venerdì 30 maggio 2014

HAVE YOU EVER BEEN?

HAVE YOU EVER BEEN?
In.Visible
- autoproduzione - 2014

Solitamente si tende a diffidare dei progetti solisti dei batteristi, non perché non si reputino in grado di comunicare e trasmettere emozioni senza la loro strumentazione principale, ma molto probabilmente perché si usa pensare il loro lavoro al di fuori della band di appartenenza come a un semplice diversivo, ad un divertissement occasionale, un modo come un altro per non restare con le mani in mano immettendo sul mercato un dischetto altrimenti non particolarmente degno di nota, ma capace di far fare qualche soldino in più anche nei tempi off del proprio lavoro principale. Non è questo il caso di Andrea Morsero, alias In.Visible, faticatore del ritmo per molte realtà provinciali come Stereo Plastica, Kali e, tra gli altri, i più quotati Emily Plays (di cui è da poco uscito l'interessante EVERYTHING WILL BE PURE AGAIN), ma anche dj di lungo corso delle notti sabaude con lo pseudonimo di Sir Heavy Soul. E proprio qui sta il punto. La capacità di sdoppiarsi in realtà ben distinte e a sé stanti come quella dei palchi su cui suonare da un lato e quella dei dancefloor dall'altro ha portato Morsero in oltre venti anni di esperienza a confrontarsi con realtà differenti nella forma, ma per nulla inconciliabili nella sostanza da un punto di vista di attitudine ed energia. Con HAVE YOU EVER BEEN? cadono una volta ancora muri apparentemente invalicabili, con la ritmica sempre al centro dell'attenzione e il groove mai sotto il livello di guardia. A ben vedere sono parametri ben noti ai Depeche Mode più all'avanguardia, verso i quali episodi come la perversa Leather, la fluttuante Feel e la glaciale The Second Way guardano con rispetto e ammirazione, e al David Bowie più sperimentale. Ma c'è quel tocco di melodia ben più artigianale rispetto a quanto proposto dalla corazzata del trio Gahan-Gore-Wilder, o dal sopracitato Duca Bianco, la quale presta il fianco a differenti suggestioni e a una più ampia e immediata fruibilità senza snaturarne l'essenza profondamente elettronica. Non stupirà ad esempio se ad Invisible si accosteranno certe soluzioni formali adottate tre decenni fa dai Matia Bazar mitteleuropei di inizio anni '80 quando, spronati dell'imprescindibile Mauro Sabbione, rilasciarono un uno-duo rimasto negli annali della musica come BERLINO, PARIGI, LONDRA e TANGO. Nemmeno coglierà impreparati l'omaggio alla prima ondata new wave italiana con Diaframma e Underground Life in prima linea. La stessa Stagén pare uno strumentale rimasto troppo a lungo nei cassetti - e ora opportunamente aggiornato - dell'Eneide musicata in quegli stessi anni dai Litfiba con la compagnia Krypton. Ma ancora: Kraftwerk, Nine Inch Nails, The Cult, il Billy Idol neuromante del tanto vituperato CYBERPUNK, U2, i Joy Division che si apprestano a divenire New Order (Fingers), i concittadini N.A.M.B.; tante sono le influenze e le (nuove?) passioni di Morsero che hanno saputo flirtare con ottimi risultati tra rock e elettronica. Oggi riescono ad emergere senza filtri,  per ciò che sono: momenti di curiosità e ricerca personale, ma anche di sperimentazione sonora alla scoperta di una nuova pelle, complice l'isolamento lavorativo che la periferia di Nicosia, capitale cipriota presso cui è stato composto il cd, ha offerto a In.Visible. A Lele Battista va invece il merito di aver creduto nel progetto e di averlo portato a compimento concretizzandolo tra le ombre del suo studio senza dimenticare il proprio passato di sintesi e pop. La riprova è la chiusura à-la Brett Anderson di Under, velata ballad malinconica dal sapore agrodolce, contenente tutta la gioia per l'attesa di un nuovo incontro.
 
un link al seguente post è presente qui: http://www.facebook.com/invisible013 e qui: http://www.facebook.com/andreamorsero

giovedì 29 maggio 2014

IL NOME DI LEI

IL NOME DI LEI - EP 
Il Nome di Lei
- autoproduzione - 2014

Cinque canzoni diluite in soli sedici minuti. Così si presentano i rinnovati Il Nome di Lei dopo l'abbandono del chitarrista Marco Moro e il cambio di ragione sociale stampato in bella evidenza sulla copertina di questo secondo - omonimo - ep che succede al precedente ANECOICI rilasciato sotto il moniker Ehrenaim. La band milanese si presenta oggi come irrequieto power trio con il compito di correggere attraverso i nuovi brani le ingenuità di fondo manifestate in passato e stupendo al tempo stesso per l'inatteso cambio di rotta sonoro che IL NOME DI LEI rivela fin dalle prime note. Abbandonate le distorte spigolosità noise dell'esordio è un pop rock di facile ascolto, fruibile e già ampiamente sfruttato da Modà e Negramaro nelle puntate meno irruenti del loro repertorio, a prendere il sopravvento seppur con una leggera venatura di oscurità - come l'opener Ancora Non Ti Arrendi mette ben in evidenza tra suoni sintetici e linee melodiche piane, per nulla sfacciate - che non guasta mai, quasi a sottolineare l'esistenza di mondi (e ascolti) diversi rispetto al groove fluido prodotto e arrangiato da Stefano Clessi, deus ex machina per il nuovo corso. Chitarra, basso, batteria. Una tastiera. Marco Sambinello, Alex Favaro e Samuele Botter scelgono di ripresentarsi senza troppi fronzoli, affidandosi ad un matematico 4/4 e plasmandosi sempre molto delicatamente, accordo dopo accordo, nota dopo nota. Le rotondità di una musica moderna che al giorno d'oggi va per la maggiore accentua senza dubbio il potenziale commerciale del trio meneghino; il lavoro è ben confezionato e in sala di incisione ci si è mossi in questa direzione anche in sede testuale. Non si sgomita per farsi notare oppure per conquistare uno spazio; semplicemente ci si sdraia con estrema rilassatezza sul selciato e ci si appropria di quella superficie di diritto, in modo molto naturale. La concisa Così Fragile è un mancata scheggia punk che qui viaggia piuttosto sulle stesse frequenze di Tiromancino e Niccolò Fabi come se la spensierata certezza di una idea si sgretolasse dinnanzi alle preoccupazioni e alle disillusioni del quotidiano. Piace la sospensione lunare di Crema, atipica sentimental song di matrice British che riporta alla mente i N.A.M.B. di Davide Tomat con synth e voce arpeggiata in bella vista. È l'amore la cosa più importante al mondo? Il testo di In Un Colpo ha il pregio di offrirsi a più letture, non ultima quella decisamente noir di un omicidio (mancato?) tra innamorati, lasciando così insoluta la questione. Spetta infine a Quell'Illusione chiudere il cd continuando l'indagine sul sentimento iniziata poco prima e perseguendo attraverso soluzioni musicali conservative una ricerca interiore che pare impellente e carica di aspettative. Tutto molto gradevole, ma troppo poco personale e con l'incognita live da rivedere dato che presumibilmente certe asprezze levigate in studio compariranno sul palco per necessità e naturale costruzione delle canzoni. Come rivedere una persona cara dopo tanto tempo e scoprirla uguale a quando l'avevamo lasciata. Del resto siamo tutti, chi più chi meno, alla ricerca di una identità; con le mani in tasca e i pensieri che si affastellano nella mente.

martedì 27 maggio 2014

PRENDITI QUELLO CHE MERITI

PRENDITI QUELLO CHE MERITI
Gnut
- INRI - 2014

Si è fatto menestrello a tratti più solare il buon Claudio Domestico. Che sia stata decisiva la collaborazione con Dario Sansone dei Foja in occasione del progetto parallelo Tarall & Wine (per avere uno spaccato della vera musica partenopea contemporanea che - giustamente - non rinuncia alla tradizione un ascolto obbligato è senza dubbio il loro L'IMPORTANTE È CA STAJE BUONO) oppure più semplicemente una decisa e naturale evoluzione di un musicista giunto ormai al terzo, fatidico, album non ci è dato sapere. Quel che è certo è che finalmente con PRENDITI QUELLO CHE MERITI Gnut riesce per la prima volta a offrire all'ascoltatore una tavolozza di colori assai più variegata rispetto al recente passato, stimolando la curiosità, favorendo l'ascolto e gettando le basi necessarie per soffermarsi con più attenzione su un lavoro fatto di canzoni complete e compiute, sempre personali, ma capaci di assumere quel carattere universale che, in ultima analisi, resta uno degli obiettivi primari della canzone cantautoriale con la C maiuscola. Abbandonate le atmosfere notturne del precedente IL RUMORE DELLA LUCE Domestico non rinuncia tuttavia a circondarsi di collaboratori capaci di favorire con il proprio tocco artistico contributi musicali sempre decisivi anche quando minimali. È anche per questo che canzoni semplici, artigianali, nate verosimilmente per sola chitarra e voce, come ad esempio Torno e Fiume Lento, sono baciate da più rigogliosi arrangiamenti collettivi che le arricchiscono donando loro profondità sonora e ritmicità. Ma dicevamo anche di una ritrovata spensieratezza e solarità. Ecco allora Dimmi Cosa Resta, il singolo Non È Tardi, la title track Quello Che Meriti risolversi in un legittimo tentativo di ampliare il proprio raggio d'azione aprendo, seppur sempre con circospezione, le porte a quel mondo così complesso che per Gnut è sempre stato sinonimo di provvisorietà, ma che oggi pare essere assai meno ostile rispetto al passato. C'è la spinta a migliorare e a migliorarsi; il tentativo di guardare con maggiore serenità negli occhi il prossimo, facendo scorte di poesie per affrontare il viaggio. Con accorgimenti minimalisti e raffinati (Universi) gli interrogativi di una vita si fanno assai più fruibili anche in favore di un pubblico, se non proprio di massa, comunque più generalista che fino a questo momento ha sicuramente ignorato l'esistenza del cantautore napoletano. Non sappiamo quanto la sua caparbietà nel rivelarsi tra le sette note lo aiuterà a far breccia presso le nuove generazioni, ma di certo il suo deciso e continuo istinto a mettersi in musica è segno di una rinnovata e costante apertura nel perseguire i propri obiettivi. Per sé stesso certo, ma anche per chi crede e ha creduto in lui. Come il buon Alessio Russo. Musicista mite e schivo che attraverso la sua semplicità e bravura ha saputo sempre farsi amare da tanti per rimanere - immortale - nei cuori di tutti in queste cronache musicali 2.0.

venerdì 23 maggio 2014

THE ESCAPE THEORY

THE ESCAPE THEORY
Club Voltaire
- La Fleur - 2014

Rock'n'roll o ballate che siano le canzoni della teoria della fuga rappresentano alla perfezione un ottimo viatico per riconciliarsi con la buona musica. D'autore e con la marcia in più; come quella della Citroën DS rappresentata ai piedi della torre Eiffel sulla copertina del cd, nostalgico ritratto di un'epoca passata, ma ancora viva nell'immaginario comune.   Ben prodotti, immediati senza mai essere scontati, i dieci brani (più un prologo orchestrato dall'ingegnere del suono nonché musicista aggiunto Matteo Cantaluppi) proposti dai Club Voltaire sono un bell'esempio di musica adatta per qualsiasi musicofilo incallito che imbattutosi un po' per caso nell'esordio discografico su lunga distanza del quartetto comasco si porta a casa un lavoro eccellente. Una musica che guarda molto anche Oltremanica tracciando un ideale - e idealizzato - parallelo spazio-temporale tra il lago di Como e i sobborghi urbani del Merseyside. I Beatles, il sergente Pepper e la swinging London emergono prepotentemente nelle impeccabili Rendez-Vous e Pieces Of Beach, senza avvertire il benché minimo peso di cotanto paragone. Ma potremmo parlare anche dei Jam e di Paul Weller, al quale vengono tributati gli onori nell'omonima traccia centrale del lavoro; di continui e pulsanti rimandi ai Secret Affair, a Elvis Costello e ai protagonisti del brit-pop di inizio anni '90 quando a contendersi le classifiche di mezzo mondo trovavamo Oasis e Blur. Proprio ad alcune soluzioni adottate dalla band di Damon Albarn e Graham Coxon pare rivolgersi il soul contaminato di Midnight Chance e certa esagitata spensieratezza di Don't! così come non vengono neppure trascurati i Primal Scream del periodo ROCKS. Poi, chissà per quale motivo, mentre continuiamo l'ascolto del cd ci vengono improvvisamente in mente immagini in bianco e nero di partite di calcio, del Torino, dell'Italia di Vittorio Pozzo (uscita per mano della Corea del Sud, neanche farlo apposta, ai mondiali inglesi del 1966) e dell'indimenticabile Gigi Meroni, amato campione, assoluto protagonista di un calcio romantico ormai scomparso e anticonformista per eccellenza. Genio e sregolatezza insomma. E ci troviamo a ipotizzare di quanto THE ESCAPE THEORY sarebbe potuto piacere alla Farfalla, da sempre amante della musica proveniente dalla terra d'Albione, che avrebbe apprezzato un complesso italiano dedito a fare concretamente proprie le pulsioni più alla moda provenienti dall'estero, rileggendole secondo le proprie sensibilità. Che poi fra i musicisti dei Club Voltaire ci sia un Meroni beh, è il colpo di teatro che non ti aspetti, il rimando insperato, il link tra passato e presente che sorprende, ma alla fine rivela semplicemente il filo rosso che unisce tutto e porta a compimento sensazioni e affinità nascoste. Club Voltaire: che bella scoperta! Chi ha già avuto modo di accaparrarsi l'ep ABOUT THE SURFACE si troverà ora fra le mani il sequel ideale, forse meno frenetico e di impatto, ma più a fuoco e curato, capace di aggiungere un nuovo tassello al percorso e alla crescita artistica della band lombarda. Senza essere necessariamente innovativi, ma avendo ben in mente il know how. Quando vintage e modernariato vanno  braccetto.

giovedì 22 maggio 2014

NI NA

NI NA
New Idea No Artist
- TdE Music ProductionZ - 2014

La nuova scommessa di Momo Riva e del TdE Studio arriva da Ferrara. È un duo. Si nutre di pop, ma vive di elettronica. NI NA è il suo nome in codice. Sta per New Idea No Artist ed è alle prese con la sua prima pubblicazione ufficiale. Un ep. Quattro brani. Due voci. Due esseri umani alle spalle. Giacomo Tebaldi. Luca Rizzo. Poi è tutto un tripudio di synth, cavi e processori per quella che nelle intenzioni del nuovo dinamico duo pare essere un lungo viaggio verso luoghi fantastici e irreali che solo un processo di ricostruzione mentale consente di visualizzare nella realtà. Un loop continuo e incessante che si abbatte sull'ascoltatore viziandolo e stuzzicando la sua fantasia. Qualche chitarrina qua e là, giusto per inseguire la linea del basso al solito usato alla perfezione per confezionare ed amalgamare il tutto. Un solo ospite. Le corde vocali di Alice Pisano, giovanissima nuova proposta della porta accanto alla corte degli Estensi. Con lei Columbus solca gli oceani sterminati dell'elettronica viaggiando costantemente a poche miglia dalle caleidoscopiche spiagge desertiche di un paradiso terrestre fuori dal cosmo. È il groove che avviluppa e non concede requie. È l'inconsapevole ricordo di una terra promessa che visitammo tanto tempo fa; il nostro già vissuto che torna prepotentemente a farci visita, sinuoso e affascinante. Così abbandonarsi alla corrente di beat e armonie diventa presto estremamente piacevole e rilassante rivelando una naturale predisposizione per le atmosfere più spontanee generate lungo questi risicatissimi duecentoquaranta secondi di alchimia sonora che connaturano l'ep. Catapultandoci in un'epoca senza tempo Bushido traccia nuove coordinate emozionali, rigide nella loro codificata linea comportamentale eppure espressive tanto quanto la sospensione notturna di Time Pollution, capitolo di ecologico europop che meglio mette in luce la concezione di internazionalità dei NI NA con quel riuscito scambio di idee in musica tra Air, i Nightcrawlers di John Reid, nostrani Serpenti e vocoderati Eiffel 65. Più algidamente marziale e dark, Hermund chiude i giochi rimandando per molti versi agli Amari posti sotto l'ala protettiva del Gran Master Mogol. Ed è già tempo di ricominciare. Nella voluta astrazione delle idee, nella sperimentazione analogico-syntetica, nella melodia leggera, ma energetica Giacomo e Luca trovano la via maestra per tornare rapidamente in studio e mettersi di buzzo buono alla lavorazione del sequel su lunga distanza. Fin qua hanno potuto deliziarci con uno stuzzicante aperitivo, ma l'attesa per le portate principali che ci sono state fatte pregustare, sostanziose e nutrienti, ora sono attese con maggiore impazienza. L'appetito vien mangiando. Allora Momo, scommessa vinta? Pare proprio di sì. E chi non è d'accordo si presenti in cassa e paghi il conto.
 

lunedì 19 maggio 2014

EX LIVE

EX LIVE
gianCarlo Onorato - Cristiano Godano
- Lilium Produzioni - 2014

È una questione di affinità. Una questione di affinità. Non ricordo più bene. Una affinità. Gennaio 2013. Esce per la Volo Libero Edizioni EX - Semi di Musica Vivifica, testo di formazione in buona parte autobiografico a cura di gianCarlo Onorato. Agosto 2013. I Marlene Kuntz tornano a raccontare la Bellezza secondo loro con NELLA TUA LUCE. Per una serie di casi fortuiti a completare un inatteso trittico di straniante tepore artistico capita a proposito, nello stesso arco temporale, l'acquisto alla cieca del dvd targato Cristiano Godano e Riccardo Tesio, Nel Vuoto - Il Reading di Terrore. Che ci si trovi di fronte a un inconsapevole polittico culturale organizzato su più fronti è una considerazione che cresce lenta in noi dopo aver completato rispettivamente ascolto, lettura e visione dei tre elementi sopracitati, ancora oggi in bella vista negli archivi di casa. Maggio 2014. A poco meno di qualche mese dai fatti qui sopra esposti ecco uscire per la Lilium Produzioni un album dal vivo pronto a sancire le molteplici corrispondenze del duo Onorato-Godano rivelatesi attraverso EX - Live, tour congiunto dei due frontman, la registrazione della data bresciana del quale è alla base di questo omonimo cd. Fedele testimonianza della serata condotta a due voci e molti strumenti (nb: ciao Alessio!) presso la Latteria Molloy, EX LIVE diventa l'occasione per celebrare in maniera minimalista e sussurrata "la storia sentimentale ed immaginifica di due artisti, simili e differenti al contempo, in dialogo fra loro", attraverso letture, riletture di classici e brani autografi. Non è un corsa contro il tempo che fugge, ma una più pacata e incisiva ricerca e determinazione continua di sé, un elogio affettuosamente malinconico per ciò che si è stati rivisitato a distanza di anni con gli occhi dell'oggi, con tutto lo scarto qualitativo assunto attraverso la crescita, sia essa fisica che intellettuale; il bagaglio di una esperienza sanguigna e sensuale raccolta, analizzata e messa a nudo attraverso ciò che il corso degli eventi e delle scelte consapevoli ha fatto di noi. Naturale trovare perciò tra gli accordi alla base delle canzoni che si susseguono senza soluzione di continuità ricordi del passato mischiati a lucide riflessioni di ragazzi maturi "in grado di viaggiare con la stessa fascinazione tra punk rock, musica contemporanea, cinema, avanguardie estetiche e filosofia della scienza". Sorprendente accorgersi di come, in ultima analisi, tutto questo gesto artistico, decadente e romantico insieme, ruoti costantemente intorno all'Amore. In ogni sua forma o deriva. Ecco dunque comparire l'Androide Mirna, Lou Reed e i Velvet Underground con Nico, la Musa dei Marlene Kuntz, il Neil Young solitario di HARVEST a bordo di un pick-up e il Nick Cave carnalmente fiabesco al timone della sua nave, in un susseguirsi di emozioni e occhi lucidi, scintillanti tanto di rimpianti (pochi) quanto di felicità (molta). Perché, chiosa del resto Onorato nella quarta di copertina del suo libro, forse ad aggiustare le sorti del mondo non basta la bellezza. Tuttavia essa vi contribuisce parecchio.

giovedì 15 maggio 2014

WEAPONS OF MASS DISTRACTION

WEAPONS OF MASS DISTRACTION - EP
1st Class Passengers
- Animal Farm - 2014
 
Quante (non convenzionali) armi di distrazione di massa circolano pericolosamente libere nella società d'oggi? Molte. Tante. Troppe. Esibite con ostentata superficialità oppure più subdolamente mascherate ci hanno lentamente sedotto fino a mutare il modo di vivere la quotidianità così com'era conosciuta anche solo un decennio fa. E hanno coinvolto tutti. Grandi e piccini, professionisti o semplici mestieranti dell'espediente, senza distinzione sociale o religiosa; anzi, paradossalmente attecchendo più presso chi fino a poco tempo fa faceva parte delle cosiddette classi disagiate che altrove. Dal vertice alla base insomma. E non hanno risparmiato nemmeno l'infanzia, invadendo luoghi e territori prima sacri e inviolabili. Emblematici sono in tal senso la copertina e l'etichetta adesiva del cd sfornato in questo scorcio di primavera dai 1st Class Passengers che vede tristemente dimenticate su un pavimento di autobloccanti un paio di appariscenti bambole, antico oggetto dei desideri, mentre le bambine loro proprietarie "giocano", umbratili e istupidite, con degli smartphone. Un riuscitissimo gioco grafico a cura dell'ottima Michela Fiorendi che evidenzia anche visivamente il raggelante contrasto tra un oggetto inanimato, ma comunque col sorriso sulle labbra - la bambola, e una vita umana che di per sé dovrebbe essere effervescente e carica di energie, ma che in realtà è già grigia e spenta fin dalla tenera età per scelte sconsiderati fatte da adulti a loro volta avviliti e depressi. È il buon senso dunque a parlare muto e silenzioso. Ed è la band anglo-bergamasca nata dalle ceneri degli Addicted (ça va sans dir...) a farsi portavoce di questo disagio sociale diffuso, nel tentativo se non proprio di spezzare questo circolo vizioso, almeno di porre l'accento sulla problematica. Solo cinque pezzi rilasciati attraverso l'etichetta inglese Animal Farm che già mostrano però la maturità di Lucian Beierling e soci, a loro agio tanto con la lingua inglese quanto con la scelta stilistica adottata e basata su un rock ritmico, ma decisamente strutturato. The Great Western Railway è il convincente biglietto da visita a cui fa subito seguito l'altrettanto azzeccata Groundhog Day. In una manciata di minuti i passeggeri di prima classe aprono il proprio bagaglio a mano e ne rivelano il contenuto. Senza grosse sperimentazioni, ma con perfetta capacità di sintesi rock, funk e ritmi in levare confluiscono e si amalgamano in un sound vivace, ma ugualmente spigoloso, capace di far muovere il piedino all'ascoltatore più navigato e la testolina alla sua accompagnatrice. Giocare a carte scoperte e non aver paura di farlo. Consapevoli delle proprie possibilità con un occhio all'Italia, e com'è giusto che sia, l'altro all'Inghilterra i 1st Class Passengers alzano la posta in palio rallentando con la vibrante Unknown Quantity, ricca di cambi di tempo e riff che sembrano uscire dalla fucina degli Incubus, giocando con atmosfere acustiche (Not Alone, Not Alone, Not Alone), pestando sull'articolato groove disco di Temporary. Molte sollecitazioni, tante cose da dire e un unico denominatore comune: la passione, quella vera, quella che brucia e arde costantemente energie rigenerandone sempre di nuove. Queste in estrema sintesi le peculiarità di una band che si spera riesca presto ad emergere, ritagliandosi un'ampia fetta di consensi non solo tra gli addetti ai lavori, ma soprattutto presso un pubblico ampio. Magari anche dozzinale, ma proprio per questo numericamente utile a smuovere qualcosa. Per spegnere un cellulare e riaccendere il sorriso al fanciullino che è in noi.

martedì 13 maggio 2014

WARSAW

WARSAW
The Gluts
- autoproduzione - 2014

Poi ci sono quelle band che fin dai primi ascolti su disco ti incuriosiscono a tal punto da volerle vedere dal vivo al più presto, per toccare con mano quanto di buono hai già potuto apprezzare dal cd selezionato nel lettore o, come in questo caso, direttamente dai solchi di un vinile. E sono quelle stesse realtà capaci di investirti (e "spettinarti") con un'onda d'urto roboante e fragorosa che resta impressa nella memoria per giorni ogniqualvolta ci si appropinqua sotto al loro stage. I The Gluts rientrano senz'altro in queste categorie emozionali, forti di un album d'esordio come WARSAW già maturo nei suoni e nella produzione a dispetto della giovane età dei suoi esecutori. Sul palco il quartetto milanese dal cuore new wave nero pece accentua, se possibile, l'irruenza sonora che il noise rock di brani come Please Be Patient With Your Dad (i primi Soundgarden centrifugati dagli A Place To Bury Strangers) e Don't Tease Me Please va a caratterizzare la loro energica proposta. Al pari dell'affascinante Claudia Cesana al basso (notevole il suo lavoro su Iceman) Nicolò Campana, bizzarro anello di congiunzione fra Ian Curtis e Billy Corgan, catalizza l'attenzione su di sé attraverso una convincente performance che ne esplicita i propri demoni personali, presto esorcizzati, evidenziando allo stesso tempo una tenuta a sette polmoni continuamente sollecitata e messa a dura prova dalla compattezza strumentale dei The Gluts, oggi cementata dall'innesto di Mattia Toselli, new entry alla batteria per tutto il tour in corso. Il continuo ricorso all'effettistica più appropriata è poi appannaggio di Marco Campana, stratega sonoro e figura chiave della band, in ultima analisi responsabile con le sue chitarre di quel suono volutamente saturo e lancinante capace di fendere vorticosamente l'aria e direzionare le forze centripete generate; siano esse di chiara matrice dark (Rag Doll) oppure maggiormente claustrofobiche (Vietnam). Eppure c'è una terza componente non meno importante che affiora decisa. È quella "psichedelicamente" shoegaze che si esprime nei ritmi rapidi e nelle dilatazioni strumentali su cui si innestano improvvisazioni situazionistiche solo in parte codificate dalle giornate trascorse in sala prove. È la parte più sperimentale di una giovane band conscia delle proprie potenzialità, slegata dalle facili sirene dell'ormai sempre più obsoleto indie rock e forse proprio per questo sorprendentemente briosa e solare; quadrata, ma multiforme, senza un target definito, ricettiva e aperta a differenti soluzioni. Desiderosa di esserci per il gusto cameratesco di esserci. In questo modo prendono forma composizioni tex-punk come la vibrante Bad Man, posta in chiusura di lato A, l'heavy abrasivo di Enemies e l'ipnotica ninna nanna stratificata Don't Believe In Fairy Tales completata un po' a sorpresa da un racconto scritto di proprio pugno direttamente dalla band, omaggio agli acquirenti di ogni singola copia vinilica di questo debutto. Quaranta minuti che scorrono veloci e indicano la strada da percorrere. Nuove lacrime di inchiostro sui nostri (e loro) visi. Un motivo in più per guardare alle proposte di casa nostra senza lasciarsi sedurre una volta ancora dall'iper-fertilizzata erba del vicino.
 
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lunedì 12 maggio 2014

7:59 ONE TO EIGHT


7:59 ONE TO EIGHT
MiG 29 Over Disneyland
- autoproduzione - 2014
 
MiG 29 Over Disneyland è un nome che non può di certo passare inoßervato. Titolari della curiosa sigla da oltre un lustro sono quattro ragazzi friulani che hanno deciso di unire le proprie forze sul finire degli anni '00 in un avventuroso tourbillon di suoni e colori. Con una prolifica e strategicamente folle attività discografica alle spalle che li ha già portati ad incidere ben quattro cd e altrettanti ep in solo cinque anni di attività, i Nostri hanno ritenuto opportuno battezzare il 2014 (e consolidare la nuova line-up bagnata dall'esordio neppure dodici mesi prima sull'irrisolto AUTOMATIC DAY) entrando per l'ennesima volta in studio e completando una nuova prova sulla lunga distanza nel tentativo di consegnare alle stampe il disco definitivo di questa fase musicale della band. Sì, perché se qui fanno ora la loro comparsa episodi nuovi di zecca come la punkeggiante Suite Tomb Alabamba, la più articolata One To Hate, capace di sprigionare neri bagliori grunge per nulla in antitesi con il febbrile dinamismo in levare di Static Brain, e la presa per i fondelli di Princess, è altrettanto vero che trovano ugualmente spazio brani - rivisitati e corretti - caratterizzanti le precedenti prove in sala di registrazione. Automatic Day si lascia oggi fascinare dalle sonorità elettroniche dei teutonici Liquido (chi si ricorda dell'hit single Ordinary Life?) rinunciando all'iniziale pesantezza grunge; No Money e London Scene, entrambi provenienti dall'ep 2&2 ISN'T 4, assumono una patina pop che non ne scalfisce l'originaria irruenza punk, ma ne smußa semplicemente gli angoli più spigolosi limando quelle asperità che ritroveremo comunque in sede live, dimensione dove forse la band continua ancora ad esprimersi al meglio. Anche Mechanical Children viene investita dalla rivoluzione sonora in corso; abbandonata una più scontata veste punk con cui fu presentata nel recente passato, per l'occasione l'opener del nuovo disco si tramuta in azzardato riempipista elettro-pop, maggiormente pulsante e di certo inaspettatamente funzionale all'obiettivo dei quattro tolmezzini. Quando dunque eravamo quasi certi di aver inquadrato l'attitudine dei "nuovi" MiG 29 Over Disneyland ecco che a scompaginare le carte in tavola ci pensano il sopraccitato pun fintamente mansoniano, ma soprattutto la conclusiva Fi Di Youth Dem, reggae-friulan-party-punk song davvero degna di lode, capace di mescolare senza ritegno in poco più di centoventi secondi italiano, friulano e inglese. Non nuovi a dimostrazioni di affetto nei riguardi della propria terra natale, pur essendo a qualche tornante di distanza da quell'Europa asburgica che già saltuariamente li ha accolti con entusiasmo, Alessandro De Cecco, Andrea Losanni, Alessandro Fusetti e Luca Rainis attraverso episodi di questo tipo dimostrano di aver individuato con (in)consapevolezza una dimensione personale, sedimentata nel proprio DNA, che potrebbe far fare loro il tanto agognato salto di qualità se percorsa con convinzione in barba a chißà quali cervellotiche ricerche di mercato e logiche di marketing. Una band eclettica ancora alla ricerca della quadratura del cerchio, ma che nella stabilità della propria line-up potrebbe aver trovato la prima pietra su cui costruire il proprio futuro. Libera di osare, senza schemi né preconcetti mentali o sonori.
 

mercoledì 30 aprile 2014

ID-LEAKS

ID-LEAKS
Black Beat Movement
- Back Movement Records - 2014

Un album. Otto pezzi. Trentacinque minuti. La scelta è stata fortemente voluta e ben ponderata. Efficace. Incisivo. Diretto. Come un pugno chiuso che ti colpisce e manda knock out. Così doveva suonare il nuovo lavoro del collettivo nu funk Black Beat Movement. E così è stato. Forti di un corposo tour, energetico e sempre ad alto voltaggio, che li ha visti protagonisti assoluti nel corso della scorsa estate fino ai primi rintocchi d'autunno (con tanto di ciliegina sulla torta grazie alla premiatissima esibizione presso lo Sziget Festival di Budapest) i sei baldi giovani capitanati dall'ormai riconoscibilissima voce di Naima Faraò, una vita in musica grazie agli insegnamenti di papà Ferdinando e zio Antonio, non hanno faticato molto a realizzare l'atteso seguito del promettente ep omonimo rilasciato lo scorso anno e che tanto ci era piaciuto. Presa la decisione di registrare un disco davvero nuovo, si trattava semplicemente di mettere su disco e dunque fissare in via definitiva quella goduriosa manciata di brani esclusi da BLACK BEAT MOVEMENT, ma già entrati di diritto nelle scalette dei concerti 2013, per poi assemblarli con alcuni inediti scritti appositamente per questo ID-LEAKS, nuovo parto sonoro dettato una volta ancora da quell'istinto creativo, coinvolgente e a tutto tondo alla base del sodalizio artistico del movimento Black Beat. Il funk urbano che si incontra con la drum & bass spruzzata di rock; il rap spalleggiato dal soul e innestato sulla pianta della black music; un suono meticcio, bastardo, come meticcio e bastardo è questo inizio secolo, capace di muoversi rapidamente a 360° sottopelle, arrivare al cervello attraverso i muscoli ed esplodere nel ritmo e nei battiti del cuore. Date queste premesse poteva forse l'ensemble lombardo risentire di qualche vuoto creativo? No di certo. Così, spinto dall'incalzante singolo The Trick (...Prince? Qualcuno ha detto Prince?!?) e dalla collaudata opener Break It il lavoro collettivo del gruppo prende presto il volo regalando continui incitamenti ed esortazioni, ora maggiormente graffianti ora più felpate, a credere nei propri sogni e soprattutto nei propri mezzi, nella propria persona; scossoni di energia continui, pungolo costante alle nostre insicurezze, contrappuntati da momenti d'atmosfera metropolitani (F-Love) e spunti di riflessione (la coinvolgente disamina sociale di All Trapped). Ottimo come sempre l'affiatamento dei musicisti, curata e indovinata la produzione di Livio Magnini. Difficile ipotizzare per questa band un eventuale futuro senza uno dei suoi elementi caratterizzanti. Il meccanismo è ben oliato e le affinità molto più che elettive. La capacità di confrontarsi e mettere a disposizione degli altri le proprie peculiarità è poi la fortunata chiave di volta per crescere innovando e rinnovandosi. Ognuno è di fatto necessario e indispensabile. Tanti tasselli, piccoli o grandi che siano, di un unico sfaccettato mosaico. Questi sono i Black Beat Movement. Questa la loro naturale identità. Il vero e proprio (id-lea)X Factor. E l'odissea beat continua... What A Gwaan?!?!

martedì 29 aprile 2014

NON DATE IL SALAME AI CORVI

NON DATE IL SALAME AI CORVI
Massaroni Pianoforti
- Musicraiser - 2014

Cosa si può dire di un album che in qualche modo si è visto inconsapevolmente nascere? Cosa si può raccontare di un disco la cui genesi è stata concepita nel corso di alcuni anni contraddistinti da manciate di live in equilibrio tra costante (dis)impegno e lucida follia? Cosa resta da aggiungere alle tante parole  di quelle serate alcoliche caratterizzate da buoni propositi e continui rimandi a giornate migliori? Oggi è la musica a parlare. Oggi sono le canzoni a farla da padrone. Quelle stesse canzoni uscite di soppiatto dallo sgabuzzino di casa Massaroni; fresche e irriverenti, leggere eppure dense di significato. Mai banali anche quando apparentemente superficiali. Il cantautonomo non è cresciuto. È sempre Gianluca, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Semplicemente ha trovato forse per la prima volta tempi e modi giusti per proporsi all'esterno, dopo anni trascorsi nel famigerato "moncolocale rosso". Galeotto fu probabilmente quel paio di live nel centro di Pavia in compagnia dei Marta sui Tubi, una due giorni vissuta a stretto contatto in particolare con Giovanni Gulino nell'autunno del 2011 che all'indomani della nascita dell'ormai ben noto portale di crowdfunding Musicraiser si sarebbe ricordato del collega vogherese. E il discreto, ma continuo passaparola tra i non addetti ai lavori, spesso assai più ricettivi di chi dovrebbe suggerire al grande pubblico ascolti di qualità anziché lasciarsi condizionare da logiche mercantili senza futuro. Così, a distanza di un lustro dal già incantevole L'AMORE ALTROVE e grazie appunto al contributo dei lungimiranti raisers citati nel booklet dell'album, ecco undici nuove canzoni (e una dolceamara ghost track finale) fissate su cd, pronte a raggiungere finalmente non solo la vecchia guardia, ma una (folta?) schiera di nuovi sostenitori sparsi in tutta la penisola. Senza distinzioni di sorta. Perché NON DATE IL SALAME AI CORVI è nella sua sincera provincialità uno spaccato concreto e reale del tragicomico nazionale in cui viviamo. Quello vissuto in preda ai fumi dell'alcool anche dal protagonista della sorprendente hit d'Oltrepò Carlo (Il Passato È Passato) e quello gettato alle ortiche dalle numerose pedine sedotte da La Dama Bianca; gli stessi istanti di grottesca malinconia cantati, guarda un po'?, in Provinciale. "Grazie alle bozze di testi corteggiati anche per mesi imparavo accordi per dar loro una voce credibile, senza spartiti e senza tecnica, ma solo schiacciando la tastiera un po' qui un po' là e con una strofa da far suonare vera. Ripeto: non necessariamente bella, ma vera, autentica, vulnerabile e per questo - per me - inattaccabile." Questa è la differenza sostanziale tra Massaroni Pianoforti e gli altri: la credibilità. Quella verace, sincera, senza filtri. Merce rara, artigianale, quotidiana, ma che abbonda da queste parti. Istintiva e naturale come la spensieratezza trafelata e agrodolce di Ferie D'Agosto; menefreghista come la rabbia di rivalsa che contraddistingue ogni Una Buona Occasione andata male. Ironica quando le circostanze lo richiedono (Ornella); disarmante e furtiva come Due Amanti che si incontrano Alla Fermata Del 33 quando meno ce lo si aspetta. E infine capace come sempre di un tocco di classe come è Lavanderia A Gettoni, orchestrata da Maurizio D'Aniello e destinata ad essere annoverata tra le composizioni migliori del canzoniere di Gianluca negli anni a venire. "Ho passato molto tempo a scrivere e a riscrivere in solitaria tonnellate di parole in pentagramma senza pensare che un giorno sarebbero potute diventare la mia unica ragione di vita." Forse siamo giunti davvero ad una svolta nella vita artistica del vogherese. Non più solo "semplici" canzoni dallo sgabuzzino, ma autentiche melodie senza tempo e genuine perle da un patrimonio musicale contemporaneo in divenire. I Giorni Si Avvicinano. Il nostro cantautorato - e il nostro cantautonomo di fiducia - hanno oggi più che mai bisogno di noi. Sosteniamoli.

lunedì 28 aprile 2014

COMMODOR

COMMODOR
Quiet Confusion
- Go Down Records - 2014

Quando capitano tra le mani dischi come questo COMMODOR non resta che fare una cosa: alzare il volume e lasciarsi scuotere dalla potenza sonora sprigionata della band di turno. Il quartetto veneto dei Quiet Confusion è solo l'ultima in ordine di tempo fra le promesse dell'agguerrita Go Down Records, da sempre intenta a promuovere un rock sincero ed esuberante, senza troppi fronzoli, carico di energia e sfrontata irruenza. Il veterano Dome La Muerte e i suoi Diggers, i brillanti rockers Small Jackets, i trevigiani OJM sono solo alcuni esempi di proposte uscite in questi anni dal cilindro dell'etichetta romagnola mentre la band fondata da Mattia Stefani cresceva a suon di prove e concerti. Giunti al secondo lavoro dopo il precedente cd JUNGLE e un artigianale ep d'esordio datato 2009, i Quiet Confusion inanellano una volta ancora una manciata di brani ad alto voltaggio spingendo sull'acceleratore se necessario e mettendo in evidenza il suono dinoccolatamente sfacciato cui ci hanno abituato con i precedenti lavori. Costruite su riff semplici, ma di sostanza le nove canzoni che compongono COMMODOR affondano le proprie radici nel vizioso garage rock che ha sempre deliziato le orecchie di impavidi ragazzini brufolosi di mezzo mondo nei loro assolati pomeriggi estivi, imbastardito da uno stoner massiccio e cresciuto tra accenni di proto-blues e festaiola indole punk. La sghemba Freak Out, le concitate stilettate di From East To West, la roboante carica sprigionata da Fat Flowered Smoking, i magici tribalismi doom a ritmo di slide caratterizzanti El Indio sono le nuove carte giocate senza troppi calcoli dalla band che nell'affiatata coppia ritmica Tommasi-Lonardoni e nella voce grunge del confermatissimo Antonio Cortina pesca il classico jolly capace di personalizzarle con matura padronanza dei propri mezzi. Già il ruvido singolo Livin' With The Sun, incendiario biglietto da visita proposto da tempo nei concerti, inquadra le coordinate entro cui la nuova release si muoverà. Ma è il suono chitarristico tutto a convincerci e a prendere il sopravvento, tracciando al tempo stesso idealmente un ponte spazio-temporale con quegli Stati Uniti d'America che oltre un ventennio fa seppero spazzare via come un ciclone la paccottaglia di pop scadente propugnata dagli anni '80 anche in campo rock. È questa la forza, ma per qualcuno purtroppo anche il limite, della Confusione Silenziosa; quella di non essersi affatto allineati alla "musica di Stato" propugnata oggi a spron battuto da tv e media ufficiali, ingannevolmente consolatori e così spesso seguiti acriticamente dalla massa, e avendo preferito piuttosto mantenere vivo quell'artigianale sacro fuoco artistico capace di incendiare i pensieri, dare smalto alle idee e illuminare con costanza coerenza e convinzioni. A volte non essere in linea con il pensiero comune è molto più di uno scotto da pagare; ma la soddisfazione nella resistenza e nel perseguire la propria passione con risultati comunque lusinghieri vale molto più di quei warholiani fifteen minutes of fame fino ad ora - purtroppo - mai negati a nessuno.

martedì 22 aprile 2014

AVREI

AVREI - EP 
Dan Solo
- autoproduzione - 2014

"Aspettando CLASSE A". Così potrebbe sottotitolarsi questo brevissimo ep rilasciato a primavera inoltrata da Daniele Ambrosoli, meglio noto come Dan Solo, celebre ed indimenticato bassista per gli storici Marlene Kuntz e fondatore - in compagnia di un altra figura importantissima del rock piemontese come Franz Goria - del progetto Petrol. Un piccolo omaggio a quanti, attraverso il crowdfunding, hanno creduto in lui fin da subito, allorquando tempo fa si era sparsa in rete la notizia di un disco solista del lungocrinito bassista sabaudo. Tre sole canzoni che rendono in parte l'idea di quanto verrà pubblicato il prossimo autunno, ma lasciano al tempo stesso un'aura di mistero e attesa. Un assaggio dunque, giusto per stimolare l'appetito di tutti coloro i quali non hanno dimenticato il passato musicale di Mr. Solo costellato da decine di concerti su e giù per lo Stivale e anzi si sono incuriositi di fronte alla sua nuova proposta. Visto il risicato minutaggio è difficile definire in maniera esatta quello che sarà; di certo la sorpresa attuale è la voce di Ambrosoli, per la prima volta sotto i riflettori col suo naturale rotacismo che ne caratterizza da sempre anche il parlato. Un voce non da "talent" e anche per questo assai ben più espressiva e comunicativa di tante figurine da salotto. Una voce rimasta nascosta a lungo e che ora trova gli scritti giusti per ritagliarsi uno spazio unico, variegato e spontaneo, ad uso e consumo di un lavoro imprevedibile e inaspettato, per un piacere personale sconfinato presto nella condivisione esterna. Dicevamo, tre sono le canzoni scelte e veicolate oggi con AVREI. Una quarta (Nato Lì) era comparsa mesi fa sulle pagine social di Ambrosoli, ma qui non ha trovato spazio e non è chiaro se farà parte del lotto di undici tracce che andranno a comporre il cd/lp autoprodotto con Musicraiser. Spetta così al taglio narrativo di Nuovo Cinema Italiano, voluttuosa e ricercata, restituire le prime positive impressioni, con gli strumenti mai eccessivamente invasivi, ma piuttosto appoggiati a quelle parole scelte con cura e attenzione dal loro autore in un racconto evocativo sui rapporti di coppia. Con Christian Coccia e Roberto Sanna alle chitarre e Filippo Cornaglia alla batteria l'amalgama sembra già buona anche se la vera cartina di tornasole sarà come sempre l'ennesima prova live attesa nei prossimi mesi. Atmosfere elettricamente liquide e cantautorali per la lenta Stella Di Luna, capace di divampare tra le sue distorsioni prima di ricomporsi cheta nel finale "perché la consapevolezza è una strada tortuosa, difficile e inesorabile; senza inizio e senza fine" afferma Solo. In Avrei è presente invece la più marcata consonanza con il proprio luminoso passato; melodica e narrativa, la title track è la riflessione a cuore aperto di un uomo con lo sguardo ormai rivolto sempre più ad est, ad oriente, là dove le prime luci dell'alba annunciano costantemente un giorno nuovo, una rinascita e una vita nuova, la stessa alla quale anela un determinato Ambrosoli. Al suo fianco, alla produzione artistica, un nome che è una garanzia: quel Marco L. Lega protagonista nella stanza dei bottoni di una stagione musicale forse irripetibile, tra coraggiosa lungimiranza e naturale predisposizione ad osare. La perfetta conoscenza tra i due è alla base di questo nuovo e mai interrotto sodalizio; una premessa utile per accedere ai segreti emozionali della futura CLASSE A.
 
un link al seguente post è presente qui: http://www.facebook.com/dan.solo.75 e qui: http://www.facebook.com/dansolodan68

mercoledì 9 aprile 2014

MISTER ORANGE

MISTER ORANGE
The Elements
- autoproduzione - 2014

Coloro i quali amano sonorità aggressive, dirette e sferzanti che tuttavia non disdegnano la melodia accarezzata da una neanche troppo leggera patina (power) pop sono serviti: i monzesi The Elements hanno il disco che fa per loro. MISTER ORANGE si inscrive perfettamente nel solco di band americane ben più blasonate come Foo Fighters, 3 Doors Down, Fall Out Boy e American HI FI, senza rinunciare a quei piccoli accorgimenti stilistici che possono garantire un ampio airplay. Insomma un background hard n'punk e un forte impatto muscolare che trovano il giusto equilibrio con il rock radiofonico in FM mai troppo accettato dai puristi del genere, ma decisamente gradito alle orecchie del pubblico medio italiano (e non solo). La scelta di cantare in inglese è senza dubbio una buona soluzione e neppure la più scontata: Marcello Puglisi è fra l'altro perfettamente a suo agio nel ruolo di vocalist, supportato dal poderoso drumming di Andrea Sparacino e dallo sfrontato basso di Giancarlo Masoli su cui hanno buon gioco i ritmi serrati delle chitarre di Stefano Gerosa (solista) e dell'ultimo arrivato Matteo Montagna (ritmica). A convincere più di tutto è la compattezza del combo lombardo che si getta nella mischia senza troppi pensieri, aprendo gli ampli e scaricando decibel su decibel fin dall'accoppiata iniziale Mister Orange / Americana che virerà nel finale sull'onesto alt rock d'Oltreoceano Your Face No More. Si capisce che i Nostri hanno ascoltato musica a vagonate e non vedono l'ora di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti; nota di merito per la coinvolgente Get Drunk In The U.K., quasi un omaggio alla scena sleaze scandinava, Hardcore Superstar in testa, e alla padronanza dei propri mezzi ben messa in luce dalla produzione di Alessandro Azzali (ex Burning Defeat) presso l'Alpha Omega Studio di Como mentre man mano che procediamo con l'ascolto del cd le sonorità si fanno sempre più pesanti. Piacciono - e molto - The King (vi immaginate uno scapestrato Bryan Adams nell'estate del 1969 su un mid tempo infarcito di chitarroni emo-grunge?!?), il punk ultravitaminizzato di Something In Summer e la devastante Wasting Time, pura adrenalina in musica replicata dalla gemella Reazione - in realtà versione originaria della stessa, qui posta in chiusura di lavoro come bonus track a mo' di suggello conclusivo. Unica nota stonata la mediocre Miserable Song, ballad mancata e, a ben guardare per i gusti di chi scrive, jolly sonoro non troppo a fuoco che avrebbe meritato probabilmente un sound più intimo e acustico per lasciare davvero il segno e non la voglia di passare oltre. Ma poco importa. Di carne sul fuoco il quintetto ne ha messa davvero tanta. Confezionato con una cura maniacale per i particolari MISTER ORANGE è il disco che non ti aspetti per tutti gli appassionati di musica robusta, una volta ancora non supportato dalle principali etichette, ma capace di centrare il bersaglio a differenza di molte altre produzioni di settore maggiormente sponsorizzate. Ora non resta che trovare e provare a guadagnarsi il giusto spazio. A sgomitare i The Elements non ci pensano certo due volte!? Riusciranno nell'impresa?

martedì 8 aprile 2014

PAOLO SAPORITI

PAOLO SAPORITI
Paolo Saporiti
- Orange Home Records - 2014

Paolo Saporiti è ormai una realtà consolidata. Paolo Saporiti è una certezza. Paolo Saporiti è il prototipo del cantautore moderno dal respiro internazionale che sa fondere melodia italiana usata in maniera non convenzionale a parole e intuizioni sonore ugualmente trasversali. Oggi, dopo anni passati a sperimentare con la lingua inglese, ha deciso - una volta ancora - di svoltare. E per farlo ecco che l'attenzione si è concentrata direttamente sul linguaggio dopo la rivoluzione sonica operata con il precedente (e convincente) L'ULTIMO RICATTO. In un paese (o forse mondo?) in cui la parola è come la pietà - morta - Paolo va quindi una volta ancora controcorrente, a testa fieramente alta, determinato, sicuro di sé e del suo percorso artistico sempre in evoluzione, caparbio mix di testardaggine e buona volontà. E non si tratta di un cambiamento fine a se stesso o studiato a tavolino. Semplicemente è l'ennesima accurata taratura, il nuovo mirato accorgimento, l'ingegnosa audace manovra finalizzata al raggiungimento di quello che, avanti di questo passo, avremo presto fra le mani: il disco definitivo di Saporiti, quello in cui equilibrio e scompensi saranno naturalmente bilanciati, espressione di un'anima fiammeggiante indomita, sintesi perfetta dell'essenza artistica che alberga in lui. Consolidato il proprio background internazionale la scelta del canto in italiano a cui oggi l'irrequieto milanese approda è la soluzione più semplice per raggiungere il maggior numero di persone possibili sul suolo italico, senza fraintendimenti lessicali o superficiali interpretazioni. Al suo fianco squadra che vince non si cambia. Al massimo la si amplia. Così, riconfermati il sempre più decisivo tocco di Cristiano Calcagnile alla batteria (Come Hitler, la controversa Ho Bisogno Di Te) e l'amico Xabier Iriondo non solo a tutti gli ammenicoli sonori che esaltano l'album, ma anche in fase di produzione artistica, ecco l'aggiunta di nuovi colori provenienti da nuove tavolozze. Sassofoni (con Stefano Ferrian from Psychofagist, questa volta reclutato in pianta stabile), bouzouki (il polistrumetista Roberto Zanisi, confermatissimo pure per il tour), viole, violini, violectre (per mano del talentuoso improvvisatore sonoro Luca D'Alberto) intervengono per dare tocchi di irrequieta profondità (l'ottima L'Effetto Indesiderato Di Una Violenza, la vibrante Sangue), solidità ritmica (Come Venire Al Mondo) e arcadica classicità frastagliata (l'antica Erica). In maniera misurata, ma fantasiosa, senza prevaricazioni; in modo deciso, creativo e essenziale. Non ci sono più mezze misure. Paolo dà. Paolo pretende. Come quegli insegnanti all'apparenza burberi e severi, ma in realtà infaticabili divulgatori di pensiero innamorati della propria materia, ragione di tutta una vita, lucidamente schietti e autorevoli. Mai autoritari. Ecco perché questo nuovo album non avrebbe potuto intitolarsi diversamente da PAOLO SAPORITI. Specchio dell'anima, idea italiana applicata al folk occidentale, esso è una rinascita continua, una crescita costante, che porta con sé la maturità di un essere umano incapace di piegarsi a marketing e briefing "strategici", che rifiuta sordidi magheggi e biechi giochi di prestigio, capace piuttosto di porre l'accento sulla purezza delle cose, mirando alla loro essenza e alla loro intensa genuinità. Pagando sempre le proprie scelte di tasca propria. Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse. Paolo lo sa e la sua vita, il suo viaggio parlano sistematicamente per lui.

lunedì 7 aprile 2014

SCUSA SIGNORE
- Filippo Margheri - 2014



primo singolo estratto dal nuovo lavoro InDipendenza

 Registrato alla Relaxo studio, tecnico di studio Nardo
Missato da Ben Frassinelli a Musicalmente
Video musicale realizzato da Blackspring Production.

mercoledì 2 aprile 2014

L’ARTE DELLA GUERRA VOL. 1

L’ARTE DELLA GUERRA VOL. 1
Giuliano Dottori
- Musica Distesa - 2014

Che un trattato di strategia militare potesse avere una così grande e vasta eco nei secoli a venire è una ipotesi che verosimilmente neppure il suo presunto autore Sun Tzu avrebbe mai potuto prevedere ben oltre 2000 anni fa. Non solo imprescindibile lettura per capi di stato, generali, alte cariche di eserciti e affini, L'Arte della Guerra diventa relativamente presto un manuale di cui si è sempre fatto un grosso parlare e che, mutati i tempi, sarebbe altrettanto velocemente comparso sulle scrivanie di manager e dirigenti aziendali, talora illuminati talaltra senza scrupoli, interessati a portare sul proprio campo di battaglia lavorativo gli insegnamenti pratici e i precetti filosofici in esso contenuti. Anche in campo musicale le stelle non sono state a guardare. Non è un mistero che addirittura il leader dei Megadeth, tra i pesi massimi del thrash metal mondiale, Dave Mustaine lo annoveri tra le sue lettura preferite e lo citi quale fonte di ispirazione. In Italia questo antico testo di guerra conosce da tempo una riscoperta costante, magari inizialmente come semplice curiosità para-letteraria, ma via via assumendo i connotati di fascinoso documento comportamentale capace di catturare l'attenzione per una ragionata lettura tuttadunfiato. Solo qualche ora fa lo stesso Giuliano Dottori riannodando i fili della memoria così si esprimeva a riguardo dal suo profilo Facebook: "Non ricordo con esattezza quando ho pensato per la prima volta a L'Arte della Guerra. Ricordo di aver comprato il libro e di averlo letto avidamente, ritrovandoci molte delle canzoni che stavo scrivendo e in qualche modo ritrovando me stesso e le mie domande: “conosci il tuo nemico e conosci te stesso”, “studia a fondo il campo di battaglia”, “delle quattro stagioni nessuna dura eternamente”, “le note musicali non sono più di cinque eppure nessuno può dire di aver udito tutte le loro combinazioni”, “la vera abilità consiste nel vincere chi si può battere facilmente”. Tutto così semplice eppure così vero (a parte il fatto che le note non sono cinque, ma sono dodici). Da lì in avanti tutto è diventato più chiaro: realizzare un nuovo disco, che fosse un disco doppio diviso in due capitoli, registrarlo da me, col solo (fondamentale) aiuto dei miei musicisti (Marco Ferrara al basso e Mauro Sansone alla batteria - ndr), che questo disco potesse essere l'inizio di una nuova avventura musicale, come se fosse un nuovo debutto. Questi sono stati i propositi durante i tre anni che ho impiegato a fare, o meglio imparare la mia Arte della Guerra." Dottori, cantautore noto ai più per i suoi trascorsi come chitarrista negli Amor Fou, è artefice di una carriera solista che lo vede oggi alle prese con un terzo album in cui leggerezza, consapevolezza e determinazione nel raggiungere i propri obiettivi convivono in assoluto equilibrio e sinergia. Anticipato nei mesi scorsi dalla celebrativo inno alla rinascita Il Mondo Dalla Nostra Parte e dal concettuale flusso rock de Le Vite Degli Altri, dai chiari echi moltheniani che guardano ai Les Enfants del giovane Marco Manini, il primo allestimento de L'ARTE DELLA GUERRA è una rincorsa alla libertà, discreto, ma ineluttabile e tenace come la figura del suo autore. Una meditazione personalissima sul dolore che racchiude gioia (I Fiori Muoiono Quando Ci Rattrista Perderli) e conserva l'attesa del ritorno (Estate #1107) condivisa ora con il prossimo, faro verso cui rivolgere nuovamente la propria attenzione dopo periodi di stanca e tempesta. Un disco di riflessioni e ripartenze, intriso di laica spiritualità, "sulla rinascita, sull'inevitabilità del conflitto umano, sull'equilibrio fra passato e futuro", per essere nuovamente protagonisti della propria vita e non semplici passeggeri di un viaggio altrui.

giovedì 27 marzo 2014

THE HODJA'S HOOK

THE HODJA'S HOOK
The Monkey Weather
- Ammonia Records - 2014

Che il VCO sia da almeno due decadi riserva brit pop ce ne siamo accorti ormai da tempo, quando all'indomani dell'esplosione mediatico-musicale di Oasis e Blur era molto più semplice imbattersi in un epigono locale dei fratelli Gallagher (con tutti i pregi e difetti del caso) piuttosto che in un più originale, e cortese, giovane autoctono cresciuto a pane e montagna. Che fosse il continuo contatto con una fauna turistica estiva proveniente dal nord Europa, l'imperversare di videoclip in high rotation su una neonata MTV Italia o molto più semplicemente l'amore sincero per tali band non ci è dato saperlo. Di certo in quegli anni molti si sarebbero avvicinati a quanto Stone Roses e Paul Weller (ricordate? Kick out The Styles / Bring back The Jam!) avevano realizzato in precedenza, incuriosendosi di fronte ad una estetica che investiva e investe ancora oggi diversi campi, ma senza dimenticare di approfondire l'essenza alla base di quel movimento Modernista da cui, a ben vedere, nasce tutto. Una mentalità da strada direbbero gli Statuto, vissuta con classe e stile attraverso quella comunicazione efficace e immediata che solo la musica è in grado di esprimere. I Monkey Weather sembrano aver imparato a loro volta la lezione proveniente dalla terra d'Albione e fattala propria, complice un pizzico di esuberanza punk mutuata anche dai gloriosi cugini Thee S.T.P., dopo aver rilasciato un disco d'esordio che non era affatto passato inosservato in patria e nei circuiti specializzati (il promettente APPLE MEANING), ottengono una gran bella visibilità sul territorio nazionale aprendo le date italiane dei Kasabian nel 2012. Oggi, dopo decine di altri palchi calcati e affrontati sempre con entusiasmo e grinta, è tempo di dare un seguito alle fortunate Sara Wants To Dance e People Watch Me; per farlo giusto affidarsi nuovamente a chi aveva contribuito non poco alla loro realizzazione. Se una volta ancora vale l'antico adagio secondo cui squadra che vince non si cambia tocca all'ormai storica Ammonia Records farsi carico di promuovere nuovamente le party song confluite nel nuovo THE HODJA'S HOOK. A partire dalla frenesia un po' sporca di Let's Stay Up Tonight è un susseguirsi di melodie semplici, ma potenti e marcate su cui si innestano facilmente il glam rock à-la T-Rex di Alcoholic Tears, il dark punk di Morning e il disagio metropolitano di (un'ottima) Sleeping Town. C'è il garage rock, l'energia, la frustrazione post punk di Lies e un baricentro compositivo che muove saldamente verso il pop. A sorpresa, ma in fondo neanche troppo, trova spazio pure una cover dei Prodigy, quella Firestarter che, fatto salvo l'assolo conclusivo, si rivela però piatta o comunque meno a fuoco di tanti altri episodi qui proposti e a cui la produzione di Olly Riva, con la lezione de Il Metius sullo sfondo, ha garantito maggiore concretezza. Trentacinque minuti di buon rock valgono comunque il prezzo del biglietto e tutte le buone parole scritte fino ad ora sul conto del trio ossolano. La stoffa c'è e il sarto pure. Inconsapevoli working class heroes di domani, i Monkey Weather vanno tenuti d'occhio per quanto hanno ancora da offrire se solo sapranno - o vorranno - sviluppare lungo il loro percorso musicale quelle potenzialità di critica sociale ora velatamente in nuce. Nel frattempo ci accontentiamo di ritrovarli sempre belli carichi alla Loggia del Leopardo, nuovo quartier generale e avamposto ossolano per realtà vive e attuali, tra un concerto e l'altro. Al solo pensiero non sembrano più così troppo lontane neppure le serate trascorse all'Osteria di via Briona.

mercoledì 26 marzo 2014

PORCELLUM

PORCELLUM
Paolino Paperino Band
- AssTo Records - 2013
 
Pensavo fosse uno scherzo. Una simpatica boutade di inizio anno. Non credevo sarebbe potuto accadere di nuovo. E invece... la Paolino Paperino Band è tornata! E PORCELLUM è qui, bello, grasso, grosso e rumoroso come tradizione vuole. Magari non ci stupirà con mirabolanti cambi di tempo o scale pentatoniche eseguite con sopraffina perizia tecnica, ma di certo non tradirà le attese di chi conobbe la punk band emiliana nella prima metà degli anni '90 attraverso qualche combattiva fanzine recuperata in qualche altrettanto agguerrito (e fornito) negozio di musica su consiglio di quel compagno di banco che pareva conoscere, chissà come?!, vita, pettegolezzi e miracoli di Yana & company. Protagonista suo malgrado di una memorabile estate in cui voci di corridoio davano ad un certo punto la band sciolta per 1) incompatibilità di carattere, 2) troppo successo, 3) eccessiva violenza ai concerti, 4) morte (!!!) dei componenti, la PPB aveva in realtà gettato nello sconforto tutti quanti prendendosi semplicemente una pausa dalle scene. Una lunga pausa a tempo indeterminato, quasi definitiva; a tratti inconcepibile se consideriamo avvenuta nel 1994, a soli due anni dalla pubblicazione dell'acclamato PISLAS a sua volta mandato in stampa sull'onda del successo underground di FETTA, mini lp che, trecentosessantacinque giorni prima, aveva polarizzato l'attenzione sull'esplosivo quartetto emiliano sempre più indirizzato verso un maggiore impegno politico e sociale. Poi il silenzio. Giusto un paio di apparizioni ad altrettanti eventi musicali di inizio millennio per far sentire una volta ancora la propria voce (e sfatare il punto 4 di cui sopra) e riaccendere il desiderio. Il 2012 è così tempo di reunion con una formazione rimaneggiata rispetto agli esordi, ma capace di proseguire nel solco della tradizione nonostante l'assenza di figure cardine come Fox, Maso e Bez. Proprio l'entusiasmo delle nuove leve, che rispondono ai nomi di battaglia di Skeggia, Garu e Raffa, va però a completare in maniera osmotica la carica dei veterani Yana e Termos; in breve tempo - e con il supporto del crowdfunding - ecco undici brani nuovi di pacca capaci di fotografare una volta ancora a mo' di polaroid la realtà italiana restando sempre in bilico tra ironia demenziale e critica sociale, tra punk adolescenziale e contaminazioni rock. Sampietrini, Enalotto, il singolo Troiaio sono solo alcuni dei nuovi cavalli di battaglia della Paolino, l'escamotage in musica per riflettere con intelligente ironia (a volte anche di grana grossa) su tematiche quotidiane e avvenimenti di più ampio respiro a livello internazionale. Non viene perciò accantonato neppure l'impegno ambientalista a suo tempo ampiamente manifestato nel mini lp LE BESTIE FEROCI DEL CIRCO, realizzato in favore della Lega Anti Vivisezione, e qui ripreso da episodi come Ciccioli e Referendum. Così come non possono mancare la citazione alla storica Candy's in Jesus Crust e la frenetica spinta flower punk di Introverso. E siccome del porcellum non si butta via nulla, visto che l'appetito vien mangiando, ecco comparire nei negozi pure l'insperata rimasterizzazione di PISLAS, rieditato su cd in una succulenta versione ampliata con nuovo packaging e tracklist. Insomma, una rentrée coi controfiocchi, fatta dalla gente per la gente. E allora, cos'altro volere? Piatto ricco mi ci ficco!