sabato 26 gennaio 2013

QUINTALE
Bachi da Pietra
- La Tempesta - 2013

Pesantissimo. Fin dalla copertina, capace di rendere visivamente il senso di oppressione e fatica che la musica suonata scaraventa con indicibile pesantezza sugli stessi musicisti. Schiacciandoli. Annichilendoli. QUINTALE è forse al netto delle spese la quintessenza metallica mai espressa prima d'ora in Italia. Un album capace di rivaleggiare senza timori di sorta al di qua e al di là dell'Oceano con i pesi massimi di certa musica robusta spesso vituperata e preventivamente bollata come rumore. Roboante e necessario. Il duo formato da Bruno Dorella e Giovanni Succi trova in Giulio "Ragno" Favero il nuovo elemento capace di convogliare la violenza e l'ordinato delirio sonoro fino ad ora orditi in combutta prima (TORNARE NELLA TERRA, NON IO) con Alessandro Bartolucci e successivamente (TARLO TERZO, QUARZO) con Ivan Rossi. Il nuovo trio così composto osa e, spingendosi su lidi ampiamente petrosi ed ameni, si trova ad un passo dal baratro, dall'orrido che si spalanca sullo Stige di dantesca memoria in cui iracondi e accidiosi espiano la loro incontinenza. Qui, urtata dai lamenti dei primi che salgono dolenti, la voce di Succi in Haiti vomita la morbosità death dei migliori Morbid Angel mentre chitarra e batteria edificano una cattedrale di metal pagano inespugnabile; dal cielo piovono macigni. E allora riparo lo troviamo solo rifugiandoci al suo interno mentre di fuori il flagello celeste continua la sua opera di devastazione. Pensieri Parole Opere succedono a Brutti Versi rocciosi e a evocativi Mari Lontani, tra rock'n'roll, brutal blues e derive post apocalittiche. Arrington De Dionyso appare come uno spettro armato di sax distorto nella sferzante Paolo Il Tarlo, furioso classico negli anni a venire; si innesta nel primordiale hard rock zeppeliano di Ma Anche No e colora di vermiglio l'Enigma che attanaglia Succi, evidenziando soluzioni armoniche inusuali. Mai prima d'ora i Bachi si erano espressi con una immediatezza sonora e lirica così dannatamente felice. I cori e il riff di Io Lo Vuole, la calma superficialmente pacificata di Dio Del Suolo, la linea melodica di Fessura sono la naturale evoluzione di quelle aperture proposte in Dragamine del precedente QUARZO: là semplicemente scalfite, qua cesellate e lavorate. Un disco monolitico, ma sfaccettato; luciferino eppure politico. Sì, perché dietro alla gragnuola di note martellanti si nasconde una aperta critica alle storture della realtà. Se infatti per un istante si tentasse di scindere dalle musiche le parole mai casuali dei testi ci accorgeremmo di come le liriche di Succi, letterato nel corpo di rocker (la scansione metrica fatta nello stoner rock Sangue è in tal senso esemplare), mirino a fotografare la condizione dell'uomo contemporaneo. Si prenda l'heavy rock della già citata Io Lo Vuole oppure la rabbiosa Coleottero; o perché no, pure il rock rappato della bonus track Baratto@bachidapietra.com. Parole chiare, nette, scagliate con forza e veemenza perché sicure della propria ragione d'essere. Pietre che cadono violente dall'alto verso il basso. Monoliti che schiantano le schiene. E aprono le menti. Altrimenti anche tu sei libero di essere come ti vogliono.
 
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venerdì 25 gennaio 2013

KILOMETRI
Amari
- Riotmaker - 2013

Questa volta abbiamo dovuto penare ben più del solito. Sono infatti quattro gli anni che separano il sottovalutato, ma intelligente e dinamico POWERI dal qui presente ritorno e approdo (definitivo?) alla forma canzone dei Tre Moderni Moschettieri del Carso. Cero, Pasta e Dariella scombinano una volta ancora le carte in tavola e realizzano il disco più tradizionalmente italiano della loro carriera. Lontane le pulsioni hip hop e le iconoclastiche pose rap degli esordi, assimilate, ma abbandonate le più recenti lezioni di inglese, rielaborate le soluzioni pop che da sempre a ben guardare sottendono al loro lavoro, gli Amari vanno ad approfondire il lato cantautorale della musica. Dariella in particolar modo, forte anche dell'esperienza accumulata come autore SIAE in questi ultimi anni, spinge in una direzione sonora fin qua solo accarezzata; forse canonica in altri ambienti, ma dagli esiti imprevedibili da queste parti vista l'alchimia mai smarrita con gli altrettanto imprescindibili Cero e Dariella. È dunque positivamente scioccante il ritorno nell'etere annunciato attraverso il singolo Il Tempo Più Importante. Non più sorprendente patchanka elettronica à-la Bolognina Revolution né roboante singolone mozzafiato come fu Le Gite Fuori Porta, ma delicata e matura canzone tout court dall'invidiabile equilibrio formale che non rinuncia tuttavia a escamotage valvolari per ribadire un certo patrimonio genetico irrinunciabile. Gli Amari avanzano sicuri, quasi in punta di piedi. Sparito il campo minato del Gran Master Mogol il viaggio prosegue sicuro nel solco della rassicurante tradizione pop, macinando quei Kilometri descritti nell'omonima canzone, malinconico trip hop ipnotico, scelta per dare pure il titolo all'album. La lezione della "new wave romana" di Tiromancino e Niccolò Fabi in Aspettare, Aspetterò, l'inaspettata vicinanza a un certo modo di scrittura proprio di Max Pezzali (il contagioso pensiero generazionale di Africa, la rivoluzione bubblegum di Ti Ci Voleva La Guerra, la già citata title track), le sonorità piane e lineari dosate con discrezionalità non sono mai in antitesi con i restanti episodi raccontati a partire dal colorato omaggio battistiano di Rubato fino all'agrodolce monologo sentimentale, contrappuntato dalla tromba di Michele Procelli, de Il Cuore Oltre La Siepe. In molti se ne saranno accorti e il buon Lorenzo Cherubini avrà sicuramente avuto modo di apprezzare una volta ancora l'operato degli Amari insieme a tutto il suo staff. Un unico, vero sguardo al passato lo percepiamo nella dissonante proposta de La Ballata Del Bicchiere Mezzo Vuoto; in parte per la metrica ritmata del testo, in parte per le basi prese in prestito dalla scatola dei giocattoli di Mondo Marcio. Ma quello era anche il tempo degli amori immaginati. Un'altra epoca insomma. Oggi la realtà è invece più concreta che mai. E nel mezzo si è completata una metamorfosi. Come si è arrivati A Questo Punto? La risposta è nel percorso intrapreso dalla band nei suoi quasi quindici anni di carriera; un cammino guidato dal lume della curiosità, con un raggio di azione capace di spaziare a 360° e la necessità costante di osare. Sperimentando, sbagliando, correggendo e alzando il tiro. Con criterio e metodo. In continuo e folle movimento.

giovedì 17 gennaio 2013

LA RIVOLUZIONE NEL MONOLOCALE
Alì
- La Vigna Dischi - 2013

C'è lo spleen di Vasco Brondi; c'è la tradizione cantautorale italiana che si fonde con quella americana; c'è la collaborazione con uno dei Premi Tenco del 2012, l'amico Lorenzo Urcillo in arte Colapesce; c'è una etichetta piccola piccola, fatta in campagna, a Mazara del Vallo, che investe nelle idee di chi le condivide. E c'è una mezz'ora abbondante di canzoni scritte inizialmente per chitarra e voce che paiono sgorgare sì chete, ma comunque urgenti, senza soluzione di continuità, direttamente dalla vena poetica di un giovane catanese trapiantato a Siracusa. Così Stefano Alì si presenta al debutto nel mondo della canzone. Con una manciata di delicati quadri impressionisti dalle tinte pastello, pensati, provati e studiati lungo il corso di decine di giornate tutte dannatamente uguali, fatte di immobile precariato e con la consapevolezza innata dell'alto patrimonio culturale che le antiche vestigia sorte lì vicino, a due passi dalla città, seppero garantire alla Trinacria rendendo grande tutta l'isola. E dunque, anche con tutta quella rabbia possibilmente accumulata in questi anni a causa dell'immutabilità del contingente, così lontano dal glorioso tempo che fu. È sintomatico il fatto di come tematiche così soggettivamente uniche accomunino in realtà tutto lo Stivale italico, partendo dalla Torino di Vittorio Cane, passando per la Bassa di Giuseppe Peveri, facendo sosta nella Toscana di Lorenzo Cilembrini, meglio noto come Il Cile, e arrivando appunto fino alla Sicilia di Alì e dello stesso Colapesce, che qui ritroviamo nelle vesti di produttore. Un sentimento quasi generazionale che di fronte alle disillusioni della vita (Roulette) e dei sogni (Continuare A Vendere Oro) trova rifugio temporaneo nell'amore (Le Nostre Bocche Incollate, New York) oppure nel suo ricordo (Maggio) anche se a volte conflittuale (Armata Fino Ai Denti). L'elogio all'ozio di wolfanghiana memoria (Per La Gioia Di Woodoo) e la mirata rappresentazione del tedio predomenicale sintetizzata nella geniale Cash (forte di una frase da mandare a memoria ad libitum: "è giunto il saba-to e ci si veste a ca-zzo") valorizzano ulteriormente questa rivoluzione da monolocale. I conclusivi Racconti Di Viaggio sono evasione pura, ma senza allontanarsi troppo da esso ché l'omaggio ai propri eroi (la cover di Paolo Conte Il Miglior Sorriso Della Mia Faccia) merita di essere riprodotto in piccoli spazi, caldi e familiari. Coadiuvati magari da una manciata di amici ben disposti dall'ambiente a condividere umori e sensazioni. Poi, per i fuochi d'artificio di fine giornata, potrebbe bastare il terrazzo vista cielo del condominio. Un modo come un altro per vincere il grigiore che ci circonda.
 

lunedì 14 gennaio 2013

ECCO

ECCO
Niccolò Fabi
- Universal - 2012

Se qualcuno ha ancora ben vivo il ricordo del caloroso concerto tenuto da Niccolò Fabi nell'area mercatale di Leverano pochi giorni dopo il Ferragosto del 2011, in compagnia di Simone Cristicchi e dei baresi Aralco, non si sorprenderà di leggere ora nei crediti di ECCO, settimo album in studio per il cantautore romano, la registrazione dello stesso presso i rinomati Posada Studio ubicati nella vicina Lecce. Esaurito il Solo Un Uomo Tour, concessasi nei mesi successivi qualche sporadica apparizione in solitaria al pari di centellinate ospitate in eventi culturali di ampio respiro, Fabi per tre settimane, complice il padrone di casa Roy Paci e i compagni del suo viaggio in musica capitanati dall'amico di sempre Fabio Rondanini, scende una volta ancora verso sud trovando quel giusto mix di armonia e slancio compositivo utile per fissare le coordinate del nuovo lavoro. Il Salento dunque, come oasi di universalità ed equilibrio. Per ripartire. Una volta ancora. E Niccolò torna; torna e lo fa in compagnia. Innanzitutto di Roberto "Bob" Angelini con cui oltre a condividere gli strumenti a corde lungo tutto la durata dell'album divide le parole nel singolo Una Buona Idea, perfetta fotografia dell'uomo Fabi messa a fuoco nel mezzo del moderno cammin della propria vita. In seconda battuta, torna con una manciata di canzoni legate indissolubilmente al suo autore, al suo stile, così maturo e riconoscibile eppure ancora capace di rinnovarsi attraverso le piccole sfumature di un "percorso (dinamico) pensato per l'ascoltatore". Diversi gli spunti. Alla liberatoria calma descrittiva, sottolineata dalla Orchestra APM di Saluzzo, di Elementare si sostituisce la consapevolezza agrodolce di Lontano Da Me. Un arpeggio sensuale caratterizza i Sedici Modi Di Dire Verde, con quel salto emozionale di metà ascolto esaltato dalla slide guitar e sistematicamente evidenziato dalle sfumature soul del pezzo; la reciproca e naturale influenza con l'amico Max Gazzé si avverte nel rock confidenziale di Verosimile, doppiato nella voce, sostenuto dal basso di Gabriele Lazzarotti, contrappuntato dalle chitarre e finemente "sporcato" dai synth di Mr. Coffee. Un antico alone alieno si impossessa delle atmosfere notturno-noir di Le Cose Che Non Abbiamo Detto le quali a loro volta fanno il paio con l'andamento bandistico di Io; lo sguardo rivolto alla propria infanzia si consuma nell'autobiografica I Cerchi Di Gesso e matura con la crescita di Indipendente. In chiusura c'è ancora meritato spazio per lo space pop strumentale di passaggio per le Indie, trampolino di lancio in vista del sontuoso finale di Ecco, rabbioso bilancio sugli equilibri della vita. Dal vibrante slancio emotivo e dalla sorprendente vigoria; intensa e rabbiosa. Un must. Poi certo, se non se ne ha mai abbastanza, si può andare alla ricerca nel web delle Angelo Mai Sessions, un versione audiovisiva registrata dopo l'uscita del cd per capirne meglio l'evoluzione e il dinamismo. Con tutti i suoi interpreti. Del resto chi cerca trova. E gode di più. Bravo Niccolò, bentornato!

domenica 13 gennaio 2013

SEE YOU DOWNTOWN
SYD
- Etnagigante - 2013
 
Se l'electroclash, l'industrial e le contaminazioni tra rock e digitale con un sospetto di funk sono pane per i vostri denti SYD è la next best thing capace di deliziare anche i palati più esigenti. Una proposta tutta italiana, dalle indubbie potenzialità mondiali già ben sviluppate in questo esordio fulminante. Noto in precedenza con il nickname di John Lui, Marco Pettinato consolida il recente rapporto con Etnagigante sviluppando la sua idea di musica totale. Al suo fianco Roy Paci e Marco Trentacoste per una miscela esplosiva capace di non porsi limiti se non quelli fisici dell'oggetto cd. I rimandi sono principalmente d'Oltremanica e d'Oltreoceano, ma la melodia, stratificata sotto decibel e linee elettroniche, c'è ed è tutta italiana. Calda. Vitale. Forse è anche per questo che SEE YOU DOWNTON funziona così bene, proponendo una via alternativa, personale, capace di affiancarsi, affrancandosi, a quanto fatto da personaggi del calibro di Trent Reznor e Martin Gore; nomi fino a qualche anno fa impossibili anche solo da avvicinare per un progetto italiano. Ci sono così i Nine Inch Nails riletti secondo il gusto new wave dei primissimi Duran Duran nell'anthematico inno artificiale Broken Generation; si viene travolti dall'onda d'urto sollevata dal treno in corsa targato Apollo 440 di Stop To Rush mentre avanzano strisciando le ossessioni di I Hold You prima di aprirsi ad un refrein che pare proveniere dal Giardino del Suono di Chris Cornell e Kim Thayil; seppur mutuato dal Dave Gahan di ULTRA. Memore dell'esperienza in sala di produzione accanto agli Emoglobe e ai Mallory Switch, forte di quella consumata sui palchi con i mai dimenticati Deasonika e ampiamente appoggiato dal titolare del progetto SYD, Trentacoste spinge violentemente sul tasto dei bits (la torbida frenesia chimica di To The Deeper Space è uno degli esempi più lampanti), mantenendo tutto quel fascino dark che la band di Max Zanotti era in grado di sprigionare accanto ad un voluminoso muro di suono ancora oggi insuperato. Non un passo falso negli oltre 50 minuti di foga musicale. Every Grain ha il santino di Mike Patton per benedirla così come How Many Reasons guarda ai lavori di Rob Zombie pur viaggiando su binari rock più convenzionali. Eppure all'interno di questa opera prima non mancano l'ossessivo trip hop dei Massive Attack più oscuri e quello del Tricky più luciferino. Just For A While riesuma i ritmi febbrili della club culture per trascinarsi liquida e digitale sui dancefloor di mezzo mondo prima di stupire con l'impennata rock del finale. Frozen mescola a sorpresa il blues della West Coast alla pece mansoniana per un potenziale singolo à-la Death in Vegas. Compressi e dilatati i Chemical Brothers non potevano certo mancare e il loro spirito anima la devastante Trip To Miami posta giusto un passo prima della fine. Spettacolare, e non poteva essere altrimenti, la chiusura ai limiti dell'electroclash affidata alla frenetica Sinner, vellutato proiettile adrenalinico sparato a tradimento. Gran lavoro davvero; una ventata di energia trasversale capace di attraversare lo Stivale prima di scuotere i cinque continenti. Con attitudine e classe.
 
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sabato 12 gennaio 2013

NON SONO MAI STATO QUI
Geddo
- Tomato - 2013

Ecco, questa è una di quelle piacevoli sorprese che il cantautorato di casa nostra, quando il solito menagramo di turno lo dà per morto e sepolto, è in grado di proporre e offrire. Riallacciandosi in maniera piuttosto evidente alla Tradizione che negli anni Settanta ha fatto la fortuna di molti musicisti, Davide Geddo si mette in gioco, dà libero sfogo alla sua creatività e da quel lembo d'Italia che chiamiamo Liguria mette sul tavolo da gioco un disco estremamente felice e riuscito. Nei suoni, nelle liriche e nella produzione. Fenomenale. Giunto al secondo lavoro solista, l'analitico chansonnier di Albenga dalla voce calda e roca così vicina a Edoardo Bennato inanella quindici-canzoni-quindici senza mai denotare fasi di stanca; anzi offrendo una vasta gamma di mondi sonori rivestiti da un sottile strato di spigoloso pop che si contaminano via via con il rock (l'ariosa Dicono Che Io per struttura simile all'attuale Ligabue), il funk (la strepitosa Il Post Amore condivisa con la voce soul di Chiara Ragnini), il folk agricolo (Dall'Amore (Interventi Di Modifica Alla Viabilità Inferiore)) e quello cantautorale (la massaroniana Equilibrio), lo swing (il lampo di Piccolina), il brit-pop orchestrale (la malinconica avventura de L'Astronauta Di Provincia). Tanti piccoli cortometraggi che uniti alla magistrale forza evocativa di Venezia, alla sbandata alcolica di Tristano, alla cinematografica Angela E Il Cinema e al country rock venato di Southern espresso in Stare Bene vanno a comporre i capitoli di un ben più ampio film girato prima nei luoghi della mente, immaginati e forse vissuti dallo stesso Geddo, poi tra le mura dell'Hilary Studio di Genova. Si aggiungano la malinconia indie-rock de La Campionessa Mondiale Di Sollevamento Pesi dal vago sapore afterhoursiano, il retrogusto nomade della gucciniana Nancy, la preziosa Sole Rotto speculare alla ben più famosa L'Isola Che Non C'è del già citato Bennato, le dissertazioni esistenziali di Un Pugno In Un Muro sottolineate dal flicorno di Stefano Bergamaschi e il cerchio è chiuso. C'è ancora spazio per una ultima sorpresa, per la verità: la title track, negli umori così distante dal resto del lotto e per questo anche più incisiva. Così in solitaria, per chitarra acustica, voce ed elettronica. Un nuovo (e a tratti inatteso) biglietto in vista di quel futuro viaggio che, oltre l'orizzonte, aspetta fin da ora l'autore ligure. Un plauso a Geddo dunque, ma grande merito pure a tutti i numerosi musicisti che lo hanno accompagnato in questa sua nuova avventura, capaci di ricreare quella amalgama sonora su cui Geddo ha buon gioco nell'intrecciare dettagli minimali e grandi realtà. Parafrasando un celebre interprete inglese: mai un attimo di noia. Fossero anche solo canzonette, si può forse fare finta di niente davanti a un gioiello di questa caratura?!?
 
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giovedì 10 gennaio 2013

BEAUTIFUL BUT EMPTY
Kafka On The Shore
- La Fabbrica - 2013

Uno degli indiscussi vantaggi che l'ormai addormentato Villaggio Globale è stato capace di generare è la facilità di entrare in contatto con realtà a volte anche estremamente differenti rispetto ai propri luoghi di origine. Certo: tecnologia, modernità e progresso scientifico non possono comunque dimenticare il ruolo non meno determinante che il Fato ha poi avuto nel(lo s)combinare gli eventi; ma siamo altrettanto sicuri che anche solo una ventina di anni fa una formazione variegata come il combo dei Kafka On the Shore avrebbe potuto muovere i primi passi non solo all'interno del panorama musicale, ma già solo nella vita di tutti i giorni? Con molta probabilità la risposta sarebbe negativa e oggi saremmo stati privati di un riuscito disco di esordio capace di porsi a metà strada tra le sperimentazioni di uno sghembo rock europeo e le scorribande sonore più lisergiche e calde di stampo americano. Il "disco dei due mondi" allora? Ancora no, ma se i KOTS sapranno mantenere le promesse di questo BEAUTIFUL BUT EMPTY sapremo da dove tutto ha avuto inizio. L'italianissimo Vin(cen)z(o) Parisi, l'americano Elliott Schmidt, il teutonico Daniel Winkler e il chitarrista Freddy Lobster pescano in egual misura tanto dal passato quanto dal presente della musica mondiale per condensare in tre quarti d'ora un viaggio nato sull'asse Berlino-Palermo con base logistica in quel di Milano. Un'avventura nata quasi per gioco, una scampagnata fuori porta dai risultati bizzarri che premiano l'ascoltatore dopo i primi istanti di smarrimento di fronte alla tavolozza di suoni usata dalla band. Si respira entusiasmo a pieni polmoni fin dalla prime note di Berlin, originale omaggio alla capitale di quello stato che ha dato i natali sia al biondo cantante-chitarrista Elliott sia al batterista Daniel. Un quadro multicolore, eclettico e bizzarro come le modulazioni, ora cavernose ora acide, della voce del giovane Schmidt, che trovano nella psichedelia della mini-suite Walt Disney i binari giusti per essere veicolate. D'un tratto ci si trova catapultati al Moon Palace in compagnia di Bob Dylan mentre Adam Duritz con la sua enfasi sincera pare rassicurarci offrendoci un gradito drink. Le tastiere di Lost In The Woods han quel non so che di Litfiba d'annata, ma shakerato con chitarre post punk e voce nasale à-la Tom Petty per un inaspettato connubio tra passato e presente; così come Airport Landscape che riesce a fondere una attitudine futurista al volo e atmosfere indiavolate più contemporanee. Le stesse peraltro presenti nell'eterea Venus, ossessiva disamina condotta in compagnia della sempre riconoscibile Chiara Castello, più volte ascoltata nei 2Pigeons e, prima ancora, con i Museo Kabikoff. Se a tutto questo aggiungiamo l'ottima digressione Sixties di Lily Allen In Green con quel suo impagabile e nervoso retrogusto acido, ci si può accomodare felici alla tavola degli ormai disciolti R.E.M. per mangiare un piatto caldo di zuppa Campbell's in compagnia di Robert Smith ed Andy Cairns. Poi se qualcuno vuole può pure distrarsi con la signorina in copertina...
 
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martedì 8 gennaio 2013

IL BELLO E IL CATTIVO TEMPO
Elio Petri
- Cura Domestica - 2013

Ostico e di non facile assimilazione. Così si presenta IL BELLO E IL CATTIVO TEMPO al suo primo ascolto. E, per dirla tutta, al secondo, al terzo, addirittura al quarto passaggio nello stereo la situazione non cambia. Cosa c'è che non va? Paradossalmente nulla visto che nel frattempo, riflettiamoci, lo stiamo ascoltando una sesta, poi una settima e un'ottava volta ancora; senza sentire l'esigenza di toglierlo dall'impianto hi-fi che, in fin dei conti, pare voler monopolizzare in maniera testarda e beffarda, parimenti a quanto fatto in ambito grafico da questa capretta che, rielaborata, ci fissa impertinente dalla copertina. Di chi è quella voce morbida che, mai sopra le righe, descrive con spunti e riflessioni concrete un mondo in cui allegoria e quotidiano convivono fianco a fianco? No, non è quella di Elio Petri, cineasta romano noto ai più per i successi di pubblico e critica legati a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e al successivo La classe operaia va in paradiso, scomparso prematuramente nel 1982 alla vigilia del mai avviato Chi illumina la grande notte. Dietro un monicker così prestigioso si cela piuttosto il temerario Emiliano Angelelli, giornalista e oggi cantautore a tutti gli effetti il quale dopo il discreto successo del precedente NON È MORTO NESSUNO, nato a nome eliop(e)tri dalla collaborazione con "il cane di Ulan Bator" Matteo Dainese, ha saputo rinnovarsi trovando nella partnership con Daniele Rotella, amico di lungo corso, coproduttore del cd e frontman dei The Rust and The Fury, la chiave di volta per la registrazione del nuovo lavoro. Con il sostegno di una sezione ritmica affidata a Michele Turco e Andrea Leonardi e con il contributo puntuale della new entry Alberto Toti alla chitarra gli Elio Petri sono cresciuti e si sono aperti al mondo. Il carattere tradizionale della loro proposta rock vive di chiaroscuri essenzialmente ripetitivi e circolari, capaci di tratteggiare in maniera penetrante e mai didascalica una sorta di travaglio esistenziale riversato con graffiante caparbietà nelle note prodotte. L'elenco sorprendente di Blues, ritmato dalle stesse parole che compongono il testo più ancora che dalla musica minimale su cui sono innestate, è l'ennesima trovata di un disco che dopo il racconto spiazzante di Vipera, le notturne atmosfere della languida Mascella, quelle evocative della splendida Alga e il tris con Teho Teardo, chiamato a realizzare una manciata di chitarre per la dimessa invettiva de Il Disprezzo e le seattleiane Bruco e Ti Farò Soffrire, evoca con la conclusiva Capra Astrale mondi apparentemente lontanissimi, fatti di sabbie bianche e pensieri di fosso su cui il mai scontato Marco Parente, altro protagonista indiscusso di quel Rinascimento musicale verso il quale anche gli Elio Petri aspirano, mette il proprio sigillo. Un disco anomalo, forse ancora imperfetto. Eppure capace di sorprendere per la sua ostinata capacità di farsi ripetutamente ascoltare e suscettibile di continue aperture a nuovi possibili arrangimenti in corso d'opera durante i futuri live della band. Un passo avanti nella direzione giusta.
 
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lunedì 31 dicembre 2012

sabato 29 dicembre 2012

MONDOCOMIO
Jaspers
- Talking Cat - 2012
 
C'è un così alto quantitativo di idee in ogni singolo brano di questo MONDOCOMIO da far impallidire chiunque. In certi momenti viene del tutto naturale chiedersi se forse non sarebbe stato più opportuno sviluppare questa Babele di suoni e intuizioni in maniera differente; ottimizzando riff e contenuti, focalizzando meglio l'attenzione su determinate soluzioni sonore, selezionandole, limandole, al fine di esordire con un prodotto più omogeneo e mettere altro fieno in cascina in previsione di future uscite discografiche. In sintesi, giocandosi al meglio le proprie carte. Poi andiamo a vedere un live dei Jaspers e capiamo. Capiamo che il sestetto lombardo non avrebbe altre possibilità di esistenza se non il caos ordinato dai vaghi sentori zappiani che va a proporre con spavalda, ma consapevole fiducia nei propri mezzi fin dalle prime note dell'opener Jaspersound, prima occasione di schizofrenica mescolanza elettro-rock infarcita di funk, synth pop e prog metal. Ogni episodio presente nella tracklist è un mondo a sé, stratificato e, con la sola eccezione dell'orchestrale Divisioni, portato all'esasperazione più totale. Alle già note Il Maligno (sadico outtake tratto dalla mancata colonna sonora di Fantasia) e Bastoncino (rutilante metal di falloppiana memoria, dalle tastiere alternative e l'intermezzo soul) si alternano il deciso omaggio a Musica x Bambini di Tip Tap e la veemente Indiani. In tutto questo marasma generale due ballad abbastanza canoniche, ma qui capaci dell'effetto sorpresa, come Ballerina e Palla Di Neve si segnalano quali pause di amara riflessione tra una nevrosi e l'altra. L'attitudine alla teatralità multiforme non risparmia il look di scena dei giovani musicisti, finalizzato a descrivere anche visivamente attraverso maschere e caratteri definiti un universo psicopatologico privo di pudori, disturbato ed edonista insieme, in cui superuomini e dottori col delirio di onnipotenza spesso si confondono con i loro opposti, inservienti e cavie umane impossibilitate a modificare la propria condizione se non per volontà altrui. Una malattia mentale latente nell'uomo, che miete vittime in ogni ceto sociale e colpisce ad ogni latitudine dell'Occidente, campo di battaglia su cui confrontarsi, attraverso immagini contrastate e colori al neon che per mezzo dell'escamotage musicale vengono inseriti in contesti surreali al limite della follia pura. Cornucopia traboccante pazzia e insano divertimento MONDOCOMIO è la rappresentazione in fieri di una Neurodisneyland non necessariamente così distante dalle nostre vite, degenerazione sociale altrimenti accettata (e imposta) come normale quotidianità. Qualche pecca nella produzione, con suoni non sempre all'altezza delle prove live e del potenziale a disposizione, è l'unico neo del lavoro. Ma tant'è. Jaspers: "La favola per bambini più brutta e paurosa della storia. Jaspers...Jaspers...Jaspers..."
 
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lunedì 24 dicembre 2012

EROIRONICO

EROIRONICO
Pagliaccio
- Meat Beat - 2012
 
Proposta fresca, brillante ed effervescente quella dei Pagliaccio, giovane formazione biellese prodotta da quella vecchia faina di Raffaele D'Anello, il mai dimenticato Neda visto più volte al fianco di Naïf Hérin ai tempi del Femminino Anarchico Tour e oggi mastermind del Meat Beat Studio in quel di Sarre, Aosta. Dopo l’incisione di un ep nel luglio del 2011 Alessandro Chiorino e Marco Sgaggero, rispettivamente Pagliaccio #1 e Pagliaccio #2, salgono nuovamente in quota per il loro ottimo esordio discografico. In testa un progetto ben chiaro: unire una scrittura di stampo popolare classico ad un approccio esecutivo sostanzialmente rock, capace alla bisogna di contaminarsi liberamente con le soluzioni elettroniche del nedagroove e di ribaltare i preconcetti che molti di fronte alla parola pop sono soliti formulare. Gli stessi testi, tutti appannaggio del chitarrista nonché frontman Chiorino, rivestono un ruolo chiave nell'economia dell'offerta che Pagliaccio dispensa all'ascoltatore. Capace di attirare l'attenzione con brani solo all'apparenza spensierati e suoni accattivanti non sempre convenzionali, EROIRONICO ad una analisi più approfondita rivela attraverso le sue liriche l'altro lato della medaglia: una propensione a ritrarre quadri di dettagliata normalità quotidiana pervasi da un taglio malinconico estremamente umano. Si prenda ad esempio Inconsapevole, narrazione neorealista di eroe suburbano capace di ritagliarsi il proprio spazio vitale nella società grazie a infinita pazienza e a quella dose di fatica che in esistenze simili deve essere sempre presente in modo massiccio. "Pagliaccio scrive e racconta di personaggi quotidiani incrociati distrattamente al supermercato, in ascensore, in fila alla posta, ai concerti e filtrati, centrifugati e riproposti come tipi umani attraverso la lente dell’introspezione in ottica quasi psicologica." Veri e propri exempla, anche se non sempre da prendere a modello, in cui molti potrebbero in verità riconoscersi. A sbaragliare il mazzo ci pensa poi quella indispensabile figura di pensiero che è l'ironia. In questo modo, facilmente assimilabile fin dai primi ascolti, EROIRONICO si segnala quale ottima sintesi di forma e sostanza, capace di muoversi su più registri di genere senza mai scadere nel banale o nello scontato. Federico S. è il primo azzeccato singolo, forte anche di uno spassoso videoclip che con i suoi quasi 7.000 contatti su YouTube è stato in questi mesi il cavallo di Troia per avvicinarsi alla band. Eppure il cd pullula di altri potenziali singoli-tormentoni: il funk-hop di Giocherellone, l'amore amaro da Zerbino (con l'ottimo violoncello suonato da un altro ex Naïf, Federico Mister Puppi), la British Osvaldo, l'electro-slap di Fannullone, lo spensierato ritmo in levare di Irresponsabile hanno tutti i tratti distintivi del perfetto successo da hit parade. Una cinquina agrodolce che è pure uno schiaffo irriverente e diretto a tutti quegli pseudoautori cui si affida la maggior parte dei nuovi scala classifiche nazional(im)popolari. E che dire delle voluttuose atmosfere latino-americane di Cristo Colombo, della traversata mediterranea di Crociera o del rock infarcito di fiati della nottambula Peperoni? Nuovi pezzi già presenti nelle scalette live in compagnia del batterista Marco Massa (Pagliaccio #4) chiedono solo di essere fissati su cd. La follia dell'automatic clown Alberto Camerini, un briciolo di sana spocchiosità e un lucido sguardo contemporaneo: questa è la ricetta giusta per i Pagliaccio. Scarpe enormi, naso rosso, ma cervello fino.
 

giovedì 20 dicembre 2012

IL TENCO DI SANREMO E DI NOVARA IN DOWNLOAD E SU RADIO POPOLARE
 
Potranno essere ascoltate sia in radio che in download le serate di Sanremo e Novara organizzate con  successo dal Club Tenco fra novembre e dicembre, con live straordinari e inediti di grandi nomi della musica italiana e internazionale.
 
Sarà Radio Popolare a trasmettere il 25 e il 26 dicembre alle 19.50 due speciali con una selezione delle esibizioni di Sanremo, il primo sull'evento per Woody Guthrie e il secondo sulla serata dedicata ai nuovi talenti con padrino Daniele Silvestri. È invece in preparazione un programma sulla consegna a Novara delle Targhe Tenco con i vincitori e con vari ospiti.
 
Le tre serate sono invece già disponibili in forma estesa sul sito www.clubtenco.it, in formato mp3. Cinque i podcast, acquistabili ognuno a  € 4,01: il primo tempo della serata del 16 novembre a Sanremo con King Of The Opera, Davide Van De Sfroos, Giovanna Marini, Francesco De Gregori e Luigi Grechi con l'Orchestra Popolare Italiana di Ambrogio Sparagna; il secondo tempo con Sarah Lee Guthrie e Johnny Irion e con i Klezmatics; la serata di sabato 17, sempre a  Sanremo, con Matteo Castellano, Dimartino, i Favonio, Dino Fumaretto, Anna Granata, Saluti da Saturno, Paolo Zanardi e l’ospite Daniele Silvestri; la prima parte della serata di Novara di sabato 8 dicembre con Colapesce, Zibba, Francesco Baccini e Samuele Bersani e la seconda parte con Enzo Avitabile, Afterhours e Eugenio Finardi.
 
L'iniziativa nasce grazie al progressivo avvicinamento del Club Tenco al mondo del web e della Rete in generale, assicurando una maggiore fruizione da parte del pubblico e contribuendo all'autonomia e indipendenza economica del Club stesso, anche grazie al generoso contributo di tutti gli artisti.
Il podcast è realizzato in collaborazione con Fonderia Mercury di Milano. Sul sito del Club www.clubtenco.it si possono trovare tutte le informazioni e le istruzioni.
 
podcast audio

mercoledì 19 dicembre 2012

Nuovo Album! powered by http://www.musicraiser.com/it

"NON DATE IL SALAME AI CORVI"


 

Progetto di Gianluca Massaroni
"...quello bravo!! " (cit. Andrea Barbaglia)

 
 

sabato 15 dicembre 2012

SARAH STRIDE
Sarah Stride
- FB 22 Records - 2012

Sarah De Magistris da almeno una decina di anni si prodiga in (quasi) tutto ciò che le discipline artistiche mettono ora a disposizione: scrittura, musica, teatro, video art, design e architettura. In una inesausta tensione creativa che eleva e permette di mantenere sempre viva l'attenzione sul mondo e i suoi repentini mutamenti, dopo una collaborazione non marginale con Ivano Fossati nella rilettura della trasversale Last Minute, tratta dal penultimo album in studio del cantautore genovese, e il più recente contributo all'ottimo LA MODA di Garbo, giunge finalmente nei negozi l'atteso esordio discografico con il nome d'arte di Sarah Stride. Che la sua collocazione sia quella nel novero delle rocker di casa nostra è fuor di dubbio; ma ciò che distingue l'artista lombarda dalle sue colleghe più o meno famose, è appunto la colorazione netta data ad ogni singolo brano andato a definire la natura variegata di questo album, prodotto dal compagno di vita nonché chitarrista del progetto Alberto N. A. Turra e suonato da una sezione ritmica sempre vivacemente affidabile allorquando data in custodia, come in questo caso, al fantasioso basso di William Nicastro e alla penetrante batteria di Tato Vastola. L'opener Metallo, scelta come primo, affilato singolo di presentazione, ha attirato l'attenzione della critica già solo per il fatto di essere stata composta a quattro mani con la scrittrice Melissa P, amica della De Magistris e non nuova a contaminazioni col mondo musicale. Qui la discesa nel turbinio dell'amato rock è fulminea a tal punto da provocare una sensazione di vertigine, sottolineata nel ritornello dal riverbero della voce in controtempo sulle chitarre spasmodiche delle strofe. Già con la successiva Eco Breve l'incanto della fascinosa voce di Sarah chiede alla musica di rallentare; interviene il pianoforte di Giovanni Venosta a garantire quella solennità che ben si sposa con l'atavica ricerca di sé espressa dal testo e che di lì a breve verrà ulteriormente sottolineata. Innanzitutto, dalla più dinamica, ma pur sempre altisonante Tra I Miei Gesti, trionfo di archi mai invadenti, a metà strada tra Antonella Ruggiero e Gianna Nannini; in seconda battuta, dalla quasi gemella Prove Di Volo, prima occasione per gli ottoni di Humberto Amèsquita e Gendrickson Mena di mettersi in luce. Ne La Preda è proprio la tromba del musicista cubano a introdurci e a farci da guida sul sentiero battuto dalle rullate di Vastola con le quali arriviamo presto a metà dell'opera: ne L'Indispensabile la narrazione sempre personale è, se possibile, ancora più diretta e, mentre il clarinetto di Raffaele Brancati si regala una vetrina importante, non fatichiamo a immaginare questa traccia dalle atmosfere confidenziali anni '60 cantata dalla signora Mazzini. La rarefazione di Fuori Da Me ha la profondità del miglior Zampaglione mentre violino e archi sopperiscono brillantemente, quando necessario, all'assenza degli altri strumenti. Turra, supportato dai live electronics di Kole Laca, dà dimostrazione della sua abilità a cambiare una volta ancora registro stilistico con Casca La Terra, un istante prima dell'ennesimo banco di prova per la De Magistris che si cimenta con l'amore tormentato di Lasciamo Che Sia. Non dimentica della tradizione nostrana e della statura che in essa hanno Sergio Endrigo e Sergio Bardotti, la cantautrice milanese sorprende con il jazz tangheggiante di Te Lo Leggo Negli Occhi, a cavallo tra i pugni chiusi dei Ribelli e il giovane battagliero di ferrettiana memoria. In chiusura ancora adrenalina con la vorticosa Gio, omaggio allo sfortunato amico Giovanni Cleis fondatore del collettivo Minuta, e una pacificata atmosfera nella elaborata parabola onirica di Respira. Ecco qua dunque tre quarti d'ora abbondanti in cui viene convogliata una vita intera. Un disco che è non solo il biglietto da visita, ma addirittura il bagaglio a mano di una artista irrequieta, sempre pronta e capace a mettersi in discussione non per il gusto di chissà quale sfida, ma per una esigenza personale che vive sottopelle e la solletica nel modo migliore. Sì, a conti fatti Sarah senz'altro ride. E pure di gusto.
 
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venerdì 14 dicembre 2012

MY BROTHER THE GODHEAD
Veracrash
- Go Down Records - 2012
 
Never judge a book by its cover. Mai giudicare un libro dalla sua copertina. E neppure un disco. È il caso ad esempio di questo interessante MY BROTHER THE GODHEAD che, pur avvalendosi di una parte grafica capace addirittura di fuorviare almeno inizialmente (il packaging in realtà è ben più curato) l'ignaro consumatore di musica, per la prima volta avvicinatosi al lavoro della band milanese dei Veracrash, è in realtà capace di sprigionare energia da tutti i solchi per la gioia degli amanti di stoner e territori limitrofi. Convinto forse dalla intestazione verde fluorescente di trovarsi di fronte all'ennesima proposta di musica elettronica fatta di dubstep e hardcore simil-Skrillex, l'appassionato di Fu Manchu, Motorpsycho, Corrosion of Conformity e Crowbar di cui sopra lascerebbe sugli scaffali un meritevole ed intenso coacervo di aggressiva psichedelia metal (Remote Killing) contaminata da mai sopite pulsioni grunge (Lucy, Lucifer) e inattesi inserti ambient (Trees Falling Upwards) proveniente dal nostro Paese. Fortunatamente il buon impatto del precedente 11:11, già a marchio Go Down Records, fa drizzare le antenne di fronte alla scritta Veracrash e l'acquisto a scatola chiusa del loro qui presente secondo album in studio risulta quasi d'obbligo. Vuoi perché il quartetto di Francesco Menghi dal vivo è sempre stato capace di mantenere le promesse e di allargare la propria fanbase; vuoi perché un deciso passo in avanti era a questo punto atteso da molti. Tra questi cultori troviamo Dango, al secolo Niklas Källgren, chitarrista degli svedesi Truckfighters, letteralmente innamoratosi della band milanese durante il suo passaggio al Live at Heart, tra i più importanti festival della penisola scandinava, a tal punto da invitarla nuovamente in Svezia per la realizzazione del nuovo album. Registrato in soli sedici giorni, non senza qualche inevitabile e comprensibile tensione, MY BROTHER THE GODHEAD getta le fondamenta per la nascita di quello che nelle intenzioni del gruppo è un suono riconoscibile e maturo, personale, capace di rivaleggiare senza alcun timore reverenziale con le pari proposte europee ed internazionali. Il centrifugante singolo Kali Maa mette già in luce quelle che saranno alcune delle linee guida del progetto: velocità e badass attitude per un aggressivo biglietto da visita. Atmosfere dilatate (A Blowjob From Yaldabaoth), accellerazioni fulminanti, riff che paiono rasoiate al limite del punk (We Own You, Bitches), linee vocali violente e sempre chiare anche quando sepolte nel mix, la maligna spirale di Allies From The Mirror Megaverse, sono poi il mezzo per veicolare nei restanti episodi del platter (consigliatissimo il vinile trasparente con una grafica differente sempre ad opera di Alessandro Tosatto) liriche oscure che optano per una trattazione di tesi cospirazioniste e cyber-gnostiche. Una manciata di ospiti (il batterista dei Witchcraft Oscar Johansson; Dave, voce dei pesaresi Zippo, e il già citato Källgren) contribuiscono infine ad impreziosire il tutto senza stravolgerne i contenuti. Nei suoni e nelle idee. Lesson learned.
 
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giovedì 13 dicembre 2012

LA MAKHNOVTCHINA
- Makhno - 2012


Immagini live filmate da Andrea Barbaglia venerdì 29 settembre 2012. Montaggio: Paolo Cantù.

mercoledì 12 dicembre 2012

ARCANE OF SOULS: BALLATE DALLA NUVOLA #9
 
Davanti al bivio Alfonso Surace ha saputo giocarsi al meglio le carte ricevute dal destino. Musicista perseverante e tenace, padre di famiglia premuroso e affezionato, anteponendo quelle scelte di cuore capaci di indirizzare il percorso della vita è stato in grado di trovare la strada che a un certo punto pareva smarrita. Giocando con l'arcano e la numerologia, incurante di Maya, profezie e catastrofismi mediatici, il leader de il tORQUEMADA sceglie una data simbolica per il suo esordio solista. È mercoledì e il calendario recita "12 dicembre 2012"; Arcane of Souls pubblica VIVO E VEGETO. Fotografia sincera dello stato attuale delle (sue) cose.
 
 
Dopo gli esordi con il tORQUEMADA e la lunga collaborazione live con gli amici Sakee Sed lo scorso anno, questo 2012 vede la nascita di un nuovo progetto tutto tuo.
Alfonso: Fondamentalmente il progetto Arcane of Souls è sempre stato dentro di me, anche perché altro non è che l'anagramma del mio nome, Alfonso Surace. Ho sempre scritto canzoni, sin da quando avevo 16 anni, ma ero abituato ad arrangiare i pezzi con altri amici e, non avendo ad esempio conoscenze pratiche di batteria o pianoforte, concentravo la mia scrittura sui riff di chitarra. Con gli anni ho imparato a strimpellare diversi strumenti e, quando a 33 anni mi sono ritrovato nella mia tavernetta circondato da tutto ciò che mi serviva, ho pensato che potevo semplicementeprovare a fare tutto da solo. E così è stato. Credo fermamente nella filosofia do it yourself. Mi registro, mi stampo i dischi, mi trovo le date, faccio lo scenografo, il regista... se serve taglio anche i capelli (ride)!

Qual è stata l'esigenza creativa nella realizzazione del progetto Arcane of Souls?
Alfonso: Dal punto di vista creativo è stata soprattutto un'esigenza emotiva a traghettarmi verso la composizione dei testi del mio primo album solista VIVO E VEGETO. Era giugno 2011, stavo per concludere un tour de force di circa cento date in un anno in giro tra Sakee Sed e il tORQUEMADA. Purtroppo però campare di musica è difficile, il rimborso bastava solo per coprire i viaggi, e stare fuori casa quando si ha una famiglia con due figli come me senza avere un riscontro economico che possa per lo meno "giustificare" il tuo amore per la musica non è fattibile. La tensione tra le mura domestiche venne fuori e non fu bello. Dovetti scegliere e allora scelsi di stare con la mia famiglia. Le canzoni che sono nate da lì in poi non sono altro che la fotografia della mia vita in questi ultimi due anni. Provavo tante emozioni contrastanti, ero felice di aver ritrovato la serenità in casa, ma spesso stavo male, soffrivo del fatto che non potevo fare il musicista e il papà allo stesso tempo. Decisi così di auto-curarmi riversando tutte le mie emozioni e l’empatia dei miei cari in ciò che mi aveva fatto quasi "perdere" la mia famiglia: la musica. Beh, potrei dire che l'Arcano è nato in quel momento.

Nel riascoltare tutto d'un fiato VIVO E VEGETO credi che gli obiettivi iniziali che ti eri posto, quasi terapeutici dunque, siano stati raggiunti? Quali le difficoltà maggiori?
Alfonso: Sicuramente gli obiettivi sono stati raggiunti, altrimenti non avrei deciso di rendere "pubblico" il disco. Volevo far sapere a tutti che, nonostante tutto, ero vivo e vegeto, e che la musica è stata, è e sarà sempre la mia vita. Continuo tutt'ora a riascoltare il disco e a ripetermi che mai come in questa fase della mia vita mi sia trovato a scrivere un "vero" disco, con emozioni e sincerità. A livello compositivo non ho avuto difficoltà; è arrivato tutto in modo così naturale che ancora non me ne capacito. L'unico ostacolo è stato quello della tecnica di registrazione. Ho volutamente risolto ignorandolo e puntando appunto alle emozioni dirette. Probabilmente registrando in uno studio professionale avrei ottenuto un risultato sonoro migliore, ma il disco ne avrebbe perso in immediatezza. Insomma meno tecnica, ma più pathos.
 

Quanto ha inciso sulla stesura dell'album l'isolamento più o meno volontario tra i monti, nella tavernetta di casa? E quanto ha influito l'esperienza maturata sui palchi di mezza Italia con il tour in compagnia di Marco, Gianluca e Anna?
Alfonso: L'isolamento dal resto è stato sicuramente determinante per la stesura del disco. La maggior parte delle canzoni sono nate nella mia taverna. Quando mi sono ritrovato da solo, dopo quasi due anni di tour, tra le mie mura, con i miei cari e i miei strumenti non ho pensato più ad altro. Ho cominciato ad esprimere le mie emozioni in musica più di ogni altra volta. Molti pezzi sono nati di getto, esaltando una delle tante sensazioni che provavo in quel periodo: amore, pace ritrovata, nostalgia, disillusione, delusioni e incertezze. Alcuni pezzi invece sono figli dei tour trascorsi con il tORQUEMADA e Sakee Sed. Per esempio un pezzo come Pontiac, che non a caso è il primo del disco, è stato da me composto e registrato tra una pausa e l'altra di quei tour. Infatti il pezzo fa riferimento a un goliardico aneddoto su una trasferta genovese insieme al tORQUE. Personalmente considero Pontiac un po' l'emblema di tutto quel periodo, diviso tra live e vita quotidiana. Oppure Io E Lei, il brano di chiusura, nato in pullmino coi Sakee Sed, durante un viaggio in direzione dell'ennesima tappa del Bacco tour. Per me una sorta di omaggio a quell'esperienza bella, ma che doveva finire.

Da dove nasce l'immagine di copertina?
Alfonso: Allora, innanzitutto ringrazio Monelle Chiti, l'autrice delle foto della copertina, che mi ha aiutato ad ottenere esattamente quello che avevo in mente. Per spiegare la nascita dell'immagine devo però scindere la risposta. L’idea artistica viene da una mia passione per George Harrison. In particolare adorando il suo doppio ALL THINGS MUST PASS, ho preso spunto dalla sua copertina. La scelta del cimitero invece è stata metaforicamente e sarcasticamente autobiografica. È stata una esperienza fantastica registrare tutto da solo (tranne violini, sax, tabla e cori), ma molto impegnativa, quindi volevo ironizzare sulla morte degli strumentisti che avevano dato la propria vita per registrare il disco. In effetti io stesso ci ho messo la mia vita lì dentro e alla fine ne sono uscito vivo e vegeto.

Harrison di un certo tipo di sperimentazione analogica, con e senza i Fab 4, fu convinto antesignano; che rapporto hai tu con la tecnologia contemporanea?
Alfonso: Chiariamo subito: VIVO E VEGETO è stato registrato in digitale. Quella di affidarsi alla tecnologia informatica non è stata sicuramente una scelta stilistica, ma, non avendo la possibilità di avere uno Studer a bobina come quello che usavano i Beatles, mi sono dovuto accontentare di una normalissima scheda audio e un pc. Il vintage mi affascina tantissimo. Ho diversi strumenti d'annata. Probabilmente, quando avrò qualcosa da investire saprò cosa scegliere. Sentire e vedere il nastro che gira farebbe innamorare chiunque.

 
La volontà di poter avere il controllo totale su tutto, dai suoni agli arrangiamenti, passando appunto alla grafica fino alla scelta finale dei brani da inserire nel master è stata un'altra pulsione positiva ai fini di questa avventura?
Alfonso: Assolutissimamente sì. Ho volutamente curato in solitaria tutta la produzione. Il disco era troppo intimo per affidare compiti ad altre persone. Del resto la filosofia less is more, è una delle mie preferite. Inoltre, sono convinto che se avessi dovuto produrre il disco insieme ad altre persone ci avrei impiegato un'eternità, considerato che il tempo libero degli amici con cui suono è veramente rarefatto. Ognuno ha la sua vita. A livello emotivo è stato come comporre un puzzle di sensi e sensazioni. Ho semplicemente provato a rappresentare me stesso attraverso diverse arti musicali, grafiche e cinematografiche. Mi solleticava l'idea di proiettare il mio progetto verso più direzioni possibili, non solo sonore.

Il momento del live è una fase imprescindibile per qualunque musicista: come pensi di affrontarlo per ricreare le atmosfere psichedeliche del cd? Sempre in solitaria?
Alfonso: Nì. Nel senso che fondamentalmente ci tengo a riproporre il sound del disco, dove gli arrangiamenti prevedono diversi strumenti, di conseguenza ho bisogno di altre persone. Per fortuna ho dei cari amici che mi stanno dando una mano a realizzare un degno live elettrico, il più fedele possibile al disco. Colgo l'occasione per salutarli: Francesca Arancio (violino e pianoforte), Mauro Mazzola (chitarra elettrica e lap steel), Luciano Finazzi (batteria), Matteo Ronzani (basso). In compenso sto pensando di proporre anche degli show acustici dove si potranno ascoltare le canzoni in una versione più "da focolare", nude da ogni fronzolo.

A chi consiglieresti l'ascolto e l'acquisto del tuo esordio?
Alfonso: Dal punto di vista lirico VIVO E VEGETO è sicuramente autobiografico. In quel momento volevo parlare di me e delle ragioni intrinseche del disco stesso, ma anche di quanto fosse bello divertirsi tornando un po’ bambini. Infatti, dal punto di vista musicale, ho sicuramente composto le canzoni con una matrice bene precisa: che fossero accessibile a tutti. Avevo un'urgenza comunicativa a più livelli. I pezzi sono espressione delle diverse età che convivono in me. Ho cercato di raccontarle in modi diversi, ma con un filo conduttore, il gioco. Un esempio è rappresentato da Un Treno Blu, composta insieme a mia figlia Alice. Aveva l’influenza e per distrarci abbiamo cominciato a canticchiare al pianoforte i primi versi. È stato bellissimo! Oppure come quando il mio alunno indiano Aninder Baryah è venuto a casa mia per registrare le tabla in Pontiac e Io E Tu; è stato fantastico! Penso che la musica, prima d'ogni cosa, debba emozionare. Nel registrare il disco io mi sono emozionato, con i miei cari, con gli amici, con la vita, e spero che le mie canzoni possano fare lo stesso con altre persone, di ogni età, sesso o religione.
 
Andrea Barbaglia '12
 
Un ringraziamento particolare va all'amica Monelle Chiti per il servizio fotografico.
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