martedì 25 giugno 2019

PINHDAR - Pinhdar

PINHDAR
Pinhdar
- autoproduzione - 2019
 
Nati dal cuore pulsante dei mai dimenticati Nomoredolls, i Pinhdar sono la nuova creatura dell'affiatato duo composto da Cecilia Miradoli e Max Terenzi. Dopo anni di silenzio discografico ampiamente compensati dall'organizzazione dello sfizioso festival A Night Like This, capace di valorizzare giovani emergenti e futuri big della musica internazionale in quel della piccola Chiaverano, eccoli riaffacciarsi alla ribalta con un progetto che solo in minima parte ripercorre le orme sonore del passato (Awful Heart), ma che ne conserva la brillante capacità di scrittura e la freschezza compositiva. Con un orecchio rivolto alle sonorità d'Oltremanica e l'altro a quelle portate alla ribalta anche dai colleghi giunti nel Canavese nel corso della manifestazione di cui sopra, i sette brani che compongono il disco d'esordio dei Pinhdar mantengono una significativa dichiarazione di poetica artistica, suggestiva e simbolica. Nell'art rock elettronico dell'opener Toy sono per la verità già rintracciabili le coordinate che non solo caratterizzano le successive canzoni, ma che addirittura rivelano l'intenzione del progetto tutto. La fluidità melodica e una costruzione sonora fatta spesso di ricercate quando non ardite trame musicali, minimaliste (Speak In A Corner) o gioiosamente arricchite d'un eclettismo dilagante (Breaking) a seconda delle esigenze dei musicisti sono in netta contrapposizione alla seriale povertà di soluzioni dilagante oggigiorno altrove e diventano le protagoniste indiscusse della loro fervida attività di ricerca. Il plurilinguismo musicale sviluppato tra trip hop, folk contaminato, post rock e ambient non è mancanza di equilibrio, ma volontà di esplorazione, rappresentazione interiore e creatività visionaria nel tentativo di esaltare i singoli suoni, in particolar modo la voce di Cecilia, in alcuni episodi mai così sottile e dolce come ora. Una tavolozza di colori al servizio della musica,  unica vera protagonista per un esordio inatteso e vincente.
 

sabato 25 maggio 2019

DNA - Deproducers

DNA
Deproducers
- Al-kemi Records/Ala Bianca - 2019

Dopo l'esplorazione del cosmo (PLANETARIO) e dell'universo vegetale (BOTANICA) il viaggio dei Deproducers continua con una potentissima zoomata all'interno del corpo umano: DNA è il terzo capitolo delle musiche per conferenze scientifiche sviluppate dal collettivo guidato da Vittorio Cosma, Max Casacci, Gianni Maroccolo e Riccardo Sinigalllia ora alla scoperta dell'infinitesimamente piccolo, dell'invisibile vitale dentro noi. Partendo come sempre dal presupposto che la scienza abbia belle storie da raccontare spetta all'innovativo intreccio di linguaggi comunicativi messo in gioco dal quartetto, qui coadiuvato dal filosofo evoluzionista Telmo Pievani - nuovo sorprendente frontman sulla scia dei predecessori Fabio Peri e Stefano Mancuso - sviscerare la stupefacente storia della vita e quella del suo lato oscuro, il cancro, tra riproducibilità, mutazioni ed evoluzione. Con la musica intesa come forma di libero sapere umano capace di trasformare istintivamente in emozione il linguaggio scientifico, spesso ostico e settoriale, l'impegno e il dovere di condivisione della ricerca trovano modalità di espressione nuove, dall'ampia portata e dall'immediata fruibilità; scopo finale dell'azione sarà quello di convertire tutti i concetti razionali presi in esame in storie musicali affinché possano suscitare in un pubblico che scientifico non è lo stesso tipo di emozioni che sono già in grado di suscitare presso scienziati e ricercatori. Una pop opera avvincente ed originale dunque, lisergica e spigolosa, poggiante sulla dinamica evolutiva di Abiogenesi (con l'inatteso Tullio De Piscopo alla batteria), sul falso strumentale Caso E Necessità e sulla decisiva Suite Cellulare, quattro movimenti propedeutici all'introduzione di quella pietra fondante che è L.U.C.A., acronimo dell'unico antenato comune universale alla base di ogni forma di vita come la conosciamo, argomento dinamico di sperimentazione e ricerca. In collaborazione con AIRC. Per la ricerca. Per la Vita.

giovedì 23 maggio 2019

ALTRI OCCHI - Cara

ALTRI OCCHI
Cara
- autoproduzione - 2019

Con il suo incedere indolente e malizioso spetta al singolone Prendo Senza Chiedere anticipare e promuovere il secondo album di Cara, al secolo Daniela Resconi, un passato prossimo condiviso con il sinnersaint CJ Cobos nel duo The Loud Vice, un presente vibrante e puntellato da cinico realismo, un futuro promettente e carico di giuste aspettative, proiezione articolata di una personalità ferma e decisa. ALTRI OCCHI riparte dal precedente RESPIRA, ma ne smorza le asperità più elementari concentrando l'attenzione su scene di vita quotidiana non più meramente relegate a semplice sfondo cronachistico. La visceralità, il fuoco interiore, lo spleen di Cara continuano così a diffondersi in forme musicali diverse, eppure sempre in modo capillare, come una emorragia, come una ferita incapace di rimarginarsi, emozione pura che sgorga dal cuore, condizione sentimentale destinata a non esaurirsi. Seducente nella sua tensione irrisolta, priva di solennità e ricca di guizzi chiaroscurali, l'irrequietezza di fondo è tratto distintivo e familiare della canzone resconiana, mai pretesto manierista. È l'interiorità esplicitata attraverso musica e parole, centro di un universo personale che nulla chiede al prossimo, ma che sa farsi comprendere sfruttando veloci sottolineature impressioniste e semplici costruzioni volumetriche. Con una naturalezza stupefacente. Mai una accelerazione di ritmo che vada ad inficiare il complesso procedimento mentale sintetizzato e restituito all'ascoltatore attraverso note, testi e melodie; eppure tutto concorre ad accrescere la tensione introspettiva e mostrarne sempre il volto migliore. Figlia diretta del miglior rock anni '90 Cara allarga gli orizzonti e riscopre la coerenza della scena che due generazioni fa l'ha preceduta. Attraverso impercettibili mutamenti, tra malinconia e disincanto, tra penombra e trasognanti illuminazioni.   

martedì 30 aprile 2019

IN/OUT - Zuffanti

IN/OUT o LA FINE DELL'AMORE
Zuffanti
- AMS Records - 2019

Discograficamente parlando avevamo lasciato Fabio Zuffanti alle prese con l'interessante operazione di recupero e restituzione emotiva attuata da Mox Christadoro attraverso il suo inatteso album d'esordio, capace di spaziare dall'afflato poetico della coppia Dalla-Roversi fino ai primi aggressivi Decibel targati Ruggeri, passando per il Baglioni a suo modo più ostico di fine anni '70. Ora, a distanza di due anni, ecco licenziato - questa volta a suo nome - per la sempre competitiva AMS Records il sorprendente IN/OUT, una volta ancora prodotto da Livio Magnini ed egregiamente supportato da un nucleo di collaboratori fidati, capaci di mettere in bella copia ciò che nelle intenzioni del musicologo ligure è summa di sperimentazione e rischio. Attraverso le nove tracce proposte da questo nuovo lavoro, mediato e meditato a lungo, è una nuova koinè musicale quella che viene proposta in nuce. Su una base prog ben definita che spesso e non solo nelle fasi più acustiche si fa piacevole omaggio a Le Orme di Aldo Tagliapietra, ecco svilupparsi e alternarsi funzionanti meccaniche drum and bass, sospesi ritmi jazz, progressioni new wave specchiantisi nei Bluvertigo e inediti sviluppi dance; con la preziosa voce di Fabio Cinti orchestrata su direttrici sonore spesso parallele, tesa a riappropriarsi di uno spazio principalmente onirico ed estatico, quasi a rovesciare luoghi comuni di genere e forma. Ciò che si chiede a Zuffanti non è del resto una rivoluzione copernicana del progressive, ma una sua attenta ed esaustiva rivisitazione, sfruttando competenze e soluzioni alternative ad una estetica musicale sempre aperta alla sperimentazione. Puo' sembrare una idea perturbante, ma alla fine è semplicemente quel metafisico desiderio tutto umano che ci consente una volta ancora di ammirare il mondo con meraviglia e stupore; Ascoltate Attentamente Perché Sono Cambiate Le Nostre Opzioni.

lunedì 29 aprile 2019

UNO - Cevolani - Inghes

UNO
Cevolani - Inghes
- autoproduzione - 2019

È il ticchettio persistente di un orologio ad introdurci al primo lavoro composto, suonato, registrato, arrangiato e prodotto da Mario Inghes con la fattiva collaborazione della rediviva Valeria Cevolani. Un incontro a suo modo imprevedibile tra due anime che, verosimilmente, ad un certo punto delle proprie esistenze devono aver compreso come entro un certo limite la limpidezza della forma canzone rischiava di diventare caotica sciatteria e la melodia sciocca banalità. Muovendosi con macchine analogiche tra post punk e alternative rock, tra elettronica e dark wave, il duo apre il proprio vissuto ai dolori, ma soprattutto alle speranze della storia contemporanea avvalendosi di una proprietà di scrittura e composizione utile per correggere e sostituire quell'apparente impressione di facilità - altrove inopportunamente tanto in voga - con una elaborazione fine e ragionata, alla base di uno stile peculiare capace di aprirsi ad un possibile ascolto europeo. Se l'ambiziosa fantasia plurilinguista di Andromeda è infatti il primo vero episodio musicale dopo l'iniziale minuto di assestamento che risulterebbe senz'altro caro ai Deproducers di PLANETARIO, il pieno assorbimento delle energie di UNO si traduce nella linearità dilatata delle chitarre di Secouez Moi, nel vivido codice synthetico di Etere, capace di fondere Socrate, Kraftwerk e Talking Heads, e nell'eleganza futurista di Volevo Dirti, plasmabile materia pop, via di mezzo tra Nine Inch Nails e Deasonika coi CCCP-Fedeli alla Linea ben vivi nel cuore. Nel moto perpetuo delle sonorità liquide che si sviluppano lungo tutto l'EP nulla viene lasciato al caso: attraverso la trasformazione di ciò che è immediatamente percepito affiora il segno di un nuovo ordinamento, si delineano le categorie fondamentali della ricerca, trova compimento l'impronta originale della propria personalità.

venerdì 26 aprile 2019

MIRA BOULEVARD - Mira Boulevard

MIRA BOULEVARD
Mira Boulevard
- autoproduzione - 2019

Quando la creatività è libera da vincoli e costrizioni di qualsivoglia natura ci si può tranquillamente imbattere in progetti artistici che pur partendo in sordina avrebbero tutte le carte in regola per ambire a riconoscimenti di prestigio. È il caso del collettivo Mira Boulevard  studiato, pensato e progettato dal poliedrico Lory Muratti, nome ben spendibile nel circuito musicale varesino da oltre un decennio, che individuati i giusti spiriti affini ha saputo sviluppare il margine individuale d'azione in maniera misurata e priva di frenesia per ottenere una amalgama di spessore. Il passare in rassegna con metodo i dieci episodi musicali che compongono l'esordio digitale della band pone l'ascoltatore non solo nella classica condizione di fruitore esterno, tutto teso a decifrare nella fattispecie il messaggio/racconto di Stefano Miramonti, l'autore prescelto per sviluppare le liriche, ma più ancora consente di integrarsi per osmosi a tal punto da divenire soggetto principe della narrazione e oggetto ultimo delle riflessioni che ne conseguono. Guidati dalla calda voce di Davide Gammon e da quella ugualmente suggestiva di Jade Hoffman Canali ci incamminiamo lungo un percorso che porta diritto al confronto tra l'io interiore e il mondo che ci circonda, non senza esserci resi conto che solo all'apparenza le due realtà divergono; fin dall'inquietante calma illusoria che pervade Dal Tetto Di Un Palazzo la bellezza compositiva è il solo tramite in grado di superare crisi e rigetti, frenesie e nevrosi, così da ritagliarci un piccolo spazio vitale che non anticiperà una nuova età dell'oro, ma renderà la ciclicità delle cose assai più sopportabile e comprensibile. Nel tentativo di scandagliare il nostro subconscio con onestà intellettuale anche quando è scomodo e difficile rivelare quanto si è visto MIRA BOULEVARD è "il racconto di uno che sa cosa fa perché fa quello che deve", ne è il percorso condiviso e la parabola vitale. L'ultimo baluardo solitario affinché il dubbio non mini la nostra essenza dalle fondamenta.

lunedì 15 aprile 2019

ENEA - Epo

 
ENEA
Epo
- Soundfly - 2019
 
Non demordono gli Epo di Ciro Tuzzi e con questo loro quarto album, licenziato attraverso una fruttuosa campagna sulla piattaforma di crowdfunding Musicraiser, confezionano quello che, pur ponendosi in forte e deciso contrasto con l'immediato passato rappresentato dal precedente ep SERPENTI del 2016, assurge al ruolo di miglior lavoro finora concepito e realizzato dall'attuale formazione partenopea stabilizzatasi da qualche tempo in quintetto anche grazie agli innesti della garanzia Gabriele Lazzarotti al basso e di Mauro Rosati alle tastiere. La svolta principale sta tutta nella decisione di affidarsi per la prima volta esclusivamente al cantato napoletano, scelta solo in parte utilizzata in precedenza (Notte Doce, il tributo a Pasquale Cannavacciuolo de Tu Nunn' O' Ssaje, l'ancora più antica Core) e che oggi, oltre ad aver costretto il gruppo per sua stessa ammissione a reinventarsi come musicisti, dona un tocco quasi esotico a canzoni dall'energia mediterranea, ma sviluppate secondo i crismi di una world music ancestrale capace di risalire l'intera Europa continentale. Così spetta all'opener Addo' Staje Tu farsi stella polare e indirizzare l'ascoltatore verso i nuovi lidi sonori mentre la centralissima Damme 'na Voce non è solo una richiesta sussurrata di amore, ma soprattutto si fa nucleo  intorno a cui l'intelletto di un artista costruisce pazientemente il suo lavoro; nuova possibilità di comunicazione verso l'esterno anche quando veicolata da quell'uomo-schermo che qui veste i panni dell'eroe virgiliano. Da questa condivisione parte il viaggio degli Epo, senza requie, alla ricerca di un comune senso da dare alla realtà, pilastro di consapevolezza, testimonianza di significatività in un territorio non semplice come quello dell'animo umano.

venerdì 12 aprile 2019

SOON - Lags

SOON
Lags
- To Lose La Track/Fuzzy Cluster Records - 2019

Sfrontati e lineari i Lags si ripresentano a distanza di quasi quattro anni dall'esordio PILOT con un secondo album non troppo distaccato dalle sferzate del suo predecessore, ma al tempo stesso per nulla ancorato ad una rigorosa procedura post hardcore riscontrabile in tanti lavori di genere. Con un approccio primordiale al limite del punk e tanto sudore speso negli anni che hanno separato la genesi dei due capitoli discografici dal quartetto laziale sui palchi medio-piccoli della provincia italiana, se da un lato l'impatto è sempre e comunque in your face è la cura dei particolari a fornire dall'altro una linfa nuova, quasi introspettiva quando non malinconica alla decina di pezzi scelti per andare a comporre il nuovo SOON. È la stratificazione psicologica delle nostre esistenze, la deriva greve e cinica del sociale in cui viviamo a farla da padrone; una realtà minore eppure sempre più diffusa e convulsa in cui frustrazioni e speranze si scontrano, si compenetrano per osmosi e alla fine si fanno narrazione di ricordi, ma mai dichiarazione di resa. Anche se la minaccia costante del fallimento aleggia sulle vite dei protagonisti e per estensione su di noi è la rabbia che cova sotto la cenere a spingere una volta ancora alla ribellione, ad elaborare un pensiero indipendente, un urgentissimo orgoglio di resistenza. Un disco a suo modo di lotta, di passione in senso lato e di tenacia in cui i ruoli sono ben definiti e i problemi esorcizzati come carburante di vita. Un disco che guarda alla ineluttabilità del fato come momento di sospensione e immediatezza: terrificante finzione, immaginifica consapevolezza.

lunedì 8 aprile 2019

1985 - Alosi

 1985
Alosi
- La Tempesta Dischi - 2019 

Per alcuni (lungimiranti?) ascoltatori Il Pan del Diavolo è stato da sempre un progetto riconducibile al solo Pietro Alessandro Alosi, allargato a duo fin dagli esordi per implementare la carica rock di un altrimenti sanguigno folk blues che in Italia aveva avuto punte di eccellenza fin dalla prima metà degli anni '70. In pausa dal sodale Gianluca Bartolo dopo una decina di anni di carriera vissuti fianco a fianco, è in questa anomala primavera italiana che Alosi abbandona la strada più consolidata e sicura, ma forse anche un poco logora e carente di stimoli, per addentrarsi in un percorso di extravaganza rock già ampiamente rintracciabile a partire dal demo d'esordio de Il Pan del Diavolo datato 2009, che solo ora puo' dare libero sfogo a pulsioni elettriche definite e sferzanti, accentuate da una trama new wave su un ordito punk. A colpire sono tanto la fluidità narrativa quanto quella sonora che crescono e soprattutto si compattano ascolto dopo ascolto, sia che ci si trovi di fronte a canzoni autobiografiche (la quasi sanremese La mia vita in tre accordi, la conclusiva Solo e vivo) sia che si venga travolti da vortici sonori elementari, ma sempre d'effetto (666, Comete). Non si può fare musica come se fosse un mestiere normale né serve qui cercare una linea direttrice a questo lavoro; basta assaporarne l'atmosfera, il sentimento sincero che valorizza un'esperienza ora messa nero su bianco con singolare trasparenza e che reclama il dovere di farsi ascoltare. Non è solo una voce, ma una intera realtà che porta i segni dell'età contemporanea anche se vagamente fuori moda. Ci vogliono occhio e orecchio; Alosi ce li ha e sa cosa vuol fare. È il suo ritorno al futuro, scritto e ritmato da un linguaggio fresco ed empatico. Rem tene, verba sequentur.

venerdì 15 marzo 2019

EMOTIONAL GARBAGE - Oblomov

 EMOTIONAL GARBAGE
Oblomov
- Oneiric Productions - 2019 
 
Non c'è forse definizione migliore rispetto a quanto affermato oltre un secolo fa da Friedrich Nietzsche riguardo l'arte, e cioè che essa stessa nasce dall'unione di due elementi, un grande realismo e una grande irrealtà, in grado di descrivere l'essenza degli Oblomov, eclettico duo avanguardista giunto al suo secondo lavoro su lunga distanza dopo la propedeutica parentesi dell'ep MULTIEXIT. Se infatti l'arte è per l'arte e non ha altro fine che la creazione dell'arte stessa, gli Oblomov sono per gli Oblomov e il loro fine è l'esistenza della loro stessa potenza vitale basata su suoni e percezioni visive provenienti dall'esterno, senza soluzione di continuità, come nel caso dei dipinti e dei disegni firmati da Alessandro "Sicioldr" Bianchi che fanno bella mostra di sé nel curatissimo booklet di EMOTIONAL GARBAGE. Un cd proposto e distribuito all'interno di una cornice in legno, che si fa concreto oggetto artistico concepito in una visione situazionista della musica, dove l'ascoltatore è tuttavia visto apaticamente quasi come un intruso, come lo straniero, come un alieno in uno sviluppo controllato di pulsante new wave e psichedelico post rock. Pare non esserci comunicazione tra autori e fruitori - del resto è lo stesso gesto artistico a non dover significare nulla - né viene richiesta alcuna comprensione a riguardo. Eppure è proprio in questa frattura degli spazi, così netta e sconcertante come ben restituiscono gli anti-concerto proposti dagli Oblomov, che si manifesta la forza stessa dell'evento, la sua autenticità. È qui che emerge una neutralità di fondo che consente a ciascuno di noi di farsi parte attiva nel ricomporre attraverso l'intelletto e l'ascolto la propria esperienza personale in una circolarità altrimenti fine a sé stessa; qui la vita si fa evento e verità. E ci viene restituita. Anche se soltanto dal buco di una serratura da cui ci siamo accorti di spiare morbosamente.

giovedì 16 giugno 2016

WHITE OUT

WHITE OUT
Barachetti / Ruggeri
- Ribéss Records / Dreamingorilla Records - 2016
 
Se si dovesse ricercare un unico verso lungo cui dirigere tutta la nostra attenzione per il più volte annunciato esordio discografico del duo formato da Luca Barachetti ed Enrico Ruggeri non troveremmo nulla di appropriato e soddisfacente. In WHITE OUT infatti troppe sono le vie di fuga e innumerevoli i punti di partenza da cui poi poter deviare che impossibile risulterebbe descrivere linearmente la fitta trama di esperienze sonore e rimandi socio-culturali di cui il cd si fa portatore. A ben guardare è la sua ciclicità di fondo ad impedirne una, schematica ed esaustiva, fino paradossalmente a rischiare lo stallo. Barachetti con i suoi testi e Ruggeri con le sue macchine analogiche propongono una musica gestuale in cui non c'è necessariamente - o perlomeno non solo - provocazione, ma molto più realisticamente il tentativo di concretizzare l'astrazione di un dolore. Fisico prima ancora che nevrotico e in seconda battuta collettivo. Attraverso canzoni-non canzoni come Corpo Occidente e Uomo Scritturato, appoggiandosi alle visioni di Panda Psichico e Dolore Bianco, immersi nell'estasi di una problematica San Sebastiano e sepolti dall'estro creativo di Fiume Verticale la loro è la consapevolezza di avere una identità che sfugge alle catalogazioni e ai parametri con cui si è soliti definire le categorie della percezione. L'atteggiamento individualistico dell'esecutore stimola così l'ascoltatore al confronto e alla ricerca, alla partecipazione e alla riflessione con reazioni nient'affatto tiepide. È la libertà di agire senza rete, naturalmente slegati da logiche economico-settoriali o di qualsiasi altra natura con tutti i pro e i contro del caso. Una libertà da usare in maniera coraggiosa, ma saggia a partire dalla gestazione del nucleo progettuale del disco passando attraverso il suo fissaggio in studio per poi arrivare alla relativa gestione commerciale, affidata ad una realizzazione artigianale mirata (no digitale) e consapevole (100 copie fisiche numerate). Tutto questo in favore di un esercizio culturale per cui la stoffa della musica non presenta smagliature né orditi intricati: solo una tela su cui picchi e baratri di energia ora si alternano, ora si susseguono, ora prevalgono gli uni sugli altri. E viceversa, in quella che piace definire ineguagliata ebbrezza di lamento del quotidiano con finale a sorpresa. Parafrasando Geoffrey Sumner lo potremmo ribadire una volta ancora: "This is a journey into sound."

mercoledì 15 giugno 2016

LE DERIVE DELLA RAI

LE DERIVE DELLA RAI
Andrea Fardella
- Controrecords - 2016

Chi fosse alla ricerca di un lavoro discografico maturo e fresco, capace di darsi senza difficoltà a tutti, in grado di compendiare il miglior cantautorato rock degli ultimi quindici anni partorendo nuove strade di ascolto sperimentale mai alienante dovrebbe rompere innanzitutto ogni indugio e rivolgere la propria attenzione all'esordio dell'attore-musicista Andrea Fardella. Un nome certamente poco noto ai più, lontano dalle logiche della mercificazione commerciale, ma pieno di talento e ricco di spunti personalissimi messi al servizio di una scrittura lineare, apprezzabile e chiara. Quale sia il propellente naturale che muove l'universo emotivo del cantautore piemontese a noi non è dato sapere; è tuttavia incontrovertibile la naturalezza con cui Fardella mette a nudo sé stesso nelle proprie canzoni, senza vergogna, fastidiosamente libero da ipocrisie e falsità, quasi a volersi liberare di storie ed emozioni per poter ricominciare da capo. È un continuo interscambio tra vuoto e pieno il suo peregrinare fra le note, reticolo nascosto tra vissuto e potenzialmente realizzabile che parla a chi lo ha voluto e saputo cercare di "spersonalizzazioni e decadenze", sicuro di non incappare in ostacoli insormontabili, ma altrettanto conscio del piattume generazionale in cui siamo venuti a trovarci. La scelta di Fardella sembra quella di voler condurre tutta una comunità a comprendere - ma a non accettare - tutto questo, ricorrendo a immagini semplici e a note su musiche che si sarebbero definite solo pochi anni fa alternative, ma sempre riconducibili ad una vitalità comunicativa su di un versante popolare. "Cultura è ciò che resta nella memoria quando si ha dimenticato tutto" affermava Burrhus Skinner; Fardella sa benissimo il rischio che corre per ottenerla, ma rifiuta di lasciare ad altri le sorti della propria vita e invita noi a fare altrettanto, liberandoci del passato e addirittura del presente al fine di realizzare un nuovo inizio. Vibrazioni forti, oniriche e grandiose che guardando fra gli altri alle lezioni di Moltheni (Anima Senza Rumore), Afterhours (Jet Lag), Edda (Piccino, Sorriso D'Inverno), Roberto Angelini (Nuovo Giorno) e Marlene Kuntz (Crisi) propongono, metabolizzando e rimodellandone le linee guida, un nuovo sviluppo assecondato dalla lungimiranza del produttore Carlo Barbagallo, qui anche alter ego strumentale di Andrea. Il talento, dicevamo, c'è: tocca ora saperlo coltivare e rinnovare, svecchiandolo ogni volta da facili manierismi e tentazioni affinché non si vada a disperderne l'alto tasso di familiarità e spontaneità a cui siamo (eravamo?) pigramente abituati. Assecondare un desiderio di qualità non è mai peccato.

martedì 14 giugno 2016

FEDERER

FEDERER
Miss Mog
- Dischi Soviet Studio - 2016

Arrivano dalla Marghera sotterranea gli electronici Miss Mog  con il loro carico di bits, synth pop e cantautorato 2.0. Partono piano, lenti, riflessivi, ma irrimediabilmente tonici e sempre sul pezzo nella loro disamina quotidiana della società odierna. FEDERER è un lavoro di piacevole elettronica realizzato con pochi mezzi, ma molto ingegno. E scrupolo. È una sfida, una partita, un match giocato volutamente al ribasso sonoro per lasciar tuttavia esplodere di set in set quella che possiamo definire come espressione massima dei sentimenti. È il tentativo di risultare vincenti per sottrazione manifestando energia e preparazione senza spingere sull'acceleratore. Siamo di fronte a uno spaccato urbano che si compendia fin dal primo brano proposto, quell'Un Pomeriggio destinato a restare per lungo tempo nelle nostre orecchie, forte di una visione, di uno sguardo trasversale e contemporaneo che ben fotografa realtà apparentemente distanti, ma in realtà proliferanti dietro l'angolo di casa. Accomunarli all'ambient pop psichedelico di matrice francese che trova negli AIR un importante punto di riferimento non è corretto né cronologicamente accurato, eppure è innegabile la propensione a costruire canzoni in grado di reggersi idealmente su pochi accordi - per esempio di chitarra - per poi farne cosa nuova e altra attraverso la processione di macchine e tastiere varie. In questo il pensiero corre rapido ad un duo di casa nostra le cui strutture armoniche e testuali sarebbero state in grado (e lo sono tuttora!) di reggersi autonomamente anche se spogliate da abiti synthetici e danzerecci. Parliamo dei Righeira del duo Rota-Righi e dei fratelli La Bionda, troppo spesso liquidati come meteore quando non one hit wonder, ma in realtà estremamente ben più seminali e attuali di quel che si pensi. Non è revisionismo, ma semplicemente il più classico dei dare a Cesare ciò che è di Cesare senza paura del superficiale giudizio altrui. Complesso B, Meteoritmo, Venety Fair sono solo piccoli esempi di questa capacità produttiva che regala ai Miss Mog episodi apparentemente trascurabili, ma in realtà ficcanti e funzionali al racconto messo in scena dal quartetto veneto. E se la title track Federer rimanda alle canzoni pannelliane di Lucio Battisti la conclusiva Sulle Punte è il punto di rottura con tutto quanto abbiam sentito fino ad ora andando a rappresentare l'episodio più "scatenato" di un album altrimenti sempre molto misurato e proiettato sul presente. Una unica perplessità ci sentiamo di sollevare e riguarda la lunghezza del cd. Qualche riempitivo che appesantisce lo sviluppo dell'album qua e là infatti c'è a scapito di una fluidità di insieme che alla fine pare mancare. Ma è pur sempre un limite facilmente risolvibile nell'immediato futuro continuando ad operare per sottrazione e non per accumulo; del resto siamo solo al primo set.

giovedì 19 maggio 2016

DI PADRI E ALTRE STORIE

DI PADRI E ALTRE STORIE
ERO
- Joe Black Production - 2016

Beh, che fossero tenaci non avevamo alcun dubbio. Che non si arrendessero di fronte alla scarsa attenzione di pubblico e media di settore era quasi scontato. Che poi volessero alzare la posta in palio per dare un seguito degno di nota al fulminante esordio FERMOIMMAGINE era quanto di più naturale e coerente potessero fare. Tra le realtà verosimilmente più promettenti dello Stivale gli emiliani ERO sfornano un secondo album che cresce ascolto dopo ascolto. Merito senza dubbio della naturalezza di un songwriting raramente autoreferenziale a cui il frontman Simone Magnani ci ha da tempo abituati e di una scelta sonora nuova, sempre dal taglio spigoloso, ma a tratti quasi pop, rotondo e allettante. Meno eterogeno del suo predecessore DI PADRI E ALTRE STORIE non limita il campo d'azione del sestetto carpigiano, ma semplicemente ne (re)indirizza il percorso spingendo su caratteristiche peculiari ed empatiche che si fanno apprezzare da subito. Se la prima sensazione potrebbe essere quella di ragionevole smarrimento ogni nostro comprensibile dubbio scompare dopo poche note; la partenza affidata all'orecchiabile singolo Il Grammo Che Non C'è, scheggia sonora  tosta e misurata, è il giusto compromesso e la convincente sintesi fra passato e presente, il mezzo di gran lunga più utile per marcare i confini di questa nuova individualità ben espressa anche dalla ritmata Stile, amara storia di linee d'ombra e amori perturbanti. Liberi da pregiudizi o schemi preconfezionati gli ERO scelgono di instaurare un dialogo con l'ascoltatore abbattendo muri, incoraggiando alla condivisione e aprendo all'alterità. La dimensione privata dell'intimità è presto spazio di condivisione e naturale riflessione speculare. Emozioni, desideri, progetti a tutta prima singolari si fanno presto poetica comune, minata forse da intrusioni esterne (la ruvida I Manichini), ma incapace di tradire la propria essenza, quella stessa in cui tutti possono riconoscersi (la brillante tensione emotiva che pervade Di Versi Simili, il maturo tributo filiale de L'Ultimo Uomo Buono) per naturale predisposizione. Pur essendosi approcciati alla materia con una formula diversa Magnani e soci mantengono la propria attitudine, rinnovano il proposito di percorrere una strada personale al rock internazionale senza sottostare a pregiudizi o vuoti fanatismi e sviluppano un progetto definito, ma sempre molto elastico e ricettivo. Ruvidi, irruenti, grintosi. Ricordate: si chiama empatia si legge ERO.

mercoledì 18 maggio 2016

3

3
Sara Velardo
- Adesiva Discografica - 2016
 
Con la caparbietà che la contraddistingue fin dagli esordi Sara Velardo torna sul luogo del misfatto con il suo disco più versatile di sempre. Prediligendo un taglio rock finora tenuto piuttosto nascosto la cantautrice calabro-lecchese sciorina una mezz'ora abbondante di musica viscerale in cui le prese di posizione su tematiche di grande attualità sono come sempre nette, ma anche coadiuvate ora da una tensione poetica nuova, al solito molto "stradaiola", più ispirata, definita e compiuta, che pone 3 ad un livello superiore rispetto ai suoi predecessori. L'ascolto del platter ci rassicura e conferma all'istante: ciò che stiamo ascoltando è quanto di più fluido la Velardo ha fin qui prodotto mentre l'attenzione ai particolari, ampiamente sviluppata e portata a compimento, risulta esser stata decisiva per fare quel salto di qualità atteso da tempo. Si prendano ad esempio Errati Acquisti, poderosa denuncia amorosa posta quasi in apertura di lavoro, cerniera tra una certa condizione femminile e  il violento terrorismo sessista domestico, oppure la sofferta Trageriaturia, metonimia in musica, spregiudicata e raffinata insieme, capace di sfociare dopo la tensione amorosa descritta nella liquida e arrendevole Pigghimi Ora. Come non segnalare poi le altrettanto degne di nota Come Una Poesia, pulita e sognante, ottimo singolo virtuale in grado di catturare e condurre per mano l'ascoltatore, e la politicizzatissima I Confini Di Casa Mia, folk rap primordiale e anarchico caoticamente ragionato? 3 è un disco che anche grazie al lavoro strumentale del grande Andrea Viti e di due quarti de Il Rebus pone le sue radici nel miglior rock italiano degli anni '90, in equilibrio tra rabbia e virtù, tra furore e istinto di conservazione, tra guerra e amore a simboleggiare i due lati di una stessa medaglia; quella stessa medaglia portata da ciascuno di noi al petto ora con gagliarda fierezza ora con adamitica vergogna, bilanciamento sempre perfettibile che guarda a quell'educazione all'empatia reputata da molti sociologi contemporanei fra le necessità più urgenti e pressanti dei nostri programmi educativi. Sara Velardo non inventa nulla di nuovo, ma ciò che fa lo fa con la consapevolezza che il mestiere dell'artista è dato una volta per tutte, non puo' tradire e necessita continuo sostentamento. A tutti i livelli. Una conferma che chiede solo il giusto spazio per affermarsi. 

venerdì 20 marzo 2015

AZIMUTH

AZIMUTH
Alberto N. A. Turra / Turbogolfer Duo(s)
- Felmay - 2015

Tutto nasce da una passione giovanile dura a morire. Per Alberto Turra, talentuoso e versatile chitarrista di grande prospettiva, il fascino prodotto dalla percussività della batteria è la prima e l'ultima tentazione da cui non ci si può sottrarre. Una fiamma costantemente alimentata da una vita condotta in musica e condivisa con l'entusiasmo di chi nel fluire del suono trova una scala di valori perpetua e un motivo per perseguire il proprio scopo terreno. Assecondare una pulsione talmente forte e naturale è facile eppure saperne concretizzare linguaggi e codici, sfumature e umori - inafferrabili quasi sempre in altri contesti - è la sfida da cui il leader dei Kabikoff non vuole - e non può - fuggire. AZIMUTH infatti descrive attraverso una composita, ma comprensibile cosmogonia legata ai punti cardinali la complessità dell'individuo Turra. Il dualismo strumentale nato dall'abbinamento chitarra-batteria che fino ad ora ha identificato il progetto Turbogolfer viene qui replicato in numero non inferiore a sei, in maniera sistematica e ordinata, trovando nell'eterogeneità dei corrispettivi strumentisti coinvolti una identità chiara e ferma, generatasi per osmosi tra la mutevolezza della prima e le linee guida dettate dalla seconda. Sapersi orientare in questa matematica selva di significati e costruzioni musicali non è un equivoco, ma molto più semplicemente il risultato di un esperimento voluto e programmato con tenacia, andato a buon fine grazie a una profondità concettuale sviluppata nel tempo da sensibilità complementari. Una musica per stati d'animo che occupa spazi materiali, ma anche visioni oniriche e non luoghi; jazz di confine, vertigine per immagini concrete e concettuali; punto fermo di una peculiarità multisfacettata in grado di passare elegantemente dai ritmi tonanti (Sergio Quagliarella) a un drumming fluido e sinuoso di frontiera (Toni Boselli) senza scollegarsi mai da una realtà che invita a spingere verso l'alto guardando verso l'altro. Tato Vastola evoca a tal proposito la sospensione, ma più ancora la propulsione progressiva verso quel limite che come spada di Damocle incombe sopra le nostre teste, per raggiungere dello Zenith il grado più lontano, la curvatura meno scontata; di contro, Andrea Rainoldi è il polo opposto, il Nadir, pietra angolare dell''intero lavoro nato in combutta proprio con l'omonimo batterista anche in sala di registrazione. Da quelle quattro mura muoviamo verso sud con Marco Cavani mentre sta per sorgere l'oriente di Alberto Pederneschi. Sono gli elementi della natura a restituire la cifra stilistica per ognuno dei faticatori del ritmo coinvolti. Turra, legato a ciascuno di loro, è a sua volta la pioggia che bagna ogni cosa, arrivando in ogni angolo recondito di un cammino laborioso, ricco di spiragli di luce che partendo dalle periferie della propria essenza si dirige verso il centro e viceversa. A fornire un ulteriore autonomia di valutazione intervengono gli omaggi a momenti di estasi musicali, scelti con cura e assegnati con equilibrio, da Coltrane a Hendrix passando per Colemann e rivestendo di nuova affettività il tradizionale balcanico Ederlezi; e se la cover racconta il lato in luce dei punti cardinale presi in esame il brano personale va a descriverne quello in ombra. Così, in questa alternanza fra chiaro e scuro, tra luminosità e tenebra si sviluppa un processo di maturazione integrale, dignitosa epopea di aggregazione tesa a bruciare le tappe di un rito collettivo, di un viaggio iniziatico aperto molto tempo fa, ma chiuso proprio qui e proprio ora. Sei punti cardinali. Un solo uomo.

mercoledì 18 marzo 2015

l'intervista

MASSIMO COTTO: AKAMU, PALESTRA DI MUSICA

Akamu è una casa dell'arte dove si insegna canzone d'autore, pop e jazz. Un luogo dove l'aspetto formativo si combina a quello ludico e in-formativo perché non si limita a insegnare. Durante i corsi, ma anche nel resto dell'anno, l'Accademia promuoverà infatti mostre, concerti, letture, installazioni multimediali, workshop, spettacoli teatrali; un lavoro a tutto tondo per fare in modo che dall'Università di Asti il talento si muova in ogni direzione al fine di far nascere nuove forme d'arte. Ultimo baluardo possibile di (r)esistenza artistica e formazione di talenti per tutti coloro i quali credono ancora fermamente nella cultura non solo a parole, ma soprattutto con i fatti, Akamu si ripromette di aprire porte e rimettere costantemente in gioco idee ed energie alla ricerca di nuove strade percorribili. Come fa da sempre il suo ideatore, il vulcanico e lungimirante divulgatore musicale Massimo Cotto.


"Talento" è una parola abusata in questi anni o, al contrario, è ancora in grado di descrivere bene le capacità dell'essere umano in campo artistico?
Massimo: Non penso che "talento" sia una parola abusata in questi ultimi anni perché infatti descrive ancora benissimo la capacità innata di qualcuno di riuscire a far andare l'acqua in salita, di vedere quello che magari gli altri riescono soltanto a percepire. Talento è quella cosa che ti permette di trasmettere agli altri ciò che tu hai visto e sentito in maniera differente. Il problema è che da solo non basta e bisogna aggiungerci qualcosa sopra. Lo dico sempre: il talento non si può insegnare e quindi nessuna scuola, neanche Akamu, sarà in grado di farlo, però può essere riconosciuto e può essere allenato. Non si allenano soltanto i muscoli nelle palestre, ma si allenano anche le teste, le creatività; si allenano soprattutto i ragazzi a pensare che il successo viene prima del sudore soltanto sul dizionario, che in realtà bisogna faticare, lavorare molto perché il talento in percentuale serve solo per un 10%, non di più. 
  
Qual è l'esigenza che ha portato all'ideazione e alla realizzazione di Akamu? Da quanto tempo ci si stava ragionando a riguardo?
Massimo: Proprio ciò di cui stavo parlando un istante fa. Era tanto tempo che volevo creare qualcosa dove si potesse lavorare con i ragazzi senza necessariamente doverli scegliere per qualche festival o per qualche concorso particolare. Mi spiego: quando faccio parte di giurie si sceglie sempre non in base al valore assoluto, ma in base a quello relativo. Cioè: chi è che ci serve per questo concorso? Chi è che ci serve per Sanremo? In sostanza devi mediare con esigenze televisive, devi mediare con questo e con quell'altro soggetto, ecc...; avere invece docenti che sono a tua disposizione per tre giorni, che quindi possono ascoltare ciò che tu hai fatto, quello che tu sei, credo sia il modo migliore per favorire i ragazzi perché quello che noi dobbiamo fare come operatori di settore è moltiplicare le possibilità per loro in un momento di crisi come quella che stiamo affrontando. Per avere attenzione e di conseguenza per riuscire a esprimere sé stessi.

Il collegio docenti preposto per il Master in Canzone d’autore all’Università di Asti ha assemblato una commissione di prim'ordine con, fiori all'occhiello, le lectio magistralis di Francesco Guccini e Luca Carboni. Quali le reazioni loro e dei colleghi di fronte alla proposta targata AKAMU?
Massimo: Le reazione sono state per ora tutte straordinarie. Posso contare su rapporti di amicizia con ognuno di loro quindi posso anche immaginare che per il momento di fidino di me. Adesso devo fare in modo che dopo questa volta si fidino di quello che noi facciamo e non soltanto di quelle che sono le nostre intenzioni, ma sono sicuro che con la collaborazione di tutti riusciremo a portare avanti bene questo discorso.


Quali sono le differenze sostanziali di Akamu rispetto ad altre situazioni magari mediaticamente più esposte e riconosciute?
Massimo: Non sono in grado di dirtelo ora. Perché, è chiaro, non sono così stupido da pensare di essere in grado di competere con il CET di Mogol oppure con il CPM di Franco Mussida. Questo è semplicemente un luogo di incontro e di scontro fra diverse mentalità e diversi punti di vista che ha come grande vantaggio rispetto a tutte le altre scuole quello di avere un biglietto di ingresso minimo perché se tu paghi 300 euro per tre giorni di full immersion con i migliori docenti che noi siamo in grado di recepire sul mercato vuol dire che paghi veramente pochissimo. Infatti da un punto di vista di investimento mio, in qualità di assessore, non si può prevedere un piano di rientro perché saremmo sicuramente in perdita; del resto vogliamo pochi alunni proprio per far in modo tale che i docenti possano lavorare bene su di loro.


Di particolare interesse l'aver unito in maniera sinergica il progetto a luoghi storicamente deputati allo sviluppo e alla ricezione dei movimenti artistici in ogni loro forma.
Massimo: Riguardo ad Akamu esiste solamente un piano di sviluppo che è un piano di sviluppo della città. Ecco perché cerchiamo di metterlo a contatto con altre realtà di Asti come il teatro Alfieri, il piccolo teatro Giraudi, il Diavolo Rosso, le Case del Teatro, i musei e tutti quegli spazi individuati per recuperare un senso di identità immergendosi nel territorio, aggiungendo esposizioni, presentazioni di libri, incontri, per far in modo tale che alla fine Asti diventi una sorta di mosaico dove ogni luogo in cui si fa cultura sia una tessera di un disegno più grande. Se non facciamo rete in un momento come questo non andiamo davvero da nessuna parte; la miglior iniziativa possibile che ci può essere in questi giorni non è infatti sufficiente per coprire, per stabilizzare le sabbie mobili in cui versa la situazione musicale in Italia.

Asti, tra l'altro, per quasi due decenni ha offerto un importante Festival estivo come Asti Musica. Lo scorso anno diversi fattori hanno portato alla sofferta decisione di cancellare l'edizione 2015. Qual è la situazione attuale? Tornerà la città in un futuro non troppo lontano ancora centro nevralgico di quel modo di intendere musica e cultura? 
Massimo: Anche se la conferenza stampa verrà fatta martedì quando annunceremo tutti i dettagli, sono strafelice di poter dire che Asti Musica è stata salvata! Penso che l'edizione del ventennale anche se in forma ridotta da un punto di vista degli appuntamenti, ma non da un punto di vista di qualità degli artisti perché, ad esempio, apriremo il primo luglio con Paolo Conte in piazza della Cattedrale, pur snodandosi lungo dieci giorni e non venti come un tempo sarà comunque una edizione di tutto rispetto.
 
Lavorare sul talento - formandolo -  si può; farlo emergere è forse l'aspetto più difficoltoso. Massimo Cotto da cosa lo riconosce? 
Massimo: È una domanda molto difficile. Per me il talento si riconosce dalla diversità con cui ti avvicini al microfono e alla composizione. Quando tu riesci a far capire alle altre persone che indipendentemente da quello che canti, indipendentemente dallo stile, indipendentemente dal fatto che sia tutto a fuoco hai qualche cosa di diverso, hai qualche cosa che gli altri non hanno o comunque su cui si può lavorare, ecco, lì risiede la mia idea di talento. Lavorarci sopra significa cercare di togliere tutte le sovrastrutture che i ragazzi oggi hanno, cercare di convincere che le scorciatoie non servono a nulla, perché magari ti possono dare un successo effimero, ma poi non ti portano da nessuna parte. Ciò che spero di fare è cercare di convincere i ragazzi a ragionare in termini di carriera e non di singolo cd. Naturalmente poi ci vogliono anche le case discografiche e tutto il mondo attorno, però voglio che loro non perdano la fiducia; sono stufo di sentire operatori del settore dire "Volete cantare? Ma no, smettetela, non vi conviene, oggi è un mondo difficile": è un mondo difficile per tutto, anche per trovare un posto in banca o in una autorimessa per cui tanto vale battersi per quello in cui tu credi se davvero si crede a qualcosa. 
 
Chi volesse ricevere maggiori informazioni, prendere visione del programma, iscriversi ad Akamu, a chi può rivolgersi?
Massimo: Basta cliccare sulla pagina dedicata http://www.anteros.it/presentazione-akamu, su Facebook oppure su Twitter. Lì si possono trovare tutte le informazioni riguardanti l'Accademia dello Spettacolo e la Casa della Musica. In assoluto credo che l'esempio di Akamu possa essere seguito da tanti altri comuni e realtà; è chiaro che ci debba essere un investimento di qualche decina di migliaia di euro, però in fondo è minimo e se non ci muoviamo adesso alla fine sarà troppo tardi e tra qualche anno ci accorgeremo che avremo perso tutti i treni possibili. Invece bisogna spiegare, provare a dire ai ragazzi che se vogliono prendere il treno giusto prima o poi passerà: l'importante è che si facciano trovare in stazione.
 
Andrea Barbaglia '15

giovedì 12 marzo 2015

THE THIRD SEASON

THE THIRD SEASON
Makhno
- Neon Paralleli/Bloodysound Fucktory/Brigadisco/Hysm?/Il Verso del Cinghiale/Onlyfuckingnoise/Villa Inferno/Xego/Wallace Records - 2015

L'avevamo richiesto ad alta voce dopo la prova epica di SILO THINKING: Paolo Cantù doveva tornare senza se e senza ma per dare un seguito a quell'ottima polveriera di elettro-noise grezzo e dissonante che ci aveva catturato per titanica tragicità e necessaria alienazione anarchica. Formulata la domanda Makhno ha risposto. Con una nuova sfida che non replica le precedenti gesta, ma ne affronta il lato più oscuro e feroce. Ancora una volta in solitaria, libero da facili distrazioni e pericolose mediocrità. THE THIRD SEASON è la naturale evoluzione di un percorso che per Cantù si snoda secondo una logica del tutto spontanea lungo le strade della sperimentazione e del non scontato, percorsi a cui ognuno può approcciarsi in maniera libera e a suo modo unica quando non irripetibile. Per capire l'essenza di questo nuovo lavoro noi vogliamo focalizzare l'attenzione sull'immagine riprodotta in copertina, quella di una cerambice, coleottero a rischio di estinzione il cui interessante stato evolutivo prevede tre fasi di muta, ognuna ragionevolmente indipendente nella sua essenza eppure al tempo stesso ugualmente propedeutica per il grado successivo. Una evoluzione che "ragiona" anche in natura per compartimenti stagni, ma che al contempo tesse trame geneticamente profondissime per dare continuità ad un cambiamento che è prima di tutto vita; una continuità come quella replicata da Cantù in studio e che l'opener The Book Of The Year è in grado di riallacciare con il capitolo discografico precedente attraverso il suo sfrontato sferragliamento noise-punk, snervante e rumoristicamente diretto, scheggia diversamente piacevole nella sua morbosa attitudine distorta. Un trait d'union rivisitato poco dopo nell'incedere claudicante e nero di Per Non Mai Dimenticarmi in vista dell'ipnotico blues modificato I Dreamed I Saw Mark P Last Night, litania di meccanica industriale per soli strumenti e recordings alla periferia dell'antico impero d'Occidente, in un tripudio di luci al neon e dissoluzione culturale. Poi, seppur dato per morto, ecco in lontananza avanzare malconcio, ferito, ma sempre determinato e fiero il nostro generale Custer, l'indomito e caustico Federico Ciappini, questa volta intento a raccontare l'isolamento, l'alienazione dell'individuo, del suo sciocco e infetto parlarsi addosso morbosamente psicotico, insulso, vuoto e insensato, portando alla luce attraverso le crepe di una esistenza apparentemente perfetta il sommerso tormentato della lucida Avevo Cose Da Dire. Un bilancio provvisorio che ci vede vittime di un incubo riscattabile solo grazie alla libertà di pensiero fermentata nella cupa rivisitazione post-industriale di Die Gedanken Sind Frei, protest song a suo modo gemella dell'esortazione-mantra Do Not Let The Olive Branch Fall From My Hands (tratta da un discorso di Yasser Arafat alle Nazioni Unite nel 1974) mentre la mente ancora cogita (Nobody Knows You When You're Down And Out) e la fase intermedia della cerambice volge al termine. Nel conclusivo brano omonimo le chitarre e le frastagliate chincaglierie metalliche di cui Makhno si avvale esplicitano, evocandolo, lo sforzo, la tribolazione, la fatica fisica, perfino il temporaneo panico dell'insetto che sembra annaspare tra le maglie del proprio esoscheletro prima di raggiungere lo stadio adulto, abbandonando lo stato larvale e quello di mezzo in favore della sua terza stagione. Il conflitto diventa così mezzo di crescita; la difficoltà iniziale di una scelta obbligata una scalata verso la comprensione e la maturità. Cantù racchiude questo sapere nelle musiche assemblate una volta ancora facendo incontrare le proprie esigenze espressive a quelle altrettanto personali dell'individuo per un ascolto che renda protagonisti entrambi i soggetti. Una esperienza di vita in cui riconoscersi, bilanciando tensioni e stimoli creativi, prima magari di scomparire dalle dinamiche del quotidiano senza lasciare rimpianti.

venerdì 6 marzo 2015

ENDKADENZ - VOL.1

ENDKADENZ - VOL.1
Verdena
- Universal Music Italia - 2015

Annunciato come prima parte di un doppio album che si completerà comunque molto presto nel corso dell'anno, ENDKADENZ - VOL.1 unisce le esigenze di una band in pieno fermento a distanza di vent'anni dalla fondazione alle strategie di marketing di una major discografica come Universal non più disposta a sobbarcarsi in tempi di magra l'onere di un doppio cd dopo i tuttavia ottimi riscontri di critica e pubblico avuti con il caleidoscopico WOW solo quattro anni fa. Ora, che i Verdena abbiano la possibilità di rilasciare il loro lavoro senza essere eccessivamente vincolati da priorità aziendali e interessi commerciali mantenendo carta bianca su tutto quanto concerne ciò che sta dietro e soprattutto viene dopo la realizzazione di un nuovo capitolo discografico è senza dubbio buona cosa; lascia il temporaneo amaro in bocca non poter apprezzare nella sua immediata complessità un nuovo lavoro che ha mosso i primi passi nella primavera del 2013, nato come unicum sonoro seppur figlio degli eventi allora contingenti, sviluppatosi armonicamente e piegato solamente al gusto del tiro bergamasco. Se ENDKADENZ si limitasse a questo solo primo volume ne potremmo parlare come di sunto musicale dal taglio tendenzialmente cantautorale, comprensivo della classica energia rock sprigionata dai fratelli Ferrari e dall'imprescindibile Sammarelli, ma il più delle volte mascherata, ammorbidita da rotondità pop piuttosto inusuali per gli standard a cui ci hanno abituato. Un pop che guarda ai Beatles e alle loro derive psichedeliche, mescolando Love e Procul Harum, Alan Parson e Phil Spector per un art rock sorprendentemente leggero e colorato (Contro La Ragione), spesso pianistico (Vivere Di Conseguenza, Puzzle) come ipotizziamo sarebbe potuto piacere a Freddie Mercury, ma ugualmente abrasivo (Inno Del Perdersi) e spaziale. Lunare e terreno insieme (Alieni Fra Di Noi). Con qualche gioco sonoro e vocale (Sci Desertico, Funeralus) che avvicina Albino a Teignmouth e ai Muse perché così è se vi pare. Sembra di assistere in differita di qualche istante a un passaggio di consegne tra la stagione dell'innocenza e quella della maturità eppure c'è sempre un filo rosso che unisce i teenager andati allora in sala di incisione con il maestro Canali per VALVONAUTA e, a conti fatti, i loro attuali alter ego giunti a doppiare una prima volta gli anni dell'esordio, giro di boa affrontato con tutta la scioltezza possibile da individui ormai metodici e responsabili nella loro improvvisazione libera. Come un abbraccio caldo che emana un tepore familiare (l'autoproduzione di Alberto Ferrari è condizione sine qua non da non inflazionare nel prossimo futuro) la prima sequenza di ENDKADENZ - detto per inciso, "la cadenza finale, l'ultimo colpo" di concerto, teorizzato e trasposto nel concreto dall'esibizione musical-teatrale Konzertstück für Pauken und Orchester del compositore argentino Mauricio Kagel - opera un lavoro di sintesi tra vecchio e nuovo, fra ieri e probabilmente domani, concentrandolo nella centrifuga del tempo che il fluido movimento granitico di Derek aziona oggi, hic et nunc. Un attacco di cuore puro, ma per la fortuna di tutti non fatale, seppur corrosivo, perennemente con il volume della malinconia in rosso. Lasciare aperta la porta al suo gemello di-verso non è una semplice necessità, ma il corretto approccio per comprendere la scomposizione di un lavoro per sua natura già articolato, in questo momento ancora incompleto perché privato proprio della metà capace di restituirne la reale portata complessiva. Un oceano di gomma ancora calmo, ma sul punto di tracimare dal lago in cui è stato temporaneamente costretto.

giovedì 5 marzo 2015

MEXI-COLA

MEXI-COLA
Sugar Ray Dogs
- Rivertale Productions - 2015

Uno scorcio di Texas sulle rive del Ticino. Questa è il panorama che si staglia ai nostri occhi e questa è la sensazione che resta dopo l'ascolto del torrido MEXI-COLA, terzo riuscito album per i funambolici Sugar Ray Dogs di ritorno alle proprie terre dopo una entusiasmante e proficua spedizione negli States. Un disco che è un notevole passo avanti rispetto ai precedenti lavori, operazione di energica trasfigurazione sonora che si attesta su ottimi livelli, fedele fotografia per chitarre del brillante stato di forma in cui la band di Ernani Natarella, Alberto Steri e Andrea Paradiso si trova ed è pronta a condividere con l'ascoltatore attraverso un tour al solito ricco e articolato che partendo dalla penisola italiana muoverà presto oltreconfine. Un progetto discografico nato quasi per gioco da una utopia tramutatasi pressoché all'istante in concreta opportunità di lavoro e, perché no?, divertente apprendistato; un sogno quello che sta dietro al making of di MEXI-COLA divenuto ben presto tangibile realtà grazie anche alla collaborazione e supervisione di Paolo Pagetti, l'uomo in più di questa avventura, factotum della Rivertale Productions - qui nelle vesti di executive producer - e mentore del trio pavese in questo lungo viaggio sulle strade di confine tra Stati Uniti e Messico. Un'alchimia dosata e sviluppata nel tempo da questo quartetto di viandanti della musica attratti irresistibilmente da suoni, profumi e umori, ma soprattutto da racconti e narrazioni, vere e proprie microstorie condensate mediamente in poco più di quattro minuti attraverso una scrittura sempre molto lineare e priva di voli pindarici, tesa non tanto ad elaborare concetti articolati, ma a fissare il vissuto e l'immaginario. Vicende in cui ci si imbatte per caso, ma anche luoghi e personaggi con cui entrare in contatto scientemente, figure portatrici di vita e di destino, ispirati accompagnatori divorati dal fuoco della loro stessa creatività. Come David Hidalgo dei Los Lobos, voce e chitarra portante nella meditazione sciamanica di Have You Ever Waited, o Rick e Mark Del Castillo protagonisti con le loro chitarre nella festa mariachi italo-americana de El Rosario Y La Navaja indetta da Alex Ruiz e affilato accompagnamento ritmico nella opacità sanguigna di Mexi-Cola, coraggioso singolo mescalero a cui partecipa anche la seducente Patricia Vonne. Sono tanti i motivi alla base della crescita artistica degli Sugar Ray Dogs, ma primera è la coinvolgente abilità di assecondare l'umore del momento raccontandosi attraverso polverose ballate (Troubles, la pulsante Die In Mexico) e numeri rock d'alta scuola, tra un sanguigno spaghetti western e digressioni tex mex in cui alla creazione di alternativi mondi possibili (la delusione amorosa di Hate The Sun) si succedono storie di vita vissuta (Don't Mess With Billy, strumentale colorato dalla tromba di Jesus Guerra), romanzate, ma realmente accadute. Intuizioni, speranze, visioni: un passato che torna a popolare di misteri e splendori il nostro odierno caos quotidiano e una etica di lavoro che trasforma la passione in omaggio senza mai oltrepassare quella pericolosa sottile linea di demarcazione che lo separa dalla copia o dal plagio. Un intenso viaggio, un po' a colori un po' in bianco e nero, di cui non si intravede ancora il capolinea, capace di raccontarsi con efficacia minuto dopo minuto, storia dopo storia, istante dopo istante. Un sogno semplice e sobrio presente a sé stesso. Another Chance. L'ennesima.