martedì 30 settembre 2014

PETALI

PETALI
Gian Luca Mondo
- Controrecords - 2014

Se non fossimo nell'era del digitale a tutti i costi PETALI sarebbe uno degli indiscussi caposaldi del rock italiano. E Mondo Gian Luca da Genova il suo riconosciuto profeta di questo primo scorcio di millennio. Con buona pace di addetti ai lavori sull'orlo di una crisi di nervi con la ventiquattro ore per compagna e miopi talent scout dal naso incipriato. Succede però che in questi tempi la musica indotta spesso rifletta il momento, schiacciando la creatività nell'omologazione quando non nell'inerzia, premiando una vuota operosità e privando di giusto merito lo spunto creativo. Rivedere il nostro modo di essere e agire: questa deve essere la priorità a cui il musicista, il poeta, l'Artista non può assolutamente rinunciare. Diversamente sarebbe più opportuno starsene zitti e contemplare il passato. Davanti alle provocazioni di una situazione in fase di stallo Mondo reagisce con le sue poderose ballate trasversali, capaci di lacerare le convenzioni come uno stiletto affilato. Le spinte centrifughe originate dal cristallino PETALI, secondo disco in uscita per la Controrecords di Davide Tosches dopo il debut album autoprodotto PIUME, invitano alla lotta. L'uomo del terzo millennio non può e non deve temere il proprio tempo. Non è solo un problema di spazio. Tutta la nostra vita è segnata dalla ricerca: coniugare la razionalità della testa e il calore del cuore deve essere lo stimolante impulso in grado di spingere a una pienezza più totalizzante, in grado di vincere i demoni del proprio inferno personale in funzione di una vita meravigliosa (Istruzioni Per Lipe) che il raziocinante lavoro di Mondo convoglia in dodici luminose gemme grezze, taglienti come il diamante, trasversalmente naturali e sincere come l'aria. Come se l'ultimo Vasco Brondi anziché lasciarsi (temporaneamente?) fascinare da quel poco di elettronica che è andata a sporcare le sue recenti COSTELLAZIONI musicali si fosse immerso nel catino battesimale del Lou Reed più abrasivo. E non necessariamente più celebrato. Come un moderno Fausto Rossi che immerso nelle fatiche e nelle sofferenze dell'uomo sa abbracciare tutta la carnalità del corpo, svelandone le maschere, mettendo in fuga i mostri della ragione e sposando la molteplicità dello spirito. Con una onestà intellettuale propria del cantautorato sghembo e a volte zoppo di Tom Waits, lucida come la scrittura del sempre mai troppo celebrato Cesare Basile - pietra di paragone ormai sempre più imprescindibile per un certo tipo di rock viscerale ed elettrificato - si compie una missione che non solo conduce lontano, ma va incontro a chi lontano è, elevandosi sopra la schiavitù di quel quotidiano, di quella esistenza che solitamente si subisce, per costruirne una nuova, senza tempo, ma ugualmente reale e tangibile. I musicisti non sono sognatori staccati dalla realtà, ma gente che vive la propria interiorità come un tesoro comune da far crescere e comunicare. Ora occorre anche pensare a proteggerlo, diffonderlo sempre di più, perché non si perda il senso dell'uomo, per non trovarci a diventare come i carnefici vorrebbero farci diventare, ovvero esattamente uguali a loro. Io, Te, Lei, Lui lo sappiamo. Angeli e demoni ce l'hanno insegnato. 

lunedì 29 settembre 2014

MOSTRO FRAGILE

MOSTRO FRAGILE
Manoloca & Massimo Vecchi
- I Nomadi - 2014

Galvanizzati dall'ottimo responso tributato insindacabilmente dall'affezionato popolo nomade al precedente debut album LONTANO DAL CERCHIO e sorretti da una invidiabile nonché costante crescita sui palchi di mezza Italia che ne ha affinato le qualità e amplificato a dovere il sound, tornano i Manoloca di Massimo Vecchi con un cd che vuole essere da un lato il giusto sequel al lavoro di tre anni fa, dall'altro un naturale passo avanti rispetto a quella prima prova, capace di veicolare con ancora più grinta e passione - le stesse riconosciute in sede live - il messaggio di attualità sociale che ne contraddistingue l'essenza originaria. Indiscussa protagonista è qui più ancora che in passato la chitarra di Dave Colombo, la quale fin dal wah-wah iniziale dell'orchestrale Segni Di Rispetto traccia le coordinate e lascia intravedere ruspanti riflessi hard rock per un platter che saprà spingere sull'acceleratore con giusta misura dall'inizio alla fine. Con un baldanzoso mood party metal che sembra esser uscito da un indovinato riff di Ricky Portera Manoloca è la canzone in grado di sintetizzare in poco più di tre minuti la miscela di vigoroso rock e sfrontata attitudine alla base della ragione sociale della band. Colombo non ha grossi problemi a ricordarci come Eddie Van Halen sia stato l'ultimo grande innovatore della chitarra metal; nell'assolo e nei licks della circolare e pachidermica Ancora Rido c'è tutta la sua ammirazione per la band di David Lee Roth (chi rammenta l'omaggio ai Van Hagar con l'inusuale scelta di proporre la misconosciuta strumentale Baluchitherium nei passati concerti?) e addirittura una punta di manierismo nel ricordare lo stratosferico Randy Rhodes, altro talentuoso axe-man che non necessita certo di alcuna presentazione. Così, quando si parla la stessa lingua è più facile comunicare. E lo sa bene Agostino Barbieri che si ritaglia sempre maggior spazio con le sue tastiere vintage senza mai risultare invadente o peggio ancora prolisso, ma piuttosto sostenendo diverse composizioni come la spumeggiante Sei Di Nuovo Tu (ottima la prova di Daniele Radice al basso) e la più compassata, ma ugualmente ariosa Non Sei Più Dio. A Massimo Vecchi restano allora solo le briciole? Evidentemente no. Sempre più calato nel ruolo di front-man e interprete lungo tutta la durata di MOSTRO FRAGILE ruba letteralmente la scena quando si tratta di accendere l'infuocata Polvere Di Vuoto in un felice dai e vai con l'onnipresente Colombo, perfetta spalla musicale per le scorribande soliste del bassista di casa Nomadi. E svela un lato confidenziale - a conti fatti abbastanza inedito - nella riuscita ballad Che Ne Sai aperta da un semplice arpeggio di chitarra molto atmosferico in grado di riportare alla mente di chi scrive le introduzioni acustiche dei Metallica prima maniera. Impossibile non citare il faticatore del ritmo Franz Piatto e il suo sodale Radice che oltre a costituire la spina dorsale del progetto determinano attraverso una sinergia simbiotica la direzione del gruppo. La funky Quello Che Tocca così come la tonante Lettera All'Amico R. non sarebbero risultate altrettanto efficacemente quadrate se al loro posto la band avesse arruolato una sezione ritmica meno affiatata. In chiusura arriva l'ottima Tu Da Che Parte Stai, ennesima conferma, probabilmente la più completa del lotto, atta ad avvalorare questa tesi, nella sua corsa lanciata a tutta velocità su quel treno che nessuno ha voglia di fermare. Una finestra - e una garanzia - spalancata sul futuro.

martedì 23 settembre 2014

SACRA MASSA

SACRA MASSA
NoN
- Garage Records/El-Sop - 2014

Entusiasmante. Al primo lavoro i NoN hanno già fatto centro. SACRA MASSA ha infatti tutte le caratteristiche per restare a lungo sul proprio lettore cd. Energico, ipnotico, immaginifico. Un concentrato di scarica adrenalinica e tormentata tensione condensate in poco più di venti intensissimi minuti. Non uno di più. Così. Volutamente. Per catalizzare al meglio l'attenzione e non disperdere energie preziose nel viscerale percorso che il trio fiorentino intraprende con l'ascoltatore. Dopo un lungo e in fin dei conti tormentato passato fatto di eterogenee esperienze in campo artistico e musicale, Andrea Zingoni e Massimiliano Leggieri sembrano aver trovato finalmente la giusta direzione da perseguire attraverso il decisivo apporto di Alvaro Buzzegoli alla batteria. Completato infatti il periodo di rodaggio all'interno dei propedeutici NonViolentateJennifer che avrebbero partorito gli attuali NoN sul finire dello scorso anno, affinata e convogliata la propria tensione emotiva in una scrittura lirica e musicale sempre più convincente e funzionale al proprio credo, i tre musicisti toscani avrebbero annunciato il loro nuovo avvento attraverso un platter dalla notevole forza drammatica, con un approccio alienante pur muovendosi negli stili tradizionali del rock - oscuro - d'autore. Con MASSA SACRA i NoN si smarcano presto dai pallidi epigoni che vorrebbero, ma non possono. Fin dalle prime note dell'emblematica La Fine Del Mondo ci danno l'idea di come una musica robusta moderna potrebbe e dovrebbe suonare oggi, metabolizzate e fatte proprie tutte le molteplici pulsioni provenienti dalla storia senza per questo limitarsi ad un avvilente scimmiottamento privo di spina dorsale e credibilità. L'approccio al dark, al post rock, perfino allo stoner vengono qui cementificati e compattati in un sound unico, granitico, ma fluido, capace di trascinarci all'interno dell'oscura voragine senza fondo nella quale la nostra società è caduta. Non c'è sorgente luminosa né salvezza là sotto, nella visione quasi apocalittica della band. Ma noi non lo sappiamo ancora e così tutta la narrazione nichilistica della band non alienerà l'ascoltatore, ma lo condurrà più semplicemente nel labirinto sotterraneo che si rivela all'improvviso davanti ai nostri occhi e attraverso il quale avanzeremo, brancolando a tentoni, al fine di colmare, ingenui, una atavica sete di conoscenza destinata a rimanere viva e lancinante. Un'Altra Notte è alle porte. Difficile la risalita. Massimo l'impegno, ma inconsistente il risultato. L'omologazione al basso, alla mediocrità, al piattume ha la meglio e la massa, ovverosia quell'insieme indistinto di individui privo di reale autonomia decisionale, la "sacra massa" sarà presto destinata alla fagocitazione nel caos primigenio. Cadere e non tornare più. Sparire per scomparire. Definitivamente. Ombre: non lo siamo tutti? Abbandonate dunque ogni speranza, voi che sprofondate. Il nuovo Messia, L'Uomo Che Sarà non vi appartiene.

lunedì 22 settembre 2014

Á LA CARTE

Á LA CARTE
Serazzi & La Cucina
- autoproduzione - 2014

Quando un musicista raggiunge e supera oltre un quarto di secolo in musica, arriva il giorno in cui può permettersi di fare ciò che gli pare. Quando vuole e dove vuole. È il caso dell'eclettico Paolo Serazzi, un lontano passato nei ruggenti Party Kidz, un dinamico presente  in prima linea a trasmettere good vibrations attraverso decine di situazioni e contesti aperti, in totale libertà e senza costrizioni. Con il nuovo progetto ribattezzato Serazzi & La Cucina il biondo interprete e arrangiatore torinese,  compositore di musiche per varie trasmissioni RAI e colonne sonore per il cinema, dà libero sfogo alla sua passione per i suoni esotici e i ritmi funk con un orecchio ben teso su quanto accade nei Balcani. È il sogno nel cassetto che diventa realtà, che concretizza idee e spunti accumulati in un percorso musicale lungo una vita e che solo oggi trova tempi giusti e opportunità di emergere. Un po' come accaduto con Bengi Benati e il suo FACCIA DA SOUL, anche Serazzi offre un variegato menù per tutti i palati. Da quelli più fini a quelli più ruspanti. Come un abile chef impegnato a proporre nuovi piatti tanto quanto a rielaborarne di antichi più legati alla tradizione, ecco dunque uscire dalla sua cucina un susseguirsi di portate che sanno soddisfare l'avventore occasionale e il cliente abituale, offrendo gustose suggestioni tropicali e rinfrescanti cocktail "sbagliati", appoggiandosi al ritmo come unico ingrediente comune. Dalle sonorità cubane di Come Una Rumba a quelle pigramente indolenti e rilassate soffocate dalla canicola della messicaneggiante Mundo Mejor la connotazione contiana emergere prepotentemente restituendo in maniera speculare l'immediatezza dei concerti dal vivo a cui Serazzi torna sempre, in una piacevole quanto inaspettata sintesi tra Paolo Belli e Vinicio Capossela. Non si fatica ad assecondare la passione di Serazzi: basta sintonizzarsi sull'onda lunga delle sue trovate legate ad un cantautorato scanzonato che, ascolto dopo ascolto, lascia il segno ed esplora con garbo un mondo di fantasia con una freschezza compositiva di buona fattura. Imprevedibile, come la scoscesa Con Un Salto, e ricca di rimandi popular nel senso più alto del termine, gli stessi che conducono dritti fino agli immancabili Beatles citati da par suo in Finalmente. Con un repentino cambio di direzione non è poi tralasciata l'esperienza teatrale percorsa dal multiforme cantautore piemontese il quale, attraverso il piacevolissimo swing de Il Portiere Fosco e la dinamica tirata caposseliana ritratta in Laundrette Soap, mette a segno due ottimi temi per personaggi in cerca di autore e non privi di fascino e mistero. Storie a 360° capaci di tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore, fruitore ultimo di un lavoro ben prodotto e ancora meglio suonato, con un occhio attento ai testi e l'altro fisso alle esigenze di un suono mutevole, sempre dinamico e brillante grazie alla presenza quasi ossessiva dei fiati, piacevolissimo strumento di "tortura" che garantisce una marcia in più al cd. Insomma, una entrée, tre primi, un sorbetto, due secondi, dolce, frutta, caffè e ammazzacaffè: cos'altro volere? Attendiamo il conto.

venerdì 19 settembre 2014

da MELT

WHEN I HEAR YOU TALK YOU MAKE ME WANNA MOVE TO THE JUNGLE
- J Moon - 2014

 
Diretto da Jean De Oliveira

giovedì 18 settembre 2014

METROMORALITÀ

METROMORALITÀ
Adolfo Dececco
- Zelda Music/Warner - 2014

Arriva dall'Abruzzo il nuovo cantautorato metropolitano della porta accanto. Sono passati ben otto anni da quel promettente esordio che aveva rivelato il talento di Adolfo Dececco nelle ballate rock blues di  O SI SCRIVE O SI CANTA. La manciata di canzoni che l'allora giovanissimo studente universitario alla San Raffaele di Milano scelse per promuoversi fa ora il paio con un nuovo capitolo discografico più maturo nei suoni e nelle intuizioni liriche. Senza premeditazione alcuna e immersi nel fiume sotterraneo della musica popolare i dieci brani che vanno a comporre METROMORALITÀ continuano in parte il discorso intrapreso con la prima prova in studio sulla lunga distanza. Rispetto al passato, se da un lato qui tutto accade in maniera più centrata e definita allargando prospettive di scrittura e arrangiamento, dall'altro non si è affatto perso il gusto per una disamina pungente e sarcastica del quotidiano che ci circonda. La disincantata title track è illuminante in questo senso. Dececco si trova infatti sempre a suo agio quando si tratta di raccontare e raccontarsi, mettendo a nudo sé stesso e la propria generazione attraverso storie di ordinaria semplicità provinciale come quella alla base della furba Touchscreen. Con una backing band comprendente fra gli altri ora la sezione ritmica dei Musici di Francesco Guccini - oggi al servizio dell'ex Nomadi Danilo Sacco - ora i collaboratori più stretti dei fratelli De Gregori, con la supervisione artistica di due vecchie volpi della musica come Vince Tempera e Guido Guglielminetti, il cantautore pescarese affonda il dito nella piaga della crisi economica, ma più ancora morale in cui lo stivale italiano sembra essere caduto. E lo fa con una naturalezza che si è soliti riconoscere ai grandi della canzone d'autore, quando il disincanto è poesia prima ancora che amara realtà. Troppo facile lanciare il sasso e ritrarre immediatamente la mano. Se le vicissitudini della vita rimettono costantemente in discussione le prospettive di ognuno Dietro Le Nuvole lascia intatta la speranza in un futuro comunque migliore così come fa la solitudine celebrata nella dinamica A Cena Da Soli rispetto al vuoto caos organizzato, incapace di colmare l'abisso. Tutto diventa pretesto per narrare gioie e miserie del nostro Belpaese. Anche l'amore. Metafora del rapporto tra individuo e società è la reciprocità fra uomo e donna cantata con il piglio del miglior Dalla ne Il Tempo Dell'Amore mentre l'enigmatica donna dello schermo 2.0 protagonista di Chiara Che Pensi? riflette muta antichi ideali di vita nuova. Sarebbe un peccato soffermarsi con imperdonabile superficialità sui testi, la metà dei quali scritta in collaborazione con l'amico di sempre Giorgio D'Orazio; ciononostante Canzone Semplice è lì a mo' di sberleffo proprio a dimostrare il contrario, a sottolineare cioè quanto spesso canzoni seriose, ma senza pretese vengano a sproposito caricate di eccessive aspettative in ultima analisi impossibili da mantenere. Dececco insomma non ha paura di cambiare registro né tantomeno si preoccupa di andare fuori target. L'importante è volere. Credere e volere. Mettendoci la faccia. Facendosi spazio. E galleggiando così, tra intimismo e riflessione collettiva, sostenuto da un Dio comodo fino al venerdì.

mercoledì 17 settembre 2014

LO SPECCHIO



LO SPECCHIO
L'Ame Noire
- autoproduzione - 2014

Se ci trovassimo di fronte ad un album strumentale avremmo fra le mani un buon disco di rock melodico, lineare, ma dal forte impatto, certamente ancora perfezionabile, di sicuro avvenire sulla media/lunga distanza. Esemplare in tal senso è il dinamico groove di Stranieri In Paradiso, con cui il tema dell'abbandono viene trattato ispirandosi al celebre (e omonimo) lavoro del fumettista americano Terry Moore. A complicare le cose nell'album d'esordio dei cuneesi L'Ame Noire ci pensa tuttavia il cantato che certamente è giusto aspettarsi quando la proposta di una band poggia su ampie tessiture melodiche con forti accenti punk e che ancora risentono del riflusso emo-core di metà anni '00, ma che al tempo stesso, in questo caso, penalizza pure il risultato finale. Quasi sempre piuttosto monocorde e spesso regolata su note alte, con enfasi, ma senza una vera caratterizzazione che ne contraddistingua l'essenza, la voce di Maurizio Griglio - frontman e chitarra ritmica - non convince anche a scapito di pregevoli orchestrazioni che il quartetto sa proporre come nel caso del singolo Lo Specchio, aperto da un semplice, ma efficace giro di basso e sorretto dalle intuizioni armoniche di Ettore Diliberto, produttore del cd in collaborazione con Anna Portalupi e Alex Polifrone. La sensazione che però qualcosa non sia andata bene anche in fase di produzione si ha poi andando a recuperare in rete qualche filmato che testimonia l'attività on stage del quartetto piemontese, maggiormente a proprio agio su un palco rispetto alla sala d'incisione. Anche il notevole assolo di Giuseppe Scarpato - direttamente dalla band di Edoardo Bennato - in Immobile appare infatti al momento sprecato e fuori contesto, per quanto assolutamente di pregevole fattura. Insomma, tutto da rifare? Dipende, anche perché quando Griglio resta su registri meno impegnativi (il flower pop punk del VOL.4 dei Senzabenza che risorge in E Adesso Tu, la già citata Stranieri In Paradiso) e soprattutto "sporca" la propria ugola il risultato è soddisfacente e molto più sincero rispetto alle sue reali potenzialità; certo, resta ugualmente impietoso il confronto con la voce di Laura Di Marzio e Barbara Neglia delle Canone Inverso, ospiti nella perfetta Atomizzazione - l'episodio più a fuoco del lotto, ma di certo con qualche accorgimento e una decisa virata di ragione sociale i risultati possono solo migliorare. Come crisalide nel bozzo i L'Ame Noire aspettano solamente di venire alla luce rivelando un più ampio spettro di colori e soluzioni sonore ancora nascosto. Il grintoso riff de Il Nichilista, la personale (questa sì!) riproposizione dell'harrisoniana While My Guitar Gently Weeps indicano strade meno oblique e decisamente più percorribili anche nell'immediato futuro, spostando il baricentro della composizione sul terreno di un rock meno edulcorato e di più sicura presa. Spetta a questi giovani piemontesi la prossima, già decisiva, mossa. Diamo loro una mano affinché non sia l'ultima.     

sabato 13 settembre 2014

MELT

MELT
J Moon
- Bosworth Recorded Music - 2014

Abbiamo dovuto pazientare sei lunghi, interminabili mesi di falsa estate, ma ora, a un passo dalla cangiante stagione autunnale, il tanto atteso debut album di J Moon è davvero in dirittura d'arrivo. E come ci aveva lasciato ampiamente intendere il prezioso ep HIDDEN GARDEN il percorso solista della ammaliante miss Einaudi continua a regalare gemme musicali di rara bellezza. Bisogna saper entrare in punta di piedi nel suo mondo, senza movimenti bruschi o tantomeno urla scomposte. Solo così la ricompensa sarà formidabile. Lei ci accoglierà con assoluta naturalezza sfoggiando il vestito più ricco e semplice insieme. In silenzio, con un muto sorriso in grado però di abbattere i normali confini della comunicazione per rivelare una realtà fantastica, ricca di mistero e suggestione, illuminata da quei fascinosi chiaro scuri che tanto sembrano piacerle. Come la luna. Questo satellite silenzioso, tanto presente nelle nostre esistenze quanto distante; faro sicuro nell'oscurità della notte. Una continua fonte di ispirazione per Jessica, specchio luminescente di una bellezza misteriosa e incantevole. Perché è la Bellezza ad emozionare, a volte fino alle lacrime. Camuffare abilmente questa piacevole debolezza richiede tempo e ingegno: occorre tessere nuove trame, filtrare con veli, innestare una dimensione di sogno nei racconti, dare libero sfogo alla fantasia, lasciarsi suggestionare e guidare dalle infinite possibilità della nostra mente. Quante pagine di quaderno scritte, subito cancellate e riprese in un secondo tempo; quante ore davanti al foglio bianco ben presto riempito di nuove emozioni e meraviglie?! MELT fonde tutte queste sensazioni, mescola l'alto e il basso, l'umile e il sublime, il ricercato e il quotidiano. Il sangue al veleno (Poison). Completa con una ampia gamma di colori quello che oggi, a ragione, possiamo considerare il prelibato assaggio proveniente dal giardino segreto del precedente ep, amplificandone aromi e sapori. Così l'inesorabile scorrere del tempo si fa più accettabile (The Window) nonostante lucidi propositi suicidi; l'incertezza della propria esistenza sprofonda nei buchi neri della quotidianità, volti anonimi, senza memoria e senza età (Faces). La luna, quella stessa luna di cui parlavamo poc'anzi appare in tutta la sua grandezza; si fa addirittura proiezione di Jessica, personificandosi in lei e sublimandone la figura al suono dell'ancestrale percussività di When I Hear You Talk You Make Me Wanna Move To The Jungle, ipnotico singolo cristallino scelto per promozionare il disco. Vengono spazzate vie le schematiche regole di routine per fare spazio a più seducenti mondi e realtà. Può servire un ricordo di infanzia per riportare alla mente le incerte certezze dell'amore (With You) come può un sogno estemporaneo solleticare la nostra curiosità anticipando nuove, futuribili esperienze (Climb Trees). Con tutto questo bagaglio di sogno e ricerca MELT è in ultima analisi una sorta di piccolo Alice in Wonderland dai toni chiaroscurali, "scritto in una  fase di grande apertura verso il mondo esterno, ma anche di grande ascolto di me stessa", in una inesausta tensione verso l'infinito pur mantenendo le radici ben piantate a terra. L'incanto, in cui tutto è lasciato al caso, opportunamente ancorato all'ambiente circostante. Un tuffo nelle acque di un mare ancora tutto da esplorare. Prima di perdersi all'orizzonte e immergersi completamente sparendo alla nostra vista.

venerdì 12 settembre 2014

HIGHER DIMENSIONS

HIGHER DIMENSIONS
Active Heed
- autoproduzione - 2014

Come promesso, a distanza di un solo anno dal sorprendente VISIONS FROM REALITIES torna l'instancabile Umberto Pagnini con il secondo capitolo di un progetto a lunga gittata che, a questo punto della storia, ci auguriamo possa diventare sempre più ampio e completo nei mesi a venire. È HIGHER DIMENSIONS il nuovo concept in cui la narrazione incentrata sulla figura dell'errabondo Mr.Forest viene ampliata e portata a (un primo) compimento. Addentratosi in categorie di conoscenza sempre più complesse e articolate, l'alter ego di Pagnini - una volta ancora compositore a tutto tondo, ma non esecutore in qualsivoglia forma della sua opera - si trova presto a percorrere livelli di realtà superiore che ne forgeranno certamente la tempra, ma che contribuiranno a lasciare in lui, accanto a nuove consapevolezze, ulteriori quesiti irrisolti, privi di una adeguata risposta. In un suggestivo incontro/scontro con il tempo e le leggi fisiche di natura questo novello Rael del nuovo millennio si trova ad affrontare un percorso ad ostacoli in grado tuttavia di garantirgli l'affermazione della propria personalità. È nella conclusiva Not Left And Not Taken il nocciolo della questione: dopo l'ennesimo lungo peregrinare la malinconica riflessione di Forest, pioniere clandestino e solitario portatore di conoscenza fuoriuscito incolume dalla caverna 2.0 del mito platonico, se da un lato ha condotto a una strana sensazione di gioia mai provata prima, dall'altro rivela tutta l'insoddisfazione che la condizione umana ha generato nell'individuo. L'uomo scambia per realtà tutto ciò che di essa è solo una fallace proiezione. Questa consapevolezza è dura da accettare, ma ancora più difficile e arduo è trasmetterla agli altri individui, imprigionati come sono dalle catene della loro limitata esperienza. Registrato presso Arci Tom's LaSala1 di Mantova e la Ninja Academy di Vestfold in Norvegia, HIGHER DIMENSIONS vede un sostanzioso cambio di organico rispetto al suo predecessore. Della formazione che cantò le visioni di realtà A.D. 2013 resta infatti il solo PelleK, pseudonimo del rocker norvegese Per Fredrik Åsly, una volta ancora reclutato per indossare in musica i panni di Mr.Forest. Al suo fianco non più l'affiatata coppia del ritmo Poli-Giorgi, ma innanzitutto l'altrettanto noto Cristiano Roversi al basso e alle tastiere e, dietro le pelli, il grintoso Gian Maria Roveda direttamente dalla giovane prog band Gran Torino. A completare la line up virtuale di questa seconda incarnazione degli Active Heed ci pensa Mirco Ravenoldi, già chitarra per I Catafalchi Del Cyber e collaboratore di lungo corso dello stesso Roversi. A un cambio così formalmente drastico di assetto non poteva che corrispondere un altrettanto radicale rinnovamento in termini di suono. Abbandonata solo in parte la deriva neo prog che aveva ampiamente contraddistinto il cd di debutto, fin dalle prima note dell'opener The War Of Tempos assistiamo ad un deciso irrobustimento delle sonorità le quali, pur continuando ovviamente a pescare a piene mani in ambito progressive, rivelano un marcato taglio metallico sconosciuto in passato (No Speed Limit, The Numbers Of God). A controbilanciare queste impennate di potenza ci pensano la brillante lucentezza folk di Gaps In Time, il sospeso dinamismo caratterizzante Multiple Replies e la mistica Ternary Level One. Ma è soprattutto la riuscita commistione tra nuovo e vecchio sound a rivelare una modalità espressiva differente: Kick-Ass Grammar, Crop Squares e Far Escape sintetizzano al meglio il nuovo corso laddove la tradizione non viene vista come semplice e vuoto culto delle ceneri, ma alla stregua di vitale custodia del fuoco. Un armonioso intreccio in grado di cristallizzare il punto di vista di Pagnini senza deviare dal sentiero tracciato fin qua. In attesa di accompagnare - spettatori privilegiati - il signor Forest nelle sue prossime avventure tra razionalismo e new age.   

mercoledì 10 settembre 2014

SCIMMIE

SCIMMIE
Luigi Porto
- Snowdonia - 2014

Leggi Snowdonia e già hai capito dove (non) si andrà a parare. Leggi Romano Scavolini e capisci che la devianza è dietro l'angolo. Leggi Luigi Porto e sai che la comprensione di un mondo underground legato a doppio filo con la quotidianità più innocente ha trovato un nuovo interprete in grado di assecondare tutte le scintillanti ombre che da esso sistematicamente si originano. Non c'è nulla di particolarmente tradizionale in questa colonna sonora scritta per l'anticonvenzionale L'Apocalisse delle scimmie, film in tre volumi pensato (e distribuito?) come unico evento. SCIMMIE è il primo lavoro a proprio nome del compositore italiano di stanza a New York che riflette attraverso un percorso parallelo fatto di armonie dissociate - sporcate da quella feroce adesione al film per cui è stata composta - la proposta indecente dell'opera cinematografica sperimentale di Scavolini. È lo sguardo nascosto, psichedelico e morboso, che maschera la patologia con l'ingenuità, la normalità con la doppiezza.  Contro ogni legge di mercato, anche quando la scrittura pare ricalcare aulici voli classicheggianti fruibili da un pubblico trasversale, la luce accecante del giorno svanisce ben presto nella psicosi oscura che Porto sa raccontare come un baratro che si apre all'improvviso davanti ai nostri piedi giusto un istante prima di finirci dentro, pronto ad inghiottire e a sprofondarci nel Nulla. "Nascondere a volte il lavoro della scrittura; altre, invece, mostrarlo nudo, farlo riemergere. Scrivere ordinatamente, incidere, far decantare fino al distacco emotivo e poi maltrattare il materiale, improvvisarci sopra, a volte abbandonarsi alla casualità e scoprire nuovi percorsi: questo per me è un metodo e una liturgia". Ha le idee ben chiare il deus ex machina del progetto Appleyard College e, organicamente, sa come organizzarle e concretizzarle. Supportato da un immaginario visivo e grafico a metà strada tra il linguaggio visuale di Keith Haring e il mondo dei freak di inizio '900 SCIMMIE propone musica che vive di vita autonoma, capace di un'esistenza a sé stante anche quando le immagini del lungometraggio termineranno. Mescolando improptu e ligio rispetto dei canoni il risultato finale è una ossessiva sospensione indefinita, ora gelida ora carnale; una implosione delle certezze declinata con lucidità, senza una collocazione volutamene precisa. È il pensiero che prende il sopravvento sul corpo e si muove concretamente nel disordine degli eventi. Ne percepisce la consistenza, ma ne rigetta gli aspetti più scontati badando solo alla "luccicanza", allo shining caratterizzante l'essenza del singolo istante. Diventano così presenze preziose gli ospiti che di volta in volta si inseriscono nella sequenza di note e partiture, rappresentanze - per dirla con le parole di Porto - capaci di far emergere più volte e a più livelli la musica; identità contrastanti in una amalgama disarmonica e contradittoria. Qual è la distanza fra il soprano Carmen D'Onofrio, solista dei Camerata Mediolanense e qui interprete dell'Ave Maria in russo Bogoroditse Djevo, e il rapper Mr.Dead - oscuro Tricky metropolitano in Distaste II? La stessa riscontrabile fra il canto di protesta di Rudi Assuntino - che inserisce la rustica Contrabbandieri in Cecilia O La Danza Spinata - e il Soul Sigh Gospel Choir impegnato nella solenne Scimmie Ouverture, lettera d'addio di un kamikaze giapponese della Seconda Guerra Mondiale ora tramutata in sempiterno canto latino. Eppure tutte queste differenze si ricompongono sotto l'egida di Porto e la sua visione sonora; tutto dialoga. Senza equilibrio reale, ma semplicemente liberando forze ed energie in grado di sopperire ad ogni necessità, generatrici di quella stessa vertigine di amore estremo ricercata dal visionario Scavolini.

venerdì 29 agosto 2014

UN DIO FURIOSO

UN DIO FURIOSO
Na Isna
- autoproduzione - 2014

Mettiamo subito in chiaro una cosa: Na Isna è molto più che una band. Na Isna non si limita a concludere la propria parabola vitale realizzando dischi ed esibendosi in concerti. Na Isna è innanzitutto un modo di intendere la vita e relazionarsi ad essa con un approccio essenzialmente di riconoscenza e amore gratuiti verso la propria terra e le proprie origini. Presa in prestito dall'onomastica dell'etnia Balanta, comunità dell'Africa occidentale originatasi in Guinea Bissau, l'espressione "Na Isna" quale sinonimo di attaccamento e appartenenza alle proprie radici, essa è divenuta in un secondo tempo la sigla discografica dietro cui si celano cinque musicisti carpigiani riunitisi su impulso del cantante Marco Lodi. Se Jinn in Caos e Like a Shadow? sono nomi che ai più risulteranno sconosciuti è giusto ricordare come da queste stesse formazioni della provincia modenese sia germinato un seme nuovo che, senza rinnegare il passato, avrebbe rielaborato antiche strutture compositive sviluppando nuove linee guida alla base di UN DIO FURIOSO. E sono quasi riti di passaggio anche le dieci tracce che vanno a comporre questa riuscita autoproduzione supportata dall'entusiasmo della band e dalle coproduzione artistica di Andrea "Druga" Franchi - una vita al fianco di Paolo Benvegnù, nella non facile sfida di emergere dal sempre più caotico magma discografico. Del resto i Na Isna sono pur sempre quelli che resistono; così, caparbiamente incuranti degli ostacoli mediatici, eccoli andare avanti per la loro strada con quel bagaglio di idee che ha saputo prender forma e consolidarsi in un rock chiaroscurale, sostanzialmente elegante e rabbiosamente intimista, dal sapore tribale. Della percussività primigenia il gruppo pare non riuscire a fare senza. Percussiva come un'accetta che lenta, ma meccanicamente inesorabile abbatte una pianta è infatti la batteria marziale di Un Attimo, appiglio a cui ci aggrappiamo quando i ritmi incalzano e la nave con la quale siamo salpati da un porto sicuro per un viaggio di cui ancora ignoriamo la meta viene squassata dalle onde sempre più alte e impetuose di una tempesta marina che ci ha sorpresi al largo. Torna solo in apparenza la calma con Stri-Stri, singolo poggiante su un arpeggio acustico, ipnotico e dinamico che valorizza la voce espressiva di Lodi e ne asseconda la solitaria tensione poetica. La stessa che anima il racconto de Il Gobbetto Del Parco, maratona coldplayiana capace di tenere alta l'attenzione grazie anche all'impegno strumentale del quintetto emiliano, prima di confluire nella melanconica Sui Tuoi Passi. Ipnotica e meditativa Canzone Della Torre Più Alta aveva già lasciato intendere che il leitmotiv dell'album si sarebbe sviluppato seguendo queste direttrici con una particolare attenzione alle forme mutuate Oltremanica; a volte speziate (Tigri Dagli Occhi), altre semplicemente rinvigorite da qualche comunque timido accenno di elettronica (Un Flusso). A rischiare di compromettere però il tutto ci pensa la durata forse eccessiva di qualche pezzo; una maggiore capacità di sintesi che non distolga l'attenzione dalla cura alle liriche, senz'altro uno dei punti di forza del gruppo, gioverebbe a rendere più accattivanti narrazione e intento comunicativo. Ma oggi era giusto rompere gli indugi e proporsi senza rete nell'intricato girone degli outsider. A soluzioni di labor limae meno convenzionali ci si penserà domani. Senza rimpianti.        

mercoledì 27 agosto 2014

ROYAL BRAVADA

ROYAL BRAVADA
Royal Bravada
- autoproduzione - 2014

Con una copertina che rimanda agli inarrivabili Queen e fa il verso ai conterranei Gerson i monzesi Royal Bravada arrivano al debut album forti di un buon hype e con le idee chiare in merito a come far suonare anche in studio il proprio lavoro. Catalizzare l'attenzione in poco meno di quaranta minuti può essere tuttavia un'impresa molto più ardua di una buona mezz'ora formato live quando non solo la musica, ma anche l'aspetto performativo contribuisce in maniera decisiva a formare le impressioni dell'ascoltatore. Qui è necessario allora dare fondo a tutto il bagaglio accumulato negli ultimi ventiquattro mesi di prove e concerti per giocare a carte scoperte e tentare di lasciare il segno fin da subito. Due chitarre, un basso, una batteria. La voce di Alberto Ciot. E una scrittura ritmico-testuale fondata sull'inglese che se da un lato avvicina la band nostrana a quelle ben più blasonate d'Oltremanica (Franz Ferdinand, Arctic Monkeys e Kasabian sopra tutte) dall'altro sembra essere a tutta prima anche più funzionale per il proprio progetto rispetto a quella sciacquata secoli fa in Arno dal Manzoni. Drawing Circles, Hold Fast e Thieves Friends confermano del resto quanto di buono ci era stato raccontato a proposito dello spavaldo gruppetto lombardo. Ciò che scaturisce da questa amalgama di persone, idee e suoni è un disco perciò piacevolmente frizzante e fresco, sicuramente derivativo, ma come prima prova è giusto non chiedere di più. Anche perché in realtà non tutto ruota attorno a quell'indie rock contemporaneo di stampo anglosassone cui accennavamo qualche riga fa e che tanto è andato per la maggiore negli ultimi tempi. In fin dei conti gli eterogenei ascolti del quintetto affiorano più o meno marcatamente in diversi episodi del cd. Il crossover pompato di Round The Corner e quello robusto di The Wolf rivelano ad esempio una predilezione per una musica sì dinamica, ma pur sempre compatto e vibrante. E se con l'intro della sognante Mad Dog si scrutano lontane oasi, intervallate da pianure progressive in pieno deserto, con Darkside Backyards si esplora addirittura un versante acustico altrimenti nascosto, inatteso e piacevolmente "di rottura" con il resto del lavoro, che crediamo verrà approfondito - magari ancora in piccole dosi - nel prossimo futuro. Ci sono perfino i fiati nelle sequenze electro-disco di Secrets?! Insomma, di tutto un pop. A non convincere granché resta invece l'ormai abusatissima cover in chiave rock dei Chemical Brothers Hey Boy Hey Girl, ma tant'è. Il dado ormai è tratto e indietro non si torna. Le mosse future della band saranno quelle decisive per capire se la stoffa dei Royal Bravada è di qualità superiore oppure sottile come un unico velo di organza. Può accadere di tutto a questo punto; basterà solo smarcarsi dalle proprie passioni e procedere spediti con il proprio passo.

martedì 19 agosto 2014

L'ANGELO RINCHIUSO

L'ANGELO RINCHIUSO
Aldo Tagliapietra
- Clamore - 2013

"Io non sono un uomo del passato e nemmeno un uomo del futuro. Io viaggio nel tempo - prigioniero del vento - sulle ali dell'eternità." Questo è Aldo Tagliapietra oggi. Questo è il sintetico ritratto che meglio esprime l'essenza dell'Uomo prima ancora dell'Artista che per decenni ha contribuito a forgiare con Le Orme un sound unico e riconoscibilissimo in Italia e all'estero, autore schivo eppure determinante per la quadratura del cerchio, perennemente innamorato del suo lavoro. Se dopo il mesto divorzio dalla band madre che, ricordiamolo, contribuì a fondare nel lontano 1966 qualcuno avesse ipotizzato un sereno e tranquillo ritiro a vita ascetica e contemplativa in qualche locus amenus tra Veneto e India, la produzione discografica post Orme del musicista muranese è qui a dimostrare con veemenza l'esatto opposto. Con una progressione oggettivamente quasi insperata - visto il glorioso passato e la possibilità di vivere di rendita con nuovi live improntati su un facile revival - alle soglie dei settant'anni Aldo vive una seconda giovinezza ed estrae dal proprio quadernetto degli appunti note e pensieri capaci di puntellare quella che possiamo considerare una carriera solista vera e propria. Magari non cercata, ma vissuta con la solita passione e il noto impegno; di certo non come una parentesi minore. Abituato a ragionare in gruppo, Tagliapietra conferma dalla precedente formazione gli affiatati Former Life Matteo Ballarin e Andrea De Nardi, coadiuvati dal già noto Manuel Smaniotto, e, indicando la via, si fa accompagnare dai giovani trevigiani in un onirico viaggio sinergico. Una sfida senza più compromessi che richiede, ma al tempo stesso implementa, energie e forza comunicativa. Se NELLA PIETRA E NEL VENTO, il precedente album rilasciato nel 2012, andava ad esplorare la dimensione prog su un impianto fondamentalmente pop L'ANGELO RINCHIUSO, pur non rinunciando mai alle imprescindibili linee melodiche tanto care a Tagliapietra, si inserisce senza dubbio in maniera più completa nel solco della tradizione progressiva. Neanche troppo paradossalmente è proprio la melodia ad accentuare l'essenza prog delle nuove composizioni, assemblate spontaneamente in una elegante suite di quasi quaranta minuti, sganciandosi da statici cliché formali che vorrebbero sempre la tecnica prevalere sul buon gusto. Riflessi Argentati, breve raccordo strumentale tra la circolarità di Io Viaggio Nel Tempo e la cosmica riflessione interiore di Storie, è uno dei tanti esempi in tal senso, favoriti dalla felice scansione narrativa del platter incentrata sulla visita notturna ad un vecchio da parte di quell'angelo che dà titolo al disco e al successivo, intimo, dialogo tra le parti. Sarà questa stessa creatura ultraterrena a restare imbrigliata tra i fitti reticoli della memoria umana allorquando, passati in rassegna i ricordi del tormentato signore, giungerà ad una nostalgica immagine famigliare: quella di due pianeti lontani, localizzati in simbiotico parallelismo nelle profondità dell'universo. Lo sfavillante Felona e l'oscuro gemello Sorona sono una volta ancora lì davanti ai nostri occhi, in tutto il loro fascino astrale, quarant'anni dopo la loro prima apparizione. Qui la rivelazione. Al nostro fianco infatti la creatura celeste ed l'essere umano assumono i contorni di proiezioni dello stesso Tagliapietra, con la prima tutta intenta a lenire i dolori del secondo. Il sontuoso Magnificat finale rafforza l'accorata preghiera laica e chiude il lavoro risuonando in una esistenza che è verità di fede. Come gli angeli custodi; invisibili e silenziosi, ma sempre accanto all'uomo. Prova ad alzare uno sguardo verso il cielo e tutto capirai.

lunedì 18 agosto 2014

KARMA - GNUQUARTET IN PROG

KARMA - GNUQUARTET IN PROG
GnuQuartet
- autoproduzione - 2014

E finalmente è accaduto. È accaduto che il ben noto GnuQuartet, da anni spalla musicale di gran lusso per decine e decine di artisti maggiormente esposti da un punto di vista mediatico, abbia deciso di scendere in campo con un lavoro sorprendente e anomalo. Almeno al giorno d'oggi. Sia chiaro: che la musica classica incontri il rock e ne influenzi - arricchendole - certe strutture e armonie non è certo una novità di questo secolo. I prodromi vanno forse ricercati nel lontano 1969 quando gli allora rinnovati Deep Purple, capitanati dal mai dimenticato Jon Lord e con la new entry Ian Gillan alla voce, seppero fondere le proprie inclinazioni più propriamente heavy con il canone classico della Royal Philharmonic Orchestra di Londra condotta da Malcolm Arnold. Da allora l'incontro fra i due mondi seppe operare una vera e propria fusione allorquando sulla scena comparvero una nutrita schiera di band e musicisti, spesso tecnicamente sopraffini, capaci di dar il là a quello che in Italia andò inizialmente sotto il nome di pop, ma che all'estero veniva raccontato come progressive rock. Se qui da noi il trittico di complessi più celebrato (Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, Premiata Forneria Marconi) fu in grado di produrre dischi ancora oggi ritenuti in grado di rivaleggiare con i nomi più altisonanti d'Oltremanica e d'Oltreoceano, fuori dai confini patrii la musica avrebbe ricevuto una uguale attenzione grazie a formazioni altrettanto blasonate e competenti. Del resto la classica, quasi patrimonio nazionale, era già stata utilizzata nel decennio precedente per nobilitare attraverso le orchestre canzoni superficialmente considerate leggere, ma evergreen a tutti gli effetti: come non ricordare gli ensemble orchestrali diretti dal maestro Ruggero Cini o da un giovane Ennio Morricone? Che dire del lavoro negli studi dell'RCA? E dei contributi di Gian Piero Reverberi, Louis Bacalov e Angel "Pocho" Gatti perché non parlare? Nel 2007 i Nomadi di Beppe Carletti, nella prima metà dei '70 coadiuvati dal direttore argentino, avrebbero riportato in auge tutto il loro repertorio incidendo un emblematico doppio live album in compagnia della Omnia Symphony Orchestra diretta da Bruno Santori, a sua volta conduttore di quella Symphsonic Orchestra protagonista solo lo scorso inverno con la PFM de IN CLASSIC, una nuova lettura trasversale e sperimentale in equilibrio tra classica e prog. Così il quartetto ligure composto da Stefano Cabrera, Roberto Izzo, Francesca Rapetti e Raffaele Rebaudengo con una simile tradizione alle spalle in KARMA - GNUQUARTET IN PROG decide di omaggiare le proprie passioni condensando le quattro individualità nell'articolata Stereotaxis, sconfinato volo pindarico realizzato su più piani interpretativi, nonché autentica, spericolata sintesi fra folk, prog, jazz e - ça va sans dire - classica. L'unico inedito del cd diventa in realtà occasione per intuirne le direttrici principali sviluppate di lì a poco a partire dal genio di Frank Zappa (Peaches En Regalia), passando per gli attesi Pink Floyd (The Great Gig In The Sky con il prezioso featuring vocale di Durga McBroom-Hudson) e i barocchismi rock degli Yes (Roundabout), fino ai maturi Genesis di Hairless Heart. Conclude l'esperienza un sentito omaggio al primo esperimento italiano di musici e orchestra. Concerto Grosso 1, I Tempo, Allegro è infatti il giusto tributo a quei primi, conterranei e seminali New Trolls nell'ennesima rilettura per soli archi e flauto capace di dare un seguito, una progressione, a quel tesoro musicale che li ha preceduti completando inconsciamente quanto proposto sull'Adriatico dai romagnoli Quintorigo. Un "deposito di esperienze e storie del passato che attiene all'inconscio, al fluire continuo della vita ed alla sua capacità di trasformazione". Forse che qualcuno ha parlato di karma?

giovedì 7 agosto 2014

TRISTI TROPICI

TRISTI TROPICI
SUS
- Technicolor Dischi - 2014

Arruolato in pianta stabile il polistrumentista Fabio Pocci il trio toscano dei SUS (misterioso acronimo che rivela un ben più diretto e "lazy" Succede Una Sega) si ripresenta con un secondo lavoro discografico dalle enormi potenzialità, coordinato da quella vecchia volpe dell'indie italico che risponde al nome di Fabio Magistrali. Variando su più registri e temi musicali, come in parte già accaduto nel precedente album di debutto IL CAVALLO DI TROIA, Alessio Dufour e compagni decidono di assemblare un dinamico guazzabuglio sonoro puntando una volta ancora sulle loro indubbie capacità esecutive che vanno di pari passo anzi, trovano proprio terreno fertile nelle composizioni liriche del fantasista Alessio Chiappelli, membro sussico ad honorem. Grazie infatti a testi poeticamente stranianti capaci di unire la verve aulica e immaginifica del conterraneo Alessandro Fiori alla lucida analisi di piccole realtà quotidiane di un disincantato De Gregori di periferia, i SUS concretizzano con disinvoltura il disco più maturo eppure ineccepibilmente estroverso della loro fin qui breve storia. TRISTI TROPICI rivela infatti un deciso passo in avanti rispetto all'esordio di ormai un lustro e mezzo fa, ampliando il loro neanche troppo malcelato orizzonte critico e mantenendo intatto il gusto per lo sberleffo che ne contraddistingue da sempre le esibizioni dal vivo. Come se ci trovassimo su un mirabolante ottovolante alla fiera di Quarrata in un Lunedì Feriale qualunque è un attimo passare dagli offici ministeriali dei Fratelli Calafuria più subdolamente dark alle orge compassate de Il Cerchio, raga cantautorale capace di mostrarci come sarebbe potuto essere oggi Bugo se non si fosse fatto volontariamente distrarre dal giro giusto anziché venir folgorato sulla via delle major da, per esempio, un Lucio Dalla d'annata. Si corre, si lotta, si sgomita per uno smartphone, dimenticandosi di tutto e tutti; non c'è futuro ne Il Campo Aspirazioni, come del resto è semplice lasciarsi assoggettare dalla massa e rinunciare alla propria sacra individualità se si Accetta Il Mistero che ci fa tutti uguali. Summa del pensiero chiappelliano è poi la splendida title track, disilluso viaggio verso il sogno latino di una terra che non c'è, adeguatamente commentata in musica dalla band che condivide gli umori chiaroscurali mai riscattati da una inazione generazionale fatta di scuse e giustificazioni. Da qui si sviluppa un lungo e continuo carosello evocativo capace di correre rapido attraverso miracoli che sarebbero piaciuti a Battiato (1984) e ingorghi di cervelli in fuga, in coda al check-in verso la libertà (Amo La Gente Che Smette) senza mai rinunciare al brivido della velocità immaginifica che il pensiero offre prima di spiaggiarsi, esausto, presso il Lungomare Vuoto Di Follonica, onirica costruzione cinematografica utile ad indicare una nuova direzione, e una comprensione in ultima analisi politica, della realtà. Fatta di opportunità e occasioni nuove, imprevedibili, rivoluzionarie. Mentre l'Italia continua a giocare a carte e a parlare di calcio nei bar...  

mercoledì 6 agosto 2014

TUTORIAL

TUTORIAL
Dilaila
- Niegazowana - 2014

...Che disco!?! ...Che disco!?! ...Che disco!?! Come fare a lasciarselo sfuggire e a non parlarne!?! Frizzante, arioso, malinconicamente retrò, briosamente contemporaneo. Difficile trovare al giorno d'oggi un lavoro intelligentemente pop, scevro da facili soluzioni ad effetto e ricco di contenuti duraturi. TUTORIAL ha il piglio e la statura artistica dell'evergreen, quarto disco di una band giunta ormai al quindicesimo anno di attività e sempre troppo lontana dai riflettori e dalle passarelle che contano. Capitanati dalla spumeggiante Paola Colombo, gran voce e personalità scenica molto intensa, i Dilaila tornano sul luogo del misfatto dando alle stampe il lavoro più maturo e completo della loro ultradecennale carriera; non sempre facile da portare avanti, ma sostenuta con abnegazione da una caparbietà e da quell'incrollabile pazienza che solo chi crede davvero nei propri mezzi sa come sfogare attraverso le proprie passioni. Grinta e carattere insomma, che trovano stimolo e linfa vitale dalle avversità continuando a rispondere alle esigenze espressive che si hanno dentro. Queste le caratteristiche principali che vibrano tra i riverberi e le storie di disperata quotidianità delle nove nuove canzoni scritte da Luca Bossi e Claudio Ciccolin con lo zampino determinante della Colombo. Che apre, spalanca le porte della sua vita esponendosi in prima persona come mai prima d'ora, raccontandosi a cuore aperto, trovando la giusta comprensione e la perfetta alchimia compositiva negli storici compagni di sempre. Sonorità genuine sulla scia del precedente ELLEPI', già ampiamente elogiato per la freschezza compositiva e le efficaci soluzioni armoniche, ma con un quid che fa la differenza: la capacità di portare a livelli poetici parole ordinarie che nel canto della mora interprete lombarda vibrano, trasfigurate, con atipica liricità. "Oggi ti senti così e pensi sia normale guardare negli occhi le tue PENTOLE": così si apre Storia Di Una Scema Che Diventò Farfalla e così si apre il disco. Se dire "pentole" con lo stesso trasporto con cui si potrebbe dire la parola "amore" o "vuoto", se portare una frase di questo tipo ad un livello di inquietudine che nasconde un mondo intero ti viene naturale, beh, allora significa avere i crismi dell'Artista. L'ha fatto per decenni Enzo Jannacci; lo fa tutt'oggi il ritrovato Stefano Rampoldi. Paola Colombo è sulla loro scia. TUTORIAL è tutto questo. E non rivela punti deboli. Mai. Pur affondando le radici nella tradizione della canzone italiana anni '60 non si incappa in alcun modo nel facile ripiego manieristico che avrebbe concesso sonni tranquilli e la felicità del portafogli. Senza disdegnare l'esperienza performativa della Summer of Love i Dilaila abbracciano una porzione davvero ampia di storia della musica, da Mina ai Doors passando per i Beatles e la Caselli, in una sua costante rivisitazione e correzione alla luce delle correnti del nuovo secolo, sottolineando l'aperto contrasto tra l'attuale mondo tecnologico in cui stiamo vivendo e l'immaginario genuino, sincero e autentico proposto con disinvoltura fin dall'artwork del cd. Costruttori di idee e belle canzoni. Bravi Dilaila. Perché al mondo c'è sempre voglia di belle canzoni. PS: grazie Walter per avermelo ricordato.

mercoledì 30 luglio 2014

I'M WALKING ALONE

I'M WALKING ALONE
Gabriele Bombardini
- autoproduzione - 2014

L'approccio rilassato di I'M WALKING ALONE non tragga in inganno. Nell'esordio solista di Gabriele Bombardini, talentuoso chitarrista ravennate più volte al servizio di numerosi big della canzone italiana, ci sono molta più inquietudine e struggimento di quanto si potrebbe pensare. La pacata riflessività di una chitarra elettrica spesso ai limiti della fusion rivela in realtà un sottile velo di malinconia e abbandono che va a cozzare contro l'idea di una accomodante appagamento mentale dettato dalle leggiadre melodie prodotte. Se è vero come è vero che la sei corde di Bombardini è la protagonista assoluta di questo cd strumentale (solo in Children compaiono i sintetizzatori analogici di Matteo Scaioli), vale altrettanto la pena sottolineare come la dozzina abbondante di tracce che compongono il platter sia una piacevole opportunità anche per chi non mastica abitualmente questi territori di accostarsi, curioso, ad un materia talmente libera da vincoli e parametri di giudizio assoluto senza il timore reverenziale dovuto ai guitar hero più celebrati. La raffinatezza con cui sono eseguiti episodi tra loro differenti come l'ipnotica Morgana o l'avventurosa Sailing, caratterizzata da un ipotetico cullare costante delle onde, è motivo di innegabile talento da parte del Nostro che, messe da parti per un istante le collaborazioni più disparate, si ritaglia uno spazio tutto per sé: quella camminata in solitaria citata nel titolo del cd in grado di rivelare, un po' per gioco un po' per naturale necessità, umori e sensazioni inespresse. "La sfida - ricorda l'occhialuto chitarrista già al fianco di Adriano Celentano e John De Leo - è stata quella di chiudermi in studio di registrazione e vedere cosa poteva nascere partendo non da brani già strutturati, ma da semplici frammenti musicali e da una ricerca sul suono". Il risultato è una caleidoscopica soggettiva in grado di coprire più dinamiche sonore come se si trattasse di abbracciare con la musica la maggior parte dei colori dello spettro visivo. Un'esperienza terapeutica che è un aperto confronto con sé stessi e la propria anima, capace di liberare, vuotare il proprio io più nascosto in un viaggio a tappe di cui ancora non è stata individuata la meta finale. E se toni malinconici (Is It Cool?) e sostanzialmente algidi (Psychedelic Snow, Shine On Part IV) paiono prevalere assecondando la disarmante e solitaria essenzialità riprodotta in copertina, è pur vero che una condizione di totale indipendenza e autonomia come quella evocata non sopporterebbe emozioni troppo forti o accese. Così, ecco succedersi con un approccio minimalista altri momenti di raccoglimento e meditazione (Idea!, Peace And Love (?), Cyclic Experiment) in grado di sottolineare e tramandare a chi vorrà ascoltare la traccia del proprio passaggio; impronte leggere, color pastello, che si perdono nella risacca marina.  

lunedì 28 luglio 2014

OVERTONES - ELECTRONIC RESEARCH IN NATURAL HARMONICS

OVERTONES - ELECTRONIC RESEARCH IN NATURAL HARMONICS
Mario Conte
- Zoff82 - 2014

Quando la recherche di proustiana memoria modifica i propri propositi e sposta il proprio baricentro verso nuovi interessi e orizzonti spazio-temporali, i risultati possono essere imprevedibili e impensati come dimostra il cangiante flusso sonoro di OVERTONES. La nebulosa di suono che apre l'opera prima di Mario Conte pulsa infatti ritmicamente sulle inconsuete note del sorprendente cupa cupa. Oggetto niente affatto misterioso in terra salentina e lucana, il particolare tamburo a frizione la cui origine si perde nella notte dei tempi viene riscoperto dall'ingegnoso sperimentatore del suono, già a fianco della corregionale Meg, e inserito in un contesto musicale fatto di meccaniche ed elettronica all'apparenza totalmente estraneo. Solo dopo un ascolto attento il lavoro prodotto da Conte - in collaborazione con l'ensemble pugliese In Cupa Trance dell'imprescindibile Pino Basile - rivelerà una comunanza di intenti capace di condensare in un lasso di tempo infinitamente piccolo rispetto all'eternità l'ossessività delle forme ritmiche primordiali con la calda freddezza dei macchinari digitali e analogici. Harmonic Field #1 e la susseguente Harmonic Field #2,  caratterizzata da un disturbante ronzio circolare che sembra inghiottire e digerire ogni altra forma di vita, diventano così le chiavi di accesso ad un mondo sonoro estremamente liquido eppure al contempo totalmente dedito alla concretezza della terra, attraverso la compenetrazione produttiva fra ancestrale e moderno. È un dato di fatto da cui si originano in un secondo tempo tutti gli altri movimenti contenuti in questo piccolo bignami di armoniche naturali registrato in diverse parti del continente europeo. Una reticolata impalcatura liquida pronta a sostenere nuove, mobili, forme di suono plasmate più dalla mente che dai macchinari messi a disposizione dal progresso tecnologico. Una continua riflessione sulla loro mutevole condizione cangiante che, alla chimica e alla sintesi operata da altri soggetti culturali, ha preferito riscoprire le origini della terra, in una commistione fra passato e futuro originante il presente. Quello stesso presente alla base dello sperimentale progetto Phone Jobs, un collettivo di musicisti dedito al recupero di suoni elettronici prodotti da oggetti mobili come cellulari e i-phone ora riciclati per produrre musica. Dove porterà tutto questo è una incognita altrettanto mutevole e cangiante, soggetta a dinamismi sconosciuti e imprevedibilità. Per intanto guardando al tempo e al suo misterioso svolgersi, ci gustiamo il suono roboante, naturalmente straniante eppure così inconsapevolmente noto di Modern Country Side che nella registrazione ambientale libera le sensazioni di un viaggio trascendentale nel suo necessario passaggio fra campi materiali e mondi di pura energia. Una dimensione ultraterrena che solo il recupero delle nostre origini è ancora in grado di esplorare. Oggi come allora.