domenica 29 aprile 2012

28-04-2012
- ETTORE GIURADEI live @ Bloom -
Mezzago (MB)
 
In Brianza, in occasione della Festa del Primo Maggio da anni si riesce a riunire qualità e quantità all'interno di una struttura storica nel panorama rock italiano, capace di resistere molto più che dignitosamente al passare delle mode e del tempo, dei boom e delle crisi. Anche questa volta al Bloom di Mezzago vengono chiamati a raccolta una manciata di nomi prestigiosi del rock nazionale che si alternano ad artisti non meno validi, ma necessitanti di una più ampia (e meritata) visibilità, per quello che risulta essere sempre un interessante mix tutto da scoprire. Quest'anno, attraverso una diretta sinergia con l'associazione Neverlab, si alternano sui due palchi messi a disposizione dal locale una decina fra musicisti e band, decisi a rinnovare per una giornata intera gli esaltanti momenti vissuti da quanti li hanno preceduti in quegli stessi spazi, con un pensiero però rivolto a coloro i quali, meno fortunati, un lavoro non ce l'hanno o, peggio ancora, l'hanno perso. Il primo ad aprire il Neverland Festival è l'ottimo Paolo Saporiti, un nome che meriterebbe ben altro spazio rispetto a queste due righe di accompagnamento. Un cantautore che tornerà comunque presto su queste pagine e di cui segnaliamo per intanto il suo ALONE, uscito nel 2010 e arrangiato in compagnia di Teho Teardo, da cui sono tratti alcuni dei brani oggi in scaletta, proposti ad un nugolo di spettatori al primo incontro col cantautore milanese. In attesa del sequel L'ULTIMO RICATTO, presto in commercio e con la supervisione di Xabier Iriondo, perdiamo purtroppo l'esibizione dei Pocket Chesnut, ma recuperiamo con i sempre cementificanti Bancale, altri pupilli dell'estroso chitarrista degli Afterhours, e con gli Ultimo Attuale Corpo Sonoro, precisi e potenti seppur a tratti ancora derivativi.

Le magie elettroniche di Paolo Iocca, a.k.a. Boxeur The Coer, affascinano e stimolano attenzione, ma abbandoniamo a ¾ della sua esibizione per scendere, ancora fluorescenti, di un piano e prendere posto nella sala principale dove Ettore Giuradei con i suoi musicisti sta ultimando il soundcheck. Pochi istanti e si parte. L'imprescindibile La Repubblica Del Sole spazza nubi e incertezze: grandissima apertura per il giovane bresciano che senza troppi fronzoli passa in un sol colpo alle oscillanti atmosfere di Strega, altra canzone di assoluto valore sospinta dalle poderose rullate di Alessandro Pedretti, unico effettivo della sezione ritmica. È proprio dal punto di vista strumentale che Ettore Giuradei pare avere una marcia in più rispetto a tanti altri suoi colleghi di più alto lignaggio mediatico: nei momenti in cui sono le note a farla da padrone, già nell'ultimo lavoro rilasciato, ci si era accorti di come a salire in cattedra fosse il fratello Marco, genietto prestato al pianoforte e alle tastiere. Ora, in sede live, sperimentiamo direttamente l'intreccio di suoni prodotti dalla band che, seppur priva di un bassista, si dimostra assai compatta e ugualmente dinamica, mantenendo una vivace carica rock venata di tanta, tanta poesia lungo tutta l'esibizione. Grintosi, ma con stile dunque. E con una leggerezza senza pari. Una leggerezza che conquista e rapisce un numero sempre crescente di persone.

Dall'esigua trentina di curiosi, rimasti affascinati fin da subito, si passa presto ad un numero più consistente di ragazzi che dopo essere passati al bancone per un drink, si accomodano per terra, compostamente seduti, ammaliati da quel cantore scapigliato e da quel suo modo ben poco composto che ha di star sul palco. Il ritmo leggermente in levare di Piedi Alati inviterebbe al ballo così come la frenesia tarantolata della travolgente Sbatton Le Finestre consiglierebbe di lasciarsi andare, inseguendo Ettore nella sua folle corsa tra le morbide curve dell'amata; ma non è giornata. C'è solo partecipata attenzione da parte dell'uditorio. Cosa non da poco di questi tempi. E mentre altri avventori trovano posto in sala, i fratelli Giuradei lanciano in orbita il loro chitarrista di fiducia, Accursio Montalbano, autore di una avvincente prova (sonica) durante l'esecuzione di Eva, estatica esperienza amorosa senza età. Applausi a scena aperta. Pure Paese concede ad Accursio la possibilità di esprimersi al meglio, garantendogli uno spazio importante nell'economia del brano e l'incombenza di reggerne le sorti strumentali. Poi è tempo di Sensazioni e ricordi. Dal primo album PANCIASTORIE, uscito ancora in compagnia dei Malacompagine, vengono riproposte una ritmata È Passato Un Autobus e la classica Uno Di Voi. Epilogo (Purificazione), primo estratto dal secondo cd ERA CHE COSÌ, mette ancora in luce le doti di Pedretti prima che una inquietante Zingara compaia tra i fumi del palco. Alla divertente Culo Sulla Lavatrice spetta infine il compito di chiudere la mezz'ora abbondante e decisamente intensa del set di Giuradei. Davvero bravo Ettore e davvero interessante la band. Difficile entrare rapidamente nelle grazie di un pubblico ancora distratto dalla indolenza pomeridiana e dai rumori del bar esterno; il combo bresciano ha dalla sua sicurezza e determinazione fuori dal comune. Doti rare, ma insindacabilmente vincenti.

Andrea Barbaglia '12

sabato 28 aprile 2012

LA MODA
Garbo
- Discipline - 2012

Renato Abate in tutti questi anni di carriera non ha mai smesso di ricercare, produrre, stupire. Anche se spesso lontano dalle luci dei riflettori. Molti delle nuove, attuali generazioni omologate da media senza cultura, cresciute a pane e i-pod probabilmente neanche sanno di chi si stia parlando (e qualcuno osservando la copertina dell'ultimo lavoro in studio dell'artista milanese ne scambierà il viso disegnato dall'architetto e designer italiano Massimo Iosa Ghini per un ritratto di Pierpaolo Capovilla, statene certi!), ma il peso che Garbo ha avuto nell'economia di un certo modo di fare musica, trasversale, in Italia gli va indiscutibilmente riconosciuto fin dal fulminante esordio negli anni Ottanta quando, con i quasi coetanei Enrico Ruggeri e Faust'O, si ritrovò in prima linea, alfiere raffinato di una nuova onda musicale proveniente da Oltremanica. Per capire quanto la carriera di Garbo sia stata fondamentale per decine di colleghi più giovani, basti prestare attenzione all'ottimo CONGARBO, tributo uscito una manciata di anni fa in cui personaggi spesso differenti fra loro si sono cimentati in una personale rivisitazione tanto dei suoi classici quanto di brani a torto ritenuti minori. Da allora un album, l'ottimo COME IL VETRO, a chiudere quella trilogia dei colori iniziata con BLU e proseguita con GIALLOELETTRICO che di questo accattivante e sempre al passo coi tempi LA MODA può essere considerato a diritto causa diretta. Sì, perché è con GIALLOELETTRICO che le strade di Garbo e dell'ex Soerba Luca Urbani si sono incrociate, feconde, facendo confluire in un unicum sonoro sfacettati bagliori elettronici provenienti da sensibilità diverse, innestate su ricercate melodie pop, semplici nella loro complessità. Con risultati spesso stupefacenti. Come qui. Nel suo essere un moderno evergreen fin dalla sua uscita, LA MODA si affida all'omonima, dirompente, title track per farsi largo tra il marasma di canzoni che popolano l'etere e il web. Colorata dal prezioso sax di Andy pare di assistere all'esecuzione di una nuova hit che non ci sorprenderebbe fosse targata Bluvertigo, eppure con una marcia in più innestata proprio da Garbo: quella del cantato, sicuro e ammaliante come sempre. Lo stesso che rende l'eterea Metà Cielo un fascinoso viaggio nel cosmo della mente alla ricerca dell'anima gemella, qua incarnatasi fisicamente nella promettente Sarah Stride, nome da appuntarsi senza esitazione su un post-it anche alla luce della sua interpretazione nella brillante oscurità di Movimento Notturno, un po' Baustelle, un po' no. In Errori ci si muove ancora per sottrazione di vuoti, raggiungendo l'apoteosi in tal senso con la conclusiva costruzione sperimentale di Architettura MIG, nella quale la calda voce dell'attrice Elisabetta Fadini poggia il proprio timbro sui sintetizzatori lunari manipolati dal duo Garbo-Alberto Stylòo, altro imprescindibile abitante di casa Discipline. Elettronica intelligente dunque, in continua evoluzione; sporcata dal crescendo rock di Sembra e Sparare, arricchita dalle fragili atmosfere sintetiche care a Trent Reznor che marciano marziali nella rammsteiniana Quando Cammino 02, modulata dalla caratura pop con cui è realizzata Sexy. Una band affiatata, coordinata dal già citato Urbani, è l'altro asso nella manica calato per vincere la partita giocata da Abate: Fabio Gatti, Pedro Fiamingo e Nicola Pellegrino, alias Nicodemo (protagonista del felice album solista IN DUE CORPI), sono il valore aggiunto, i gregari di lusso che traducono in concreto le idee del loro capitano. Un lusso per molti, di questi tempi. Una normalità per chi concepisce il proprio lavoro come una espressione artistica fatta di affinità e reciproca stima.

giovedì 26 aprile 2012

Si intitola “Gioco di Società” il terzo album degli Offlaga Disco Pax, uscito il 6 Marzo.
Il trio reggiano che ha lasciato il segno con “SOCIALISMO TASCABILE” e "BACHELITE" è ormai uno dei nomi più importanti della scena italiana.
In questo disco permangono i tratti distintivi dei lavori precedenti che tanto sono stati apprezzati: una raffinata elettronica “dancey” accompagnata da delicate chitarre “shoegaze” e la narrazione intelligente ed ironica di Max Collini.

OFFLAGA DISCO PAX
+ Peack Nick Dj Set

SABATO 28 APRILE
VINILE 45
Via del Serpente, 45
Zona Ind. Fornaci Brescia
INFO: 335 53 50 615
www.vinile45.com

INGRESSO riservato ai tesserati Arci
con un contributo di 5 EURO

Offlaga Disco Pax - http://offlagadiscopax.wordpress.com/

Offlaga Disco Pax è un collettivo neosensibilista formatosi nell'anno dispari 2003 composto da Enrico Fontanelli (basso, elettrotecniche, premeditazioni grafiche, pensiero debole), Daniele Carretti (chitarre, basso, piano, mutuo quinquennale) e Max Collini (voce, testi, ideologia a bassa intensità). Nonostante una leggenda metropolitana li collochi nella vicina Cavriago gli ODP sono in realtà tutti e tre di Reggio Emilia. Il trio si caratterizza fin da subito per le sonorità che uniscono l’elettronica analogica a basso e chitarre, sonorità accompagnate da testi in italiano declamati anziché cantati in modo classico.
Narrazioni vere o verosimili dall’ambientazione molto identitaria, sia dal punto di vista territoriale che ideologico. Nel marzo 2005 hanno dato alle stampe il loro fiero comizio di esordio: SOCIALISMO TASCABILE (PROVE TECNICHE DI TRASMISSIONE). Infinito il tour che ne è seguito, oltre diecimila (!) le copie vendute fino ad oggi e molti i riconoscimenti ottenuti.

L’album BACHELITE (2008) ha dalla sua uscita superato le seimila copie vendute, è stato stampato anche in vinile su doppio LP curato da Unhip records, ha generato due video (Ventrale e Onomastica), l’Onomastica Ep (12” Santeria/Audioglobe, disponibile solo in vinile), un documentario sulla sua gestazione (“OfflagaDiscoPax” di Pierr Nosari uscito nel 2010 anche in DVD) ed è stato accompagnato da oltre 40.000 (quarantamila) presenze ai concerti.

Dopo avere ridotto nella prima parte del 2010 le esibizioni dal vivo il gruppo ha registrato un brano inedito (Isla Dawson) per la compilazione “MATERIALI RESISTENTI 2010” (Venus), disco uscito contemporaneamente all’omonimo evento/concerto del 25 Aprile 2010 a Carpi dove gli ODP hanno avuto ospite sul palco Massimo Zamboni con cui hanno dato vita a una sentimentale cover di “Allarme” dei CCCP davanti a migliaia di persone in una piazza gremita all’inverosimile. L’anno pari 2010 è stato poi concluso con un tour molto particolare, il “Prototipo Tour”. Nell’oc-Casio-ne hanno rivisitato il loro repertorio riarrangiando i brani con il solo apporto di alcune tastiere Casio primigenie e il tour è stato accompagnato dall’uscita del “PROTOTIPO Ep” una autoproduzione in cd disponibile solo in edizione limitata ai concerti dove sei canzoni tratte dai primi due album del gruppo sono state nuovamente registrate in questa sorprendente versione.

Il 6 Marzo 2012 esce il loro terzo album ufficiale, “GIOCO DI SOCIETA'”, marchiato a fuoco col numero di catalogo Odp #155 e distribuito da Venus. Registrato nel novembre 2011 al Bunker di Rubiera da Andrea Rovacchi, il terzogenito è stato concepito come un classico 33 giri in vinile: lato A, lato B e durata canonica di quarantadue minuti, minuto più, minuto meno.

martedì 17 aprile 2012

PADANIA

PADANIA
Afterhours
- Germi - 2012

Non-finito. Un non-finito michelangiolesco capace di bastare a sé perché compiuto nella sua inesausta tensione verso l'alto. Così si presenta nell'Anno Domini 2012 PADANIA, il nuovo atteso caposaldo della discografia afterhoursiana, destabilizzante monolite alternative, concept album della mente, imprescindibile successore del transitorio I MILANESI AMMAZZANO IL SABATO e atteso punto di partenza alla ricerca di nuove strade sonore e comunicative. Una porta aperta, anzi un cancello spalancato da casa Agnelli sul futuro nebuloso e sul presente desolato dei giorni nostri ben rappresentati dallo scenario fangoso e innevato fotografato in copertina. Prodotto direttamente dal sciùr Manuel, in collaborazione con Tommaso Colliva che si è occupato pure delle registrazioni tra Como e Milano, il nono album in studio della band milanese è annunciato dalla dirompente potenza sonora di La Tempesta È In Arrivo e dalla più canonica title track, perfetta metà complementare a Il Paese È Reale e raro esempio di canzone tout court del platter. Poi sono caos e delirio sonoro totale. Controllati e voluti. Se tecnicamente gli Area, l'international POPular group per eccellenza, e Demetrio Stratos restano inarrivabili in Italia e nel mondo, l'opener Metamorfosi omaggia nei vocalizzi lo scomparso cantante italo-greco, senza scimmiottamenti, dando il la a un vorticoso percorso artistico aperto a contaminazioni continue (la splendida Tarantella All'Inazione di qualche anno fa docet) che molto deve alle scorribande sonore compiute negli ultimi anni da Agnelli e dall'imprescindibile Xabier Iriondo assieme al folletto  di scuola Can Damo Suzuki, folgoranti happening di improvvisazione sperimentale realizzati in Italia a cui hanno partecipato pure l'ex Enrico Gabrielli, qui preziosa guest star in un paio di episodi, e Rodrigo D'Erasmo. Tensione muscolare e trasversalità dunque. Mattatore, un po' a sorpresa a dire il vero, seppure già galvanizzato dal ritorno di Iriondo in sede live, è tuttavia il solitamente compassato Giorgio Ciccarelli, da qualche tempo leader dei brillanti Maciunas, diavolo a quattro in stato di grazia su PADANIA, coautore di quasi 2/3 delle musiche e protagonista di prove maiuscole sulle "sue" Io So Chi Sono, in compagnia dei figli Michele e Teresa sulle note del sax baritono di Domenico Mamone, e Fosforo E Blu, in trio con Agnelli e il rigoroso Giorgio "metronomo umano" Prette, così come sulla ballad Nostro Anche Se Ci Fa Male. Spiazzante, Terra Di Nessuno agita i sonni e le certezze sedimentate da anni; straordinaria la cacofonia free di Ci Sarà Una Bella Luce, tra le migliori summe del lavoro nella sua disturbante vigoria plastica, con ancora un illuminato Ciccarelli sugli scudi. Provata un paio di volte in uno stato embrionale durante il tour europeo dello scorso anno, apparsa per un brevissimo periodo on line in quella forma grezza, Spreca Una Vita è dissonante tale e quale ce la ricordavamo, migliorata ovviamente nelle liriche, allora in finto inglese. Giù Nei Tuoi Occhi avrebbe potuto ospitare la follia avant-garde di Buckethead se solo non ci fossero già gli assoli del duo Agnelli-Iriondo. Le iene tornano a ridere stridule nei violini disseminati in Costruire Per Distruggere con D'Erasmo che si ritaglia ulteriore spazio nell'intermezzo Iceberg, introduzione orchestrale alla sbilenca e volutamente "stonata" La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo con cui il nastro della memoria si riavvolge rapidamente fino a riportarci ai tempi de Mi Trovi Nuovo e Il Mio Ruolo, in un nuovo tributo (forse) all'amico Edda. C'è tempo per due messaggi promozionali (esilarante il #2) utili per rifiatare e dare un attimo di requie all'ascoltatore, sicuramente disorientato dal lavoro della maturità degli Afterhours, per nulla immediato, ma assolutamente duraturo. La curiosità ora è per la sua trasposizione in sede live. Sarà quella la sfida nella sfida perché i veri Artisti, lo sappiamo, camminano sempre davanti al proprio pubblico, incuranti di compiacerlo o meno. Anche in questi anni di crisi globale il genio non conosce né ostacoli né barriere di spazio e tempo. Spetta a noi recepirlo. Bentornati.

lunedì 16 aprile 2012

Alessandro “Asso” Stefana, Zeno De Rossi e Danilo Gallo giungono al secondo album intitolato semplicemente “2”. Il trio capitanato da Asso, già chitarrista di Capossela e Mondo Cane, ripropone la formula “morriconiana” a base di surf, atmosfere “spaghetti western”e trame chitarristiche alla John Fahey/Jim O'Rourke. Tra i collaboratori di “2”, Mike Patton e Marc Ribot.

GUANO PADANO
+ Peak Nick Dj Set

SABATO 21 APRILE 2012
VINILE 45
Via del Serpente, 45
Zona Ind. Fornaci Brescia
INFO: 335 53 50 615
http://www.vinile45.com/

INGRESSO riservato ai soli tesserati Arci
con un contributo di 8 EURO

Guano Padano - http://www.guanopadano.com/

Non servirebbe molto più delle parole di Joey Burns dei Calexico, riferite al primo album della band, per descrivere al meglio il mondo attorno al quale ruota la band di Danilo Gallo (basso), Alessandro "Asso" Stefana (chitarra) e Zeno De Rossi (batteria), questi ultimi in forza anche alla band di Vinicio Capossela.

L'immaginario è ricchissimo di sfumature: ci sono le atmosfere morriconiane dei film di Sergio Leone, ma pure delle decine di pellicole minori che hanno segnato un'irripetibile stagione cinematografica italiana. E poi il rock del deserto, il country, il folk, il jazz trasversale, il blues ovviamente e persino influenze surf.

Il primo omonimo album è uno splendido esempio della classe dei Guano Padano, accompagnati per l'occasione da una serie di ospiti da capogiro: Alessandro Alessandroni (il fischiatore delle indimenticabili colonne sonore morriconiane), Gary Lucas (chitarrista di Jeff Buckley e Captain Beefheart), Chris Speed (al clarinetto, collaboratore di John Zorn etc.) e Bobby Solo, chiamato ad interpretare un vecchio brano di Hank Williams, Ramblin' Man, con tocco da maestro.

Dopo una lunga serie di riconoscimenti da parte della stampa i Guano Padano stanno per fare il loro vero e proprio comeback discografico con "2", semplicissimo titolo dietro cui si cela un altro grande lavoro.

Tra Americana, echi di Medio e di Estremo Oriente, di treni merci notturni che attraversano Nashville e profumi di cucina cajun e abruzzese, "2" è un disco incredibilmente ricco, quasi un album fotografico da sfogliare con passione in attesa di nuove e mai scontate epifanie. Attorno al trio, si sono raccolti di nuovo nomi di primissimo livello come quelli, tra gli altri, di Marc Ribot (John Zorn, Tom Waits etc.), ancora Chris Speed, il poliedrico Mike Patton (che ha incluso proprio Stefana nel suo progetto Mondo Cane), Paolo Botti (alla viola), Vincenzo Vasi (al theremin) e Paul Niehaus dei Lambchop.

Insomma, la diligenza dei Guano Padano e' in arrivo, trasportando, ancora una volta, merce rara e preziosa.

domenica 15 aprile 2012

ORO - OPUS PRIMUM
Ufomammut
- Neurot Recordings - 2012

Il nuovo, atteso parto di Poia, Urlo e Vita, supportati per l'ennesima volta durante le registrazioni da Lorenzo Stecconi, sempre col bene placet dei Lento, si concretizza, nell'apocalittico 2012, in un lavoro, il primo per la Neurot Recordings di proprietà dei seminali Neurosis, "di novanta minuti, diviso in dieci movimenti e due dischi: OPUS PRIMUM e OPUS ALTER. ORO è pubblicato in due momenti distinti (aprile e settembre) che devono però essere considerati come una singola traccia in cui i temi musicali e i suoni si mostrano e nascondono, mutano ed evolvono, stratificandosi e incrementando progressivamente fino a culminare nel devastante movimento finale di OPUS ALTER". La sesta fatica per i padri di SNAILKING e IDOLUM diventa così un perfetto mosaico sonoro in cui la somma delle parti è essenziale per la comprensione finale. Qua ci troviamo di fronte alle fondamenta su cui poggerà l'intera opera. Sono le imprescindibili note introduttive, le nozioni basilari propedeutiche al Manifesto che verrà. Una lezione metallica impartita con stile e dinamismo, fatta di riff e tessiture ritmiche che si sviluppano per poi decrescere e ricostituirsi nuovamente. Anche in questa occasione non servono liriche e testi per farsi capire. La musica, mai muta, al contrario parla e basta a sé. Si frantuma e si ricompone, liquida, prima di forgiarsi definitivamente tra le mani dei sacerdoti del doom nostrano secondo un rituale ormai consolidato. ORO è dunque IL concept album, l'epopea degli Ufomammut, investitisi di una missione altrimenti inderogabile. ORO è la risposta a quanti si domandavano cos'altro il gruppo piemontese potesse escogitare ora per muovere e andare oltre, per alzare l'asticella e superare sé stesso e i cinque movimenti contenuti nel precedente, mastodontico EVE. ORO è rischio. ORO è azzardo. ORO è sguardo verso l'insondabile. ORO è ricerca. ORO è ribellione al precostituito. ORO è Empyreum. ORO è la testimonianza concreta di un sentire comune e ancestrale. ORO è l'inesauribile flusso sonoro che ci accompagna sottopelle. ORO è moto vorticoso. ORO è stratificazione necessaria. ORO è percorso epico. ORO è il viaggio che non necessita di una mèta. ORO è metà di sé stesso. ORO è ambizione. ORO è fucina alchemica. ORO è magma e calore. ORO è Aureum. ORO è sperimentazione. ORO è Magickon. ORO è psichedelia. ORO è follia. ORO è Infearnatural. ORO è meditazione. ORO è preghiera. ORO è raccoglimento. ORO è tentazione. ORO è Mindomine. ORO è fatica. ORO è sudore. ORO è sofferenza. ORO è raccolto. ORO è abbondanza. ORO è opulenza. ORO è prolificità. ORO è linfa. ORO è energia. ORO è vita. OPUS PRIMUM è. OPUS ALTER sarà.

sabato 7 aprile 2012

LA TESTA DENTRO
Micol Martinez
- Discipline - 2012

Grande acquisto in casa Discipline quello della sempre sorprendente Micol Martinez. Occhi (e orecchie, è proprio il caso di dire) lungimiranti vollero scritturare a ragione la giovane cantautrice, attrice, deejay e pittrice lomellese intravedendo in lei la stoffa necessaria per imbastire un progetto duraturo nel solco della tradizione (indie) folk rock italiana, sulla scia delle ormai meritatamente classiche Cristina Donà, Nada e Paola Turci. Da COPENHAGEN a LA TESTA DENTRO il risultato ottenuto è quell'equilibrio tra note e parole già intravisto nel cd d'esordio, ma che solo ora viene realmente messo a fuoco grazie all'intervento decisivo dell'imprescindibile Luca Recchia, produttore artistico già apprezzato in compagnia di Cesare Basile due anni fa, comandante in capo sempre in cabina di registrazione oggi, al fianco di Guido Andreani, e polistrumentista di valore. "È un album più diretto, più nudo e che non necessitava di decori. A mio avviso più incisivo del precedente, ma anche più vario e “divertito” sia per quello che riguarda i testi che per quanto riguarda la scrittura musicale e la produzione artistica" ha avuto modo di commentare la stessa Martinez a proposito della sua seconda fatica. Brani essenziali come Haggis (La Testa Dentro) hanno la malinconia di un Vasco Brondi meno cerebrale e prolisso, aprono al contempo uno sguardo su mondi sonori in parte nuovi per la loro autrice e si muovono su un terreno rock sempre estremamente orecchiabile, puntellato dalla piacevole trama acustica "stoppata" di Giovanni Calella. Discorso tendenzialmente simile può essere fatto per il liricismo intimista de Questa Notte per la quale Micol viene coadiuvata dal già citato Recchia, a suo agio tanto al piano quanto al basso. Desta attenzione con la sua sonorità avvolgente la decisa 60 Secondi, tributo all'amore amato, eterno e reale, che si rinnova impetuoso ad ogni incontro senza mai consumarsi né estinguersi. Una profondità calexicana affiora quindi ne L'Alveare grazie alle chitarre dell'onnipresente Calella e alle tromba sudamericana di Raffaele Kohler, già noto al grande pubblico per le collaborazioni con Afterhours e Vinicio Capossela in primis e colonna portante dei brillanti Ottavo Richter. "Luci e ombre nette, questa volta". Tutto è molto d'atmosfera e articolato come dimostra l'incantevole Sarà D'Inverno, protest song in salsa padana, sogno irrealizzabile che si materializza allorquando musica e testo prendono vita dagli spartiti. Forse un poco sottotono risulta l'impennata rock de Nel Movimento Continuo che si fa comunque apprezzare per le inserzioni malate di violino affidate a Marco Sica, protagonista discreto sia nel successivo intreccio ritmico di A Filo D'Acqua, a sua volta apocalittica visione di un mondo dopo il mondo, sia nel trillo legato ad un amore passato cantato in Coprimi Gli Occhi. Chitarra e voce chiudono brillantemente il lotto impossessandosi di Un Nome Diverso. Personaggio ancora da scoprire completamente, ma dalle indubbie doti artistiche, Micol Martinez ha tutte le carte in regola per ritagliarsi uno spazio non piccolo all'interno della scena cantautorale, forte della costante crescita compositiva ed espressiva manifestata nella sua fin qui breve carriera discografica. Darle credito è il minimo che si possa fare. Lasciarci affascinare dalla sua bravura il non plus ultra.



martedì 3 aprile 2012

AVVOLTE
Nessuna Rete
Il videoclip sulla sicurezza nei cantieri
a maggio il video/corto

IN EDICOLA SU DVD CON XL
IN TUTTI I CINEMA D’ITALIA
SU RADIO POPOLARE NETWORK


Una canzone fuori dall’ordinario per un video straordinario.
I torinesi AVVOLTE, ancora una volta, portano la loro musica a un livello superiore realizzando, insieme al magistrale regista Marco Danieli, un cortometraggio che accenderà anche le coscienze più assopite: un video di impegno civile che tocca il delicato argomento delle morti sul lavoro.

Ecco come una band può fare di una canzone ben riuscita una campagna di sensibilizzazione di un’importante tematica sociale, la sicurezza sul lavoro. “Nessuna Rete”, brano tratto dall'ultimo disco "L'ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI" degli Avvolte, tratta una tematica tanto delicata quanto complessa.
Il progetto, patrocinato dall’Inail, dalla Città di Torino e dall'ATC diventa un nuovo strumento di comunicazione fruibile a tutti, addetti ai lavori e non.
"Nessuna rete" si differenzia dai comuni videoclip musicali fini a se stessi, affrontando sul campo un argomento attualissimo ed importante.
In collaborazione con il regista Marco Danieli, la direttrice della fotografia Valentina Summa e il tecnico per la sicurezza di ATC Projet.to (Agenzia Territoriale per la Casa) Emanuela Minuzzi, i torinesi Avvolte, realizzano un cortometraggio musicato che ha come obiettivo la sensibilizzazione sulla sicurezza nei cantieri.
Le riprese si sono svolte l'11 dicembre 2011 nella piscina Monumentale di Torino con la collaborazione di Film Commission e della squadra di tuffi Blu2006, supervisionata dall'allenatore tecnico Claudio Leone e domenica 15 Gennaio 2012 sui ponteggi del cantiere di Via Dina, quartiere Mirafiori a Torino, grazie alla concessione dell’Agenzia Territoriale per la Casa e alla collaborazione dell'Impresa Mira Costruzioni.
Là dove la musica e le parole del brano possono emozionare, le immagini completano con estrema efficacia il messaggio del video che ci porta a riflettere e a spronarci a migliorare lo stato delle cose.
In attesa del video che verrà presentato e diffuso a livello nazionale nel mese di maggio, vi rendiamo partecipi con una foto di backstage.

Nessuna Rete” è la consapevolezza, che arriva troppo tardi, del rischio che si corre nel fare qualcosa che ci sembra la più naturale del mondo e che facciamo quotidianamente.

Nessuna Rete” ha la forza di sintetizzare, in pochi intensi passaggi, lo scorrere grigio della vita di un lavoratore qualsiasi, il suo misurarsi con una realtà scomoda e opprimente, quella di una vita fatta di fatica e sacrificio, il suo non stare al passo, il suo muoversi a stento in una realtà ostile e in ultimo la sua fine. Il ritratto del soggetto è quello di un personaggio pasoliniano.

“E’ solo un uomo che muore sul campo, nutre suo figlio e soccombe alle spese, solo comparsa di questo teatro, dissanguato alla fine del mese”, un uomo schiacciato dal peso di un’economia e di una vita che non ha scelto ma che subisce per amore di suo figlio.

La rivista XL di Repubblica ha creduto negli AVVOLTE e nel progetto “Nessuna Rete”, decidendo di distribuire a maggio 2012, in 30 mila copie, un DVD, che conterrà, oltre al video, anche diversi contenuti speciali sulla band torinese e sul video stesso.

Grazie a Moviemedia, dal 4 al 31 maggio, in tutti i cinema d'Italia, verrà proiettato il trailer del video clip “Nessuna Rete”.

Infine l'iniziativa verrà promossa su tutto il circuito nazionale di Radio Popolare Network.

Con il contributo di:
INAIL Direzione regionale Piemonte

Con il patrocinio di:
Città di Torino, ATC Torino, C.P.T. Torino

Media Partner:
Movie Media, XL di Repubblica,

Con la collaborazione di:
Intesa Sanpaolo, Area Torino e Provincia, Istituto Europeo di Design di Torino

BIOGRAFIA AVVOLTE
Il progetto Avvolte nasce nel lontano 1996, sotto lo pseudonimo Avvolte Kristedha, per poi continuare solo come Avvolte dal 2007. Una storia intensa, che dura da quindici anni, vissuta giorno per giorno con passione, determinazione e cura per i contenuti, che trova sul palco la sua migliore forma di espressione e comunicazione. In questi anni dividono il palco con Big Sexy Noise, Nada Surf, Il Teatro degli Orrori, Afterhours, Marlene Kuntz, Max Gazzé, Scott McCloud (Girls Against Boys), Paolo Benvegnù, One Dimensional Man, Tre Allegri Ragazzi Morti, Sikitikis, Super Elastic Bubble Plastic, Petrol, Bologna Violenta, Dorian Gray. A maggio 2012 uscirà il quarto disco "L'ESSENZIALE È INVISIBILE AGLI OCCHI" che vede molte ed importanti collaborazioni che impreziosiscono le 11 canzoni. Prime tra tutte la voce di Lydia Lunch che ha scritto e recitato una poesia nel brano "Nessuna Rete". Ne "La Vita Che Ti Spetta" alla chitarra slide ascoltiamo un'ipnotico Roberto Angelini, la scura e profonda voce di Franz Goria in "Sono Anche Notte", Luigi Napolitano (Fratelli di Soledad) alla tromba in "Un Giorno Qualunque", la voce di Diablo e il basso di Jimi dei Sikitikis in "Per Essere Viva". In attesa del disco, nella sezione music del sito ufficiale (http://www.avvolte.it/) potete ascoltare una preview dei nuovi brani.

lunedì 2 aprile 2012

in concerto

01-04-2012
- MAURO ERMANNO GIOVANARDI & MASSIMO COTTO live @ Foro Boario -
Nizza Monferrato (AT)

VISIONARIA (Lampi di Musica e Teatro) è l'inedita rassegna culturale, giunta al suo debutto in questo problematico 2012, voluta e organizzata dalle intraprendenti forze congiunte della Pro Loco di Nizza Monferrato e della Compagnia Teatrale Spasso Carrabile in collaborazione con la Fondazione Davide Lajolo e il Comune della cittadina piemontese. Nel corso delle diverse serate che da gennaio si sono fino ad oggi succedute con cadenza mensile hanno trovato spazio le avventure musicali del Suonatore Jones, alias Vittorio De Scalzi; si è materializzato il percorso tra demonio e santità in compagnia di Alberto Fortis e Patrizia Camatel; sono tornati in auge quei favolosi Anni '60 con Rifatti Mandare Dalla Mamma, brillante spettacolo messo in scena dalla Compagnia Teatrale Carovana. Questa notte, per una notte soltanto, riapre il Chelsea Hotel. Chi è avvezzo alla Storia della Musica sa già di cosa stiamo parlando e su cosa verterà l'argomento della trattazione. Per molti altri sarà invece l'occasione per scoprire una realtà sfaccettata, intrigante e pruriginosa fatta di droga, sesso e rock'n'roll da un lato, amore e morte dall'altro. Portiere di notte sarà Massimo Cotto, voce narrante e custode dei misteri racchiusi nelle mure dell'edificio newyorkese, abile nel tracciare le linee guida del racconto con una parlata chiara e uno stile narrativo lineare. La prima fila è riservata. Solo apparentemente vuota. Piace pensare infatti che su quelle poltroncine si accomodino uno ad uno gli spiriti dei grandi artisti evocati dai racconti del giornalista astigiano, presenze ultraterrene confuse nella penombra della platea, giunte per assistere, ospiti d'onore, allo spettacolo loro dedicato. Anche sul palco volutamente spoglio la luce è fioca. Una poltrona, un tavolino con una bottiglia e un bicchiere, una lampada. Benvenuti.

Fare conoscenza con gli avventori del Chelsea non è così difficile. Cotto ci illustra vicende e personaggi, cita episodi e snocciola date. Poi cede il passo all'altro Virgilio che accompagna lui e noi in questo viaggio nella memoria e nella leggenda. A Mauro Ermanno Giovanardi spetta il compito di evocare gli umori della storia attraverso una selezione di canzoni ad hoc, eseguite in compagnia del fidato Matteo Curallo sorprendendo l'ascoltatore e annullando la distanza tra spazio e tempo. Così tocca ad una sulfurea Femme Fatale, omaggio a Edie Sedgwick interpretato in origine da Nico coi Velvet Underground di Lou Reed e John Cale nel loro celeberrimo disco di esordio, aprire le danze della serata, carezzando l'aria originariamente intrisa di good vibrations, ma ben presto sempre più carica di suggestioni antimilitariste che sarebbero sfociate nella contestazione del '68 e ora sottolineate dall'omaggio sul finale a John Lennon. È nuovamente il turno di Cotto il quale, cubo di Rubik alla mano, ben presto legittima il suo ruolo di guida consentendoci di incontrare nella stanza 822 una giovane Louis Veronica Ciccone che di lì a qualche anno tornerà in quegli stessi ambienti del Chelsea Hotel per realizzare alcuni scatti racchiusi nel suo controverso book fotografico Sex; e per poco non veniamo spintonati a terra da Herbert Huncke, tossicodipendente che influenzò la poesia Urlo di Allen Ginsberg, fuggito a rotta di collo giù per le scale perché convinto che William Burroughs fosse un poliziotto in borghese. Poco più in là vediamo una troupe cinematografica diretta da Adrian Lyne intenta a girare le ultime scene di 9 Settimane e ½ con Kim Basinger e Mickey Rourke; sostiamo curiosi. Poi, in fondo al corridoio, riconosciamo Arthur C. Clarke intento a scrivere quello che diverrà il suo capolavoro 2001 Odissea Nello Spazio, tradotto successivamente in immagini da Stanley Kubrick.
 
Gregory Corso e il già citato Ginsberg discutono calorosamente, sbraitano e si confrontano mentre Jack Kerouac, in pieno delirio creativo e imbottito di chissà cosa, è al terzo giorno di scrittura su rotoli di carta igienica della prima stesura di Sulla Strada. È il delirio. Tutti, parafrasando Patti Smith, "hanno da vendere la parte migliore di sé" in questo gigantesco mercato all'aperto che è il Chelsea. Curallo e Giovanardi si lanciano in una delicata versione pianoforte e voce di I Wanna Be Your Boyfriend dei Ramones. C'è un bellissimo tramonto sul fiume Hudson. E ce n'è uno pure sugli anni '60. Noi siamo giunti in prossimità della stanza 411 mentre dall'ascensore ecco uscire sottobraccio, rumorosamente ridacchianti, Leonard Cohen e Janis Joplin. La porta si chiude all'istante. Ciò che accade lo apprenderemo di lì a qualche anno attraverso Chelsea Hotel #2, canzone che Cohen avrebbe inserito nel suo quarto album NEW SKIN FOR THE OLD CEREMONY e nella quale, dopo aver messo a nudo gli istanti di intimità condivisi, consegnerà agli annali le dirompenti liriche "we are ugly, but we have the music". A Joe il compito di ripercorrere musicalmente quegli istanti. Entriamo e usciamo dalle stanze in rapida successione come se fossimo i legittimi proprietari dell'intero stabile sorto sulla ventitreesima strada. Corriamo noi e corre il tempo. 12 ottobre 1978. Stanza numero 100. Altre due persone. Un letto. Un bagno. E molto sangue. Troppo sangue. Sid Vicious e Nancy Spungen. È omicidio.

Il caos che regna sovrano nell'hotel non aiuta di certo a ricostruire l'accaduto. Sid è arrestato con l'accusa di avere accoltellato la fidanzata. A febbraio dell'anno seguente fa in tempo a scontare la detenzione in carcere poco prima di uscire definitivamente di scena da questo mondo a soli ventuno anni. Due vite spezzate accomunate da un tragico destino. They did it My Way. Per nulla turbato dal clamore della vicenda l'incisore Alpheus Philomen Cole deciderà di mantenere il suo domicilio al Chelsea fino al 1988, respirando vizi (molti) e virtù (artistiche) nei trentacinque anni di permanenza in quel di New York City. Nell'immediato dopoguerra è possibile incontrare addirittura Édith Piaf da queste parti, stanza 103. Alla ricerca di una tranquillità tanto agognata, l'angelo nero della canzone, come la ribattezzò l'amico Jean Cocteau, si illudeva di aver trovato quella normalità dell'esistenza nell'amore per il pugile Marcel Cerdan. Ma non può sapere che si tratta di un amore tragico. Tra il 27 e il 28 ottobre 1949 l'aereo con a bordo il pugile francese in volo per New York si schianta contro una montagna all'altezza delle isole Azzorre. Per la Piaf si spalanca il baratro dell'alcool e della morfina. Faranno seguito due matrimoni e le trionfali esibizioni presso l'Olympia di Parigi. Poi nel 1963 il decesso a causa di una broncopolmonite che ne mina il fisico minuto roso dal cancro. La più grande di tutte, allattata a vino, cresciuta in un bordello, prostituta mancata, regina dei dolori.

E mentre Mauro Ermanno Giovanardi continua a ricevere applausi, questa volta per la sua interpretazione de La Vie En Rose, noi, in attesa di essere raggiunti dal cantante lombardo, ci soffermiamo ancora un poco nei pressi della camera 103 prima di scendere al bar di questo Albergo A Ore, ripercorrendo con altri illuminanti flashback gli ultimi istanti di Édith, su e giù dal palco, ragionando un poco in disparte rispetto alla folla che continua ad animare il Chelsea sulla grandezza e la tragicità che possono risiedere talvolta in una sola persona. Armati di una polaroid decidiamo di cambiare aria per qualche momento e puntiamo diretti in metropolitana a Coney Island, Brooklyn, ad est di Manhattan, dove sulla promenade ci imbattiamo in due ragazzi che camminano mano nella mano, l'oceano da una parte, le luci delle giostre dall'altra. Patti Smith e Robert Mapplethorpe nel pieno dei loro anni sono l'emblema e l'affresco di un'epoca raccontata meticolosamente da Cotto mentre Curallo lo accompagna al piano con una strumentale Because The Night. L'intervento di Giovanardi porta all'esecuzione di una partecipata Dancing Barefoot per sole chitarra e voce, seguita di lì a poco dall'omaggio a Robert Zimmerman con il simpatico duetto "nasale" e a cappella tra l'ex cantante dei La Crus e il giornalista astigiano sull'aria di Mr.Tambourine Man. Proprio uno tra i più celebrati songwriters americani, preso in prestito da un altro avventore del Chelsea Hotel (il poeta beat Dylan Thomas) il proprio cognome d'arte, si aggira per gli spazi della struttura, tutto intento nella stesura di una canzone da dedicare quasi in incognito alla moglie Sara Lownds. Sembra inarrestabile il flusso continuo di coscienza con cui Bob Dylan, dalla stanza 211, scrive, amplia e corregge quella che diventerà Sad-Eyed Lady Of The Lowlands, più di undici minuti di cuore a nudo.
 
Quello stesso flusso di coscienza che animerà decine di canzoni successive fra cui pure Sara, questa volta esplicita dedica in musica alla, nel frattempo, ormai ex signora Zimmerman, nel tentativo di riconquistarla e posteriore solo di qualche anno. Ce la farà nel suo intento? The answer, cari tutti, ce la svela in parte il buon Giovanardi, per l'occasione all'armonica: it is Blowin' In The Wind. Cuore altrettanto affranto, di ritorno alla maison dopo una giornata trascorsa chissà dove, è lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller che per esorcizzare l'ossessione per la ex moglie Marilyn Monroe, morta suicida nel 1962, trova ispirazione dalla sua esperienza personale nella scrittura del dramma Dopo La Caduta, opera teatrale dal forte taglio autobiografico. Un poco a sorpresa Joe si sostituisce alla narrazione attaccando con Il Vino, tra i più grandi successi (mancati) di Piero Ciampi, poeta, cantautore e anarchico livornese già omaggiato con una rilettura proprio di questo stesso brano dai La Crus ai tempi del loro disco d'esordio. È una licenza poetica voluta, s'affretta a comunicare alla platea Massimo Cotto, perché Ciampi, pur non avendo mai abitato a New York né tantomeno al Chelsea, si sarebbe trovato benone con i suoi ospiti; lui spirito libero, chansonnier maledetto e dannato, artista troppo spesso vittima dei fumi dell'alcool, figura eccentrica e tragica, in anticipo rispetto ai tempi e ai costumi italiani. Uomo burbero e litigioso. Emarginato. Spirito affine a quel Dylan Thomas di cui facciamo finalmente diretta conoscenza sull'ingresso della hall mentre, barcollante, si dirige in camera sua, la 205, sei stanze prima della camera di Mr.Zimmerman. Scopriremo il giorno dopo che è reduce dal diciottesimo giro di whiskey, consumato come di consueto presso il White Horse Tavern, all'angolo con l'undicesima strada.

E che dire delle tre visite del dottor Feltenstein nelle ventiquattro ore successive per tentare di rimettere in sesto il poeta ormai ad un passo dal collasso? Collasso che regolarmente si manifesta dopo l'assunzione di morfina prescrittagli dal luminare. All'1:58 del 5 novembre 1953 si cerca il ricovero in ospedale. Dopo quattro giorni di coma la morte arriva per, così scrivono sul referto medico, "insulto al cervello" dopo che tutta la sua vita fu un insulto alla normalità. Basta leggere i componimenti scritti dall'autore gallese per rendersene conto. Attoniti ascoltiamo pure il trepidante racconto del viaggio effettuato da Cotto, ora sedutosi in solitaria sul bordo del palco quasi a volerci rendere partecipi in maniera esclusiva della sua storia personale, in compagnia di Franco Battiato in America qualche anno fa, occasione per fare tappa e prendere temporaneamente una stanza al Chelsea respirando l'aria di questo pezzo di cultura pop. Un'esperienza sviluppatasi tra improbabili individui, opere d'arte esposte nella hall, sogni, odori e ricordi. Ma è la felicità. Quella vera, unica, che così poco spesso ha modo di concretizzarsi nel quotidiano, ma che pur nella sua tragicità ha abitato invece le pareti dell'hotel più vissuto nella storia della musica, le ha arricchite, ne ha garantito fama e notorietà quasi imperitura. Anche oggi che sono subentrati i cinesi, con i dollari, per dare inizio a lavori di ristrutturazione che ne scalfiranno la forma, ma sicuramente non la leggenda.

Sulle note di Chelsea Hotel #2 ecco Giovanardi avvicinarsi all'amico e abbracciarlo fraternamente mentre Matteo Curallo, alle loro spalle, accompagna questi istanti con la chitarra. Un ultimo ricordo è per Stanley Bard
, paziente e scaltro gestore della struttura ricettiva, allontanato dalle sue funzioni nel 2007 e qui menzionato per aver cacciato un solo individuo fra i tanti che probabilmente altrove avrebbero meritato uguale trattamento. Si tratta di Valery Solanas, artista tormentata del New Jersey, dall'infanzia e dall'adolescenza problematiche, la quale, presa dimora in quel di New York nel 1966, entra in contatto con Andy Warhol convinta di venir da lui prodotta per il suo dramma teatrale Up Your Ass. Di fronte al rifiuto del capo della Factory cominciano le aggressioni verbali e fisiche nei suoi riguardi, con appostamenti e minacce talmente gravi da spingere per l'appunto Bard a cacciarla dal Chelsea. È la goccia che fa traboccare il vaso dell'insanità mentale della Solanas che, armata di pistola, attenta alla vita di Warhol riducendolo in fin di vita nel 1968. Mentre il regista della Pop Art subirà un delicato intervento al cuore per evitare la prematura dipartita terrena conservando i postumi dell'attentato negli anni venturi, la Solanas se la caverà in fondo con poco (tre anni) visto che l'artista newyorkese, al momento del successivo processo, non vorrà testimoniare contro la sua assalitrice. Ennesima storia che ha dell'incredibile nel turbinio folle che ha avvolto gli anni migliori e peggiori di una, forse due, stagioni irripetibili. Un'epoca dalle grosse speranze macchiate troppo spesso col sangue in quel crocevia di eventi, in quella fiera dell'accaduto dove tutto era ancora possibile. Come non restarne comunque affascinati a distanza di anni? La chiusura dello spettacolo spetta così alla malinconica Can't Help Falling In Love ideale sintesi delle nostre vite che raccoglie in un unico abbraccio volti, figure, vicende, decadi intere, indimenticabili e passate alla storia. Halleluja.
 
Andrea Barbaglia '12

mercoledì 28 marzo 2012

VERBAL
Verbal
- Neverlab - 2012

È essenzialmente strumentale il debutto dei Verbal, quintetto bergamasco dedito ad un post rock variegato e articolato come nella migliore tradizione del genere. Sei episodi che non temono l'usura del tempo, variabili per forma e per durata, ma mai nella sostanza. La ripetitività ossessiva e mantrica delle uniche tre parole (Scheiße Meine Kleine) pronunciate distintamente nel platter e individuabili nella contraddittoria Kaspar Hauser delimita un percorso circolare in cui il moto perpetuo degli strumenti quasi prende vita diventando anima e corpo utili per esplorare il poliforme mondo tracciato da Isaia Invernizzi e compagni a suon di potenti pennellate math. Questa cifra stilistica affiora così con prepotenza fra le pieghe progressive di Coronado, contamina la claustrofobia di Double D Marvin, sostiene la percussività di Orwell imbevuta da una serie di interessanti campionature che hanno per protagonista lo stesso George. E si riversa in sede live. Album di suoni e atmosfere per nulla rarefatti VERBAL suona preciso e quadrato, mirando a colpire lo stomaco prima ancora che il cuore, facendosi beffe delle fantomatiche leggi di mercato universale, sempre meno in voga oggi, e rivelando un'attitudine in your face derivata dall'abitudine ormai consolidata di essere stato suonato e registrato in presa diretta. Una sospensione sonora introduce Benny Hill (Hates Sports), tour de force vibrante e dilatato la cui fine è inizio silenzioso per una elettronica Kobayashi dalle suggestioni oriental-acquatiche. Solo a questo punto prendiamo atto di come attraverso le sei tappe della band di Isaia Invernizzi e Gregorio Conti ci siano passati davanti agli occhi altrettante rappresentazioni di personaggi in qualche modo sedimentati nella memoria collettiva; alcuni certamente definiti, altri ancora in cerca di autore. Anche in questo sta la peculiarità dell'opera prima dei Verbal, in uscita martedì 3 aprile: attraverso la composizione e la rifrazione di sentimenti e sensazioni, scomponendo e riplasmando la materia sonora senza soluzione di continuità, il suono va oltre la musica, oltre la realtà. E fluisce inesorabile. È il πάντα ῥεῖ di eraclitea memoria, portato all'esasperazione da un lato e sovvertito dall'altro: se è vero come è vero che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume perché tutto scorre e si modifica, attraverso la misura matematica delle note possiamo calcolare, quantificare, codificare quanto di questo flusso inarrestabile ci investe e rende coprotagonisti, in una ricomposizione del mondo prima del mondo. Ma non si creda che alla base della musica della band lombarda siano state poste necessariamente elucubrazioni filosofiche fini a sé stesse; semplicemente si tratta di trovare una via forse non completamente originale, ma di certo personale, in grado di oltrepassare immagini di vita vissuta (o sognata) e tensioni logoranti su cui poggia l'eterna lotta tra bene e male. Alle radici dell'esistenza. 

domenica 25 marzo 2012


VIDOMÀR
Omar Pedrini
- Panorama - 2004

È il 1996, e i Timoria vengono acclamati da più parti per il buon successo commerciale e di critica del grintoso 2020 SPEEDBALL, in attesa di rientrare in studio per mettere a punto il potentissimo crossover dal respiro internazionale convogliato nel fiero ETA BETA. Omar Pedrini, mente pensante e braccio produttivo della band bresciana, decide di ritagliarsi tra un impegno e l'altro un ulteriore spazio per dare sfogo questa volta a pulsioni soliste sempre votate al rock certo, ma imbevute di jazz e poesia, fulcro e nucleo centrale del pregevole esperimento  musical-letterario andato sotto il nome di BEATNIK - IL RAGAZZO TATUATO DI BIRKINHEAD. Uno sfizio personale e nulla più. Di certo nessuna intenzione di abbandonare la band madre. Sarà piuttosto un contrariato Francesco Renga ("le canzoni dell'ultimo album può cantarle chiunque..." affermerà qualche tempo dopo) a fare le valigie e ad abbandonare la nave dopo il tour in supporto ad ETA BETA lasciando i compagni di mille avventure prima alla ricerca della quadratura del cerchio con 1999; poi a gioire per i trionfi raccolti dall'ottimo EL TOPO GRAND HOTEL. Ancora un ultimo album, che è pure colonna sonora per un film, e la decisione di congelare la band di Senza Vento e Sole Spento per cinque anni. Il 2003 è alle porte. Neanche dodici mesi dopo ed ecco che il nome di Omar Pedrini viene annunciato tra i ventidue partecipanti del 53° Festival di Sanremo. Carriera solista in vista dunque? O altro sfizio in attesa del disgelo? Il posizionamento finale per Lavoro Inutile non è certo dei più lusinghieri (è 15esima), ma in una kermesse ormai più televisiva che canora, capace di confinare al penultimo posto l'ottimo Pacifico, Pedrini brilla di luce propria andando a proporre una toccante ballad rock sul ruolo del musicista, fotografia  tout court tanto impietosa quanto reale della scarsa considerazione ricevuta da coloro i quali si impegnano, si allenano con costanza alla Bellezza, sistematicamente ignorati poi dalla società. Una riflessione che l'uomo Omar rivolge all'artista Pedrini per diffonderla poi all'esterno, urlo pacato, stimolo al ragionamento. Già nei Timoria si trovano momenti simili; qua però anche la musica aiuta a focalizzare la propria attenzione sui contenuti scritti. Una musica che affonda le proprie radici nel rock come di consueto, ma si lascia contaminare in maniera pronunciata da atmosfere jazzate, ritmiche funk e poesia blues grazie anche all'apporto di straordinari musicisti come, tra gli altri, Giorgio Cocilovo alla chitarra, Danilo Rea al pianoforte, Ellade Bandini e Franco Testa alla sezione ritmica. Ho Solo Un'Anima ci mette in guardia il primo brano del cd, eppure, è giusto sottolinearlo, decisamente sfaccettata: mistica in Govinda, riconoscente dei propri trascorsi ribelli (Lieve, Mare Blues, Quelli Come Me), proiettata al futuro (la fascinosa Da Qui). Corrono veloci sulla tastiera del pianoforte le dita di Luca Scarpa nella sognante Quasi Luna, si dà ampio spazio agli strumenti in Anima Blues, ripresa tra free jazz e fusion dell'opener Ho Solo Un'Anima in cui è il sax di Francesco Cafiso a farla da padrone; ci sia abbandona incuriositi all'autobiografico reading beat di Vidomàr. Un album che è amore. Amore per la Vita, per la Parola, per l'Arte. Da condividere con le persone più care, così com'è per sua natura: puro e gratuito. La Parte Migliore Di Me

domenica 18 marzo 2012

LA REPUBBLICA DEL SOLE
Ettore Giuradei
- Mizar Records - 2010

È al terzo lavoro in studio il bresciano Ettore Giuradei. Un cantautorato ben poco scontato il suo, con intuizioni neoclassiche che sono schegge di luce e lampi di visionarie realtà altre nel buio di esistenze personali dal carattere universale. Un artista che brucia, invaso dal fuoco sacro della poesia, cantore delle piccole cose, antico aedo italico dal timbro argentino, capace di tramutare storie comuni, anche di basso rango, in ammalianti racconti dal sapore mitico. E proprio ai grandi classici della letteratura antica sembra (in)cosapevolmente rivolgere lo sguardo nel suo continuo oscillare tra le parole. Ricercate, studiate, musicali. La dea dell'amore che balla ad occhi chiusi in Piedi Alati sintetizza la poetica di una nuova Il Cielo In Una Stanza orgiastica, su ritmi folk rock, picareschi e cantautorali. Eva è tra gli episodi più intensi e ricchi di pathos dell'intera carriera di Ettore, storia di amore e passione sottolineata dall'incessante crescendo jazzato, quasi apocalittico, del pianoforte al quale la bravura del fratello Marco consegna, qui come altrove, il ruolo di strumento principe. Essenziale è infatti il suo ruolo nella composizione della fiabesca malinconia de Il Vicino, nelle delicate trame sonore orchestrate presenti in Paese, amara rivendicazione dell'agire particolare contro l'omologazione immobile della perfezione, e nella bolla sognante de La Repubblica Del Sole, manifesto della poetica bucolica di Giuradei, tra speranza e utopia, in attesa della nuova età dell'oro. La nuova Arcadia vagheggiata da Virgilio e più indietro ancora, nella notte dei tempi, dagli antichi greci. Aleggia tutto questo e molto altro ancora nell'atteso sequel al buon ERA CHE COSÌ, uscito, esattamente come il suo predecessore, per la propria etichetta di produzione. In Strega le chitarre acustiche fanno da contraltare all'imperante pianoforte, modellante armonie e ricami, le stesse che scompaiono di fronte alla salutare tavola desertica imbandita dalla sferzante 4 Matrimoni, poetica soggettiva dalle tinte forti, preludio forse ad una futura strada sonora di cui sarà progenitrice. La quiete è solamente formale quando il cantautore si fa a suo modo politico in Sensazioni; un attimo di respiro prima di pagare il debito nei confronti di un Paolo Conte lanciato a tutto gas nelle pieghe, nelle corse, nelle accellerazioni vaudeville di Sbatton Le Finestre con cui Giuradei costruisce, assembla e consegna all'ascoltatore un fastoso gioiellino di raffinata carica rock. Si chiude con il divertissement di Macchinina Cocaina, breve valzerino in cui trovano spazio una manciata di fiati per nulla invasivi, ma capaci di dar ulteriore colore e calore ad un album davvero notevole per fluidità e capacità di farsi ascoltare con costanza anche a distanza di tempo. Il disco della consacrazione, dunque? Attenderei le prossime mosse dei fratelli Giuradei per gridarlo (con misura) al mondo. Del resto est modus in rebus.

sabato 17 marzo 2012

ODIO I VIVI

ODIO I VIVI
Edda
- Niegazowana - 2012

Eccolo qua il seguito dell'incensatissimo esordio solista SEMPER BIOT. Anche questa volta Edda, al secolo Stefano Rampoldi, rilascia in compagnia di Walter Somà un'opera, al netto delle spese, estremamente complessa, elaborata e sofferta. Figlio di un percorso personale unico ODIO I VIVI è la naturale prosecuzione del precedente lavoro discografico seppure maggiormente caotico nella sua ricchezza di colori e sfumature edificate, mattone dopo mattone, nota dopo nota, in compagnia del fido Taketo Gohara, alla seconda prova in studio con l'ex Ritmo Tribale. Se con il ritorno di tre anni fa dopo gli anni bui della droga e quelli difficili del reinserimento nella società il risultato fu una contemplazione interiore gridata all'esterno attraverso il racconto autobiografico nudo e crudo, privo di particolari orpelli anche nelle trame sonore, oggi è la donna ad assurgere al ruolo di musa unica per procedere nel racconto. Forse solo due artisti apparentemente lontani dal musicista milanese come Antonello Venditti e Ivan Graziani hanno nel proprio repertorio una carrellata più nutrita di figure femminili. Edda è da oggi sul podio con loro. Emma, Anna, Marika, Tania si incarnano infatti, concrete e impalpabili nello stesso tempo, in altrettante canzoni omonime, fortemente autobiografiche e fantasiose, sorrette da una nervosa chitarra elettrica come mai prima d'ora, arricchite spesso da un ensemble orchestrale a cura del già noto Quartetto EdoDea, non nuovo nel passato recente a commistioni ben riuscite tanto con la canzone d'autore (Pacifico) quanto con il rock (Enrico Ruggeri, Baustelle), e in collaborazione con ottoni e ance vari appannaggio di Achille Succi e Mauro Ottolini. "Un insieme di parti differenti che insieme girano alla perfezione" avrà a dire Edda a riguardo: una scelta operata inizialmente non senza perplessità, ma in grado di fornire inattesi percorsi alternativi davvero sorprendenti. Che ardono. Impetuosi come il fuoco sacro all'origine della vita. Se la dimensione atemporale di Omino Nero sfocia ben presto in una esuberante carica rock, in Topazio ci si muove nudi tra camere da letto e campi ligresti, in una alternanza instabile di grinta e pazzia. A tratti inafferrabile, il senso dell'opera è da ricercarsi nelle pieghe dei testi, nei cambi di tempo a cui la claustrofobica melodia, quando c'è, si piega; è negli anfratti della mente, nei lampi di disarmante candore scagliati in quell'oscuro baratro esistenziale che mendica attenzione (Emma) e su cui si affaccia la premiata ditta Rampoldi-Somà, autrice di otto brani sugli undici complessivi. La violenta denuncia del male di vivere esplode multiforme nel sesso sgangherato di Anna mentre verità naturalmente scomode vengono a galla nel finto conforto materno de Il Seno. Contribuisce alla scrittura della soffusa Gionata anche il compagno di scuderia Mirai che non prende però parte alle registrazioni, regalando un piccolo episodio di cristallina purezza da sgrezzare e plasmare pochi istanti prima della malata serenità cantata in Marika. E se Qui con la sua leggera veste progressive intessuta dal flauto di Gavino Murgia pare stagliarsi lapidaria su un futuro tutt'altro che roseo per la condizione umana, ecco, ora che la fine è vicina, la speranza di Tania. Introdotta sommessamente dalla citazione della storica My Way, è un piccolo mantra quello che si sviluppa negli istanti successivi, tra misticismo e carnalità, in un crescendo pastorale che profuma quasi di redenzione, sottolineato dai fiati di Ottolini, dopo la discesa negli inferi. Un sogno, che come tale corre sempre il rischio di tramutarsi in incubo. Un disperato bisogno di amare ed essere amati che consuma e brucia dentro. Fino alla prossima vita.

giovedì 15 marzo 2012

YOU ARE THE REASON FOR MY TROUBLES
The Mojomatics
- Outside Inside Records & Wild Honey Records - 2012

Disco traballante e traboccante energia fin dalle prime battute, il quarto lavoro dei The Mojomatics poggia le fondamenta su quel rock'n'roll solare e spensierato che, con un occhio ben fisso sulla grande tradizione inglese sbocciata ai tempi della Swinging London, va tuttavia a pescare a piene mani tanto dal miglior Gram Parsons (You Don't Give A Shit About Me) quanto dal Tom Petty più ispirato (la title track You Are The Reason For My Troubles, la robusta Long And Lonesome Day) senza dimenticare di concedersi incursioni nella mai troppo celebrata carriera solista dell'ex Guns n' Roses Izzy Stradlin', musicista a sua volta con un debito enorme verso gli inarrivabili Rolling Stones; quello stesso debito condonato alle folte schiere di ammiratori dallo stesso Keith Richards in ormai cinquant'anni di carriera che il duo veneto sbandiera e ben sintetizza nella riuscita opener Behind The Trees, perfetta introduzione scelta per indicare la via percorsa qui. Un disco che è una scheggia di melodia garage, da ascoltare lungo le strade di Piccadilly "tuttodunfiato" talmente scorre fluido lungo i territori del folk e del blues, perfetta colonna sonora dall'altra parte dell'oceano per un coast to coast lungo la Route 66, in compagnia dei Flying Burrito Brothers e dei Crazy Horse di Neil young (l'ottima harvestiana Her Name), a loro volta affiancati da quell'easy rider rivoluzionario di nome Jonny Kaplan, qualche istante prima di incrociare il Bob Dylan elettrico proveniente dall'Highway 61 e i Byrds, direttamente dalla loro 5th Dimension. Di una freschezza sempre più rara da trovare, Matteo Bordin e Davide Zolli hanno lavorato per più di tre anni a questo album. La maggior parte del tempo e degli sforzi è stata concentrata nello scartare canzoni che appesantissero o, peggio ancora, annacquassero l'essenza agrodolce del disco. Il risultato finale è così più una raccolta di singoli che un album vero e proprio, esattamente come era prassi mettere in commercio sul finire degli anni '60 quando a funzionare erano i 45 giri prima ancora che i long playing. Certo, seppure con altra finalità, lo cantano pure i due 'matics: Yesterday Is Dead And Gone. Ma se in quest'epoca di musica liquida ormai troppo spesso conta più il singolo mp3 di un intero cd, la scelta di lavorare ad un vinile prima per sottrazione e in un secondo momento per raccolta pare comunque confezionata su misura per i tempi correnti. Certo, la tremolante Rain Is Digging My Grave, il protopunk'n'roll di In The Meanwhile o il flower pop scanzonato dell'R&B Don't Talk To Me non sono ancora consumate hits, ma siamo certi che tanto un certo Brian Jones così come pure un giovanissimo Paul Samwell-Smith avrebbero drizzato le orecchie a fronte di un ascolto anche superficiale e non si sarebbero lasciati scappare una esibizione dal vivo dei giovani italiani, se mai fossero capitati nei paraggi, per approfondire e trarre magari qualche spunto per le loro rispettive band. Fossero davvero Bordin e Zolli il motivo dei nostri problemi avremmo tutti molte meno grane nella vita.