mette a nudo di fronte al mondo, ma prima ancora di fronte a sé stessa, senza specchi o maschere, ma con tutta l'onestà intellettuale di cui un essere umano sa essere capace. Quella stessa onestà che aveva animato la community delle Suicide Girls di cui un'allora intraprendente ragazza dal caschetto nero corvino faceva attivamente parte, ma ulteriormente svuotata da ogni forma di apparente esibizionismo. Uno step beyond dunque nel proprio cammino, alla ricerca di una bellezza interiore per la quale vale la pena spendere sempre maggiore attenzione. Anche il canto diventa così finalmente mezzo di espressione, spogliato dai ritmi forsennati e ossessivi di frastagliato glitch e break beat mutuati dalla scena rave ed electro punk anni '90 a cui eravamo stati abituati. È come se dopo aver preso coscienza dell'oscurità oggi ci si interrogasse sull'essenza della vita umana, sull'unicità e sulla consapevolezza di ciascun essere vivente, nella sua solitudine (A Lone Boy) e nel suo vivere senza apparenti vie di fuga (l'Aphex Twin ovattato e meccanicamente attivo di No Way Out). Meno rumore e più attenzione alle dinamiche, marziali, geometriche come si diceva all'inizio, ma anche naturali e fluttuanti: in Deep Blue River c'è addirittura un sample del canto delle balene che è per definizione un canto celeste seppure marino, insondabile, ma emozionante e funzionale. È il richiamo a quella Pangea cosmica espressa anche dal lavoro di Plastica; è la volontà di una musicista di rimettersi in discussione attraverso forti spinte motivazionali capaci di abbracciare quello spazio infinito che è innanzitutto dentro noi, fino a dissolversi in un oceano di silenzio. Alla ricerca della pace. E il naufragar - una volta ancora - m'è dolce in questo mare...

giovedì 13 febbraio 2014

YELLOW MOOR

YELLOW MOOR
Yellow Moor
- Prismopaco Records -

"Perché non facciamo un disco? Non credi sia arrivato il momento?" A tutti gli orfani e a tutte le vedove di Juan Mordecai, supergruppo nato dalla fusione dell'anima creativa dei sodali David Moretti e Andrea Viti che nell'anno del Signore 2.0.0.7., conglobando al proprio interno l'altra metà dei Karma più tutta una serie di eccellenti amici musicisti, ebbe l'ardire di pubblicare un "febbr-eccitante" disco d'esordio di folk psichedelico imbastardito da uno stoner rock acido sferzato dal vento caldo e polveroso del deserto californiano, farà certamente piacere sapere che dopo sette anni di distanza da quell'unicum musicale e da una manciata di strepitosi live c'è ancora tempo per continuare a sognare. Yellow Moor infatti è il nuovo progetto di Mr.Viti che, affiancato al canto dalla performer visiva Silvia Alfei, si cimenta nuovamente in prima persona con una band solida e affiatata (a sostenere le sorti del duo ci sono infatti 3/5 dei veronesi Facciascura, in passato già protagonisti di un duetto con Moretti sulla classica Il Cielo e ampiamente debitori degli storici Karma) la quale, pur contribuendo a disegnare nuovi scenari sonori solo in apparenza più melodici, accentua senza filtri il lato tormentato di Mordecai. Ed è un fiume in piena quello che sgorga da Castle Burned, con quel suo appeal tutto aliceinchainsiano, il raddoppiamento delle voci - effettata quella di Viti, pulita quelle del coro - la batteria quadrata e le distorsioni di chitarra in bella evidenza. È il sogno che si materializza nuovamente; l'utopia che si dissolve per diventare realtà. Un'alchimia catartica, grintosa e ondivaga, che coinvolge e sconquassa le anime attraverso la sua tensione ritmico espressiva. A riannodare le fila dei discorsi passati ci pensa ora They Have Come, futuro singolo sciamanico, cronaca di confusione e smarrimento che pare sequel non voluto di quel Demon Lover cantato proprio da Viti in conclusione a SONGS OF FLASH AND BLOOD. L'intro vagamente beatlesiano di Across This Night regala presto la certezza che l'intreccio di voci di Andreino e Silvia funziona a meraviglia così come l'innesto dei Facciascura pare assai efficace per restituire vibrazioni positive in mezzo alla tempesta (Inside A Kiss). Più nervoso l'assalto sonoro di Seven Lizards, visionaria riflessione sulla condizione umana che fa il paio con gli echi di registrazioni americane alla base dell'equilibrio per chitarra elettrica e voci espresso dalla tagliente Ghost. Del resto, a spiegare per filo e per segno quello che è uno spaccato di quotidianità fatto di ossa rotte, tagli alle mani, ferite, fallimenti, incubi e rinascite non basterebbe un libro intero. Andrea e Silvia lo sanno bene perciò condensano e sintetizzano le loro esperienze in un'anima sola, dall'attitudine elettrica, ma ancorata ad un epicureismo di fondo, immateriale e delicato, quasi spirituale, che cozza contro le aspettative di tante ipotetiche Supastar. Dicono che bisogna saper convivere con i propri demoni: questa però è la vittoria della vita su di loro. Una vittoria volutamente sommessa, ma definitiva che si lascia suggestionare dai colori del paesaggio che ci circonda; sfumature e gradazioni di un giallo grano intenso, come la landa davanti ai nostri occhi. Un giallo capace di riportare il sorriso e la serenità, lenire le ferite e restituire la fiducia. "L'elefante lento torna sempre alla carica."
 
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mercoledì 12 febbraio 2014

STILE DI VITA

STILE DI VITA
Facciascura
- Cabezon Records - 2013

Se vivessimo in un mondo capace di procedere in maniera lineare oggi i Facciascura sarebbero visti senza dubbio come naturale evoluzione di un certo sound mutuato in Italia nella prima metà degli anni '90 da band come Karma e Six Minute War Madness, a loro volta ampiamente debitrici di tutta quell'ondata alternative proveniente nello stesso lasso di tempo da Seattle e dintorni, che avrebbe finalmente trovato una collocazione di stile e di mercato - perché anche di questo bisognerebbe parlare - autorevole e prestigiosa. Probabilmente anche gli orfani e le vedove di Timoria, Ritmo Tribale, Fluxus e C.S.I. affollerebbero oggi i concerti del quintetto veronese e non si lascerebbero sfuggire l'opportunità di far proprio un album come STILE DI VITA che distanzia anni luce l'esordio di QUANTI NE SACRIFICHERESTI? per qualità, suoni, arrangiamenti, potenza e produzione. Un album al quale riviste specializzate e non si interesserebbero, curiose e avide di retroscena sulla sua genesi e sulle biografie dei musicisti che ne hanno contribuito alla realizzazione. Un album che, dopo gli opportuni ascolti, occuperebbe ore di conversazione e disamine tra gli appassionati di rock robusto, felici di aver tra le mani l'ennesima prova maiuscola, anticipata dallo strabordante singolo Intercapedine, di una band italiana probabilmente destinata, andando avanti di questo passo, a rivaleggiare con i colleghi d'Oltremanica e d'Oltreoceano. Il fatto che con il cambio di millennio le chitarre siano state generalmente sostituite nei favori dei più giovani da macchine, strumenti elettronici e campionatori non ha di certo sminuito il valore intrinseco all'opera dei fratelli Cappiotti, ma ha privato i Facciascura di una giusta e meritata visibilità cui avrebbero potuto tranquillamente aspirare un ventennio fa. Eppure, proprio perché i tempi sono cambiati, il pubblico, quello attento tanto alle novità quanto ai numeri primi, ricerca e chiede maggiore onestà. Oggi più di prima. Già l'attacco al fulmicotone di VJ è un ottimo biglietto da visita con cui il quintetto scaligero decide di presentarsi, tra assoli di chitarra, ritmiche serrate e una credibilità vocale capace di assorbire, man mano che si va avanti nell'ascolto di questo secondo capitolo discografico iniziato grazie ai buoni uffici del mentore Giancarlo Onorato e proseguito con la produzione dell'attento Andra Viti, sfumature mutevoli e differenti energie. Per nulla statici nelle loro convinzioni sonore il gruppo lascia confluire in STILE DI VITA tutte le proprie caleidoscopiche influenze. È sì (post) grunge made in Italy, ottimo per pareggiare le frizzanti trovate sonore di Soundgarden e Malfunkshun, tra le realtà più aperte del genere; ma è anche visionarietà desertica (i Doors di Maggie M'Gill) e soprattutto gusto per la melodia. Una peculiarità questa tutta italiana a cui non ci si può fortunatamente sottrarre. Basti pensare alla voluttuosità che avvolge l'onirico sonnambulismo di Vuoi Sapere Perché Non Dormo Più Di Notte o all'abbraccio pomeridiano di Alaska. Uragano, con i Timoria nel cuore, anche grazie all'intervento misurato di Paolo Benvegnù nei cori alleggerisce altrimenti le vorticose spirali che le danno respiro. E che dire di Shawn Lee, fantasista della musica, che stravolge la fangosa New Songs Are No Good? Ma non sono gli ospiti a contare realmente nell'economia del cd. Sono molto più semplicemente le canzoni, la passione e il gusto con cui i Facciascura capitalizzano tutte le pulsioni sedimentatesi nel tempo dentro di loro, recipienti in carne ed ossa pronti ad esplodere come un vaso di Pandora benefico. Termometro umano del fermento e del furore che alberga nell'underground italiano. Avanti così.
 

mercoledì 5 febbraio 2014

FIUME VERTICALE
Barachetti / Ruggeri feat. Michele Gazich - 2014
 


Otto chitarre elettriche suonate da ventilatori nella prima videoperformance del duo formato da Luca Barachetti (ex Bancale) e Enrico Ruggeri (ex Hogwash) in collaborazione con il violinista Michele Gazich e il videomaker Martino Pinna. Dal vivo. In una sola ripresa.

lunedì 3 febbraio 2014

(NON HO) NIENTE DA SOGNARE

(NON HO) NIENTE DA SOGNARE
Alanjemaal
- Fermo / Spento - 2014

Perché occuparsi di cinque musicisti che all'alba del 2014 pubblicano un cd volutamente fuori moda che pare arrivare direttamente dalla prima metà degli anni '90 del secolo scorso? Perché loro, all'epoca, c'erano. Anzi, spinti da una passione enorme per la loro musica, hanno sudato, sgomitato e lottato per tentare di far parte integrante di un intero movimento, quello dell'allora cosiddetto "nuovo rock italiano", capace di sdoganare anche all'interno del proprio sottobosco, sonorità provenienti da Oltreoceano (Nirvana, Hüsker Dü, Screaming Trees) con la familiarità di quelle stesse band americane verso cui erano debitori e una peculiarità melodica tutta italiana. Il ricordo sonico dei macheriesi Rude Pravda, 4/5 dei quali hanno dato origine proprio agli Alanjemaal, corre rapido ad una dozzina di pezzi distribuiti equamente su un paio di cassette autoprodotte tra 1995 e 1998 per poi disperdersi nel nulla, dopo la fuoriuscita dall'organico del bassista Agostino Rubelli l'anno seguente. In realtà le principali difficoltà del nuovo corso, che vedeva sempre al timone della nuova band il vociante chitarrista Alberto Casiraghi supportato dai due abili Lucchini (Marco alla chitarra e Gianfranco alle tastiere) e da Andrea Ventura alla batteria affiancati ora dalla new entry a quattro corde Alessandro Polito, nascono da motivi di ordine pratico prima ancora che qualitativo. La delusione di non aver trovato un riscontro immediato all'interno del mondo discografico nonostante tutto l'impegno profuso e l'interesse sincero del guru Fabio Magistrali, oggi di nuovo al loro fianco, sarebbe andata di pari passo con le incombenze inderogabili che la quotidianità di una vita fatta di famiglia, figli, lavoro, non lavoro, bollette da pagare, riserva a ciascuno di noi. Addirittura un intero album, registrato nel 2001 con in testa e nel cuore i Motorpsycho, sarebbe stato rimandato sine die per ben undici anni finché l'ennesima autoproduzione avrebbe finalmente assicurato la luce all'esordio degli Alanjemaal nella primavera del 2012. A quel punto gli ingranaggi della macchina erano già stati riattivati, oliati e rimessi in ordine; e allora perché non ripartire proprio dalla ruggine? Detto fatto. Il quintetto lombardo, forte di nuovi consensi e appuntamenti live, ritrova la verve dei giorni migliori, jamma e sperimenta. "Se DALLA RUGGINE era il disco della ripartenza dopo un periodo troppo lungo di inattività, (NON HO) NIENTE DA SOGNARE si interroga sui nostri ultimi anni, sulla complessità del nostro presente, sull'incertezza del futuro di chi vive questo tempo" - ci tengono a far sapere gli Alanjemaal. Mentre Il Sonno Della Ragione continua a generare mostri ecco così spiegato come il gorgo frenetico in cui è precipitata la civiltà metropolitana odierna si rifletta presto in quello sonoro di Noia E Paranoia e, dopo essersi inabissato nella pachidermica e caustica Invernomuto, riemerga dalla centrifuga di Te Ne Vergognerai, scalpitante anthem del nuovo corso. Non più lunghe cavalcate strumentali, ma una maggiore immediatezza, un suono più diretto e meno meditato, seppure sempre stratificato (Impassibile) e nell'insieme complesso (Il Primo Vento). La forza irresistibile si scontra una volta ancora con l'oggetto inamovibile. È una sfida titanica quella messa in musica da Casiraghi e soci. Una storia, la loro, da portare ad esempio per tutti quei ragazzi che dopo due mesi di cantina già si piangono addosso. Sì insomma, una roba folle. Bentornati.
 
un link alla seguente recensione è presente qui: http://alanjemaal.com/#e62/custom_plain e qui: http://www.facebook.com/Alanjemaal

sabato 1 febbraio 2014

PERSI NELLA NOTTE

PERSI NELLA NOTTE - EP
Les Enfants
- autoproduzione - 2013

I Les Enfants sono un gruppo di giovanissimi milanesi che è impossibile essersi persi nel corso degli ultimi anni. Chi bazzica regolarmente o anche solo di tanto in tanto i club, i locali o i circoli culturali sparsi nelle province del nord Italia non può non averli incontrati almeno una volta sul proprio cammino. Spesso in apertura a nomi al momento di maggior richiamo (almeno sulla carta); sovente in qualità di headliner, sicuri dei propri mezzi e galvanizzati dai costanti attestati di stima provenienti da più parti che, per chi ha scelto come loro di far davvero una palestra musicale seria e faticosa, monitorano in presa diretta il polso della situazione. PERSI NELLA NOTTE è la loro seconda uscita discografica, il gemello maggiore di quel primo ep omonimo che, uscito poco più di un anno prima, aveva consentito loro di iniziare a diffondere la propria musica anche concretamente nelle mani degli ascoltatori. Sostenuti ora da un nugolo di fedelissimi appassionati che sfruttando l'idea alla base di una piattaforma come Musicraiser li avrebbe aiutati a produrre questa nuova fatica, gli Infanti continuano a fissare su disco momenti allo stato attuale imprescindibili per rimpolpare i live, ma soprattutto utili per testimoniare la continua crescita creativa. Quattro ulteriori brani che vanno a comporre in maniera numericamente speculare il sequel delle ormai arcinote Questa Crisi Finirà, Io Voglio Bene Ai Miei Amici, Canzone Nuova e Piovono Cieli; quattro nuovi episodi musicali indispensabili per fornirci una visione sempre più ampia delle loro qualità e occasione per tirare le somme in vista della prossima uscita, finalmente, su lunga distanza. Punto di forza resta senza dubbio alcuno la maturità della voce di  Marco Manini, una delle più espressive e particolari se non addirittura - diciamolo pure - la più bella in assoluto fra le giovani generazioni, raro dono di natura e continua certezza tanto on stage quanto indoor. La scelta di usarla in abbinamento ad una scrittura testuale comunque semplice, ma niente affatto scontata, garantisce poi la "solita" ottima alchimia che viene sviluppandosi nei territori post rock cari alla band. In attesa di inserire a pieno regime anche in fase di scrittura un quinto componente che saltuariamente già compare nei concerti, le trovate sonore, spesso minimaliste, fatte di tastiere e metallofoni ad opera di Umberto Del Gobbo determinano un equilibrio onirico con le chitarre nel quale viene facile abbandonarsi come la breve intro strumentale che fa da cappello a Milano è lì a dimostrare. La freschezza compositiva dell'incalzante Dammi Un Nome e quella più tradizionale della conclusiva Prendi Tempo, unite alla naturale carica di entusiasmo dei vent'anni e ad una meticolosa precisione esecutiva, licenziano storie suggerite da un quotidiano colorato molto simile a quello ritratto nei quadri di Chagall. Anche l'attitudine gangsta di Cash è riconducibile a tutto questo dimostrando una volta ancora come i Les Enfants restino tra le più belle e credibili promesse che il panorama musicale contemporaneo italiano sia in grado di regalare. Pietra di paragone per tutti coloro i quali vogliono guardare il mondo di oggi con occhi nuovi, puliti, diretti e senza filtri. Per dare forma, colore e immediatezza ai propri pensieri.
 
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