lunedì 29 luglio 2013

OGNUNO DI NOI È UN PO' ANTICRISTO

OGNUNO DI NOI È UN PO' ANTICRISTO
Umberto Maria Giardini
- Woodworm - 2013

In attesa di dare un seguito compiuto all'evocativo LA DIETA DELL' IMPERATRICE, apprezzato ritorno alla parola cantata dopo l'esperienza tutta strumentale esaurita col progetto Pineda, Umberto Giardini decide di ingannare l'attesa dei suoi molti aficionados rilasciando un sostanzioso ep, prassi ormai sempre più comune ed abituale in ambito musicale. E se per alcuni si tratta esclusivamente di una mossa strategica per battere il ferro finché è caldo, per altri un tale fermento è indice di una inesausta iperattività creativa e di una ritrovata tensione al bello che non può attendere i tempi (obsoleti?) della discografia tradizionale. È questo il caso dei cinque brani che compongono OGNUNO DI NOI È UN PO' ANTICRISTO, canzoni ora malinconicamente affascinanti ora cerebralmente seduttive che già hanno superato in maniera brillante la prova live. Inseriti infatti nelle scalette dei concerti estivi senza soluzione di continuità con quelli tratti dal già citato LA DIETA DELL'IMPERATRICE, gli episodi targati 2013 si fanno ricordare per la loro lineare, ma composita struttura sempre più vicina ad un ragionato progressive psichedelico dagli accenti post rock, impressionista, ad alta definizione e del tutto privo di sbavature anche per merito dell'ottimo apporto fornito da una confermatissima band guidata dalla chitarra elettrica di Marco Maracas e comprendente in primis il professor Giovanni Parmeggiani al piano Rhodes supportato da quell'instancabile metronomo che è Cristian Franchi alla batteria. Così felicemente spalleggiati da ¾ dei funambolici Accordi dei Contrari risulta difficile per chiunque mancare l'obiettivo. L'indovinata combinazione lirico-strumentale (Omega) che da sempre definisce l'essenza artistica del signor Giardini trova dunque il  proprio naturale sfogo attraverso trame sonore ampiamente melodiche e complesse, assimilabili tuttavia dopo pochi ascolti come il caso della title track insegna. Ci si scordi di trovare qui la classica alternanza strofa/ritornello; le dilatate digressioni dell'imperante Rhodes e la compenetrazione delle chitarre elettriche sono la spina dorsale dell'intero lavoro; a volte prendono a tal punto il sopravvento che le liriche ermetiche e descrittive di Giardini (Regina Della Notte) non sono neanche più richieste. L'ipnotica strumentale Oh Gioventù è in questo senso la quadratura del cerchio, andando in parte a rispolverare l'esperienza Pineda, ma ricamandola e arricchendola con cambi di tempo e atmosfere differenti che si avvicendano cicliche in rapida successione. Certo, chi ha sempre avuto difficoltà a rapportarsi con la poetica di UMG non troverà né nell'anticristo né nel connubio tra realtà e fantasia di Fortuna Ora la soluzione ai suoi problemi; ma è un grattacapo che non interessa affatto a quanti, al contrario, hanno sempre saputo cogliere la purezza elargita a più riprese dal cantautore marchigiano negli ultimi quindici anni. Diceva il poeta: il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi.
 
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giovedì 25 luglio 2013

TROPPO RUMORE

TROPPO RUMORE
Steby
- Advice Music - 2013

C'è il pop, tanto pop, nell'esordio discografico di Steby, al secolo Stefania Bianconi da Latina. Musica semplice, non necessariamente così facile e scontata come un ascolto distratto potrebbe far pensare, declinata secondo più stili e libera di inseguire direzioni eterogenee: diluita nelle tracce di soul, riscaldata dai tiepidi bagliori di rock patinato, lucidata da minimali fronzoli elettronici. C'è un po' di tutto qua dentro. Ed è pure suonato, cantato, prodotto, registrato e confezionato bene. C'è molto mestiere in cabina di regia. Manca solo quel quid che faccia realmente balzare agli onori delle cronache musicali un lavoro che può essere al momento un primo passo, un trampolino di lancio per una voce velluta, ma grintosa, una volta tanto affrancatasi dalla gabbia luccicante dei talent show. Così, evitato il peccato originale di molte altre interpreti alle prime armi, Steby propone all'ascoltatore una varietà di generi che se da un lato mina in parte l'omogeneità dell'insieme, dall'altro non teme il confronto con la varietà di registri sonori (e umorali) racchiusi in TROPPO RUMORE. Si parte subito in maniera aggressiva e decisa con la notturna follia metropolitana descritta in Sabato Sera È Qui, poco dinamica nelle ritmiche, ma alimentata dalle chitarre elettriche affidate ad Alberto Boi, produttore nonché mastermind del disco, e a Stefano Tedeschi, e sorretta dalle programmazioni di Tato Grieco. Uno stacco netto di atmosfera ci porta presto all'R&B bianco di Briciole Di Noi, con la voce di Stefania raddoppiata e sostenuta dai cori di Alberto Cimarrusti, così come accade pure nella title track, ritorno a ritmi sostenuti che sembrano tanto piacere alla giovane interprete laziale visto anche l'arioso exploit di Inequivocabilmente, pop rock dagli accenti heavy. Il contraltare a tutta questa grinta sono la melodia malinconica su cui soffia Aria Di Te e le armonie della luminosa Anche La Luna, ma anche la solarità di Se Fosse Amore e quella di Due Soldi Di Te, episodio - come ci svela direttamente la sua interprete - capace di celare tra le sue note spensierate "il grande significato di una storia finita e della voglia di ritrovare se stessi." Echi di Giorgia compaiono nella vendicativa Per Amarti mentre ci si sta per avventurare sui sentieri impervi di un amore fedifrago in Quello Che Non Ho. Episodio a sé stante è la curata Re Dei Girasoli, riuscito incrocio anni '60 tra Malika Ayane e Simona Bencini alla ricerca di un amore da favola. Chiusura invece affidata alla scattante Mille Bolle per "rinascere dopo la fine di un amore, con la voglia di cambiare e di tornare di nuovo a sorridere." Versatile e agguerrita Steby è una soldatina schierata in prima linea nella battaglia per emergere su quel campo di battaglia oggi sempre più saturo e di difficile decifrazione programmatica, fatto di tentativi maldestri che una discografia obsoleta, quando non ancora tronfia per i successi passati, vorrebbe mantenere come credibili anche se ormai poco presentabili a un pubblico assai meno "facilone" di un tempo. Tenendosi il più lontano possibile, ed eventualmente affrancandosi in maniera definitiva, da una realtà simile, figure eclettiche come Steby possono trovare il proprio spazio e una giusta dimensione artistica capace di valorizzarle per quanto sono in grado di dare e soprattutto essere. Attendiamo le prossime mosse.
 
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mercoledì 26 giugno 2013

IL MAGNETOFONO

IL MAGNETOFONO
Il Magnetofono
- Il Magnetofono Records - 2013

Trio vicentino capace di coniugare la canzone d'autore italiana con la ricerca sonora Il Magnetofono è il tentativo di dare un respiro nuovo, attuale, aperto e contemporaneo, a costruzioni sonore formali, classicheggianti e apparentemente definitive, con alte ispirazioni postavanguardiste capaci di scardinare le sicurezze di un universo troppo spesso dato per concluso e non rinnovabile. "Questo disco vuole riportare e rivalutare al pubblico l'importanza della musica d'autore italiana e la magia della registrazione dal vivo senza l'ausilio di massicci processamenti o impieghi digitali in post produzione, non tralasciando quindi modalità, ambiente, musicisti ed esecutori di suoni concreti" - parola di Alan Bedin, declamatore ufficiale e funambolico ammaestratore di parole che di studi e lezioni passate ha fatto tesoro per poi sconvolgere, attraverso una visione obliquamente quadrata della realtà, la quieta tranquillità di Emmanuele Gardin e Marco Penzo, suoi ottimi compagni di viaggio. Mai didascalico né accademico Il Magnetofono trova una dimensione propria all'interno del panorama musicale europeo, una via rischiosa perché priva di formule date, ma proprio per questo entusiasmante e formidabile, in uno slancio consapevole che restituisce piena dignità alla Musica, ai suoi esecutori e agli ascoltatori. È il Novecento rivissuto nella contemporaneità delle fredde luci al neon e delle macchine digitali che tentano, algide, di prendere il sopravvento sulla realtà, ma che qui vengono ostacolate da quelle meccaniche, così imperfette eppure così calde e sincere. Che bello ascoltare la magia amorosa di Finezze con quel pianoforte vivo su cui la voce, struggente, si confida e mette in sequenza fotogrammi di una vita a due incompleta e irreparabilmente abbandonata al proprio destino. E che sorpresa riscoprire nell'adattamento di Bedin il testo che Tenco scrisse per Dalla nel 1968 per Mondo Di Uomini, a sua volta omaggio a James Brown e ora di nuovo certezza di vibranti sensazioni passionali anche grazie alla tromba di Gianluca Carollo. C'è una voglia matta di sperimentare, ma anche di divertirsi: si veda l'intervento di Freak Antoni ne La Dichiarazione Del Mago, posto subito a ruota della stentorea La Merenda Del Mago, oppure quello del giornalista Renato Marengo per il noir cronachistico a passo di free jazz da cui scaturisce la confidenziale Giovane Mariù. E... Non Ho Finito! Dopo il reading, al solito teatrale e ben recito, di Pierpaolo Capovilla c'è il rumore, quello d'ambiente, quello legato alla quotidianità (il racconto epifanico de La Ballata Di Nostro Signore non potrebbe prescindere dall'altoparlante della Stazione di Altavilla-Tavernelle), usato come strumento vero e proprio non solo per riempire un vuoto, ma per circostanziare concretamente l'essenza delle proprie visioni musicali. La maschia Tip Tap! è l'esempio più evidente in tal senso, con una ballerina dell'omonima danza che imperversa in carne, ossa e claquettes mentre Vincenzo Vasi ne caratterizza a suon di theremin le evoluzioni. Conte, Nobraino e Capossela sono spiriti affini, ma i ragazzi di Vicenza non entrano in competizione con nessuno di loro; un po' pazzi, eppure molto maturi, approfondiscono le possibilità dei loro strumenti e osano, gettando ogni ragionevole soluzione di comodo oltre l'ostacolo. Del resto "(...) nulla per loro è davvero impossibile perchè cavalcano tutto lo scibile / Infinite sono le loro possibilità e trascendono le miserie di questa realtà." ...Bravò!
 

martedì 25 giugno 2013

YOUvsME

YOUvsME
Kingshouters
- Fuel Records -

Avere vent'anni e sapere perfettamente dove andare. La formazione bergamasca dei Kingshouters gioca a carte scoperte: l'alternative rock anni '90 di band uniche nel loro genere come gli Smashing Pumpkins si mescola con un alto potenziale pop, in qualche modo retaggio dell'ondata emo che molte vittime avrebbe mietuto all'inizio del nuovo millennio, senza disdegnare escursioni nel magico mondo dell'elettronica per quella che è una sintesi di groove e chitarre grasse premiata fin dai primissimi ascolti del loro esordio discografico YOUvsME. Non troppo compassato; mai spregiudicatamente eccessivo. Introspettivi e con un animo dark i fratelli De Franceschi trovano nel bassista Paolo Ceresoli prima e nel chitarrista, nonché produttore del progetto techno-house Axis, Giorgio Assi poi i compagni ideali per dare nuovi, decisivi impulsi all'avventura iniziata sotto la supervisione di Michele Clivati, loro guida artistica, nel recente passato già accanto a Dolcenera, Francesco Sarcina e Denise. È l'opener Friend a indirizzare le nostre aspettative verso quei lidi liquidi eppure incisivi che più volte emergeranno nel corso della mezz'ora abbondante entro cui si sviluppa il disco, con un cantato che fa il verso a Billy Corgan e trame sonore mature e visionariamente futuristiche le quali, giusto per restare nell'ambito della band di Chicago, forse sono paradossalmente quanto di più vicino allo spirito primigenio sia stato realizzato e si sia ascoltato dai tempi di The End Is The Beginning Is The End per la colonna sonora del film Batman & Robin di Joel Schumacher. E se le insicurezze caratteriali della giovane Jane confermano in un crescendo emotivo quanto di buono si è detto sul quartetto lombardo, mentre Dance spiana la strada a ritmi sostenuti fatti apposta per ballare anche in sede live, è a partire dalla traccia numero quattro che piccole contaminazioni elettroniche si fanno lentamente largo, senza tuttavia mai prendere il sopravvento su melodie e testi; in All I Know About You i The Music incontrano i fratelli Gallagher in abiti new wave mentre un pianoforte spaziale centellina poche note nel cuore pulsante del brano, versione edulcorata dei Primal Scream più sperimentalmente spinti. Prendendo in prestito le soluzioni pop dei Liquido la plastica Levels rimbalza di nota in nota al contrario della più statica e, per certi versi, glaciale Not Tomorrow. La sognante Sometimes I Can't Sleep ci porta in una dimensione onirica controbilanciata dalla sezione ritmica elastica e nervosamente quadrata, in un continuo oscillare tra le speranze di un futuro che la band sente già proprio e le paure di perderlo ancor prima di averlo assaporato completamente. In una dinamica simile i rapporti interpersonali assumono un valore assoluto, ancora non barattabile con nulla che provenga dall'esterno; i chiaroscuri di You Vs Me parlano anche di questo, disegnando un po' a sorpresa scenari comunque puri e luminosi, addirittura freschi, scintillanti di leggera brina mattutina. Chiusura affidata a The Last Emperor's Day, l'episodio maggiormente eterogeneo nel suo incedere corrosivo fra trip hop distorto e groove acidi, segno di come i Kingshouters sappiano muoversi con disinvoltura anche su terreni meno convenzionali. E se come diceva il poeta del doman non v'è certezza, beh, in questo 2013 c'è molto di cui andare fieri. Aprite dunque i vostri occhi: un (primo) sogno è già diventato realtà.
 
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lunedì 24 giugno 2013

BLACK BEAT MOVEMENT

BLACK BEAT MOVEMENT
Black Beat Movement
- Maninalto!✪ - 2013  

Sono la rassicurante carezza in una fastidiosa giornata di pioggia e la frizzante acqua tonica che non può mancare nello zaino ogniqualvolta stacchiamo la spina per tuffarci a perdifiato in una meritata vacanza ristoratrice in compagnia, ciliegina sulla torta, della persona giusta. Il caldo abbraccio del Black Beat Movement messo in atto da un ricco ensemble umano di diversa  estrazione musicale trova nella dimensione live la sua massima espressione. Il sestetto nu funk milanese nato solamente 365 giorni fa e fronteggiato dalla strepitosa voce di Naima Faraò conquista al primo ascolto per tenuta e padronanza dei propri mezzi. Accanto alla più classica delle strumentazioni rock (chitarra-basso-batteria) ecco fare la propria comparsa, pronti a cambiare subito le carte appena messe in tavola, il sassofono di Luca Specchio, uno capace di farsi apprezzare fra gli altri da due mostri sacri come Giorgio Gaslini ed Enrico Intra, e gli scratch del manipolatore di suoni di turno che risponde al nome di DJ Agly. Comunicativi. Espressivi. Preparati. Tre preziose qualità che la band mantiene intatte pure in studio grazie all'apporto dell'ottimo Gionata Bettini e ad una serie di ospiti mirati, capaci di arricchire ulteriormente il già ricco piatto sonoro. In un tripudio di classe funk i Black Beat Movement sono sempre sul pezzo. Contagiosi nella dinamica Ride The Wave dal sapore afrobeat remiscelato con gusto; sinuosi, ma decisi e disinvolti lungo i sentieri del trip hop battuti nella liberatoria freschezza hippie di H.A.P.P.I.N.E.S.S.; elegantemente smooth, grazie ai fraseggi di Luca Dall'Anna (The Assasins, Tan T'Ien) al rhodes, nell'intensa Slow. E che dire dei ripetuti cambi di tempo che contraddistinguono il camaleontico crossover jazz di Kerouac? Mai un istante di noia. La compenetrazione di generi diventa infatti in questo modo stimolo creativo e momento di crescita comune a cui il collettivo lombardo non si sottrae affatto. Everything Is Clear: ce lo ricordano loro stessi con il conclusivo R&B notturno dal groove liquido e sensuale. Una band dal potenziale altissimo a cui sfortunatamente è capitato di nascere in Italia. Così in molti avrebbero scritto dei Black Beat Movement nel secolo scorso, utopisticamente sperando comunque in un miracolo nonostante la "maledizione" geografica di cui sopra. Oggi, nell'era della globalizzazione e dell'interscambio culturale senza frontiere, forse, qualcosa potrebbe davvero essere cambiato. Distanze ridotte, circolazione e fruizione più rapide del proprio lavoro avvantaggiano chiunque in campo musicale. Di contro c'è, come è noto, il rischio di essere travolti da una offerta quantitativamente sproporzionata rispetto alla qualità che potrebbe soffocare anche i germogli migliori della nostra produzione nazionale. Sapranno i BBM giocare al meglio le proprie carte e avere la fortuna dalla loro? Per ora sono una splendida sorpresa: c'è forse dono più bello di una sorpresa? Il Black Beat Movement è in a beat odissey. Noi con loro. Sotto il palco.
 
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lunedì 10 giugno 2013

IL SECCHIO E IL MARE

IL SECCHIO E IL MARE
Pico Rama
- Ice Records - 2013

Qualcuno ricorda quel piccolo capolavoro di equilibrio e misura di suoni anni '70 con, parafrasando gente d'Appennino, "tutto lo sporco degli anni '90" che fu THE LAST TEMPTATION? Partire da un pregevole lavoro hard rock di Alice Cooper per raccontare un cd hip hop italiano che non tratti necessariamente di donne e motori potrebbe sembrare un controsenso o comunque  un azzardo; in molti però sanno di una antica, sana, passione di Pier Enrico Ruggeri per il maestro dello shock rock e notoria è la presenza di un allora dodicenne Pico al PalaGeorge di Montichiari nel dicembre del 2002 accompagnato dal padre Enrico. Quel disco al momento della sua uscita nel 1994 fu abbinato ad un fumetto ideato e sceneggiato dal maestro Neil Gaiman, celebre per la saga di Sandman, il quale seppe catapultare tanto il lettore quanto l'ascoltatore in una dimensione di incubo e vizio attraverso il personaggio del giovane Steven. Ora, non sappiamo se Emila Sirakova, brava artista di origine bulgara che ha realizzato l'accurata parte grafica del cd, fosse stata messa al corrente di tutto ciò, ma di certo il buon Pico Rama, memore della sua antica passione rock, avrà dato i giusti input affinché il sinistro direttore del "Theatre of the Real" presente sulla quarta di copertina del fumetto originale si trasformasse in un moderno mistico rastafariano alla ricerca della Luce e in continua, inesausta evoluzione. Prodotto da Marco Zangirolami, già al fianco di J-Ax, Fabri Fibra e Dargen D’Amico, ma soprattutto musicista apprezzato dalla famiglia Ruggeri per la sua recente collaborazione con la padrona di casa Andrea Mirò, il disco è uno psichedelico ponte spaziotemporale tra Occidente e Oriente in cui confluiscono sonorità contemporanee e classicheggianti, simboli e racconti di non sempre facile decifrazione, umori di un futuristico quotidiano e richiami a mondi perduti. Fin da Cani Bionici (Technotitlan), primo singolo estratto, è chiara la necessità del giovane autore milanese di trovare una felice sintesi fra passato, presente e futuro, assecondando sapere e trascendenza all'interno della ciclicità della vita. Uno sguardo a tratti asettico, comunque privo di particolari giudizi morali, che osserva, scruta, riflette e medita sul reale e le sue infinite potenzialità solo in parte espresse. Alcune volte in compagnia (Rosa Quantica con il featuring di Danti), altre in solitaria (Manitù, Thor E Fatima) il giovane Ruggeri non scorda le varie declinazioni dell'Amore prima di tornare a fissare l'attenzione su tutti quei momenti di transizione e crisi determinanti per l'essenza dell'individuo (Dopo Il Patto Rise, Modo Nuovo); dettagli e sfumature che, usufruendo di basi più ricercate del previsto, vengono illuminati da una luce nuova nel flusso incessante dei pensieri e delle parole. Se la vita è la sua scuola anche Pico Rama dà potere alla parola.
 
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martedì 4 giugno 2013

DISORDINE

DISORDINE
Cosmo
- 42 Records - 2013

Marco Jacopo Bianchi ha trentun anni, viene da Ivrea ed è da oltre due lustri il frontman dei quotatissimi Drink To Me, indie band di casa nostra capace di ritagliarsi un piccolo spazio in Europa attraverso l'indovinata miscela omogenea, tanto in voga presso le nuove generazioni d'Oltremanica e che trova estimatori anche sul territorio americano, composta aggiungendo un terzo di pop e un terzo di neopsichedelia ad una base di elettronica generata da synth e tastiere. Un po' a sorpresa, dopo aver rilasciato con la band un buon terzo album, nel dicembre del 2012 Marco decide di offrire in free download un tris di cover a nome Cosmo omaggianti due giganti della Musica come Lucio Battisti e Franco Battiato. Suoni profondamente sintetici, cantato in italiano, scelta mirata e non scontata delle canzoni, l'esordio dell'alter ego del signor Bianchi è apprezzabile e solletica l'attenzione di molti. Da lì alla pubblicazione di un album completo, privo tuttavia dei presenti natalizi, il passo è più rapido del previsto. DISORDINE è il frutto di una moderna one-man-band che vede nelle limature del sound engineer Andrea Suriani, presenza stabile nell'ultima incarnazione degli My Awesome Mixtape e già volto noto ai Drink To Me, la giusta pietra di paragone, capace con orecchio clinico di consigliare e correggere eventuali imperfezioni. Che l'interesse per suoni, beat ed effetti sia una priorità di Cosmo pare evidente fin dalle note introduttive di Dedica, sincera dichiarazione di intenti rivolta ad un ascoltatore che presto verrà catapultato e si smarrirà nella chimica decadenza morale di Ho Visto Un Dio, efficacissimo primo singolo del lotto. Eppure anche la parte testuale non è affatto lasciata al caso. Il passaggio dall'inglese alla lingua madre aiuta infatti l'artista piemontese a veicolare un messaggio chiaro e partecipe della quotidianità declinandolo secondo le musiche più attuali. Quella che ripetutamente si fa manifesta è una attenzione al sociale mai sopraffatta dalla retorica; uno sguardo anche disilluso che non si piega però ai partitismi del presente ed è capace anzi di reagire con forza, fosse anche attraverso una corazza di indifferenza, dinnanzi ad una secolarizzazione apparentemente inarrestabile. Una sorta di pensiero positivo che è già 3.0 nel sognante sound prodotto dalla coppia Bianchi-Suriani. Ecco La Felicità. Negli angoli sperduti, nei momenti più imprevedibili. Nel Continente che preannuncia una nuova era; nei Numeri E Parole dell'omonima, rivoluzionaria, canzone; nell'attesa di quell'erede protagonista assoluto di Esistere e concepito tra ansie ed aspettative comuni. L'ennesimo elettrizzante lampo nel caos generato da Cosmo è lo spaccato fallimentare descritto ne Il Digiuno, ma dopo le nuvole torna una volta ancora il sereno con la festa spazio-tribale della title track Disordine, come se gli Amari incontrassero Mory Kanté che si confronta con Battisti. Un disco notturno fatto di danze e campionatori, pensieri e parole; uno sballo multimediale per il cantautorato del prossimo futuro.

lunedì 27 maggio 2013

FRANKENSTEIN

FRANKENSTEIN
Enrico Ruggeri
- Anyway - 2013

C'era già andato molto vicino all'epoca di FANGO E STELLE e più ancora con la suite elettronica de Le Sette Sorelle contenuta nel mai troppo celebrato L'UOMO CHE VOLA. Oggi a distanza rispettivamente di diciassette e tredici anni Enrico Ruggeri porta a compimento il suo primo concept album con un plot narrativo di spessore ed una analitica visione ragionata sulla società contemporanea. In una foga creativa che ha pressoché coinvolto il solo Luigi Schiavone come ai pionieristici tempi di CHAMPAGNE MOLOTOV (1981), il cantautore milanese sceglie di raccontare l'uomo di oggi prendendo spunto dal romanzo ottocentesco per il quale ancora oggi viene celebrata l'allora giovanissima Mary Shelley. La storia del dottor Frankenstein alle prese con la sua creatura è specchio dei nostri tempi in cui si riflettono le nevrosi dell'animo umano, a partire dal desiderio egocentrico di vita eterna che, anche con l'aiuto della scienza, contrasta e sfida le leggi di Natura. Il superuomo di nietzschiana memoria, il moderno tema della diversità, la mai sopita lotta tra vincenti e perdenti confluiscono in un lavoro piacevolmente fuori dal tempo, e quindi per questo sempre attuale, che vede Ruggeri lavorare alacremente un intero anno alla ricerca del suono e della parola migliore, capaci di conferire all'album, come ci viene spiegato dallo stesso autore nel corposo booklet, tre chiavi di lettura. La prima di commento al moderno Prometeo della Shelley; la seconda atta a considerare ogni canzone un'opera se stante; la terza utile per seguire brano dopo brano i capitoli del romanzo breve L'Uomo al Centro del Cerchio allegato al progetto discografico. Così, quando La Nave salpa tra le onde, nella foschia, al suono del flauto traverso dell'amico Elio, ci troviamo catapultati in una dimensione di avventura che non prescinde da quella personale: Il Capitano è fotografia di tutti coloro i quali, mossi da curiosità e ambizione, sono pronti a ripartire per oltrepassare le colonne d'Ercole della propria conoscenza. Sono queste Le Affinità Elettive con un altro personaggio letterario, l'eroe omerico Ulisse, sottotesto al classic rock de La Folle Ambizione e nemesi dello stesso dottor Frankenstein impegnato nell'azzardato assemblaggio della propria creatura (Per Costruire Un Uomo). Pietosa preghiera pagano-superomistica è invece il pop-prog della title track che diventa un tutt'uno con il vertice musicale del concept. La cowbell anni '70, il chitarrone di Schiavone lanciato in un assolo, l'indovinato cambio di atmosfera centrale caratterizzano la strepitosa Aspettando I Superuomini, in equilibrio a metà dell'opera. A ruota trova spazio il singolo Diverso Dagli Altri, dalle liquide sonorità elettroniche già sperimentate nel 2000 e che ora ci conducono nell'antro dei pensieri più reconditi della Creatura. Qui Il Cuore Del Mostro, quasi una rallentata Notte Di Calore, pulsa e sanguina sotto una pioggia fredda, penetrante, mentre la minaccia si fa largo e prende forma. Gli sferragliamenti prodotti dal violino di Andrea Mirò in Ucciderò (Se Non Avrò Il Mio Amore) fanno il paio con il clangore sinistro de L'Odio Porta Odio e con la voce di Ruggeri filtrata meccanicamente ad urlare quella interiore del "mostro" ribellatosi al suo creatore. Dopo la tempesta ecco la quiete. Mentre guardiamo malinconicamente il tramonto una brezza leggera soffia ne Il Tuo Destino È Il Mio, eterna convivenza fra miseria e ingegno umani sottolineata dalla tromba dell'amico Billa. L'Infinito Avrà I Tuoi Occhi. E una lacrima scende su una fotografia in bianco e nero; la Creatura dall'altro capo del supporto ottico ci guarda mentre sbiadisce lentamente. La redenzione risiede altrove.

venerdì 24 maggio 2013

ANTROPOFAGIA

ANTROPOFAGIA
Patrizio Fariselli
- Cramps - ristampa 2013

È il 1977 quando un operoso Patrizio Fariselli, alle prese con i fortunati responsi di pubblico e critica legati al tour Anto/logicamente portato in scena dagli Area dopo l'esaltante viatico dei concerti al Teatro Uomo di Milano, rilascia il suo primo album solista per la DIVerso, collana dedicata alla musica improvvisata e al solismo creativo della già allora imprescindibile Cramps. ANTROPOFAGIA è quel vinile che ti puoi aspettare da uno sperimentatore, da un ricercatore deciso ad esplorare le potenzialità del proprio strumento sganciandosi da tutte quelle regole che il mercato impone. Ciò che non ti aspetti è che, con una delle sue tante mosse controcorrente, l'etichetta dell'amico-mentore Gianni Sassi decida di stampare e pubblicare l'esemplare in sole 500 copie, lasciando di fatto senza ascolto centinaia di appassionati. Non tanto forse i contemporanei di allora, quanto tutti coloro i quali, avvicinandosi nei decenni successivi alla proposta di Demetrio Stratos e compagni, avessero deciso di ampliare il discorso, andando a recuperare il materiale registrato dai singoli componenti al fine di comprendere meglio l'avventura programmatica della band attraverso le sue varie anime. In quell'enorme puzzle socio-musicale capace di vivere dall'interno una realtà fatta di ideali e riflusso restava un tassello vuoto che solo oggi viene riempito da questa attesa ristampa su cd rimasterizzata in digitale. Come ebbe modo di dire lo stesso Fariselli nelle note di presentazione al disco «l'improvvisazione in questo lavoro è vissuta in modo "coprofagico" inteso come momento di consapevolezza necessario per sfuggire agli "archetipi culturali che la società ci costruisce addosso"»; più che un monito una direttiva a tutti i suoi colleghi, quasi a voler indicare un metodo per evitare che il sistema ingabbi l'artista, suggerendo di muoversi certamente in forme aperte, ma pur sempre attorno ad un preciso progetto. In questa maniera dunque si sviluppano i sei episodi per pianoforte acustico e preparato (con, addirittura, una bistecca di manzo per Roastbeef, cacofonica opener in cui compare la chitarra di Marzio Zoffoli), tra sperimentazione e suggestioni che consentono ad una musica nuda, spesso cruda e spartana, di crescere progressivamente, concretizzando idee vincenti come nel caso di Scorie, brano licenziato adoperando le 32 note inutilizzate da Beethoven nella composizione di Für Elise, e in occasione dell'amplesso musicato che sta alla base di In-side-out-side. A chi pensa tuttavia che un lp del 1977 suoni oggi datato è consigliato l'ascolto di Antropofagia, title track di una attualità spaventosa. Echi di decadenza e malessere, vibrazioni e rumorismo primordiale costituiscono uno dei primi esempi progettuali di ricerca sonora senza accomodamenti mentre un corrosivo Antonin Artaud, personaggio da tempo caro a due spiriti affini come Pierpaolo Capovilla e Xabier Iriondo, partecipa attivamente attraverso una controversa registrazione del 1948. Non poteva esserci miglior chiusura. Per un'Arte senza tempo e senza compromessi.

giovedì 16 maggio 2013

ANARCHIA CORDIS

ANARCHIA CORDIS
Diego Nota
- autoproduzione - 2013
 
Esistiamo veramente solo se qualcuno ci ascolta. Così deve aver pensato anche il trentaquattrenne Diego Corda, un passato in prima linea con i laziali Ultimavera (e tre dischi all'attivo con la band frusinate), un presente che è una sfida e un futuro ancora tutto da decifrare all'interno di un panorama musicale che, saturo di proposte, fatica ogni giorno di più a premiare e a promuovere i migliori. Orecchiabile e ben confezionato come solo il pop di vertice riesce ad essere, intenso, crudo, a tratti irriverente come la migliore tradizione rock insegna, ANARCHIA CORDIS è il viscerale esordio solista, autoprodotto, del cantautore di San Giovanni Incarico, equilibrista delle parole e dei suoni, oggi assai più a suo agio con metriche e melodie dopo la separazione dalla sua band di origine. Libero ed emancipato da tutto e da tutti, Nota, polistrumentista autodidatta prestato al canto, trova nuovi stimoli in questa seconda vita artistica dimostrando a sé stesso prima ancora che agli altri di essere in grado di sbrigarsela da solo, mettendo a fuoco ragionamenti e intuizioni senza dover mai addivenire a compromessi con chicchessia. Le dieci canzoni composte nell'ultimo anno e mezzo sono lo specchio migliore per riflettere sulle indiscusse capacità del loro autore che non fa nulla per nascondere il proprio disagio e una irrequietezza di fondo nei confronti di una società in debito di ossigeno. Tanto in città quanto in provincia. Con la corrosiva San Pietro Calamitato va in scena uno dei tanti spaccati urbani sempre più comuni e diffusi che cercano un delicato punto di equilibrio con tutti i sacrifici e le arrabbiature del caso. Piccoli universi che confluiscono pure nelle Scene Della Vita Di Provincia in cui la lezione stilistica dei Marta sui Tubi viene messa a buon frutto attraverso un caos dialettico ben organizzato. Già con lo scattante pop rock di Anarchia Cordis avevamo intuito la propensione a una dettagliata trattazione socio-sentimentale basata sull'osservazione meticolosa del mondo che ci circonda e dei nostri sentimenti che su di esso inevitabilmente si riversano; lo stesso spirito analitico che si respira nella ricerca esistenziale di Rupestre e nella coraltà della melliflua Cosmonauta con Mariposa e Lucio Dalla meta d'arrivo. Ironico  nel tex mex sbarazzino benedetto dal Ponentino di Per Un Pugno Di Domeniche e in Antropoteca, ottimo singolo di lancio con Daniele Pulciani e Roberto Toti a macinare il ritmo, Nota è inarrestabile nella sua volontà di comunicazione, "per riprendersi la vita" e non smarrirsi più, come canta nell'intreccio chitarristico in compagnia di Giovanni Stracqualursi nella riuscita Canzone Per I Nostri Sei Piedi. E mentre la delicata descrizione famigliare di Radio Silenzio getta un'aura di malinconia chiude il cerchio Polvere Di Rospo, omaggio allo sperimentatore linguistico Tommaso Landolfi che diventa, anche alla luce dei recenti avvenimenti, un saluto agli Ultimavera i quali per primi decisero di inciderla nel loro ep d'esordio. Disco autarchico e d'autarchia il lusinghiero ANARCHIA CORDIS è un debutto che chiede ora un successore degno dei risultati raggiunti magari, è auspicabile per il suo stesso autore, potendo usufruire di un budget più sostanzioso, capace così di premiare l'ottima ispirazione concretizzatasi in questo 2013. Come si suole dire in questi casi? In bocca al...la lupa!
 
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mercoledì 15 maggio 2013

NOIANESS

NOIANESS
Giorgieness
- autoproduzione - 2013
 
Arriva da Morbegno, alle porte della Valtellina, il trio dei Giorgieness formato nel giugno del 2011 dall'agguerrita Giorgia D'Eraclea, voce e chitarra con un iniziale approccio ai palchi da cantautrice ribelle, e dal batterista Andrea De Poi, compagno di palco nonché di vita, che trovano nel bassista Samuele Franceschini il partner ideale per rifugiarsi in sala di incisione un anno e mezzo dopo e fissare su nastro i primi quattro brani ufficiali andati a completare il qui presente ep di esordio. Con grinta e sfrontata passione per tutto ciò che circonda le nostre vite, le canzoni dei Giorgieness sono piccoli racconti di intensa quotidianità vissuta sulla propria pelle minuto per minuto, registrate in presa diretta con gusto per la melodia e sincera adesione al collage rock dalle venature punk di Lemonheads ed affini. Mentre Sai Parlare ci riporta indietro di qualche anno all'esordio della splendida Cristina Donà di TREGUA, la luminosa Lampadari conserva tutta l'urgenza istantanea e senza tempo della gioventù che, consapevole del proprio passato prossimo, guarda al futuro, urlando un disagio esistenziale personalissimo eppure sempre più diffuso; lo stesso urlo neppure troppo sommesso di un Vasco Brondi al femminile o di un Giorgio Canali appassionato come non mai in compagnia di NOSTRA SIGNORA DELLA DINAMITE. Accantonati per l'occasione avant-garde music ed elettronica, Brian Burgan si mette al servizio delle band con le sue tastiere, colorando di spensierato flower pop la rabbiosa confessione amorosa di Magari Sta Sera, rock semplice venato punk, con quel confidenziale guizzo vocale che anche il giovane Lucio Battisti avrebbe gradito. Chiusura col botto grazie alla graffiante Brividi/Lividi la quale smussando le iniziali asperità superflue riesce una volta ancora a descrivere l'intensità di una condizione umana viva, ma tutt'altro che imperitura. Membro aggiunto al basso e indispensabile guida per ricreare l'impatto live anche fra le mura amiche del Morbid Sound Studio di Milano è il "pettirosso" Andrea Maglia, quarto allegro ragazzo morto al seguito della band di Davide Toffolo ed Enrico Molteni da un po' di tempo, nonché tecnico del suono old school, felice presenza in cabina di regia e in fase di arrangiamento. La perfetta sinergia tra la giovane promessa made in Sondrio e il frontman dei Manetti! diventa così un toccasana per tutti coloro i quali nella musica cercano l'anima anche nelle soluzioni armoniche più semplici; in attesa del futuro lavoro su lunga distanza, che a questo punto è giusto reclamare e attendere con impazienza per verificare se le promesse qui fatte verranno mantenute, pigiamo una volta ancora il tasto play e ci facciamo nuovamente rapire dalle note di Giorgia e compagni. Perché una sorpresa è proprio quello che vuoi quando meno te lo aspetti.

martedì 14 maggio 2013

L'AMORE È UN PRECARIO

L'AMORE È UN PRECARIO
Uross
- autoproduzione - 2013

In quasi tredici anni di carriera il monopolitano Giuseppe Giannuzzi in arte Uross è giunto al secondo lavoro discografico mantenendo un low profile che non ha affatto intaccato le sue buone doti di cantautore già in parte riscontrate nel precedente 29 FEBBRAIO (LO SQUILIBRISTA). Se però l'esordio discografico ufficiale, registrato in compagnia dei cosiddetti Anartisti per quella che in ultima istanza poteva considerarsi una band vera e propria dedita ad una canzone d'autore ricca sì di contaminazioni, ma mai realmente svincolata dalle maglie del pop rock, aveva fatto ben sperare il suo seguito è una piccola, significativa, rivoluzione. Dopo un paio di anni il progetto Uross torna infatti ad identificarsi con il solo rosso frontman che cappeggia ora sulla copertina de L'AMORE È UN PRECARIO. Accompagnato da Andrea Acquaviva al basso e Andrea Brunetti al pianoforte e alle tastiere, unici Anartisti sopravvissuti alla fatica precedente, Uross dà briglia sciolta alla sua passione mai sopita per un rock meticcio da cui trae linfa vitale e, con tanta buona volontà, allestisce un ensemble di otto elementi pronto a musicare le numerose storie da raccontare, una volta ancora punto di forza della sua vicenda artistica. Anche quando le cose non girano per il verso giusto come accade ad esempio nel singolo Claustrofobikronico, poco accattivante e inspiegabilmente scelto come brano di punta a scapito di episodi ben più concreti e funzionali a tale scopo. Maggiore impatto avrebbero avuto probabilmente canzoni già assimilate nei live come Chiedi Alla Polvere oppure episodi più enigmatici come Ego, da annoverare senza dubbio tra le migliori tracce del cd accanto alla seduttiva Noir, così ricca di suggestioni e fascino, e alla polverosa Cane Vagabondo, western desertico dal retrogusto new wave che pare tratto dal canzoniere litfibiano di Gianluigi Cavallo e dai Simple Minds di inizio anni '90, sospesa com'è tra i bassopiani del Sertão e il Joshua Tree. Anche Bu$ine$$, caratterizzata dall'Hammond di Brunetti, cavalca la felice onda del latin rock fiorentino caro al duo Pelù-Renzulli mescolandosi un po' a sorpresa, ma con risultati apprezzabili, con il crescendo sonico dei Marlene Kuntz. E se il riuscito tributo a Rino Gaetano concretizzatosi nella rivisitazione de Il Cielo È Sempre Più Blu, interpretato nelle battute iniziali à-la Dente meglio di Giuseppe Peveri, è un altro bel biglietto da visita, risulta altrettanto piacevole ascoltare le atmosfere del cantautore di Fidenza fondersi con quelle dei Negrita più recenti nel duetto con Angela Smeralda presente in Sto Così Scomodo Che Resto. Ancora un po' di pepe nel ritmato Flusso D'Incoscienza che fotografa la nostra condizione umana e infine tutti pronti a marciare cinematograficamente Al Mio Funerale. È tempo di percorrere nuove strade e andare Lontano, molto lontano. Verso l'infinito. Così, giusto per capire come andrà davvero a finire.
 
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venerdì 3 maggio 2013

POLAROID... DI UNA VECCHIA MODERNITÀ

POLAROID... DI UNA VECCHIA MODERNITÀ
Simone Piva & i Viola Velluto
- Gartin Records - 2013

L'ultima fatica discografica in ordine di tempo rilasciata dalla band friulana dei Viola Velluto è un esplosivo candelotto di rock vecchio stampo fabbricato presso il West Link Studio di Cascina, capace di ingannare l'attesa, grazie alle sue derive garage sanguigne e graffianti, a quanti attendevano un degno sequel al precedente, acerbo, lavoro d'esordio in studio CI VUOLE FEGATO PER VIVERE. Quattro istantanee compatte, ma ugualmente sghembe che testimoniano l'attuale, buono, stato di salute del trio capitanato da Simone Piva nei mesi precedenti la lavorazione del futuro cd previsto verosimilmente per il 2014. Avvalendosi di un divertente videoclip girato in un unico piano sequenza nella storica discoteca Al Lago di Cavazzo, spetta alla potente, e pure un poco ruffiana, Ok Man! fare gli onori di casa, rivelando senza troppi fronzoli una sana attitudine per il party rock più sfrenato e contagioso; a tratti perfino ballabile. Vamos Compañeros, con il suo evidente omaggio al Maestro Canali, si assesta tuttavia solo in parte sulla direttiva tracciata dall'episodio scelto a ragione per promozionare l'ep, preferendo piuttosto incentrare ritmi e armonie su un roboante grunge d'annata che bandisca scientemente ogni tentativo di artificioso divertimento ignorante e dozzinale per quello che, in ultima analisi, si rivela a sorpresa il momento cantautorale dell'intero lavoro, con le sue inquetudini e le sue mire rivoluzionarie. Deciso cambio di registro per Cronaca Di Una Fine Annunciata; è infatti forte qui il debito contratto da Christian De Franceschi e Omar Della Morte, rispettivamente basso e batteria dei Viola Velluto, con il reggae e la dancehall afro-giamaicane, almeno tanto quanto quello dei No Doubt confluito (e capitalizzato) nel singolone Hey Baby ormai una dozzina di anni fa. La versatilità del trio non comporta in ogni caso un allontanamento troppo marcato dai territori del rock più classico come testimonia l'ultimo episodio proposto nel quarto d'ora racchiuso nel sintetico book fotografico di queste polaroid. Fede Abbi Fede è così la dirompente risposta senza mezze misure ai Ministri, altro power trio metropolitano capace di esprimere il proprio malcontento sociale con una identità artistica ben precisa e riconoscibile. Ecco, questo è l'augurio che va fatto ai friulani: il raggiungimento di uno stile personale, efficace ed espressivo che non perda mai di vista la forma canzone. Una missione vera e propria, insomma. Forse, per ora, non finiranno nei manuali di storia della musica; tuttavia Simone Piva & i Viola Velluto uno spazio in un paio di recenti pubblicazioni editoriali rilasciate dagli scrittori Alberto De Poli e Matteo Strukul se lo sono già guadagnato. Per tutto il resto diamo tempo al tempo.
 

giovedì 2 maggio 2013

CECI N'EST PAS UN EP

CECI N'EST PAS UN EP
Sakee Sed
- Appropolipo Records - 2013

Cd. Ep. Cd. Ep. Realizzato e distribuito sempre con buoni risultati numerici quello che una volta veniva definito long playing, ecco che come di consueto è già ora per i Sakee Sed di mandare in stampa il (mini) lavoro successivo. Quasi una catena di montaggio artistico perfetta e sicuramente ben oliata. Per battere il ferro finché è caldo, ma soprattutto per concretizzare una esigenza compositiva urgente e, al momento, inesausta. Tra le giovani formazioni più creative degli ultimi anni non si fa fatica a citare il duo bergamasco dei Sakee Sed quali paladini di un garage rock nudo e crudo, scevro da compiacimenti e sotterfugi elettronici, lontano dalle mode hip hop del momento e con il cuore ballerino capace di trarre continua linfa vitale dalle radici del blues. Un po' White Stripes; un po' Tom Waits con una attitudine à-la Melvins, per un riuscito intreccio di sonorità spigolose e oblique, ma non per questo necessariamente grezze o prive di melodia. Quasi una factory sui generis, capace di mutare pelle tanto nei lavori in studio quanto nei live grazie al continuo innesto di ospiti cercati tra persone care ed amici, Marco Ghezzi e Gianluca Perucchini dopo il buon A PIEDI NUBI procedono spediti, proponendo nel nuovissimo vinile CECI N'EST PAS UN EP (grazie René) cinque pezzi registrati e mixati tra gennaio e marzo dell'anno in corso uniti ad un sesto episodio datato 2012, posto in apertura del lato A e con un inconsapevole debito nei riguardi dei Nomadi di metà anni '70. Boccaleone con il suo perentorio wurlitzer a garantire una costante progressione sonora, uploada infatti la lezione di Augusto Daolio e soci tenuta con GORDON, misconosciuto album psichedelico del combo emiliano, fregiandosi di un assolo ad opera di Guido Leidi che ne irrobustisce sound e ragione sociale. Heartbreakers. Alla lisergicità di questo episodio fa seguito la diatriba chitarristica de Il Mio Altereggae che, poggiando sulla sempre tonante batteria del barbuto Perucchini, trova modo di innestare fiati e vibrafono al calor bianco. Una passione antica per suoni robusti e saturi mutuati dal grunge emerge in tutta la sua distorta potenza sonora nel Metal Zoo gestito in società con Jonathan Locatelli mentre il divertissement da saloon di Jimmy È Perso Nel Delirio, dal vago sapore Verdena, fa da ponte ideale fra l'Olderifa Express e gli Strappi Bianchi posti in chiusura, parabola blues ripiegata su sé stessa con interessante coda strumentale. Neanche 20 minuti di musica per un lavoro rivelatore solo in parte di ciò che il futuro in casa Sakee Sed riserverà a loro e a noi. Forse manca il brano di punta, il guizzo vincente, quello capace di catalizzare l'attenzione come a suo tempo fece invece Bacco nel precedente ep omonimo; prevale piuttosto un senso di compattezza che è il nuovo punto di forza dei nostri, capaci di colpire come la folgore con la rapidità di un temporale estivo.
 
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martedì 30 aprile 2013

UN GIORNO DI FESTA

UN GIORNO DI FESTA
Statuto
- Le Foglie e Il Vento - 2013

30 aprile 2013. Una data che assume un doppio valore per la band ska numero uno in Italia e tra le più longeve del continente europeo. Correva l'anno 1983 e al Parco della Tesoriera di Torino, in occasione della festa del Primo Maggio, saliva sul palco un nugolo di giovani musicisti Mod destinati a divenire su scala nazionale punto di riferimento caratterizzante una città e un movimento intero, che a sei lustri di distanza da quella prima, rocambolesca, apparizione pubblica gode di ottima salute e festeggia oggi il suo (primo) trentennale con una nuova formazione, un nuovo album, una nuova agenzia di booking e un nuovo, caldissimo, tour. Il cavallo di ritorno è Alex Loggia, storico chitarrista del combo torinese già da qualche tempo di nuovo al fianco di oSKAr e soci, prima in coabitazione live con il transfuga Valerio Giambelli (passato a dare mano forte all'amico Danilo Sacco), ora solista a tutti gli effetti. Consolidata la collaborazione artistica con Ron, per l'etichetta del quale esce UN GIORNO DI FESTA, gli Statuto salgono sulle loro Vespa e, marcia in-granata, sono pronti a sprintare a tutto gas fin dalle prime note della spumeggiante title track, racconto di quotidiana complicità e solidarietà fra padre e figlio ai tempi della crisi. Con un occhio di riguardo sempre puntato sulla strada, maestra di vita e fonte di ispirazione, e l'altro sintonizzato sui rapporti interpersonali, l'accoppiata Giammarinaro-Loggia firma dieci dei dodici brani, tutti in grado di inserirsi tranquillamente anche in questa occasione nel solco della tradizione musicale della band. Sempre più matura e sempre meno allineata alle mode del momento. Ska, soul, brit-pop, R&B, rock: potendo contare su questo tipo di basi padroneggiate con invidiabile disinvoltura, è facile sperimentare e flirtare addirittura con la musica classica attraverso un arrangiamento per soli archi ad opera del maestro Ezio Bosso, ieri bassista della band, oggi stimato compositore internazionale. Nella antica Non Sperarci, qui cantata in duetto con Alessandra Contini a sostituire l'originale Lucia Tomasi, è lui a condurre il quartetto d'archi su ci poggia l'intera composizione edita nel 1987 come lato B del singolo Ghetto. Chi però dagli Statuto vuole ritmi decisi e fiati a profusione non faticherà a trovare sicuro ristoro sonoro dal divertito omaggio in levare per Rudy Zerbi contenuto in Rudy Playboy (cover degli oscuri Locomotive), così come dalla brillante Invisibile o addirittura lungo le stade percorse Pedalando Elegante in compagnia del Mod su due ruote Bradley Wiggins. Restando in ambito sportivo, nella scia tracciata dalla strepitosa Grande e dalla più recente Facci Un Gol si inserisce l'ennesimo ottimo ritratto di fede torinista: meritatamente questa è la volta di Giorgio Ferrini, Il Capitano per l'appunto, quello di lungo corso, uomo di indiscusso talento agonistico e ineccepibili qualità morali. Di calcio si parla pure in Intercity Firm, ma è con la pungente critica sociale della grintosa Colpevole Di Essere Giovane che gli Statuto alzano il tiro, rifiutando la massificazione del sistema gerontocratico in cui viviamo e rinnovando la propria fede modernista in Io Non Ho La Mia Età, una personalissima My Generation sui generis sbocciata all'ombra della Mole, tra Oasis e Paul Weller. E se Torino diventa protagonista de La Mia Città, la Madrid degli amici Mod spagnoli ne è la gemella portata nel cuore. In chiusura ancora una promessa che è pure rivendicazione salace di indipendenza da tutto e da tutti: Il Meglio Arriverà e sarà "tutto per noi". Che i festeggiamenti abbiano inizio.
 
un link al seguente post e il post stesso sono presente qui: http://www.statuto.net/ e, conseguentemente, qui (in data 17 giugno): http://ildiariostatuto.blogspot.it/

venerdì 26 aprile 2013

WHY HAST THOU FORSAKEN ME?
Universal Daughters 
- Santeria - 2013  

Ha un sapore lisergico, psichedelico, imprescindibilmente cosmico, raccolto e a tratti magico il debutto degli Universal Daughters. Combo sorto da un'idea di Marco Damiani e Marco Fasolo dei Jennifer Gentle dopo una lunga chiacchierata con Chris Robinson al termine del live italiano che i Black Crowes tennero a Vigevano nel 2011, esso va a coinvolgere pure il produttore Jean-Charles Carbone e Maurizio Boldrin, elemento ritmico fondamentale negli Anni '60 per I Condor e I Craaash e oggi impegnato alla batteria con i Mamuthones, in quella che può definirsi inusuale e sorprendente backing band per una pletora di prestigiose voci provenienti principalmente dagli Stati Uniti d'America. La finalità benefica in favore della Città della Speranza, fondazione patavina che finanzia il centro di oncoematologia pediatrica di Padova, è la ciliegina di richiamo sulla gustosa torta che Santeria e Rough Trade ci servono. È un disco di presenze questo WHY HAST THOU FORSAKEN ME?. Reali ed extrasensoriali. Il progetto si caratterizza infatti per il recupero di canzoni d'Oltremanica e d'Oltreoceano, il più delle volte fedeli agli originali, capaci di attraversare il secolo scorso (si va infatti dagli Anni '20 al principio degli Anni '80) con l'innesto di ospiti prestigiosi quanto inaspettati che caratterizzano con la propria performance vocale i singoli episodi. Ma c'è un alone, un'aura, una condizione di indefinibile contatto con l'aldilà che permea tutto il lavoro. I Hear Voices, rivela un Alan Vega al limite della possessione. Non si tratta di singoli casi; è la sensazione di insieme che tocca le anime più sensibili inebriandole di un profumo trascendentale. Forse è il riverbero sulla voce di First Of May, con il frontman dei Pulp Jarvis Cocker a sostituire Barry Gibb; oppure dipende dall'Hong Kong Blues cantato dal noto performer transessuale Baby Dee in vece di Hoagy Carmichael. Forse è il jazz soffuso e sempre evocativo di Midnight, The Stars And You che il crooner Al Bowlly pare aver cucito su misura per Lisa Germano ottant'anni fa; o magari è l'evocativo mantra del sud degli Stati Uniti che il già citato Robinson recita con la benedizione di Washington Phillips in I Am Born To Preach The Gospel riallacciandosi ad un filone tradizionale di innegabile fascino e vitalità a cui pare non sottrarsi l'ottimo Steve Wynn con la splendida ballad Psycho. Anche i Big Star di Alex Chilton non sono mai stati così spettrali con la loro Kangaroo come invece gli Universal Daughters, in collaborazione con Gavin Friday dei Virgin Prunes, riescono ad esserlo. Né Jerry Leiber e Mike Stoller hanno mai avuto un interprete capace di toccare corde così profonde in Is That All There Is? come al contrario fa l'ex Wall of Voodoo Stan Ridgway. Ritmo e dinamismo sostengono l'indiavolata It's Your Voodoo Working (lead vocals affidate a Mick Collins) tanto quanto tutta l'aura di inquietudine espressa da Pino Donaggio con la strumentale For The Last Time We'll Pray per il film Carrie - Lo Sguardo di Satana si conserva e viene, se possibile, amplificata. Portiamo avanti le lancette dell'orologio con Swamp Dogg. Passa il tempo ed è già sera; l'amore, la morte, la gioia, la tristezza, l'allegria e la depressione... Mother, tutto passerà.

lunedì 22 aprile 2013

M'ORS

M'ORS
M'ors
- Infecta / Calacas Records - 2013

Un equilibrista in bilico fra le note. Questo è Marco Orsini da Roma. Con il suo elettrizzante progetto M'ors compie un variegato excursus nel miglior cantautorato italiano che non disdegna la fruibilità per le masse, ma anzi si lascia di fatto contaminare pigramente da un piacevolissimo afflato pop capace di rinnovare gli stilemi del genere e sempre utile per arrotondare le spigolature e rimpolpare la melodia che, rispettivamente, il rock e il folk (a cui ci si rifà) portano con sé. Con un occhio al sud del mondo. A tutti i sud del mondo. Una patchanka di gran classe dunque per l'esordio di questo sestetto generatosi quindici anni or sono tra Roma e la Romagna. Potenzialmente ogni canzone ha tutti i crismi per divenire il singolo trascinante dell'album; scelta, questa, ricaduta su un fantasioso Rock-Co-Co-Co dalle pulsioni beat, ottimo esempio di pop rock d'Oltremanica desideroso di incontrare il folk punk sviluppato dai Green Day in Warning. Eppure non ci sarebbero stati problemi nel lanciare sulle piattaforme mediatiche la solare Eritrea, con il suo sound estivo e i suoi ritmi calypso-tropicali che fanno pensare a certe trovate dei quasi corregionali Ridillo; o addirittura la più impegnativa Il Re Nel Fango la quale, seguendo coordinate sonore care a Dente e rintracciabili anche altrove in compagnia de Il Mio Amico Gramsci, tratteggia la figura di un sovrano vanesio e compiaciuto di sé, ben poco disposto a scendere da un trono effimero, decorato con lustrini e paillettes. Non un solo momento di stanca: anche nell'interlocutoria, ma non per questo meno incisiva, Fantasia, Orsini, Ciuzz, Pica, Jack Tormenta, Piddu e Zena hanno trovato la giusta chimica affinché, grazie anche alla naturale collaborazione in sala di registrazione con Manuel "Max Stirner" Fusaroli (con Tormenta nei, anzi "i" Don Vito e i Veleno), le dieci tracce del platter funzionino nel miglior modo possibile. Semplicità è la parola d'ordine in casa M'ors. Bandita ogni forma di esasperato e complicato tecnicismo, è la Poesia a prendere il sopravvento, quella stessa poesia fatta di autentica spontaneità che ci fa vivere meglio tanto la spensierata leggerezza di una bella giornata di sole quanto l'espressionismo della stupenda Anima Nera, intreccio sincopato di chitarre talmente ben riuscito da essere stato preferito nella sua versione demo. E anche quando è la matrice sociale a connaturare le riflessioni del sestetto (l'incrocio avventuroso in acustico fra Subsonica e Mano Negra di Tutti In Piazza con il piano di Zena a imperversare; il precariato di coppia in Pericolante) è l'innata tensione al viaggio a manifestarsi una volta ancora. Il Lungo Viaggio di una donna africana scappata dalla guerra e sopravvissuta alle difficoltà che l'hanno infine condotta nel nostro paese. "Tra sogni di pace, amore e di un tanto atteso parto imminente."

mercoledì 17 aprile 2013

MALA TESTA

MALA TESTA
Alessio Lega
- A Buzz Supreme - 2013

Disco di storie, di luoghi e di anarchia. Così ci piace presentare l'ultima fatica di Alessio Lega, al quinto album del suo percorso cantautoral-militante comprendente anche un riuscito ep omaggio alle canzoni del professor Gianni Nebbiosi. Un personaggio simbolo delle più urgenti istanze sociali capace di mettersi sempre in gioco; ora con disinvoltura accanto ai funambolici Mariposa negli esordi del pluripremiato RESISTENZA E AMORE, ora con malcelata emozione e sanguigna deferenza quando si tratta di misurarsi con la grande canzone d'Oltralpe di Leo Ferré o "Tonton" Brassens. Abile costruttore di trame narrative (la ricercatezza formale di Isabella Di Morra su tutte), Lega viaggia attraverso la memoria collettiva e quella personale, fatta di libri, approfondimenti e indagini a tutto campo, scegliendo una carrellata di figure forse mai celebrate abbastanza eppure così ben radicate e rappresentative dell'italico sentire comune, utili per imbastire un discorso trasversalmente politico in cui è la tripartizione narrativa a suggerire le coordinate e a dettare i tempi del lavoro. Passione e attenzione sono le molle capaci di spingere una volta ancora le riflessioni poetiche dell'artista salentino là dove altri operano mediante più ampie pubblicazioni editoriali. Qua il racconto è necessariamente sintetico eppure parimenti descrittivo e felicemente compiuto. L'enigmatica scritta Frizullo sulle navi carretta in balia del Mediterraneo, le Risaie mollemente fertili ("i chicchi bianchi della fame nera") che  si estendono nelle terre d'acqua del Vercellese e della Bassa Novarese, il delitto Matteotti sullo sfondo della quotidianità familiare di un presente che si incarna fiero nel futuro sono l'ombelico di un mondo poeticamente credibile e condivisibile. Irriverente sindacalista con Ascanio Celestini in Monte Calvario e leggero cantore ne La Scoperta Di Milano, Lega approfondisce la tematica amorosa grazie all'amaro volo solitario di Icaro e a quello romanticamente rigenerante de I Baci, sviscerando ansie e aspettative comuni mettendone a nudo i tratti salienti. Esempio di folk song senza tempo, con dedica mirata al poeta Roberto Roversi, è poi Spartaco, omaggio al gladiatore tracio che assurge al ruolo di eroe contemporaneo, trasfigurato infatti nella quotidianità odierna di un precariato vissuto fra cantieri e lavori interinali e proprio per questo mosso, una volta ancora, alla ribellione. Per non soccombere. E mentre con Paolo Pietrangeli rivendichiamo Canzoni Da Amare e una voce ci suggerisce "Difendi L'Allegria!", è La Piazza, La Loggia, La Gru l'ennesima occasione imprescindibile di riflessione, civile e circostanziata, in cui realtà fra loro differenti si intrecciano nel flusso inesorabile degli eventi. Vola alto Alessio Lega, senza paura e come sempre lontano dalla retorica di questo o quel partito. Libero e battagliero. Coraggio, pietà non è morta.