domenica 10 aprile 2011

MISANTROPICANA
Piet Mondrian
- Urtovox - 2010

Dopo un frugale ascolto al singolo Apocalippo risulta fin troppo facile accostare a tutta prima il duo tos'ano che omaggia nel nome l'importante pittore olandese appartenuto al movimento artistico De Stijl agli ormai disciolti The White Stripes: chitarra e voce (impostata) lui, che risponde al nome di Michele, batteria e voce (melodiosa) lei, la giovanissima Caterina. Più interessante e costruttivo è parlarne con una maggiore cognizione di causa, ascoltando il loro cd per intero, cogliendo sfumature e assaporandone il climax. Si parte su una base pop porno con un o yeah! e lascivi mugugni vari che fanno un inconsapevole omaggio ai mai dimenticati Green Jellÿ di House Me Teenage Rave, ma Report 1 è molto di più: le onde sonore prodotte da un theremin fantasma rendono estremamente fascinoso un brano già di per sè accattivante mentre Michele invoca Gino Strada affinché invii qua in Occidente le inutili mine antiuomo disseminate in Afghanistan ritenute più strumentali nello sterminare i fascisti, gli anziani ed i menefreghisti vista l'impossibilità di salvaguardare il mondo e la foresta amazzonica! Il kazoo è protagonista della successiva Boogie Woogie, un particolare e sarcastico banchetto luculiano in cui una abbondante dose di ironia serve a farci digerire le portate elencate in un contesto sempre piuttosto critico rispetto agli standard di vita dell'uomo contemporaneo. La già citata Apocalippo è una bomba ad effetto immediato che cresce sempre più, ascolto dopo ascolto. Altro momento davvero notevole è l'eterea, ma poco sognante visto l'argomento terreno trattato, Lascia Perdere le cui note di tastiera (Amari? Chi ha detto Amari?) affidate a Caterina, voce principale che come negli altri episodi sempre si intreccia al 50% con quella di Michele, ci lanciano sospesi nello spazio più mellifluo della mente, dove i propositi e le idee nascono, ma non sempre trovano poi il loro corrispettivo sviluppo concreto nella realtà. Si torna al garage rock minimalista con l'ironica Ho Votato Lega, un Bugo ancora privo di Joe Valeriano, ma sempre in possesso di un lucido e tagliente sguardo contemporaneo, lo stesso che torna nella disillusa Un Corpo prima di qualche accenno prog affidato al flauto traverso di Beatrice D'Elia in Credo Che L'Uom' Per Natura Sia Così, dall'indovinato dinamismo Sixties/Seventies che fa pure molto Calibro 35 (Una Notte Al Casinò). Venti secondi di frammenti sonori tratti da trasmissioni televisive dozzinali esemplificano all'istante parte della trattazione presente ne Il Chiacchiericcio Da Cortile, melanconica sociologia quotidiana del XX e XXI secolo. Bianconi che canta con Ginevra Di Marco sembra comparire in Forse Questo È Amore e i The Zen Circus danno il loro contributo "spirituale" in Humphrey Bogart. Dogma, così essenziale eppure incisiva, chiude un disco che è davvero un must. Ah sì, è l'album d'esordio, scusate se è poco. Il gruppo più politico che c'è oggi in Italia? Possibile. Agnostici? Forse. Rivoluzionari? Magari. Bravissimi? Certamente!

venerdì 8 aprile 2011

06-04-2011
- THE TWILIGHT SINGERS live @ Magnolia -
Segrate (MI)

Siamo ad aprile. A poco più di un mese dalle prove per il tour mondiale che li terrà occupati almeno fino al mese di giugno, i Twilight Singers di Greg Dulli approdano nuovamente nel Bel Paese per proporre in sede live i brani del recentissimo DYNAMITE STEPS, album che segna l'inizio della collaborazione con la gloriosa Sub Pop dopo i proficui anni passati non senza reciproche soddisfazioni con la londinese One Little Indian. La band che oltre al suo distinto fondatore questa volta annovera tra le sue file i veterani Scott Ford e Dave Rosser, rispettivamente al basso e alla chitarra-cori, Greg Wieczorek alla batteria e il polistrumentista Rick Nelson al violino, al piano e ai synth, ha pure un ospite d'eccezione, anzi, oggi due: sono gli amici di lungo corso Manuel Agnelli e il redivivo Dario Ciffo che, con Dulli e i restanti Afterhours del periodo, affrontarono le registrazioni in terra siciliana di BALLATE PER PICCOLE IENE prima e BALLADS FOR LITTLE HYENAS dopo, a cavallo tra 2005 e 2006.

Un parterre compatto e variegato accoglie calorosamente l'ingresso dei musicisti sulle note introduttive di Last Night In Town, primo di ben sei estratti dall'ultima fatica in studio che andranno a costituire un terzo della scaletta odierna. Qualche problema in spia, ma è già tempo per rispolverare un classico da BLACKBERRY BELLE: Fat City (Slight Return) consente le prime significative interazioni da parte dei ragazzi accorsi sotto al palco che accompagnano Dulli nelle strofe e Rosser al controcanto. Le loro due chitarre unite a quella di Agnelli per un inedito attacco a tre sono un soluzione lussureggiante per l'elegante Gunshots e mentre l'ex cantante degli Afghan Whigs è ancora intento ad accordare la sua Gibson ES-355, che ad ogni brano necessita un'aggiustatina, ecco un altro pezzo dal passato recente: Forty Dollars, spinta da un violino molto afterhoursiano, viene cantata senza gli effetti della versione in studio, scorrendo più fluida e immediata come la piccola, ma voluta, citazione di She Loves You nel finale richiede.

La stessa fruibilità è rintracciabile nella sognante She Was Stolen il cui tappeto organistico rimanda a certe atmosfere care ai Mercury Rev di Jonathan Donahue. Chi si aspetta a questo punto che il concerto viva sull'alternanza fra pezzi nuovi e brani vecchi resta piacevolmente sorpreso dall'osservare come il frontman per la canzone successiva sarà Manuel Agnelli che, depositata la sua chitarra, emerge dalle nebbie rosse di un palco eccessivamente fumoso, e sempre molto in ombra, per interpretare la "sua" I Milanesi Ammazzano Il Sabato, ben più corposa rispetto all'originale tratta dall'omonimo album. Dopo questo gustoso intermezzo che le videocamere di mezzo parterre non si lasciano sfuggire, è tempo di omaggiare un'altro artista. Questa volta si tratta dell'amica Martina Topley-Bird autrice insieme al dj David Holmes di Too Tough To Die, brano contenuto nel suo esordio solista QUIXOTIC e già ripreso in maniera sbilenca e personalissima dai Twilight Singers nel loro album di cover SHE LOVES YOU. È questa la fase di stanca del concerto che registra però una decisa impennata con i successivi due classici: Love e Annie Mae danno infatti la giusta scossa, anche ai musicisti stessi, Dulli su tutti, soprattutto per merito del luciferino violino suonato da Nelson e grazie al marziale piano, per l'occasione appannaggio di Agnelli, che preparano il terreno ad un unicum tra i due brani, senza soluzione di continuità.

Sempre troppo poche le parole del buon Greg che, senza perdersi in fronzoli, va al sodo con la successiva Bonnie Brae e chiama on stage Dario Ciffo, finalmente di nuovo al violino, per la nuova Get Lucky al termine della quale Manuel ha già anticipato tutti attaccando Teenage Wristband, vero e proprio must accolto da un boato e cantata all'unisono da band e fans: you wanna go for a ride? So let's do it! A questo punto sul palco restano solo i cinque musicisti americani e la scelta di fine set ricade sulla ipnotica melodia strisciata di soul di Candy Cane Crawl prima che le ovattate atmosfere cinematografiche di Never Seen No Devil, colonna sonora di un film che è il quotidiano vissuto in una qualunque metropoli, si impossessino della scena
. Get Lucky ci riporta coi piedi per terra, utile però ad introdurre nuovamente gli amici Manuel e Dario "per eseguire una canzone che abbiamo scritto tutti quanti insieme in Sicilia sette anni fa".

La batteria seguita dal taglio di chitarra è inconfondibile: La Vedova Bianca o My Time (Has Come) che dir si voglia, è urlata in ugual misura dal cantante degli Afterhours e dallo stesso Dulli, il primo cantandola in italiano, il secondo intrecciando il testo inglese per una versione che non ha precedenti. Per i bis Greg passa al piano, Agnelli e Rosser alle chitarre e la sezione ritmica macina chilometri stando al proprio posto per una The Killer da brividi contrappuntata da
l solito violino di Nelson. Siamo in dirittura d'arrivo: le onde di Waves ci trascinano nei loro pericolosi vortici, risucchiandoci ripetutamente e facendoci riemergere provati dagli abissi sonori in cui ci hanno condotto senza alcuna pietà. Spetta così all'Hyperballad di Björk, riveduta e corretta secondo il proprio gusto, mettere la parola fine ad uno dei concerti migliori di questa parte di tour europeo, se è vero come è vero che le parole conclusive di Dulli "It was my great pleasure to sing for you tonight!" poco prima di scendere dal palco verranno successivamente confermate da quanto scritto online solo tre giorni dopo, il 9 aprile, sostenendo come le tappe italiane siano state addirittura degli "highlights, non solo per via del pubblico che impazziva ad ogni data, ma anche per aver trascorso del tempo with our good friends, Ciao Italy!" Ciao Greg, ciao ragazzi; a presto!

Andrea Barbaglia '11

mercoledì 6 aprile 2011

ALLE BASI DELLA RONCOLA
Sakee Sed
- autoproduzione - 2010

Ciò che stupisce fin dal primo ascolto è la facilità con cui i due ragazzi bergamaschi titolari del marchio Sakee Sed inanellano una serie di brani obliqui e strabilianti che denotano assoluta maturità e una determinazione in merito alla strada da seguire davvero notevole. Il pianoforte doorsiano della waitsiana Vermouth And Baby, strascicata nel ritmo, ma non nella resa sonora finale, non stona per nulla di fronte all'ukulele di quell'Happy Thomas che festeggia nel giorno del suo venticinquesimo compleanno insieme agli amici più intimi, come testimoniano i coretti alcoolici disseminati lungo tutto il brano. Whisky & Coke è l'anfetaminico rock da saloon che Capossela deve ancora sorprendentemente scrivere tra un cha cha cha della Medusa e un ballo di San Vito qualunque. La promozione mediata si riversa nell'incrocio per soli wurlitzer e batteria tra i Marta Sui Tubi e i Verdena di Cenami Il Cefalo, primo singolo dal disturbato video lo-fi; quella im-mediata è affidata ad una centinaio di live in supporto, tra gli altri, ai già noti The Zen Circus, ad Edda, ai Bud Spencer Blues Explosion e ai Rossofuoco del Maestro Canali. Mentre un altro giro di Jack Daniel's scende in corpo e i rifornimenti di Laphroaig stanno per esaurirsi, le stralunate Benson & Eggs e Honky Thonky Honk fanno il giusto paio con l'indovinata I'm Drunk e il divertissement strumentale ed onomatopeico di Uncachaca; poi, quando la sbornia avanza inesorabile e il più classico dei consuntivi esistenziali è alle porte, ecco i brillanti resoconti di una vita bruciata quotidianamente nel Caffé Degli Artistici, accogliente luogo di ritrovo come molti se ne trovano tanto nelle pianure quanto nei paesini di montagna della nostra bella Italia."Risvegliati Dolcemente!", verrebbe da dire in compagnia di Martina Togni all'anonimo alcoolista da strapazzo di cui sopra, ma preferiamo disinteressarci completamente di siffatto individuo, lasciandolo tenersi fra le mani la testa ancora barcollante, e ballare noi alter uno sbilenco Walzer con Mrs. Tennessee. Caro Marco, caro Gianluca, si sa già quando arriverà BACCO in persona con tutte le sue menadi danzanti sul dancefloor del circolo? Noi attendiamo fiduciosi; intanto aspettiamo fuori, osservando le nuvole che anche quest'oggi cingono il Dente Del Diavolo.

martedì 5 aprile 2011

02-04-2011
- DON DILEGO live @ Pub 1340 -
Francavilla Bisio (AL)

Ennesimo tour italiano, il quinto se la memoria non ci inganna, per l'alternative folk rocker di New York che si concede questa volta ben un paio di settimane qui da noi godendosi pure l'inattesa botta di caldo primaverile di questi giorni. Ogni concerto è un pò a sé stante. Due le versioni in cui Don avrà modo di esibirsi infatti in questi quindici giorni: full band, con la collaborazione dei nostri Ruben Minuto, Luca Crippa e Alex Marcheschi, e in un lonesone duo con il solo Crippa. Noi scegliamo di raccontare la prima (con le fotografie della seconda) di tre avventurose serate a cui decidiamo di assistere, da un lato perché questa rappresenta il primo contatto diretto con l'artista, dall'altro perché l'ottima riuscita della stessa diventa il motore propulsivo che ci spinge a raggiungerlo nelle altre due occasioni nei giorni seguenti nonostante la loro non semplice dislocazione logistica. Francavilla Bisio regala a Don una manciata di devoti fan giunti apposta per ascoltare il suo già importante repertorio e magari qualche gustosa anteprima dei prossimi due cd in arrivo, stando alle parole del diretto interessato, nel corso dell'anno. Prendendo posto su uno sgabello, armato di una acustica e accompagnato dalla lap steel di Crippa, DiLego regala subito una brand new song, la malinconica Like A Ghost che, visto il vociare continuo di una parte del pub, assume una valenza ancora più straniante, con un DiLego davvero fantasma agli occhi di tanti distratti ascoltatori. E si continua sulla falsariga con la successiva Border Song: I thought the world was letting me down and leaving was just the simplest thing I found. Eppure gli applausi degli appassionati presenti in sala sono sinceri e già con la splendida Dreamin' il duo sul palco riesce a catturare l'attenzione anche di quanti sono solo lì di passaggio.

Per i palati fini ecco quindi giungere una preziosa cover: i Wilco sono difatti omaggiati con California Stars, brano originariamente scritto nella parte testuale da Woody Guthrie e inciso solo successivamente, per iniziativa della figlia di Woody, dalla band di Jeff Tweedy in collaborazione con Billy Bragg per l'album MERMAID AVENUE. Mentre il prezioso Crippa si sposta alla sua Gibson è già tempo per un paio di inediti: Television Sun ha il sapore della California più disincantata e sognante mentre Deal With The Devil viene temporaneamente accantonata per far posto ad Ol' Hank Williams eseguita in piedi su uno dei tavoli del locale probabilmente perché infastidito dal continuo parlare che rieccheggia in sala dagli spazi limitrofi. Nei minuti successivi si torna al disco d'esordio THE LONESTAR HITCHHIKER VOLUME 1 con Ohio Fight Song, si citano nuovamente i Wilco, questa volta con Forget The Flowers, e si recupera l'inedita Deal With The Devil dai forti accenti blues; quindi ecco la toccante dichiarazione d'amore all'amata di Chicago. Si alza il tiro con l'accattivante e divertente Radio Star, sicuro brano di punta dei prossimi live, mentre Ryan Adams compare tra le note e gli accordi di When The Stars Go Blue, ennesima cover della serata che pare in realtà essere stata scritta dallo stesso DiLego vista l'abilità con cui viene eseguita. Un sorso di birra, un'armonica a bocca, l'acustica e la steel guitar di Crippa: quattro ingredienti fondamentali per una sognante The Holiday che anticipa la nuova Here Comes Regular in una versione essenziale che ovviamente non prevede l'accompagnamento dell'affascinante voce femminile individuabile nella compagna di mille avventure, non solo musicali, Bree Sharp. La classicissima Dead Flowers, a quarant'anni dalla sua pubblicazione su STICKY FINGERS, vede on stage una terza chitarra, affidata all'autoctono Luigi che al Pub 1340 è talmente di casa a tal punto da essere "opzionato" da Don anche per recuperare un whiskey in attesa di completare la serata. Miss Louisa's Daffodils è il cameratesco brano da saloon; sulla nuovissima Last Call assistiamo ad uno stomp del solito Luigi, richiamato appositamente da DiLego e Crippa per l'accompagnamento umano.

Blue Avenue è un altra gemma nascosta mentre la mescalera The Vegas Man! è una febbricitante immagine di disperazione ed orgoglio. Ed arriva pure il turno dell'ottima Falling Into Space, in cui Don sbaglia inizialmente gli accordi per poi ripartire però più carico che mai riuscendo nel difficile intento di far cantare tanto la sua chitarra quanto il manipolo di astanti rimasti ad applaudirlo. Arrivano le richieste: At The Texaco sarebbe stato un errore non suonarla, così, nonostante la gola sempre più secca e disidratata del suo autore, diventa non solo il ventunesimo brano in scaletta, ma addirittura uno dei momenti più alti della serata che sembra non volgere mai al termine. Don è infatti felice per le vibrazioni e l'interazione con il pubblico che a questo punto si sono raggiunte e concede ancora una manciata di repliche. Due cover innanzitutto. Una rallentatissima e alternative version di Wild Boys, sì, sì, proprio quella dei Duran Duran, lascia tutti di stucco per l'eccezionale trasfigurazione che una chitarra acustica e una steel guitar riescono a farle ottenere; quindi un'intensa Rocket Man con Elton John rivisitato e corretto quasi fosse un esponente, un pilastro, un padre fondatore della corrente ormai tranquillamente riconosciuta come Americana anche qui in Italia e in modo tale da tenere ancora viva l'attenzione di tutti dopo ormai due ore di concerto. A New Road che in origine apriva il già citato THE LONESTAR HITCHHIKER VOLUME 1 spetta il compito di concludere la serata. Siamo solo alla terza data del tour and we want more. Gallarate e Brescia sono nel mirino. Don al tavolo con noi per un drink.

Andrea Barbaglia '11

le foto presenti sono state scattate c/o l'ottimo Pepe Nero di Gallarate (VA) il giorno dopo questo live report. Ringraziamo il buon Igino Palazzi per l'accoglienza e la cordialità.

Un link al seguente post è presente qui: http://www.facebook.com/dondilego?sk=wall

lunedì 4 aprile 2011

SICK TAMBURO
Sick Tamburo
- La Tempesta - 2009

Quanti sono gli orfani dei Prozac+ non ci è dato saperlo. Eva Poles ha accompagnato in qualità di vocalist femminile l'open space dei Rezophonic per diverse date senza far rimpiangere troppo la pur attesa Cristina Scabbia, già impegnata Oltreoceano con i suoi Lacuna Coil, ritagliandosi pure un piccolo spazio personale in cui proporre la cover di quella Acida che nessuno ha mai dimenticato dopo l'heavy rotation del 1998. Ma l'allora deus ex machina Gianmaria Accusani che fine fece? E l'introversa bassista Elisabetta Imelio ha più dato segni di vita? Negli occhi del bimbo guerrigliero che ci scrutano dal passamontagna del cd dobbiamo e possiamo ricercare una risposta concreta ed esauriente. GM e Betty sono qua. La nuova proposta che il duo ha dato alle stampe con quest'opera prima prende le mosse da sonorità tutto sommato mai abbandonate e anzi, percorse dal chitarrista pordenonese fin dai tempi del collettivo The Great Complotto di inizi Anni '80, quali il rock e ovviamente il punk, filtrati però ora da soluzioni elettroniche solo sfiorate in GIOIA NERA, ultima fatica in studio targata Prozac+ e già dai forti accenti new wave. Ma, a differenza di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, non è Gianmaria a prendere in mano il microfono per diventare a tutti gli effetti frontman della band; con una mossa a sorpresa, ma alla fine azzeccata, alla voce troviamo infatti Elisabetta, finalmente sotto i riflettori del palco a fronteggiare il pubblico non più protetta dal suo basso. Il risultato? Eccellente. Fin dai primi passaggi del potente singolo Il Mio Cane Con Tre Zampe abbiamo le coordinate su cui i Sick Tamburo si muoveranno lungo tutto il cd: condensati in poco più di tre minuti, lunghezza media dei brani, la chitarra traccia un riff nervoso, che avanza a scatti, su un tappeto di beat e/o pulsazioni elettroniche mentre il cantato, cantilenante e medio, descrive (?) immagini a loro modo surreali e concrete al tempo stesso, senza voler necessariamente veicolare un messaggio, ma garantendosi al contrario un impatto in your face notevole. Brani come Intossicata, con la drum machine sorretta da una batteria vera, l'indispettita Dimentica e la riffosa Non sono lì a testimoniare questa scelta schematica ad effetto. Altrove (Sogno) compaiono invece reminescenze prozacchiane solo in parte modificate dal nuovo corso, mentre il duo, all'interno di un set che garantisce momenti anche "ballabili" (Forse È L'Amore), di synth punk (Topoallucinazione) minimale (Tocca 24-7), è in grado di sfornare almeno un paio di brani sopra la media come l'ironica richiesta amorosa di Prima Che Muoia Ancora e l'ottima Parlami Per Sempre, senz'ombra di dubbio il momento migliore dell'intero lotto che, come si era aperto con il tappeto strumentale di Sick Tamburo, così va a chiudere il cerchio con l'outro speculare di orubmaT kciS. Qui non si fanno rivoluzioni: semplicemente si alzano il volume e i watt. Tutto il resto è noia.

sabato 2 aprile 2011

in concerto

01-04-2011
- ENRICO RUGGERI & CHAMPAGNE MOLOTOV live @ Phenomenon -
Fontaneto d'Agogna (NO)

Si può giocare con la data del primo aprile se si sta per tornare in scena con la propria band di sempre? Certo, se i protagonisti di questo mancato pesce d'aprile sono Enrico Ruggeri, i suoi Champagne Molotov e lo spirito punk degli esordi, in realtà mai abbandonato viste le tante scelte controcorrente effettuate poi negli anni a venire. E così, dopo una manciata di rinvii causati dalla riabilitazione per un doppio intervento ai tendini della spalla destra solo qualche mese prima, ecco la reunion attesa da ben 23 anni. Ecco l'evento. La mobilitazione dei fanclub Nuovo Swing e Club Peter Pan è frenetica e compatta; l'organizzazione del PalaPhenomenon, location strategica scelta dai Nostri a poco meno di un'ora da Milano e da Torino, ineccepibile.

I più attendono le 23:30 per l'inizio dello show. In realtà un'anteprima di quanto di lì a qualche ora costituirà l'ossatura del concerto si può già ascoltare nell'assolato pomeriggio novarese di questo inizio di primavera quando, durante le prove, ecco comparire ai nostri occhi, da sinistra a destra del palco, Stefania Schiavone, costantemente baciata dai raggi del sole mentre improvvisa alle tastiere, il serafico Renato Meli col suo Fender, un iperattivo Luigi Fiore tornato dopo dieci anni alle pelli, l'atteso Ruggeri, finalmente senza tutore al braccio, e il sempre affidabilissimo Luigi Schiavone alla sua Schecter: i cinque inanellano, dopo aver tarato i propri strumenti per una ventina di minuti, la rediviva La Donna Vera, il cui inciso viene provato un paio di volte per affinare il gioco di squadra, Rien Ne Va Plus, Contessa, con Fiore impeccabile e sicuro orchestratore dei cori, Vivo Da Re e una Polvere su cui fa la sua comparsata Scream, fin qui umilmente in disparte, accompagnando al controcanto finale Enrico.

Sono le 19. Qualche fan comincia ad arrivare alla spicciolata e pian piano si avvia a tavola visto che la stragrande maggioranza ha scelto di fermarsi nel locale per poter cenare accanto ai propri beniamini, già sommersi da calorose strette di mano e richieste di autografi vari. Quando le porte vengono aperte anche agli "esterni", Ruggeri e gli Champagne Molotov sono ancora a tavola, divertìti e cortesi come sempre, senza tradire il benché minimo segno di nervosismo o emozione rispetto alla serata che li attende. A scaldare il pubblico di lì a poco ci pensa comunque Scream che degli Champagne Molotov è attualmente il vocalist in quanto la band, ormai sul palco, ha iniziato una tourneé dalle forte tinte hard rock proponendo un repertorio basato esclusivamente su pezzi dei Journey, storica AOR band americana, poco nota alla massa italiana, ma che ha visto succedersi nelle sue fila musicisti del calibro di Steve Perry, Jonathan Cain, Aynsley Dunbar, Steve Smith, quella macchina da guerra che è Deen Castronovo, Gregg Rolie, Ross Valory e molti altri, tutti al servizio del portentoso guitar hero Neal Schon, unico membro della formazione originaria rimasto al proprio posto dal 1973 dopo gli esordi con Santana.

Certo, le pur ottime Any Way You Want It, Lovin' Touchin' Squeezin', la metallica Wheel In The Sky, Separate Ways o Don't Stop Believin', tanto per citare una manciata di classici che in America hanno garantito un pressoché costante successo alla band di San Francisco lungo tutti questi anni, non hanno l'appeal dei classici del Rouge che questa sera un migliaio di persone è venuto ad ascoltare, ma sono pur sempre gradite occasioni per testare l'ottimo stato di forma degli Champagne Molotov di cui va apprezzato il coraggio per l'anomala offerta musicale proposta. E mentre all'ingresso del locale vengono avvistati Fabrizio Palermo e la moglie Roberta, arrivati giusto in tempo per non perdersi il live della reunion, è lo stesso Scream a cedere il palco all'atteso Enrico Ruggeri che, pacca sulla spalla all'amico, camicia grigia, cravatta pitonata e occhio lucido per l'emozione, si lascia scappare con un sorriso complice un semplice "Ciao ragazzi!" rivolto al pubblico eccitato.

Poi.. Rien Ne Va Plus. Pianoforte e voce. Applausi. Nonostante il fastidioso chiacchiericcio continuo di qualche infiltrato poco gradito, la poesia che proviene dal palco catalizza l'attenzione di tutto il locale e rapisce i cuori più sensibili. L'entrata poi degli altri strumenti per la conclusione del pezzo concede un caloroso tributo a tutti i musicisti. Facendo riferimento allo stop forzato causa operazione il cantautore milanese ci confida di come sia "molto contento di ripartire con quelli con cui siamo partiti un pò tutti": c'è pure Roberto Benoldi, storico tour manager della formazione, con cui vennero condivisi gioie e dolori di quei rouggenti Anni '80 che, prima di questa sera, per molti dei presenti tornavano però a prendere vita solo attraverso le parole e la testimonianza di chi li aveva vissuti sulla propria pelle. E allora godiamoci questi istanti. Ancora l'incantato pianoforte affidato a Stefania Schiavone diffonde le tenebrose note della strepitosa Il Portiere Di Notte mentre dall'altro lato del palco il fratello Luigi le contrappunta con la sua chitarra.

Spariti gli arrangiamenti elettronici degli ultimi anni, la protagonista della canzone prende forma non solo nel suo asciugamano, ma sembra addirittura avanzare tra i fumi del palco mentre l'assolo finale ne conclude la camminata. E fedele a queste versioni originarie ecco pure Nuovo Swing con Ruggeri che, ancora emozionato, sbaglia l'entrata, lo segnala addirittura nel microfono come se niente fosse, quindi, felice come un bambino, prende in mano le redini della situazione e dirige i cori del pubblico. Al di là dell'innegabile bravura di Stefania, è divertente osservare la nonchalance con cui il marito Renato Meli suona il basso, quasi non l'avesse mai abbandonato per dedicarsi invece all'industria discografica dopo lo scioglimento della band vent'anni prima. Deliziosa, anche se probabilmente un pò fuori luogo questa sera, Quello Che Le Donne Non Dicono da sempre momento di cori femminili che mai stonano, ma che si sarebbe potuta bypassare per far spazio a brani più movimentati e attesi dagli aficionados.

Poco male; l'immancabile Polvere zittisce immediatamente ogni tipo di eventuale malumore con uno Schiavone in stato di grazia, e presentato per primo quale dovuto omaggio ai tanti anni di scorribande musicali vissute insieme, che torna ad incendiare il fronte del palco col suo chitarrone heavy mentre il lungocrinito Scream raggiunge tutti per il controcanto finale. Un ringraziamento al siòr Silvio Crippa, l'unico Silvio conosciuto dalla band prima che comparissero altri imitatori, ed è tempo di presentazioni per il resto della band: il grande Luigi Fiore, batterista e ora pure guru dell'alimentazione, il discografico con la mai sbiadita passione per la Musica Renato Meli e una emozionatissima Stefania Schiavone che, immancabile, attacca l'ennesima sua arcinota partitura pianistica con Enrico che per la seconda volta non riesce ad entrare sull'attacco. È Il Mare D'Inverno, che strappa come sempre consensi e boati di attestazione, ma che oggi si piega di fronte al recupero della storica La Donna Vera, primo estratto di una terna a cavallo tra rock e punk, con un quadratissimo Fiore senza il quale anche i restanti brani perderebbero un pò del loro smalto primigenio.

Urge assolutamente una foto: dalle prime file ecco giungere nelle mani del cantante i mitici occhiali bianchi che Ruggeri indossa un istante prima di riappropriarsi dell'omaggio Decibel di Contessa e sparare l'altra scheggia pre-Champagne di Vivo Da Re che chiudono lo show della reunion. Foto ricordo per tutti. Quindi ancora Champagne Molotov featuring Scream con una nuova elettrizzante scarica di AOR targato Journey. Fatto salvo chi causa di forza maggiore deve farlo, spiace vedere a questo punto della serata allontanarsi dal parterre una fetta di pubblico, evidentemente già soddisfatta per quanto fin qui ascoltato e sicuramente poco avvezza ai nuovi brani. Ma chi resiste e sta al suo posto viene premiato: un informalissimo Ruggeri, abbandonate camicia e cravatta, si ripresenta sul palco in t-shirt nera e la band parte con i bis. E sono veri bis: l'acclamatissima La Donna Vera è l'immancabile partenza che richiama anche quanti si erano rifugiati al bancone a cercar un drink o più semplicemente refrigerio, poi di nuovo Polvere e Vivo Da Re con somma e reciproca soddisfazione di pubblico e protagonisti.

Baci e abbracci, applausi e fischi d'approvazione, gioia e commozione, rock e sudore. Questa volta è proprio finita. Ma nel migliore dei modi.
L'indomani, sul proprio Diario Di Bordo, un raggiante Ruggeri così commenterà: "Ieri è stata una serata di quelle che non si dimenticano. Emozioni molto forti da chi era sul palco e da parte di chi, davanti a noi, cantava a squarciagola mostrandoci affetto e stima. Gli Champagne Molotov hanno ancora un'identità sonora molto precisa: è stato un concerto vero e proprio e non una rimpatriata. È stato bello risentire quelle versioni e cantarci sopra. La vita va avanti, arriveranno nuove idee e nuovi progetti, ma è fantastico fermarsi ogni tanto a guardare quello che abbiamo costruito e vedere che non è stato ingiallito dal tempo. Grazie Renato, Stefania e Luigi. A presto". Noi con voi.
Andrea Barbaglia '11

venerdì 1 aprile 2011

INSIDIA
Litfiba
- EMI - 2001

Il parziale fallimento di ELETTROMACUMBA, lavoro frettoloso con poche luci e dalle evidenti ombre all'alba dell'abbandono di Piero Pelù, viene per ampi tratti riscattato ora grazie alla seconda prova in studio operata dall'accoppiata Renzulli-Cavallo. I suoni sono decisamente più curati, i testi, esclusiva di Cabo, più criptici e meno rancorosi, le sonorità più variegate, spaziando dalla fiera furia hard rock di Luce Che Trema, uno dei must del cd, alle oscure trame sonore di Oceano, ipnotica e vorticosa ballata rock pronta a soddisfare gli orfani di certe atmosfere pre MONDI SOMMERSI con una spruzzata di elettronica sapientemente gestita dal collaboratore di lungo corso, ed ex Matia Bazar del periodo berlinese, Mauro Sabbione, rientrato in seno alla band durante il precedente tour. Quest'ultimo è complice tanto nelle costruzioni ritmiche di Ruggine e di Senza Rete quanto nell'uso più classico di un pianoforte che compare nella mediorientaleggiante Invisibile, compiuti appuntamenti che, a modo loro, non sfigurano di fronte al glorioso passato della band fiorentina guidata ora dal drumming serrato del nuovo arrivo Gianmarco Colzi in vece di Ugo Nativi. Ghigo? In forma fortunatamente. Basta chiedere a Mr.Hyde, brano d'apertura di cd e di tour dalle tinte dark, o passare dalle parti dell'estremamente riconoscibile tapping presente ne La Stanza Dell'Oro, ottimo singolo di punta dalla trascinante verve rock e dalla massiccia, ma mai invasiva dose di tastiere affidate ancora una volta a Sabbione e al talentuoso bassista Gianluca Venier, solidissimo virtuoso delle quattro corde prestato a pc e grooves vari quando l'occasione lo richiede. E che di grooves si faccia se non man bassa, almeno ampio uso lo dimostrano la title track, potente e snella al tempo stesso, così come Il Branco, altra violenta denuncia sociale in musica. Impossibile non citare Nell'Attimo: in poco più di quattro minuti compaiono come in un fata morgana più tecnologico visioni estatiche di terra e sconvolgenti rivelazioni sulla mediocrità umana. Nota davvero stonata e che non può né deve essere sottaciuta la scandalosa ed irritante versione remix di Ruggine: buon per il disco che è posta in fondo, ma davvero non si capisce come abbia potuto avere il benestare della band per la pubblicazione, avulsa dal contesto com'è e incapace di poter generare alcunché di buono. Di riempitivi non si sente mai la mancanza. Specie quando l'album è di per sé davvero buono. ROTAS OPERA TENET AREPO SATOR.

mercoledì 30 marzo 2011

PIANTE GRASSE
Trombe Di Falloppio
- Sepolcreta - 2006

Eccole!! Eccole!! Sono tornate!! Sono tornate!! A bordo come sempre della loro mirabolante Duna bianca e a distanza di due anni dai gironi infernali del POVERO DIABOLUS, Falloppio, Strega, Allo, Flober e Il Ciffo si ripropongono come la miglior evvi-metal band nostrana. E non come la bagna caüda (nostrana pure quella). Sì, perché sotto la scorza di indefessi guasconi tra il goliardico e il demenziale si cela una cuore durissimo, fatto di metallo pesante, forgiato da passione e capacità tecniche di prim'ordine. La ricetta non tradisce le aspettative neanche questa volta: fin dall'ottima Angelone posta in apertura pare di veder lo scapigliato cantante, fintamente lungocrinito e novello Giovanni Buongiovanni, urlarci in faccia che, anche in qualità di padrone del suddetto cagnone, questa "è la mia vita!". E sono tanti gli omaggi pienamente riusciti che si susseguono nel platter. Vicks Sinex ha in mente gli scorpioni migliori di Germania mentre la collaudata coppia di axeman Strega-Ciffo si diletta a infarcire di ritmiche e soli l'anthematico rimedio farmaceutico nonché singolo mancato. Le Rane Fritte riprendono uno dei classici della vergine di ferro con un Marchino Strega davvero indiavolato e superlativo, da sempre valore aggiunto del quintetto piemontese che successivamente sprinta in Ho Il Culo Basso portando a casa l'ennesimo brano da applausi, forse il migliore del cd. Con Hulk si tocca il nirvana, seppur verdi di rabbia e livore per i troppi soprusi subìti, con la sezione ritmica in mano al "francese" Flobér e ad Allo, affidabilissimo e mai sopra le righe, che imbastiscono una solida base su cui si innestano chitarre e cantato; Barba Dura è punk a tal punto da aver potuto tranquillamente fare bella figura su TOGLITI IL TAPPO (GAUTE LA NATA) così come su...DOOKIE. Aprite i vostri occhi: Iguano è un ispirato alternative metal che riallacciandosi alle (diss)avventure della classica Rettilario giunge a formulare domande così estremamente filosofiche da lasciar un pò interdetti. L'amore ai tempi di Baget Bozzo è trattato in Coito Col Naylon e la dichiarazione d'amore al contrario di Siete Tutti Uguali prende addirittura a nume tutelare il sig.Rossi prima di abbandonarsi alle sonorità subsoniche di alcuni propri concittadini nel finale. Ottimi come sempre anche gli intermezzi di raccordo, dalla pugilistica Intro alla Merenda Sinoira in salsa mariachi, passando per le feticistiche Piante Grasse di... Frank Sinatra e David Lee Roth?! Il Pierlu, amico di lungo corso, ci introduce infine alla dance suonata di Angelone (Remix), inaspettata, ma ben fatta e di immediato appeal. Su le mani allora: Evribadi A Ridoria!!!

lunedì 28 marzo 2011

27-03-2011
- NOMADI live @ Officina H -
Ivrea (TO)

Non cancellare il passato, ma saperlo recuperare e rinnovarne le tradizioni è quanto di più auspicabile l'uomo possa fare per mantenersi in contatto con le proprie origini ed essere in grado di fornire nuovi stimoli futuri per sé e i suoi simili. Tutto ciò è stato un lento processo messo ormai in atto da più di una decina di anni presso l'ex cortile interno delle Officine Olivetti, una volta sede della nota azienda italiana e oggi interessante spazio sottratto alle incurie e all'abbandono, destinato a spettacoli artistici di diversa natura volti a valorizzare il territorio eporediese e piemontese tutto.

Grande merito per quest'opera a suo modo encomiabile va attribuito all'Associazione Culturale La Terza Isola, alla guida dell'Officina H per il terzo anno consecutivo e multiforme forza promulgatrice in questi anni di asfittiche proposte culturali. A ben guardare, le stesse finalità che auspicavamo per il recupero e la ridefinizione del passato possono tranquillamente essere attribuite per meriti sul campo anche alla band di Novellara, questa sera protagonista assoluta dell'Auditorium e capace di radunare poco meno di un migliaio circa di spettatori per un quasi sold out come spesso è in grado di fare anche in spazi più ampi. Come per ogni tour teatrale che si rispetti la serata si articolerà in due tempi, inframezzati da un quarto d'ora accademico di pausa che consentirà ai musicisti di rifiatare e ai fans, giunti principalmente dal nord ovest, di scambiarsi le prime opinioni in merito alla scaletta dei propri beniamini.

L'attacco è affidato ad un classico di questo tour, infatti l'ariosa La Dimensione abbraccia simbolicamente, grazie alla calda voce di Danilo Sacco, le due ali di folla che siede in platea preparando il terreno al ripescaggio de La Coerenza, accolta da un misto di gioia e stupore e interpretata congiuntamente da Sacco e Massimo Vecchi, da anni grintoso sostituto dell'originaria voce di Francesco Gualerzi che si può ascoltare su QUANDO CI SARAI. I siparietti tra Cico Falzone e l'amico Danilo sono proverbiali; uno di questi precede i ritmi latini di Lo Specchio Ti Riflette che si fa notare per una coda strumentale leggermente allungata anche se la prima canzone memorabile della serata è l'attualissima La Storia, anno di pubblicazione 1977, la quale nell'arrangiamento attuale rivela, grazie a Vecchi, una carica rock solo sfiorata trentaquattro anni prima.

A gentile richiesta del pubblico Sergio Reggioli accenna un brevissimo motivo zigano con il suo violino prima che i sei tornino a fare sul serio con la sempre brillante Due Re Senza Corona, poderosa e affascinante interpretazione di un brano di per sé già molto riuscito e amato. Reggioli al canto fornaciaresco e alla chitarra acustica è successivamente indice che la cover di Zucchero Hey Man è il prossimo brano in scaletta pronto a strappare convinti applausi vista la sentita interpretazione di Danilo Sacco. Mantenendo il violinista all'acustica, torna, dopo qualche tempo, Amore Che Prendi Amore Che Dai, attesissima dalle prime file e come sempre cantata a squarciagola in supporto a Massimo Vecchi mentre Beppe Carletti si concede una fantasia alle tastiere. Dopo una manciata di messaggi letti sul palco, ecco un altro classico che non fa prigionieri: su Dove Si Va la voce di Sacco viene quasi sovrasta dai cori dei novecento paganti mentre nell'altro anthem Pugno Di Sabbia è Falzone a sottolineare con un bel passaggio di chitarra l'acuto del suo frontman. I due hanno poi tutto il palco a loro disposizione nella magica L'Eredità, provata peraltro precedentemente
anche in sedi soliste e per la quale l'affiatamento è così elevato che non sfugge agli occhi dei più attenti la sincera stretta di mano tra cantante e chitarrista al termine del brano come a congratularsi per l'ottima esecuzione regalatasi.

Sacco viene ora raggiunto da Carletti e Reggioli per l'intensa Qui che suscita come sempre applausi a scena aperta ben prima del suo termine: il vibrato di Danilo è sincero ed emozionante, il violino di Reggioli toccante e commovente mentre Carletti orchestra il tutto con le note emozionanti del suo pianoforte. Standing ovation. Per movimentare la serata è tempo de Il Vento Del Nord: il nuovo arrangiamento, fresco e latino, consente a Falzone di esibirsi in un pregevole assolo finale di indubbia classe e offre uno scambio di testimone vocale a Danilo, Massimo e Sergio, le tre voci che si alternano difatti su altrettante strofe della canzone. Sono le 21:44. Ecco la pausa. Il ritorno on stage è battezzato da Il Nulla, meno coreografata rispetto a precedenti uscite teatrali, ma sempre di impatto e riarrangiata in chiave acustica con Reggioli ora al flauto, rispetto alle programmazioni e al computer del cd.

Io Voglio Vivere: fortunatamente niente coriandoli oggi anche perché la botta di vita che esplode ogniqualvolta si esegue questo brano, la Io Vagabondo per l'attuale formazione dei Nomadi, arriva comunque prima di affidarsi alle acque chete di Mediterraneo. Capolavoro assoluto l'assolone di Cico su Mamma Giustizia: finalmente liberata, la creatività del chitarrista ha modo di esprimersi senza vincoli nei sei minuti abbondanti lungo cui si articola la canzone: grandissimo. Altro classico proposto con il consueto pathos è Auschwitz seguita dall'omaggio a Marco Pantani de L'Ultima Salita. Un battesimo nomade formato maxi-extra-papale precede la grintosa, eppure un pò troppo logora, Marinaio Di Vent'Anni, sempre accattivante per carità, ma scontata a questo punto dello spettacolo nonostante i ricami finali di Carletti alle tastiere.

Di altra pasta l'ottima L'Uomo Di Monaco con Beppe che passa con disinvoltura alla fisarmonica mentre scorre nelle parole di Augusto Daolio interpretate da Danilo la storia dell'ex SS ormai vecchio e alla fine dei suoi giorni. Secondo e ultima cover estratta da RACCONTIRACCOLTI, Vent'Anni è l'eccezionale apoteosi del concerto grazie al prolungato acuto di Sacco davvero da brividi: il prezzo del biglietto passa anche da queste parti. "Oh, oh, intenditori..." si lascia scappare serafico il cantante piemontese mentre il pubblico gli tributa i giusti onori consapevole che potrebbe in qualunque momento rivaleggiare anche con Massimo Ranieri. E siamo quasi arrivati al termine dell'evento: le gucciniane Canzone Per Un'Amica e Dio È Morto, quest'ultima sempre molto vigorosa con le sue sfumature rock, sono infatti il classico preambolo alla conclusiva e corale Io Vagabondo, non prima certo di aver ringraziato le centinaia di persone accorse e i fans club presenti, da sempre sicura fonte di sostentamento e motore ben oliato della macchina nomade che macina chilometri in lungo e in largo per tutto lo Stivale italiano da quasi quarantotto anni.

Spetta in realtà al Te Deum far calare definitivamente le luci e il sipario sull'ennesima serata di festa che ha saputo catalizzare l'attenzione e la soddisfazione sia dei molti appassionati sia dei semplici curiosi, amici di vecchia data della band, impossibilitati magari a seguirla nei mesi estivi, che si sbracciano per acclamare e salutare i propri beniamini. Non immalinconisce più il clima uggioso che ha accolto tutti e che ci riaccompagna a casa: gli spazi dell'Officina H sono stati e restano una sicurezza di professionalità e calda accoglienza. Guardando l'orizzonte sull'autostrada si scopre con un sorriso sincero quanto la primavera sia ormai alle porte.

Andrea Barbaglia '11

un ringraziamento per la professionalità e la cordialità dimostrate all'amica Chiara Feliciotti e all'associazione La Terza Isola tutta.

il seguente post è raggiungibile qui: http://www.danilosacco.com/1/news_1842475.html mentre un link è visibile qui: http://www.facebook.com/pages/OH-Officina-H-Ivrea/158562731113 e qui: http://it-it.facebook.com/people/La-Terza-Isola/100000395493535

domenica 27 marzo 2011

26-03-2011
- THE BISHOPS live @ Vinile45 -
Brescia (BS)

Terzo tour italiano per la band dei gemelli Mike e Pete ora affiancati pure dal fratello minore Alex e sorretti dal potente drumming del fiero Chris McConville, quadratissimo batterista scozzese in forza al gruppo fin dagli esordi come trio e valore aggiunto per il rock'n'roll massiccio proposto anche questa sera. Qualcosa è tuttavia cambiato nel sound che piomba addosso alla divertita folla che popola il Vinile45: la ritmica, ora appannaggio di Alex, rende più corposo e grasso il rock esploso dalla chitarra di Mike, indiavolato ed energetico frontman sempre pronto a coinvolgere chi gli si para innanzi, che con gli immancabili coretti vocali è da sempre marchio di fabbrica del Bishops sound, mentre una spruzzata di indie rock va a contaminare le nuove composizioni. Ma andiamo per ordine. Una menzione particolare spetta innanzitutto alla band di apertura, gli autoctoni Le Case Del Futuro che con un fulmineo quanto accattivante set di mezz'ora neanche riescono a strappare convinti applausi di approvazione al pubblico, attento a questa nuova proposta che si muove agile fra sonorità rock mutuate dall'Inghilterra e ritmi più dilatati contaminati da un synth che alla resa dei conti è davvero parte fondamentale del loro sound. Freschi e originali: bravi!

Il tempo di montarsi la batteria, provare gli strumenti e i quattro britannici cominciano il loro concerto. Scoppiettante l'inizio affidato alla classica Higher Now e seguita da altri due estratti dal primo omonimo cd THE BISHOPS: Life In A Hole e Carousel, legate tra loro, sono decisamente più robuste, assolutamente rinvigorite rispetto agli originali, non solo per l'aggiunta della seconda chitarra, all'apparenza marginale, ma anche perché McConville pesta forsennatamente sulla sua batteria senza mai sbagliare un colpo, dando un senso di compattezza all'insieme davvero disarmante rispetto alle prime esibizioni in Italia, di per sé già energetiche e coinvolgenti. "Buonasera noi siamo i Bishops! Come va?" Col sorriso smagliante che mai lo abbandonerà su e giù dal palco, Mike introduce il prossimo brano proveniente direttamente dall'attuale ep SOJURN in promozione: Push And Pull rivela quelle novità alternative di cui sopra e che balzano all'orecchio pure nella più quieta Oll Korrect rallentando appunto il ritmo della serata, ma dimostrando una volontà da parte della band di evolversi in maniera del tutto naturale dopo l'innesto del fratello Alex voluto all'unanimità.

Strade più conosciute vengono battute con City Lights, brillante rock song dagli accattivanti cori e dall'interessante intreccio di chitarre. Altra sorpresa e novità: il rock-soul di Poly Gonn poggia sul basso di Pete, per l'occasione venato di accattivante funk, nell'attesa di eseguire l'ancora inedita, ma già conosciuta Chase The Night. La scelta di The Only Place I Can Look Is Down mira a continuare su alti ritmi adrenalinici conditi pure da un piccolo assolo di Mike, anche se è già tempo di un altro brano fresco di pubblicazione come Finding Out, l'episodio musicalmente più elaborato e spiazzante della serata, con un paio di cambi di tempo interessanti, ma che pare destinato a non trovare posto costante nelle scalette dei prossimi anni a venire. Come riprendere in mano il pubblico di casa? Bastano due altri classicissimi della band londinese quali Hold On, davvero accattivante e catchy, e Free To Do What You Want, suonata senza soluzione di continuità con il brano precedente, accompagnati dagli spettatori che tengono il tempo con continui ondeggiamenti di capo sulla falsariga di quanto Mike sta continuando a fare da una cinquantina di minuti abbondanti. L'attuale singolo Nowhere To Run è ben fatto e si inserisce senza troppe difficoltà nella scaletta in quanto essenzialmente si tratta del pezzo più old style del nuovo corso a quattro seppur con i dovuti accorgimenti.

Saltata a piè pari la programmata Headlights (On), For Now e l'attesissima If You Leave Today chiudono l'energetico show dei quattro lasciando Mike letteralmente in una camicia di sudore per tutta la carica messa on stage nel tentativo di interagire costantemente col pubblico il quale, dopo un'iniziale titubanza, non si era lasciato sfuggire la possibilità di farsi coinvolgere. Il ritorno sul palco è così d'obbligo. "Do you want one more song?" Lies and Indictments/Sun's Going Down è la prima scelta operata per poi darle un seguito con la contemporanea Back And Forth, quasi a significare di come l'album di esordio sia comunque sempre fucina di ottimi pezzi e luogo presso cui inconsciamente rifugiarsi per ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Avanti dunque ancora per una manciata di minuti a tutta velocità poi il tempo scade, l'ora legale incombe e per i tre fratelli e il loro drummer non resta altro che raccogliere gli ultimi meritati applausi di una serata piacevolmente su di giri grazie alla loro verve e al loro naturale affiatamento sul palco. Attendiamo solo il nuovo album per sapere se le nuove influenze saranno state messe definitivamente a fuoco e se dunque il futuro ci riserverà altri live carichi e concentrati come solo loro sanno regalare.

Andrea Barbaglia '11

giovedì 24 marzo 2011

EL TOPO GRAND HOTEL
Timoria
- Polydor - 2001

"Regia di Omar Pedrini". Così recita bene in vista la nota in calce sul retro della copertina. Sì perché dopo un primo album utile soprattutto per ricompattarsi, tirare le fila e rimettersi in carreggiata dopo la separazione non proprio consensuale con Francesco Renga ecco l'accellerata improvvisa, lo scarto qualitativo in avanti a testimonianza di come la band sia più compatta che mai, viva e soprattutto ad ottimi livelli. Grazie, appunto, alle intuizioni del leader Pedrini da un lato, e al visionario ritorno di Joe (Part 2), già protagonista dell'ottimo VIAGGIO SENZA VENTO, uno dei must della discografia del gruppo bresciano che a suo tempo ne rivelò le doti artistiche al grande pubblico, dall'altro. Questo volta il concept album vive di una dimensione prettamente onirica e sognante, tra allucinogene tappe del protagonista in Mexico in compagnia degli Articolo 31, fumosi tuffi nel 1971 (Live In Amsterdam), avventurose rapine nei Supermarket e richieste di aiuto per evadere dalla realtà sempre più mediocre e decadente di Mandami Un Messaggio, alla ricerca di un livello superiore di conoscenza. Vincent Gallo Blues e Ferlinghetti Blues sono sentiti omaggi ad alcuni dei mentori che accompagnano in qualità di fonte di ispirazione i Timoria anche nei live, già da qualche anno occasione di concreta interdisciplinalità tra musica, poesia, arti visuali e mimo; la stessa El Topo Grand Hotel, rifugio temporaneo di Joe e virtualmente gestito da Ugo Tognazzi, ospita, è proprio il casi di dire, un altro nume tutelare della band, quell'Alejandro Jodorowsky non nuovo a collaborazioni con musicisti italiani e qui voce recitante alle prese con una propria composizione sull'ottimo drumming di Diego Galeri. Contaminazioni metal si fondono col funk e l'ossessivo ritmo percussivo di Mork, ennesimo personaggio della cultura popolare citato lungo il viaggio e da Joe incontrato nel sempre più vicino A.D.2019; i ritmi in levare incontrano il rock semplice e diretto in Magico e il punk corale ci fa innamorare di Valentine. Destinato a restare nella memoria collettiva l'ottimo primo singolo Sole Spento, perfetta composizione rock in cui Omar e Sasha Torrisi si dividono le parti vocali in un crescendo liberatorio caratterizzato dallo slancio titanico del ritornello che ci proietta fulminei come schegge verso la tanto agognata rivincita sul mondo, ma che non nasconde la paura di fallire nuovamente, quasi si trattasse, novelli Icaro, di un secondo tentativo di raggiungere proprio il sole, ma sempre con ali di cera. Sempre entusiasmante la voce basso di Illorca che ci guida su Cielo Immenso accompagnato alle backing vocals dalle altre voci maschili e da quella sempre preziosa di Lucia Tarì mentre il noto sessionman James Thompson colora l'intensa ballad con il proprio flauto in attesa di far altrettanto, questa volta col sax, sull'ipnotica psichedelia che caratterizza Febbre. Il risveglio dal sogno è per Joe motivo di turbamento e smarrimento mentre la band, affidandosi nuovamente a Carlo Alberto Pellegrini, pare consolarlo con l'intensa Alba Fragile (Ultima Notte Sulla Terra), vertice conclusivo dell'opera. Quel che accade nel 2021 a New Tikal sul pianeta Europa 3 è solo accennato in Cielo Immenso 2: a noi non resta che aspettare che il sogno diventi realtà.

mercoledì 23 marzo 2011

ULTERIORMENTE
Francesco-C
- Mescal - 2005

Meno elettronica e più punk nel nuovo capitolo dell'avventura discografica di Francesco Cieri da Aosta. A ben quattro anni dal precedente lavoro per la Mescal di Valerio Soave, fucina di musicisti e band che hanno contraddistinto il panorama rock italiano a cavallo tra gli anni '90 e il nuovo millennio, l'arlekkino della Vallée torna con un dirompente sequel che pur non ricalcando nelle forme il suo predecessore ne rinnova la vitalità e la sostanza. In questo posto adesso è infatti Tutto Nuovo grida orgoglioso nella potente opener dall'impatto hard rock filtrato dalle adeguate manipolazioni sonore ad opera di Madaski e dal N.A.M.B. Davide Tomat, entrambi qui presenti in cabina di regia e, a volte, pure sul palco durante i live (come non ricordare l'ottima performance a Sala Biellese nell'estate 2005 durante il Libera Festival?). Esterno è ha tutta la carica punk del '77, ma più ragionata; Solo Romy è punk n' fun fuori controllo, venato da striature dark, come del resto la vita della protagonista. Riflessioni amare, "in your face" e fuori dal mondo nella successiva Fuori Città, episodio intrigante, dalle tastiere lunari che regalano sensazioni campestri nonostante la ruvidezza degli strumenti elettrici. Un umore ancora più ombroso è presente nella splendida Tornando Da Un Sogno, un must che potrebbe tranquillamente reggersi su chitarra e voce, sintomo evidente della facilità di scrittura testuale e musicale di Francesco, capace poi in un secondo tempo di rivestire le sue idee base con sonorità forse non all'avanguardia, ma certamente al passo coi tempi senza perdere, cosa essenziale, in efficacia e comunicazione. Un approccio ancora più diretto, malato e personale nell'intensa Maledentro, autolesionistico misto di rabbia e resa di fronte alla consapevolezza dei propri limiti personali e di quelli imposti dalla società. Violenta critica al mondo giornalistico-televisivo nella skeggia impazzita di In-Successo (Nel Successo), attacco senza filtri o censura rivolto a prezzolati articolisti, condotto a suon di sfrontatissime chitarre, condensato in soli centocinque secondi: record! Eppure "sarò il migliore" pur essendo un perdente, anzi il Perdente Nr.1: ne La Lista Della Spesa difatti troviamo tutti gli ingredienti per emergere, nel privato e nel pubblico sparandoci in cuore una dose di Amore, unico metadone puro e naturale in grado di garantirci adrenalina come si respira in questo esaltante pezzo dai sapori glam metal. In Sopportarsi emerge prepotentemente l'attitudine industrial à la Marilyn Manson che qualcuno aveva già ravvisato un pò a sproposito nei coretti femminili dell'apprezzato singolo Ulteriormente: qua però siamo dalle parti di HOLY WOOD e non di mOBSCENE, dunque nell'oscurità della Valle della Morte e non durante i frizzi e i lazzi della Belle Époque del Grotesque. Una volta ancora mai standard.

martedì 22 marzo 2011

PIÙ SIMILE A ME

PIÙ SIMILE A ME
Paolo Martella
- Epic - 2000

Depositario coi suoi Quartiere Latino dell'Italian Style più crossover che a metà Anni '90 ci sia stato nello Stivale, il sciùr Paolo dopo il promettente esordio solista di tre anni prima, affronta il nuovo millennio con lo stesso manipolo di amici e qualche ospitata in meno rispetto al passato più prossimo, "asciugando" in qualche modo le piccole sbavature del precedente episodio discografico. Alla batteria ritroviamo dunque il veterano Mao Granata, portentoso drummer dalla pluriennale esperienza e strepitoso interlocutore alla segreteria telefonica di casa Martella, affiancato, questa volta in pianta stabile, dal basso di Luca Bona che va così a completare l'asse ritmico su cui si innestano in un secondo momento le trame sonore effettuate dai due chitarristi arruolati, il quasi mitologico Pinotauro, alias Claudio Salvatore, e il visionario Marchino Trentacoste, futuro Deasonika e braccio destro di Mario Riso nel progetto Rezophonic. Tastiere e programmazioni, ancora affidate al produttore Michele Violante, sono meno invasive e sintetiche rispetto al passato, anzi, paiono perfette per confezionare un gioiellino come è il singolo apripista Parlo Di Te. Testi che per l'alta densità di parole profuse potrebbero far parte del repertorio di comunicatori di livello come Jovanotti, Frankie Hi-NRG MC o Caparezza si sposano poi con il rock scarno di Più Simile A Me, con le sonorità più chete e sinfoniche di Acque Profonde Navigabili o con la contaminazione simil-jungle di Oggi È Un Bel Giorno Per Ricominciare. L'inesauribile ritmo tribale di Andrea Scaglia consente a Martella di andare davvero Al Di Là di tutto mentre, Appeso A Un Filo, si aggrappa ad un'idea, vero e concreto cibo per l'anima. L'energia violenta, ma stoppata di G.A.V. (Giorni Ad Assetto Variabile) riporta alla mente le già sentite Sentimi Come Mi Sento e Nel Nome Di Chi? addirittura in bella copia mentre Anni Luce, pur presentando alcune sfiziose soluzioni elettroniche, risulta un pò troppo statica. Tuttavia non è stato Tutto Inutile, anzi!? Camminare da soli spesso è difficile, ma come capita al bimbo che ha iniziato a mantenere la posizione eretta e che al piedino destro fa seguire quello sinistro, dopo aver capito come si fa, non lo disimpara più. Avanti dunque: Un Pensiero Di Meno. E facciamo marciare le cucine!!

lunedì 21 marzo 2011

18-03-2011
- MASSIMO VOLUME live @ Bloom -
Mezzago (MB)

Imponenti e quadrati. Descrittivi e fascinosi. Dopo l'apertura math-rock, contaminata da una psichedelia a 360° ad opera dei promettenti Verbal, spiazzante opening band della serata, Emidio Clementi, Egle Sommacal, Vittoria Burattini e Stefano Pilia prendono posizione dietro ai loro strumenti.

Poche le parole rivolte al numeroso pubblico presente; tante, come sempre, quelle che si riversano come fiumi nelle canzoni, veri e propri quadri espressionisti tracciati sulle linee di basso di Clementi e ricamate dalle pennellate elettriche del duo Sommacal-Pilia, fotografie istantanee di un'età contemporanea che molto ha da dire, ma solo in parte riesce ad esprimere. La scaletta è a suo modo una sorpresa e perciò pure una delizia. Che i Nostri credano fermamente nell'ultimo loro album CATTIVE ABITUDINI è fuor di dubbio. E ne hanno ben donde: senza soluzione di continuità, ecco infatti fluire tutto il cd secondo l'ordine ormai da tempo mandato a memoria come la tracklist comanda, quasi fosse un mancato concept album di formazione. Robert Lowell è dunque apertura perfetta per far assaporare il nostro ritorno a Coney Island mentre Le Nostre Ore Contate si fondono, liquide, nel Litio, Tra La Sabbia Dell'Oceano, ultimo stadio di una incontaminata e solitaria libertà che precede la lucida follia umana.

Anche il pubblico capisce la cerimoniosità di questa serata, non limitandosi così a calorosi applausi e a qualche urlo di gradimento: partecipa piuttosto, assorto e contemplativo, sottolineando con la propria compostezza anche formale come ci sia totale comunanza di intenti tra quanto proposto dalla band e le sue aspettative, tra quanto pregustato precedentemente solo su disco e ciò che davvero richiedono e necessitano le centinaia di volti rapiti dalla poesia elettrificata materializzatasi su quel palco, ora illuminato a giorno, ora abbandonato ad affascinanti chiaro-scuri, prolungamento visivo delle inquetudini raccontate da Mimì. Si procede con Avevi Fretta Di Andartene e La Bellezza Violata; con Invito Al Massacro e Mi Piacerebbe Ogni Tanto Averti Qui, sospesi in un limbo sonoro fatto di lisergici appoggi di chitarra e taumaturgiche parole.

Quindi è il turno di Fausto, sicuramente il brano che ha saputo riaccendere le luci della ribalta sui quattro navigati musicisti in questo scorcio di nuovo millennio, ma che paradossalmente risulterà un pò sottotono in questa ottima serata, complice forse una sorta di impasto nel mix che lascia "sotto" gli strumenti di Egle e Stefano precludendone la naturale carica sonica, mentre un grintoso Clementi tuttavia ruggisce sicuro nel microfono. Via Vasco Da Gama è quel lucido viatico tanto atteso per la vorticosa e conclusiva In Un Mondo Dopo il Mondo, autentico tour de force per gli strumenti a corde, indispensabili attrezzi da lavoro tesi a ricostruire un ambiente altro. Si ascolta e apprezza così il lavoro strutturale di Egle che cede a Stefano le svisate rock, siano esse riconducibili poi al più classico suono di chitarra o alle sperimentazioni eseguite con l'archetto. A questo punto si avverte una prima quadratura del cerchio operata da quell'infallibile metronomo umano che diventa Vittoria quando è seduta dietro le pelli della batteria: tutto è compiuto.

Poi una prima discesa dal palco. Ma si tratta di un'istante, breve, interlocutorio. Richiamati infatti a gran voce per i bis con scroscianti applausi degni di situazioni teatrali che non fatichiamo a considerare confacenti per lo status della band, ecco presentarci i propri gioielli. Accolto da convinta approvazione, l'uno-due assestato con Il Primo Dio e Il Tempo Scorre Lungo I Bordi è il primo asso nella manica calato dopo la prima ora di concerto e scandito a menadito non soltanto dalle prime file, ma pure nelle retrovie. E così sarà anche per la formidabili Stagioni, tripudio di distorsioni e feedback, e Fuoco Fatuo, affilata lama rock conficcatosi nel cuore della gente quindici anni prima e lì ancora facilmente visibile ad occhio nudo.

Secondo bis e secondo estratto da DA QUI: l'evocativa La Città Morta è altro must della serata, tra le preferite di sempre e tra le più urlate di oggi, perfetto contraltare dell'adrenalinica Stanze, come sempre eseguita alla perfezione e in un crescendo che mette i brividi. Ancora l'esordio infine, per concludere: In Nome Di Dio viene così direttamente legata allo spasimo lancinante di Ororo, senza meta alcuna, ma col supporto dei fedelissimi ed irriducibili fans che attendevano da anni un tour come quello in corso. Perdonateci così se, abbandonata la sala principale, corriamo verso la nostra macchina con tutta la mia collezione di dischi come unico bagaglio. Era necessario per farci trovare pronti alla prossima occasione.

Andrea Barbaglia '11